Circola con insistenza la convinzione che anche per il primo semestre del prossimo anno accademico le Università italiane proseguiranno l’insegnamento a distanza, per evitare che il ritorno degli studenti nelle università incrementi la diffusione del contagio.

Se questa convinzione si traducesse in disposizione, emanata a livello centrale o locale, sarebbe un segnale davvero pessimo. Perché dimostrerebbe da una parte che non abbiamo ben chiaro quale sia lo scopo dell’educazione intellettuale superiore; e dall’altra che l’amministrazione pubblica che dispone delle più ampie, profonde e diversificate competenze scientifiche e professionali non si considera in grado di elaborare un piano di rientro sicuro ed efficiente.

Privare gli studenti della loro vita universitaria per un altro semestre sarebbe come arrendersi senza combattere: cosa che si fa perché l’obiettivo da raggiungere non vale lo sforzo, oppure perché si pensa di non aver le forze per raggiungerlo. Invece, se ci pensiamo, l’obiettivo merita il più grande degli sforzi, e l’università italiana avrebbe tutti i requisiti per vincere la battaglia.

L’idea che la presenza fisica degli studenti nelle Università sia tranquillamente sostituibile con i corsi telematici è sbagliata. Perché – paradossalmente – è un’idea molto arretrata. Riflette una visione della didattica universitaria tipica della seconda metà del secolo scorso, quando il modello di apprendimento si è trasformato in un «trasferimento di conoscenze», che avveniva per mezzo di lezioni cattedratiche, senza dialogo (per questo definite burocraticamente «frontali») e soprattutto con lo studio solitario del manuale, unica fonte di tutto il sapere di ciascuna materia. Per molti anni i corsi sono stati sostituiti dagli esami e la verifica delle conoscenze ha rimpiazzato la stimolazione delle intelligenze. Il sistema si adattava a una popolazione studentesca che viveva soprattutto in famiglia: trasferirsi a vivere insieme ad altri studenti vicino all’Università era troppo costoso, e anche non molto utile, visto che alla fine quel che contava era superare gli esami, avendo imparato il contenuto di uno o più grossi libri. La didattica telematica non è che una modernizzazione di questo modello vecchio.

E invece l’Università, dalle origini medievali alle reinterpretazioni più diverse del mondo occidentale, non può essere altro che un luogo fisico organizzato per offrire agli studenti una esperienza intellettuale fortemente formativa. Questo è, se possibile, ancora più evidente oggi, quando la rivoluzione dei processi di comunicazione determinata da Internet ha reso inconsistente la funzione di «trasferimento di conoscenze» evocata dal modello novecentesco. Le nozioni sono ormai reperibili in pochi secondi in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento: quello che conta è saper porsi le domande giuste e organizzare adeguatamente le risposte, e per questo è necessario educare al senso critico e a selezionare le informazioni necessarie per risolvere i problemi. E queste sono abilità che si ottengono con l’esperienza della vita universitaria: si possono insegnare e apprendere, ma non trasferire.

Ecco perché possiamo accettare la didattica on line per un breve periodo di emergenza, ma dobbiamo restare consapevoli che l’insegnamento è un’altra cosa, e soprattutto che una vera esperienza educativa non può fare a meno di una dimensione di vita comunitaria non riducibile a incontri virtuali.

Perciò l’entusiasmo di tanti rettori per il successo della didattica on line appare del tutto fuori luogo.  La rete offre una quantità di opportunità, che vanno tutte sfruttate, ma non ci consente affatto di imparare stando a casa. Anzi, impone più vita universitaria comune, perché richiede una educazione che favorisca più senso critico e più creatività. Nell’era di internet le Università dovrebbero costruire più residenze per studenti, favorire le coabitazioni e aprire anche la sera e durante le vacanze, perché la critica e il confronto sono tanto più necessari in quanto siamo inondati di informazioni incontrollate.

Dunque: ripiegare sulla didattica a distanza per altri sei mesi è una sconfitta che implica la rinuncia all’elemento centrale dell’educazione superiore. Questo deve essere chiaro: non stiamo parlando di un dettaglio secondario. Quando si dice che «conviene» proseguire l’insegnamento telematico fino a gennaio 2021, si dice che l’educazione superiore italiana conta meno delle vacanze in spiaggia, dell’aperitivo al bar, del giro al centro commerciale.

Si dice anche un’altra cosa molto grave: che le Università non sono in grado di elaborare strategie per consentire una vera esperienza educativa, contenendo i rischi di contagio: o almeno che sono meno capaci di farlo rispetto ai ristoratori o ai gestori turistici. Cosa molto paradossale, considerato che tutti gli esperti di cui la politica e l’informazione si sono fidate in questi mesi sono docenti universitari. Una Università, ciascuna Università italiana, dispone di biologi e medici specializzati in virologia, di epidemiologi e di igienisti che conoscono meglio di chiunque altro i comportamenti dei virus e degli infettati, e le metodologie per minimizzare i contagi. Ha anche matematici, statistici e ingegneri che studiano le teorie delle code, le distribuzioni delle presenze umane nei luoghi, e anche progettano strumenti informatici per evitare assembramenti. Non le mancano architetti in grado di progettare spazi idonei a minimizzare i rischi dei contatti, pedagogisti e psicologi che lavorano sulle motivazioni all’apprendimento. I giuristi possono poi studiare le procedure che salvaguardino dal rischio di azioni di risarcimento chi si assume la responsabilità di autorizzare le attività, avendo attivato tutti le precauzioni possibili.

Se proprio le Università dichiarano che lasciare gli studenti a casa è più sicuro, allora vuol dire che tutti gli altri settori, che non dispongono nemmeno lontanamente delle competenze delle università, non dovrebbero affatto riaprire.

Evidentemente, il problema è che non si parla abbastanza né del valore essenziale della vita universitaria, né delle straordinarie potenzialità di competenza di cui dispongono le Università. Perché? Beh, un’ipotesi ce l’avrei. Sarà perché, nonostante tutti i gli organi collegiali, in realtà chi decide nelle Università non ascolta né i professori né gli studenti?

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39 Commenti

  1. La DaD è la negazione della stessa dell’idea dell’università come luogo aperto alla totalità che si fonda sulla presenza e sul confronto. Non solo per quelle discipline a base tecnico-pratica dove è più che evidente ma anche per quelle puramente teoriche. Rinunciare alla presenza vuol dire aprire alla smaterializzazione del sapere trasformandolo in mera comunicazione (Cfr. M. Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, Torino 2004) e da lì aprire alle università tematiche e alla modifica degli ordinamenti delle classi di laurea che escludono modalità miste. Confondere l’innovazione tecnologica o l’ulivo di strumenti più efficaci con la didattica in remoto è esiziale e strumentale. Lo schermo schermo solo incapacità all’ex-ducere. Il blended allo stesso modo è una modalità che discriminerebbe ingiustamente gli studenti. Per la ripresa di settembre vanno progettare opportune modifiche delle aule, dei turni, della numerosità delle classi, dei giorni di didattica, per consentire a tutti e in sicurezza di partecipare ancora e di nuovo alla universitas.

    • E per gli studenti fuori sede che anche volendo non potessero frequentare per 1) pb di mobilità tra Regioni; 2) motivi economici che non consentono più alle famiglie di mantenere un figlio in altra città? 3) motivi di salute per possibile positività ? Direi che prima di tutto ci dovrebbe essere il diritto all’accesso equo per tutti alla didattica in questo periodo di emergenza!
      Se l’Università pubblica non sa venire incontro a questo problema, anche con grandi trasformazioni, allora ha fallito!
      Se motivi di salute pubblica non consentono lezioni in presenza in sicurezza, occorre prenderne atto e trovare soluzioni, senza rimanere legati a principi e concetti astratti.

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