Chi vince e chi perde con regionalismo differenziato? Il capitolo finanziario più rilevante riguarda l’istruzione scolastica. Secondo il “Testo concordato” del 25.2.2019, se non si riusciranno a definire i fabbisogni standard, l’ammontare delle risorse destinate alla Regione “non può essere inferiore al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse”. Definire i fabbisogni standard è assai complesso, soprattutto se le regioni avvantaggiate dalla clausola del valore medio pro-capite remeranno contro. Facile prevedere che si finirà per utilizzare proprio il criterio della media nazionale pro-capite. È il Dipartimento per gli Affari regionali e le autonomie a segnalare che in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna nel 2016 la la spesa statale pro-capite era di molto inferiore rispetto a quattro regioni del Mezzogiorno: Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. In Calabria, la spesa era addirittura del 49% più alta che in Lombardia. Il Sole 24 Ore fa due conti e scrive: “Fra le righe dell’intesa raggiunta sui fondi dell’autonomia differenziata si nasconde un miliardo in più per la scuola in Lombardia e Veneto”, concludendo che nessuna correzione sembra “in grado di superare il fatto che la spesa media al Nord è mediamente più bassa. E i livelli di servizio migliori”. Al Sud spendono più della media e ottengono di meno: è ora di finirla, verrebbe da concludere. E invece siamo di fronte a un vero e proprio trappolone. Per capirlo, basta osservare che non ha senso rapportare la spesa per istruzione scolastica alla popolazione; essa va rapportata agli alunni delle scuole statali. E se si guarda alla spesa per studente, al netto della situazione calabrese, influenzata dalla ridotta dimensione delle classi, è proprio la Lombardia ad avere la spesa più elevata; in Veneto è più contenuta, ma ancora superiore a quella pugliese. Insomma, dietro quello che sembra un argomento risolutivo a favore del regionalismo c’è il classico Robin Hood al contrario.

Nelle richieste di autonomia regionale differenziata l’istruzione scolastica gioca un ruolo di grande importanza. Stando ad un’accurata ricostruzione comparativa delle bozze di intesa in discussione fra il Governo e Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, “le nuove competenze consentiranno alle tre regioni interessate di occuparsi di rilevanti profili organizzativi, da calibrare sul contesto socio-economico regionale (sino alla definizione delle finalità del sistema d’istruzione, nel caso del Veneto) (..). Appositi fondi regionali integrativi saranno destinati all’assunzione di ulteriore personale, agli interventi di edilizia scolastica, al sostegno al diritto allo studio. A queste competenze, Veneto e Lombardia vorrebbero aggiungere la gestione dei rapporti di lavoro del personale dirigente, docente, amministrativo, tecnico ed ausiliario, con il potere di indire concorsi di assunzione (il personale attualmente in servizio potrebbe scegliere se aderire ai ruoli regionali o se permanere in quelli statali, mentre quello di nuova assunzione confluirebbe automaticamente nei ruoli regionali); inoltre le due regioni in parola acquisirebbero il personale degli uffici periferici del MIUR” (cfr. F. Pallante, “Nel merito del regionalismo differenziato”, in Federalismi.it, 20.3.2019; più in generale, G. Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza, 2019).

Prime stime sull’impatto finanziario del processo di autonomia differenziata mostrano che l’ambito più rilevante sarebbe proprio quello dell’istruzione scolastica (Cfr. Consiglio Regionale della Lombardia-Eupolis, “Regionalismo differenziato e risorse finanziarie”, 2017; A. Filippetti, F. Tuzi, “I costi del federalismo asimmetrico: alcune ipotesi”, in IRES-IRPET-SRM-Polis Lombardia-IPRES-Liguria Ricerche, La finanza territoriale. Rapporto 2018, Rubbettino, 2018.)

Quanto appena detto va letto alla luce dell’art. 5 del “Testo concordato” del 25.2.2019, in cui, al comma 1.b si stabilisce che le risorse finanziarie necessarie all’esercizio delle ulteriori forme di autonomia concesse, debbano essere determinate in termini di fabbisogni standard “entro un anno dall’entrata in vigore” dei relativi decreti; e che, qualora non siano stati adottati i fabbisogni standard, l’ammontare delle risorse destinate alla Regione “non può essere inferiore al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse”. Definire i fabbisogni standard è assai complesso, specie a parità di risorse complessive; può essere dunque improbabile definirli consensualmente in breve tempo. Ancor più se alcune regioni possono trarre vantaggio dalla clausola del valore medio pro-capite e dunque non hanno alcun incentivo a pervenire ad una loro definizione. Un prima stima dell’impatto di quest’ultima norma quantifica difatti in 1.400 milioni di euro le risorse aggiuntive che le tre regioni acquisirebbero rispetto all’attuale livello di spesa statale nei loro territori in quella eventualità (cfr. L. Rizzo e R. Secomandi, “Istruzione: che fare per una spesa regionale equa”, in LaVoce.info, 19.3.2019). Ricordando che, come previsto dal comma 2 del già citato art. 5 del “Testo concordato”, dall’applicazione delle Intese “non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”, tali risorse saranno decurtate dalla spesa statale in istruzione scolastica nelle altre regioni italiane.

Con un procedimento davvero insolito per un’amministrazione centrale, il Dipartimento per gli Affari regionali e le autonomie pubblica, assieme ai “Testi concordati”, anche una Nota che contiene una tabella sulla spesa statale regionalizzata riferita alle tre regioni del Nord che hanno chiesto l’autonomia differenziata, e, curiosamente, solo a quattro regioni del Sud, di cui una a statuto speciale (i dati sono tratti da: MEF-RGS, La spesa statale regionalizzata 2016, Roma). Dai numeri (riportati nella prima colonna della tabella 1 e poi espressi in numero indice Lombardia=100 nella seconda) si evince che la spesa statale regionalizzata pro-capite per istruzione scolastica in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna nel 2016 è di molto inferiore rispetto alle quattro regioni del Mezzogiorno. In Calabria è addirittura del 49% più alta che in Lombardia; ma è molto maggiore, dal 27% al 39%, anche nelle altre regioni. Da questi dati sembrerebbe lecito dedurre che una riallocazione di spesa per istruzione in particolare dalle regioni del Sud alle tre del Nord, ottenuta in base alla garanzie del valore medio pro-capite ad esse garantite dai “Testi concordati”, seguirebbe un criterio di equità, riducendo l’ingiustificato privilegio di una spesa eccessiva.

Tale presentazione di dati, e la scelta delle regioni con cui effettuare la comparazione – come si argomenterà – è invece assai distorsiva della realtà. Il criterio del valore medio pro-capite della spesa per istruzione, lungi dall’essere equitativo, è invece finalizzato a garantire senza motivo alle tre regioni maggiori risorse a danno delle altre (e dei loro studenti).

Non è difficile argomentarlo (per un’analisi più estesa cfr. V.Peragine e G.Viesti, “La spesa per l’istruzione in Italia: una comparazione internazionale e interregionale”, in L’istruzione difficile. I divari nelle competenze fra Nord e Sud, a cura di P.F. Asso, L. Azzolina e E. Pavolini, Donzelli, 2015). In primo luogo, non ha evidentemente alcun senso parametrare la spesa per istruzione scolastica alla popolazione residente in una regione; essa va infatti parametrata alla dimensione dei fruitori del servizio scuola, cioè agli alunni delle scuole statali[1]. Come si vede dalla terza colonna della Tabella 1, questa differenza è sensibile data la diversa struttura per età della popolazione regionale: il peso degli studenti sul totale della popolazione va infatti da un minimo dell’11,9% in Lombardia ad un massimo del 15,6% in Campania. Nelle colonne 4 e 5 sempre della tabella 1 si presentano i risultati di questa correzione: la spesa per studente è simile alla Lombardia in Puglia, e appena più alta in Campania e Sicilia; solo la Calabria ha un dato maggiore.

Ma perché la spesa per studente non è omogenea fra le regioni? Nella tabella 2 sono presentate alcune possibili spiegazioni. E’ possibile chiedersi innanzitutto: questo dipende da un numero di docenti, rispetto agli studenti, più elevato nelle regioni del Mezzogiorno? Per rispondere facciamo uso dei dati presenti sul Portale unico della scuola del MIUR.

La prima colonna della tabella 2 mostra che le differenze sono minime (con la parziale eccezione della Calabria); Campania, Puglia e Sicilia hanno un rapporto docenti/studenti inferiore a quello della Lombardia. Lievi differenze possono dipendere dai docenti di sostegno (colonna 3), il cui peso sul totale degli insegnanti pare però, nelle diverse regioni, parallelo alla presenza di studenti con disabilità (colonna 2). Assai più importante, specie nel caso calabrese, è la diversa dimensione delle classi della scuola primaria (colonna 4): in Calabria è notevolmente inferiore; e questo comporta un più alto rapporto docenti/studenti. Questo dipende dalla maggiore presenza in Calabria (e in minor misura in Campania) di classi della primaria e della secondaria inferiore meno affollate nei piccoli comuni di collina e di montagna, come ben chiaro dalla quinta colonna (i dati sono tratti dalle elaborazioni realizzate per la Strategia nazionale Aree Interne).

[1] I dati sono tratti da: Miur, Focus “Anticipazione sui principali dati della scuola statale” Anno Scolastico 2016/2017, Settembre 2016. Potrebbe alternativamente essere parametrata alla popolazione in età scolastica (e non solo a coloro che effettivamente studiano), come potenziale bacino di utenza: la differenza non è però sostanziale.

Una causa molto importante della differenza nei costi dell’istruzione scolastica fra le regioni è poi la diversa anzianità del personale, e il conseguente livello medio degli stipendi di ciascun docente. Come si vede dai dati della sesta colonna, sempre della tabella 2, la percentuale di docenti con più di 45 anni è superiore al 75% nelle quattro regioni del Sud, e molto inferiore (sotto il 62% in Lombardia ed Emilia-Romagna) nelle tre regioni del Nord; lo scarto fra Calabria ed Emilia Romagna è superiore ai 19 punti percentuali. Ciò deriva da andamenti demografici – e dalla conseguente dinamica della domanda di istruzione – molto diversi fra Nord e Sud negli ultimi decenni. E si ripercuote sul loro costo: dividendo indicativamente il totale della spesa statale per il numero di docenti emergono differenze sensibili, parallele all’anzianità del corpo docente; con un valore superiore in tutte le regioni del Sud, fino ad oltre il 10% in Calabria e Sicilia (settima ed ultima colonna).

Ma vi sono altre importanti circostanze da notare. La spesa statale rappresenta infatti solo una parte della spesa totale per l’istruzione scolastica di cui beneficiano gli studenti delle diverse regioni; la banca dati dei Conti Pubblici Territoriali (CPT), a differenza della spesa statale regionalizzata, misura l’insieme della spesa, al netto dei flussi fra amministrazioni. Tenere conto dell’insieme della spesa pubblica consente di misurare l’effettivo sforzo finanziario dell’operatore pubblico per ogni studente in ogni regione.

Le prime tre colonne della tabella 3 presentano i valori della spesa corrente per studente, nel 2016: delle amministrazioni centrali e di quelle regionali e locali, e del loro totale. La spesa delle amministrazioni locali è significativa, fino a rappresentare quasi il 20% del totale nel caso dell’Emilia-Romagna. E’ bene ricordare che, nelle regioni del Sud, la spesa comunale per funzioni “ancillari” dell’istruzione (come trasporti e mense) è largamente inferiore ai fabbisogni standard di recente calcolati (sulle vicende dei fabbisogni standard cfr. M. Esposito, Zero al Sud, Rubettino 2018).

Il quadro da cui siamo partiti si ribalta, come si vede dai dati espressi in numero indice della quarta colonna della tabella 3: al netto della situazione calabrese, influenzata dalla ridotta dimensione delle classi, è proprio la Lombardia ad avere la spesa più elevata; in Veneto è più contenuta, ma ancora superiore a quella pugliese.

Dato anche il maggior costo legato all’anzianità dei docenti del Sud questo determina un servizio scuola differente fra le regioni: ve ne è chiara evidenza nella quinta colonna della tabella 3, che mostra come la percentuale di studenti della scuola primaria che beneficia del tempo pieno sia intorno al 50% in Lombardia ed Emilia-Romagna, scenda al 34% in Veneto, e si collochi invece fra un minimo del 7% ed un massimo del 22% nelle quattro regioni del Sud.

Va infine notato che l’equità della spesa pubblica va considerata anche alla luce delle condizioni strutturali in cui si svolge il servizio, seguendo ad esempio le chiare indicazioni della Legge 42/2009 sul federalismo fiscale. Mediamente, la condizione degli edifici scolastici nelle quattro regioni del Sud è peggiore rispetto alle tre del Nord, come si evince dalla percentuale di scuole con necessità urgente di manutenzione, come da tutti gli altri dati disponibili sui loro assetti strutturali (cfr. Legambiente, Ecosistema Scuola 2018). Tali scarti tendono ad aumentare, invece di ridursi, come si può vedere dall’ultima colonna della tabella 3, che mostra come, nella media 2014-16 le spese in conto capitale, rapportate sempre al numero di studenti siano state significativamente inferiori nel Mezzogiorno, nonostante includano anche le risorse disponibili attraverso i Fondi Strutturali e il Fondo Sviluppo e Coesione. Si noti che il dato, di fonte CPT, è riferito al totale delle Amministrazioni Pubbliche; le spese per investimenti sono quasi totalmente a carico delle amministrazioni regionali e locali.

Tutto ciò consente agevolmente di concludere che la rappresentazione delle tre regioni del Nord come penalizzate da una inferiore spesa per istruzione scolastica è fortemente distorsiva. E che la richiesta di ottenere la spesa media nazionale pro-capite comporterebbe una penalizzazione degli studenti delle altre regioni – ed in particolare degli studenti delle elementari nei piccoli comuni – contraria ad ogni principio equitativo e ad ogni ragionevole politica di sviluppo: che non può che puntare ad un forte potenziamento dell’istruzione, in particolare nelle regioni più deboli. Appare certamente censurabile che un’amministrazione centrale, il Dipartimento per gli Affari Regionali e le Autonomie, utilizzi strumenti di propaganda politica a sostegno delle richiesta di alcune regioni, a danno di altre regioni.

Già pubblicato il 16 aprile 2019 su Menabò di Etica e Economia col titolo:

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29 Commenti

  1. Poi “qualcuno” contesta la mia definizione di borbonico-giacobini… Siete proprio questo: un miscuglio indigesto di meridionalismo piagnone e giacobinismo fuori tempo massimo. Dovreste emigrare oltralpe, dai vostri maestri francesi (con tutti i loro intellettualoidi astratti e francamente pallosi quanto pochi, come voi del resto) che hanno ispirato l’architettura istituzionale di questo sventurato “paese”. Ammesso che i Gilet Gialli, cioè la Francia profonda che, come in Italia, non sopporta la propria classe intellettuale/oide, non vi caccino, beninteso. Gianfranco Viesti, Pino Aprile, Marco Esposito o simile compagnia meridional-cantante possono sproloquiare quanto vogliono ma lo stato meridional-giacobino rappresenta, per la parte produttiva ed europea di questo “paese”, solo un ostacolo al libero sviluppo. Non a caso anche le regioni “rosse” (tra poco ex tali, suppongo), pur tra mille distinguo, si sono accodate alle richieste di autonomia di Lombardia e Veneto. Io preferisco leggere Carlo Cattaneo, Robert Putnam o Luca Ricolfi, rispetto a queste macchiette napoletane. L’autonomia (il regionalismo ce lo abbiamo già, capre), oltre a convenirci, è una questione di principio e di libertà. Sappiatelo.

    • Un pacato e lucido commento di SMS Consulting, alias S.S., autore di imprescindibili studi celtici per la casa editrice Fonte di Connla (Fonte primordiale della conoscenza nella Tradizione celtica irlandese, con la “T” maiuscola). Alcuni anonimi sono così lucidi da non rendersi conto che sono facilmente identificabili.
      _________
      P.S. Posso assicurare i nostri lettori che SMS Consulting non è un finto commentatore, ideato a fini satirici dalla redazione di Roars.

    • Va detto che G. Viesti si è limitato a fare due conti sui dati di spesa. Se i conti sono sbagliati basta spiegare dove sta l’errore. Se invece sono giusti, a nulla vale tirare in ballo Borboni, giacobini, meridionalismo, maestri francesi, intellettualoidi astratti e pallosi e macchiette napoletane. I numeri sono quelli e quelli rimangono, almeno per chi antepone i fatti ai furori ideologici.

    • Non vi è più fiducia nella politica, per via di queste sparate. Ci siamo rassegnati al fatto che vengano votati. Che intellettuali (suppongo) si esprimano in questi termini fa davvero temere il peggio.
      Ben venga chi raccoglie e commenta dati. Ancor più chi spiega come certe affermazioni non reggano se comparate a dati oggettivi. Il problema vero è che nessuno li ascolta.
      Tutto andrebbe bene se non ne andasse del destino degli altri. E’ in questi giorni all’attenzione di tutti la necessità di medici che non abbiamo, grazie ad un orientamento errato (ed anche ad una insulsa selezione nell’ammissione ai corsi). In questo caso è il Paese a trovarsi in difficoltà. Altri esempi di orientamento sbagliato all’interno delle facoltà, non innocente, ma guidato da meschini interessi personali, si potrebbero fare. Perciò, io leggo sempre chi commenta dati, verificabili, di fonti accertabili.

    • Una logica ineccepibile:
      1) Lo stato meridional-giacobino è un ostacolo per l’Italia.
      2) Le regioni rosse sono un ostacolo per l’Italia.
      3) Solo una piccola parte dell’Italia non è un ostacolo per l’Italia!
      Ahahahaha!

      L’Autonomia è proprio il contrario della libertà, dato che sacrifica la scuola sull’altare del mercato.

  2. La precisazione di De Nicolao è estremamente necessaria. Anch’io mi chiedevo se mai potesse esistere una persona di tale ignoranza che di fronte a dati economici, anzichè provare a comprenderli e a smontarli, preferiva sciorinare il solito repertorio di offese antimeridionalistiche. Il fatto che esista realmente la dice lunga sul punto in cui siamo arrivati. Al Sud la Lega avanza riciclando riciclando la peggiore classe politica e diffondendo slogan razzisti contro i ‘negri’, mentre al Nord viene fuori il vero e unico obiettivo di sempre: dividere l’unità, anzichè rafforzarla. C’è da meditare a lungo…
    Comunque, aspetteremo di sapere dove Viesti ha sbagliato, conti alle mano…sarà l’attesa di Godot?

  3. Beh però “miscuglio indigesto di meridionalismo piagnone e giacobinismo fuori tempo massimo” ci mancava alla collezione ! La fantasia dei nostri lettori di assegnarci definizioni strampalate è pari alla loro incapacità di capire la realtà e, spesso, si accompagna al loro coraggio da tasteria.

  4. Sul tema interviene anche Vincenzo Visco con un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore del 4.5.2019. Considerazioni più generali, ma nella stessa direzione dell’articolo di G. Viesti.
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    “[…] Ma in proposito il dibattito è dominato da due equivoci di fondo: innanzitutto è convinzione molto diffusa che le Regioni del Nord dispongano oggi di risorse minori rispetto a quanto sarebbe “giusto”. Si tratta di una impressione) errata, in quanto la spesa pro-capite delle Regioni settentrionali è già oggi superiore a quella delle Regioni del Sud di circa il 30%, mentre la pressione tributaria (riferita a imposte erariali, addizionali regionali e Irap) risulta in non poche Regioni del Sud analoga e talvolta superiore a quella delle Regioni del Nord. In altre parole a Sud si spende di meno pur tassando nella stessa misura.

    L’altro equivoco deriva dal principio della territorialità delle imposte, secondo cui i territori più ricchi avrebbero diritto a disporre di maggiori risorse da spendere, mentre in uno Stato unitario cio che è importante è che i ricchi e i poveri paghino le stesse imposte indipendentemente dalla circostanza di risiedere, per esempio, a Milano oa Napoli. Il fatto che a Milano ci siano più ricchi che a Napoli dovrebbe essere irrilevante. E del resto nessuno si spinge a sostenere, seguendo la stessa logica, che in una città come Roma, gli abitanti dei Parioli avrebbero diritto a ricevere maggiori servizi di quelli di Tor Bella Monaca! […]”
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    • Mi dichiaro ufficialmente offeso. Mi possono dire di tutto: cialtrone, comunista di merda, membro di un collettivo, etc etc. Ma ‘cattocomunista’ no, non lo posso proprio accettare.

  5. Tutta pubblicità gratuita, il che non guasta… Ad ogni modo, dubito che il professor de Nicolao abbia la competenza per giudicare opere altrui nel campo in questione, considerando quanto ebbe a scrivere qualche anno or sono, denigrando la rivista della quale mi onoro di essere redattore da più di un ventennio (e che, incidentalmente, vede tra i suoi collaboratori alcuni illustri accademici, non solo italiani, che “forse” ne sanno un poì di più di de Nicolao, parlando di archeologia e non di teoria dei controlli). Alle reazioni scomposte ci sono abituato e che mi arrivino da “comunisti” e “fascisti” è per me un onore. Detto ciò, della Lega nun me po’ fregà de meno (suppongo che a questa frase seguiranno prevedibili e pavloviane reazioni), al massimo posso considerarla un utile strumento quando sostiene battaglie politiche che condivido. Termino con due pacate puntualizzazioni… a) Non è necessario essere economisti per sostenere a ragion veduta ciò che io sostengo, ad ogni modo ciò che io sostengo lo sostiene anche un uomo di sinistra come Luca Ricolfi che tanto ignorante in economia non sarà. b) Non ho mai sostenuto che le regioni rosse siano un ostacolo allo sviluppo dell’Italia. Sostengo invece che lo stato italiano (almeno per come è oggi) sia un ostacolo allo sviluppo delle regioni “del nord”, incluse quelle “rosse”.

  6. Dimenticavo… Domineddio, che l’Irlanda abbia una tradizione celtica spero lo sappiate persino voi, dato che vi proclamate eredi della superiore cultura italiana, minacciata dal complotto neoliberista di Zaia e Fontana! P.S. Invece Soros o De Benedetti pagano lo stipendio a me ed ai miei amici…

  7. Adesso abbiamo capito: la rivista è Terra Insubre. L’avevamo menzionata in relazione agli elenchi Anvur di riviste scientifiche, utili per l’abilitazione nazionale, pubblicati nel 2012:
    https://www.roars.it/online/sesso-droga-e-chiesa-le-pazze-riviste-anvur-sempre-piu-pazze-episodio-2-della-trilogia/

    _________________
    Noi ci eravamo limitati a un copia incolla di quanto stava scritto sulla rivista stessa, niente di più e niente di meno. Non ci permetteremmo mai e poi mai di ironizzare su un titolo come “Mondo selvatico, forze primordiali, identità”.
    _________________

    21. TERRA INSUBRE

    L’Associazione Culturale Terra Insubre nasce a Varese nel 1996, iniziando da subito le pubblicazioni dell’omonima rivista e facendosi ben presto notare per la sua vivacità, per il prestigio delle collaborazioni su cui può contare e per la capacità di coinvolgere un numero sempre crescente di sostenitori e di simpatizzanti. Numerosi sono stati gli eventi organizzati dall’Associazione nel corso degli anni. Da segnalare soprattutto, pur non dimenticando decine di altri eventi minori di varia natura, la grande mostra sui Celti tenutasi a Varese tra il 2004 e il 2005, il festival celtico dell’Insubria del Ticino, che ormai da molti anni si tiene in primavera a Marcallo con Casone, e la manifestazione “Insubria Terra d’Europa”, che annualmente si ripropone a Varese nei mesi di Maggio e Giugno e che nel centro storico della città presenta mostre e convegni su tematiche storiche, identitarie e di attualità, oltre ed eventi teatrali e musicali di altissimo livello, senza naturalmente dimenticare altri temi strettamente legati alla nostra cultura quali la lingua locale e la gastronomia.”

    • Certo, anche lingua locale e gastronomia, tipici oggetti di interesse della NASA, del CERN, ecc. ecc. A Milano si dice “ghe voeuri un bel bec”.

    • Mi perdoni illustrissimo ma tale commento qualifica la sua ignoranza (in senso tecnico) della lingua italiana e di tanto altro. Quando mai io avrei affermato che la NASA, il CERN (per cui io ho lavorato, incidentalmente) o simili si occupino di lingue locali o gastronomia? Riguardo alla gastronomia, rilegga quanto ho scritto. Riguardo alle lingue locali, qui veramente lei dimostra la sua ignoranza… Mai sentito parlare di dialettologia? Di sociolinguistica? Di etimologia? Se non ne ha mai sentito parlare, la invito a colmare le sue lacune. Non ho mai detto, inoltre, che il nostro modesto (ma coltissimo) sodalizio sia paragonabile ad enti di ricerca quali la NASA o il CERN… Conosce il significato di “mutatis mutandis”?

  8. E in milanese si scriverebbe semmai “ghe voeur on bell becch”, se vuole le spiego il perchè. Non solo ha sbagliato lo spelling ma “vuole” si traduce con “voeur” mentre “voeuri” significa “voglio”. In ogni caso non ci vuole coraggio alcuno e lei non capisce nemmeno l’italiano perchè io volevo dire tutt’altra cosa, come spiegato più sopra. Potrei poi chiederle se lei sappia perchè i milanesi, e la maggior parte dei lombardi in senso storico (dubito lei sappia a chi mi riferisco, quindi glielo traduco con “italiani del nord”), usino ad esempio le vocali “alla francese”, come in “voeur”. Questioni come questa non sono degne di studio, secondo lei?

    • Senta, con queste sue perle – che ora pubblico – il suo contributo “culturale” in questa sede è chiuso. Troverà abbondanza di luoghi dove rifugiarsi.
      Bon voyage, illustre.

    • “Ci voglio un bel becco”… Mah… Non credo lei conosca nè l’uno nè l’altro dei differenti sistemi ortografici proposti per il milanese, visto il suo spelling. Per il resto, sono abituato a questo modo di “argomentare”, tipico dei sinistroidi e/o degli italo-unitaristi, e penso che lei ed altri dovreste leggere e riflettere Federico Rampini, uno dei vostri, non dei miei… La sinistra di oggi sparge a piene mani superficialità, banalità e ignoranza della storia… Ha proprio ragione il Rampini!

  9. “E credere di sapere quello che non si sa non è veramente la più vergognosa forma di ignoranza?” diceva un noto filosofo. Non la voglio fare tanto lunga ma chi, perchè “di sinistra” e/o “accademico”, suppone che chi non ricade nelle precedenti categorie dica necessariamente cose false, se “italico” corrisponde pienamente nella definizione di “borbonico-giacobino”. All’illustrissimo docente che, evidentemente, pensa che occuparsi di Celti significhi scrivere di new age, pietre magiche, fiori di Bach, fatine o folletti, potrei inviare qualche scatolone di bibliografia od offrire una visita guidata alla mia biblioteca (di fate e folletti ho anche scritto, in verità, ma in un lavoro apprezzato da antropologi non esattamente della mia parte ideologica). E, dato che “spia” i miei scritti, potrebbe anche consultarne altri e poi dirsi da sè (non pretendo lo dica in pubblico) se è in grado, allo stato attuale delle sue conoscenze, di giudicarne il valore scientifico (o la mancanza di valore). Qui mi fermo e vi lascio a contarvela tra di voi e sul “Manifesto. Quotidiano Comunista”… Non prima di aver fatto notare, ad un’altra gentile interlocutrice, che è tutto da dimostrare che le amministrazioni regionali “del nord” abbiano un malefico piano per “sottomettere la scuola all’economia” e ci sarebbe anche da discutere sul significato di tale espressione. In ogni caso, quelli che “vogliono sottomettere la scuola all’economia” (e che alla fine votate voi, non io) possono avere successo o non successo che la scuola sia centralizzata o che sia regionalizzata. Infatti De Benedetti, la Confindustria o tanti altri “vostri amici” sono notoriamente grandi sostenitori dell’autonomia…

  10. Il signore SMS ha allontanato il dibattito dai punti sui quali ci dobbiamo confrontare: occasione per riflettere sul perché in Italia vi è confusione e non si arriva a contrastare politiche che bloccano la crescita del Paese.

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