Immaginiamo di voler fare una indagine sulla qualità dei ristoranti. Sappiamo già che esistono ristoranti pessimi e sappiamo benissimo quali sono. Nondimeno, decidiamo di costruire la nostra indagine andando a visitare proprio i cattivi ristoranti che hanno una cattiva reputazione). Troveremo senz’altro che un nutrito numero dei ristoranti da noi visitati è di pessima qualità. Scopriremo anche che, occasionalmente e casualmente, persone che credevamo avere gusti raffinati frequentano questi ristoranti. Una indagine così congegnata la possiamo leggere su Internazionale n. 1274, del 21/27 settembre 2018) grazie a una inchiesta che ha impegnato una folta squadra di giornalisti del Süddeutsche Zeitung Magazin, in collaborazione con giornalisti di altre testate tedesche e internazionali come il New Yorker e Le Monde. I nostri reporter, dopo aver appurato quello che sapevano già dall’inizio, e cioè che gli editori farlocchi (gli editori predatori) sono davvero farlocchi, fanno derivare dalla conferma di questo dato già noto lo “smoking gun” del generale clima di sfiducia venutosi a creare intorno alla ricerca scientifica. Come osservano Paola Galimberti e Umberto Izzo, il messaggio che l’inchiesta tende ad accreditare, e cioè che l’open access sia la causa del proliferare dell’editoria predatoria, è radicalmente sbagliato: “Verrebbe da pensare, ma noi ci rifiutiamo fermamente di crederlo – che l’articolo sia frutto di una scelta deliberata, messa in campo con sapiente determinazione e generosa disponibilità di mezzi da professionisti della penna, messi sotto contratto dai grandi gruppi editoriali che in prima battuta hanno pubblicato l’inchiesta per difendere l’esistente – lo status quo della buona, affidabile, integerrima e severissima editoria vecchio stile nelle mani dell’oligopolio della editoria scientifica mondiale – che sì, riversa i suoi costi esorbitanti sui bilanci di tutte le “serie” istituzioni di ricerca del mondo ritraendone enormi profitti“. Non è che il vero colpevole sono invece i sistemi di valutazione della ricerca quantitativi, che creano le condizioni perché i ricercatori siano disposti a tutto pur di produrre “prodotti della ricerca” per fare carriera?

 

Immaginiamo di voler fare una indagine sulla qualità dei ristoranti. Sappiamo già che esistono ristoranti pessimi e sappiamo benissimo quali sono. Nondimeno, decidiamo di costruire la nostra indagine andando a visitare i ristoranti della nostra lista (i cattivi ristoranti che hanno una cattiva reputazione). Quale potrà mai essere l’esito di questa indagine? Troveremo senz’altro che un nutrito numero dei ristoranti da noi visitati è di pessima qualità. Scopriremo anche che, occasionalmente e casualmente, persone che credevamo avere gusti raffinati frequentano questi ristoranti (esempio tratto liberamente da questo articolo di Olijhoek e Tennant).

Ipotizziamo ora di voler avviare una indagine sugli editori che non fanno seriamente il proprio lavoro, che pubblicano qualsiasi cosa velocemente, facendosi pagare cifre più o meno modeste, che non applicano alle ricerche pubblicate alcun filtro di qualità, che costruiscono i loro board scientifici all’insaputa dei membri o che nei board inseriscono persone di fantasia, e che mettono in atto meccanismi di peer review inesistenti o farlocchi. Ci rivolgeremo a quegli editori (i cui nomi e indirizzi ci sono peraltro già in qualche modo noti da precedenti indagini di dubbio valore, o perché questi editori ci hanno contattato per email offrendoci i loro servizi), fingendoci scienziati in cerca di pubblicazione e faremo pubblicare il nostro lavoro di nullo valore scientifico in poco tempo pagando la cifra richiesta. Quale mai potrà essere l’esito di un’indagine così congegnata?

Una indagine così congegnata la possiamo leggere (anche nella traduzione italiana, pubblicata con l’enfasi del lancio di copertina su Internazionale n. 1274, del 21/27 settembre 2018) grazie a una inchiesta che ha impegnato una folta squadra di giornalisti del Süddeutsche Zeitung Magazin, in collaborazione con giornalisti di altre testate tedesche e internazionali come il New Yorker e Le Monde (i quali dichiarano di aver indagato per mesi, analizzando un campione di circa 175.000 articoli scientifici).

I nostri reporter, dopo aver appurato quello che sapevano già dall’inizio, e cioè che gli editori farlocchi (gli editori predatori) sono davvero farlocchi, fanno derivare dalla conferma di questo dato già noto lo “smoking gun” del generale clima di sfiducia venutosi a creare intorno alla ricerca scientifica.

Sembrerebbe che i nostri reporter non abbiano mai letto un articolo di Ioannidis, che già nel 2005 denunciava il problema della inconsistenza di molte delle ricerche pubblicate, e che siano rimasti ignari del fatto che esiste, ormai da tempo, un problema di irriproducibilità delle ricerche scientifiche (Nature ha dedicato dei numeri speciali a questo tema qui e qui). E invece no. Il possente team di investigatori messo in campo da alcune testate prestigiose dell’editoria giornalistica internazionale conosce bene il tema del publish or perish. L’inchiesta, infatti, non omette di citare un recente articolo di Ioannidis, Klavans e Boyack pubblicato su Nature.

“Per riuscire a ottenere fondi per la ricerca e avanzamenti di carriera, i ricercatori sono costretti a pubblicare il più possibile, secondo il monito ‘pubblica o muori’. Alcuni sono particolarmente prolifici”

Ma, se esiste una ragione che costringe i ricercatori a pubblicare sempre di più, perché la prima causa per il proliferare degli editori predatori è individuata nell’open access? E’ infatti questa la tesi accreditata dalla lettura dell’inchiesta.

“Il settore della falsa scienza sfrutta un’idea di per sé buona: l’Open access”

Quale sarebbe il legame di causa/effetto che s’instaura fra un modello di business che prevede che il lavoro di un ricercatore sia reso disponibile gratuitamente all’intera comunità scientifica e la c.d. pseudoscienza?

Verrebbe da pensare, ma noi ci rifiutiamo fermamente di crederlo – che l’articolo sia frutto di una scelta deliberata, messa in campo con sapiente determinazione e generosa disponibilità di mezzi da professionisti della penna, messi sotto contratto dai grandi gruppi editoriali che in prima battuta hanno pubblicato l’inchiesta per difendere l’esistente – lo status quo della buona, affidabile, integerrima e severissima editoria vecchio stile nelle mani dell’oligopolio della editoria scientifica mondiale – che sì, riversa i suoi costi esorbitanti sui bilanci di tutte le “serie” istituzioni di ricerca del mondo ritraendone enormi profitti, ma vuoi mettere la serietà di questi editori di prestigio, con quella dei ciarlatani predatori che proliferano sotto le “pericolose” buone insegne del movimento Open Access?

Perché questo è, in sintesi, il messaggio che resta nella testa del lettore poco smaliziato, dopo aver letto l’articolo ripubblicato in Italia da un giornale che per giunta è di solito assai attento alla qualità delle cose che seleziona e traduce, come Internazionale (a tal proposito sarebbe bello se questo settimanale dedicasse nei prossimi numeri una meritevole attenzione al più ampio e pernicioso fenomeno che è a monte del tema indagato dall’inchiesta del SZM, ovvero le chine scivolose imboccate dai meccanismi di valutazione pubblica della ricerca e la trasformazione della bibliometria in “Scienza di Stato”, specie alle nostre latitudini).

Il messaggio che l’inchiesta tende ad accreditare, e cioè che l’open access sia la causa del proliferare dell’editoria predatoria, è radicalmente sbagliato. E’ la comunità scientifica che alla fine giudica la bontà e la robustezza di una ricerca, e più questa ricerca è accessibile, più è facile giudicarla per i pari. Non solo i revisori, ma tutti i pari. Quindi, paradossalmente, se pubblico un articolo senza fondamento scientifico ad accesso aperto, questa cosa presto o tardi mi si ritorcerà contro, perché chiunque potrà leggerlo e delle fandonie farlocche pubblicate a mio nome resterà imperitura traccia nel web.

Se allora i nostri valenti reporter sanno che c’è un problema di publish or perish che affligge da anni la ricerca scientifica e ne mina i fondamenti etici, perché accreditare l’impressione di un legame diretto fra falsa scienza e open access? Quante delle retractions eccellenti listate in retraction watch sono pubblicate in riviste open access?

Sarebbe più corretto dire che

Il settore della falsa scienza prolifica laddove i sistemi di valutazione sono soprattutto quantitativi

e che questo fenomeno non è affatto da mettere in correlazione con il modello di disseminazione utilizzato, ma con l’ansia da prestazione generata dai meccanismi di valutazione quantitativi che ormai impazzano nelle agende dei sistemi nazionali di valutazione (ogni riferimento diretto alle pratiche entusiasticamente sposate – con un tocco di italica creatività: le fasce A e B delle riviste non bibliometriche e le mediane che di queste fasce fanno uso, ne sono mesti esempi – dal sistema della valutazione pubblica imposto da ANVUR ai ricercatori italiani, è voluto).

Non sarebbe più rispondente al vero concludere che i predatory publishers, e tutti i rilievi così minuziosamente  evidenziati dall’inchiesta di cui qui si parla, sono l’effetto più diretto (e deleterio) di sistemi di valutazione nei quali la pressione sui ricercatori diventa così insostenibile che, pur di avere una ricerca pubblicata nei tempi richiesti dai finanziatori e dalle istituzioni, si ricorre a qualsiasi strumento disponibile senza pensarci troppo su?

Come pure fanno notare gli autori dell’articolo citato in apertura, esistono ormai da tempo ottimi sistemi per la individuazione delle riviste su cui pubblicare, per capire se queste sono riviste serie e affidabili o truffe. Uno di essi è Think Check Submit tradotto ormai in moltissime lingue. E una white list per le riviste open access (tra l’altro considerata anche riferimento per la Commissione europea) è la directory of open access journal.

Yes, ‘predatory’ publishing practices are a problem, but this is a relatively small issue compared to the fact that the vast majority of our global research corpus remains a private commodity owned by a small number of multi-billion-dollar corporations. Let us focus our efforts on the bigger problems here, and make sure that we are truly seeing the forest as well as the trees” (Olijhoek e Tennant).

Disclosure: Paola Galimberti è editor della DOAJ per l’Italia, la Germania, l’Austria e la Svizzera. L’articolo è stato scritto con la collaborazione di Umberto Izzo.

 

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2 Commenti

  1. In una lettera a Valentino Gerratana del 15 ottobre 1950 Italo Calvino chiedeva questo: “Credi sempre che la guarigione sia nel ragionamento, nell’aver chiarito teoricamente il problema, mentre invece la coscienza della via di soluzione di un problema morale non si può avere che contemporaneamente alla sua soluzione pratica effettiva?” La domanda madre è in effetti quando si potranno avere soluzioni giuste ai problemi sollevati? Chi ha investigato gli iperproduttivi (mi riferisco a uno degli articoli citati, di Ioannidis e altri) crede veramente nella iperproduttività senza vedere almeno un iperproduttivo all’opera, nel suo ambiente lavorativo e privato? Vorrei veramente leggere la descrizione di una giornata tipo degli iperproduttivi e degli stratagemmi per diventare iperproduttivo, un articolo ogni 5 giorni. Fantascienza o manicomio puro.

  2. Il problema è senza dubbio l’iperproduttività a cui si aggiunge, però, una valutazione che diventa non comprensibile, perché non si esplicitano i criteri o, comunque, questi criteri risultano avere un significato in contraddizione con quelli di altri gruppi. Insomma, bisogna prima studiarsi le commissioni e la loro rete di collegamenti prima di far domanda per la valutazione.
    Come dire, studiare, scrivere con impegno, cura, dedizione alla scienza non è detto che porti all’avanzamento di carriera.

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