Nel primo post del dopo elezioni, Anna Angelucci fa il punto su cosa è successo alla scuola italiana dalla riforma Berlinguer della fine dello scorso millennio alla “Buona Scuola” renziana. In attesa di sapere se ci sarà qualcuno che potrà finalmente rendersi conto degli errori commessi in questo ventennio, per tentare – urgentemente – di porvi rimedio e invertire la rotta. 

Ci sono due cose che mi sembra importante sottolineare prima di ogni discorso sulla scuola.

La prima è un paradosso: oggi si può parlare di scuola senza mai nominare la parola ‘cultura’, ma non si può parlare di scuola a prescindere dall’economia.

La seconda è una necessità storica: riflettere sulla Buona scuola e sulle sue implicazioni significa andare a ritroso nel tempo, rintracciandone la genesi nel quadro nazionale e internazionale che nel 1997 avviò il percorso giuridico dell’autonomia scolastica[1], contenuta nell’articolo 21 della legge Bassanini sulla semplificazione della pubblica amministrazione.

Un percorso che si snoda dunque lungo un ventennio, in cui la scuola pubblica italiana – nata con la Costituzione e poi delineatasi con progressivi ampliamenti nei primi decenni della nostra storia repubblicana e che aveva trovato negli organi collegiali un modello esemplare di governo democratico e partecipativo – non poteva rimanere indenne dal processo di revisione politico-culturale e sociale innescato dalla potente offensiva economica neoliberista.

“Le scuole saranno più efficienti se saranno sottoposte alle leggi del mercato capitalistico e, come tutte le aziende, entreranno in concorrenza le une con le altre per attirare i loro clienti: gli studenti”,

scriveva il premio Nobel per l’economia Milton Friedman nel 1955, immaginando un’equazione concorrenza-efficienza che, alla prova dei fatti, così come molti altri assunti economici, si è rivelata totalmente fallimentare e non solo nel campo dell’istruzione.

Il processo di privatizzazione della scuola pubblica si è svolto in Italia all’interno di una cornice sovranazionale e internazionale[2], con logiche e finalità comuni fortemente determinate da una serie di provvedimenti top down che dai Trattati dell’Unione europea, attraverso le Raccomandazioni del Parlamento europeo e le Indicazioni della Commissione europea, arrivano alle determine dell’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, e finanche alle missive private che banchieri e ministri degli affari economici europei hanno scritto in questi anni ai nostri Governi.

Gli imperativi categorici dei potentati internazionali hanno trovato in Italia ampia eco e una ricca messe di convergenze politiche e istituzionali: ai ministri si sono affiancati accademici, burocrati, opinionisti, giornalisti, esponenti di associazioni, movimenti e fondazioni, organizzazioni sindacali e confindustriali compiacenti e collaborativi nel disegnare il nuovo modello dell’istruzione, nella sua filiera completa dalla scuola dell’infanzia all’università: un modello che, nei suoi risvolti sociali, ci vuole trasformati da cittadini (cioè abitanti di una res publica, agenti in uno spazio collettivo, membri di una comunità che si riconosce nell’interesse generale) in prosumers e stakeholder (cioè portatori di un interesse economico, abitatori di una res privata, di uno spazio individuale o settoriale, destinato al soddisfacimento di particolari interessi materiali, propri o altrui).

Questa trasformazione è funzionale alla scelta che, a tutti i livelli, si sta facendo da tempo nelle politiche di governance nel settore economico e in ambito istituzionale, nel privato e nel pubblico. Politiche che vedono nell’economia imprenditoriale il modello unico e globalmente esportabile di regolazione sociale e di gestione dello Stato, affinché lo Stato, con la sua attività normativa e legislativa, garantisca al mercato l’esercizio del suo monopolio e le condizioni della sua egemonia.

Sotto questo profilo, io credo che il senso ultimo della trasformazione della scuola negli ultimi 20 anni non sia altro che la riformulazione della dimensione neoliberista inaugurata dall’autonomia di Berlinguer – con il suo portato di deregolamentazione funzionale, gestionale, didattica finalizzato alla libera competizione delle scuole sul mercato dell’istruzione – proprio attraverso l’iper-regolamentazione dei 212 commi della ‘Buona scuola’ di Renzi: un unico articolo di legge che insiste sull’autonomia scolastica, con 212 dispositivi normativi che impongono, in modo cogente e prescrittivo, esattamente come realizzare quei processi di privatizzazione, aziendalizzazione, gerarchizzazione e verticismo, mercificazione del sapere, flessibilizzazione del lavoro, anglofonia, digitalizzazione e scuola d’impresa messi in campo 20 anni fa con l’articolo 21 della legge Bassanini, una legge di riforma della pubblica amministrazione che assimilava anche le scuole ‘finalmente’ autonome ai dettami del new public management e della public governance. In cui – dal sito della Presidenza del Consiglio –  “si ridefiniscono i ruoli dei soggetti pubblici: all’autorità politica compete di operare ad un livello strategico, svincolandosi dalla gestione operativa che deve essere svolta dalla macchina amministrativa, mentre le azioni politica e amministrativa si aprono e favoriscono la concertazione tra pubblico e privato, abbandonando la visione ‘adversarial’ dei rapporti tra l’autorità pubblica e il business privato”. Abbandonare la visione ‘adversarial’ per assumere il principio della sussidiarietà: che non è più solo quella ‘verticale’, dallo Stato agli Enti locali, auspicata dalla Costituzione attraverso il decentramento amministrativo per snellire la macchina dell’organizzazione e per avvicinare i cittadini ai luoghi decisionali, ma è quella ‘orizzontale’, delle istituzioni autonome che creano sinergie col territorio, in cui le istituzioni amministrative autonome, ergo la scuola, nel territorio cercano sostegno economico, investitori e  finanziamenti privati, dalle famiglie alle imprese.

Tutto il lessico  e la sintassi (dunque i testi, le indicazioni, le regole, le norme, le leggi) con cui si esprime l’organizzazione della scuola autonoma e la sua pedagogia neoliberista discendono dal linguaggio delle istituzioni economico-finanziarie e dal modello cui si riferiscono e che veicolano: dallo stilema best practices (letteralmente, “iniziative imprenditoriali finalizzate a massimizzare l’economicità, l’efficienza, l’efficacia, la sostenibilità di un progetto promosse dalla Banca Europea degli Investimenti”), ovvero ‘buone pratiche’, mito tracimante nei discorsi che riguardano le attività didattiche di scuola e università, fino a debiti formativi, crediti scolastici, successo formativo, sfide, eccellenza, meritocrazia, utenza, flessibilità, competizione e competenza, efficienza, accountability: un intero vocabolario importato dall’economia e dal management delle risorse umane che in questi 20 anni ha contribuito alla codificazione della neolingua orwelliana con cui è stato formulato il discorso sull’autonomia e, oggi, sulla legge 107, non a caso chiamata la ‘Buona scuola’[3].

Un linguaggio che esprime una precisa forma mentis, una precisa visione del mondo. Un’ideologia potentissima, ammantata di falsa neutralità e di una moderna adesione allo spirito del tempo[4], perfettamente incarnata da quei dirigenti-manager che ‘vendono’ sul mercato dell’istruzione una scuola senza disabili, senza stranieri e senza poveri.

In ritardo abbiamo capito che in realtà, nella più totale disinformazione e nella mistificazione del discorso politico, le riforme autonomistiche della scuola in Italia sono state nel tempo, di fatto e di diritto, pezzi importanti dell’arretramento dello Stato dall’istruzione pubblica (non a caso il MIUR non è più il Ministero della pubblica istruzione) e, successivamente, in perfetta coerenza ideologica, delle riforme al ribasso del mercato del lavoro. E non solo perché c’è una generica convergenza tra gli interventi normativi sulle condizioni di lavoro, tutti miranti ad ampliare precarietà, mobilità, instabilità, flessibilità, intercambiabilità dei lavoratori, e gli interventi normativi sulla scuola degli ultimi 20 anni, che partono dall’autonomia come viatico per la privatizzazione e l’aziendalizzazione della scuola pubblica, poi vedono imporre la troika ‘internet, inglese, impresa’ di berlusconiana memoria e l’alternanza scuola-lavoro istituita nel 2003 dalla sua ministra dell’istruzione Letizia Moratti e confluiscono, infine, tutti in perfetta armonia, nella legge 107.

No, non è solo un gioco di analogie e consonanze, che si fanno eco in una comune dimensione ideologica e in perfetta contiguità e continuità politica. L’ultima riforma dell’autonomia scolastica in Italia è un pezzo importante delle riforme del mercato del lavoro, perché sta dentro un gioco di scatole cinesi in cui le recentissime disposizioni di legge emanate dal MIUR e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che insieme istituiscono il ‘Quadro nazionale delle qualificazioni rilasciate nell’ambito del Sistema nazionale di certificazione delle competenze’ + il D.L.13/2013 che definisce le ‘Norme generali e dei livelli essenziali delle prestazioni per l’individuazione e validazione degli apprendimenti non formali e informali’ a norma dell’art. 4 della legge 92/2012, cioè la legge Fornero, + i ‘Modelli nazionali di certificazione delle competenze al termine del primo ciclo’ appena emanati + il ‘Quadro europeo delle qualifiche’ + il Jobs act + la 107 che proprio al Jobs act rimanda per la “valorizzazione dell’apprendistato finalizzato all’acquisizione di un diploma di istruzione secondaria superiore” – incrociando perfettamente le direttive europee in materia di istruzione e obbedendo ai dettami di Confindustria – sono tutte disposizioni che si rincorrono e si parlano in un incastro di reciproci e precisi riferimenti normativi.

Avendo come fine ultimo la creazione dell’individuo globale del terzo millennio: de-referenzializzato, de-costituzionalizzato, de-contrattualizzato, de-localizzato. Lo studente perfetto e il lavoratore perfetto: competente come un idiot savant, abile in lavori scarsamente qualificati, flessibile e fungibile per lo sfruttamento e il precariato e senza alcuna consapevolezza storica, giuridica, sociale, culturale e politica.

Questo sta succedendo alla scuola pubblica oggi, dopo 20 anni di autonomia: la totale subalternità ad una visione mercato-centrica che l’ha trasformata da istituzione a servizio on demand.

In cui si impone per legge come unica innovazione didattica quella digitale, con i suoi correlati di commercializzazione dei dati degli studenti, di depersonalizzazione, standardizzazione e adattamento dei processi di conoscenza alla modalità ‘computer’, di un uso estensivo della tecnologia nella valutazione che la trasforma da processo a prodotto, di servizio reso agli interessi economici dell’industria informatica.

In cui si piegano insegnanti e studenti all’idolatria di un mercato del capitale umano che rigetta tutto ciò che non risponde al più brutale e immediato utilitarismo, calpestando cultura e saperi, che riduce la scuola a scuola d’impresa e a scuola per l’impresa, che trasforma l’istruzione in istruzione per l’uso, dimenticando che nessuna professione può essere esercitata bene se non all’interno di una formazione più vasta – che guardi all’uomo e non al produttore/consumatore – e che orientare la scuola esclusivamente alle presunte esigenze immediate del mercato del lavoro è una scommessa perduta in partenza. 20 anni di autonomia hanno cancellato la scuola pubblica, non più scuola ma ‘ambiente di apprendimento’, ‘agenzia educativa’ costretta a competere con i momenti dell’istruzione ‘non formale’ o ‘informale’ (la televisione, lo schermo dello smartphone, la strada, la palestra, la parrocchia o, come per l’ultima ministra, il sindacato) in cui al valore d’uso delle conoscenze – intese come attivatori di processi di comprensione, di interpretazione e di cambiamento – è stato sostituito il valore di scambio delle competenze – perimetrabili, finalizzabili, misurabili, fungibili.

Sacrificando, per docenti e studenti, ogni spazio di libertà.

[1] C. Iannicelli, La trasformazione della scuola nell’ultimo decennio. Aspetti normativi, pedagogici e didattici, Educazione&Scuola, a.XVI, n.1008, agosto 2011  (http://www.edscuola.it/archivio/ped/trasformazione_scuola.pdf)

[2] G. Allulli, Dalla strategia di Lisbona a Europa 2020, ottobre 2010, Ciclo di lezioni su Politiche europee della formazione e delle risorse umane (https://elearning2.uniroma1.it/pluginfile.php/290352/mod_resource/content/1/da%20lisbona%20a%20europa%202020.pdf)

[3] N. La Fauci, ‘Scuola’ oggi è una parola della neolingua? (http://www.doppiozero.com/materiali/scuola-e-oggi-una-parola-della-neolingua)

[4] A. Angelucci, Back to school con Renzi l’americano, Il Manifesto, 25 febbraio 2018 (https://ilmanifesto.it/back-to-school-con-renzi-lamericano/)

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6 Commenti

    • Se gli “accademici di area pedagogica” non sentono il bisogno di partecipare al dibattito, non abbiamo particolari mezzi per costringerli.

  1. Solo per capire come leggiamo su Roars: qualsiasi articolo di qualsiasi persona che scriva di un argomento relativo alle politiche scolastiche o universitarie viene pubblicato su Roars senza nessun filtro da parte di persone che si occupano della ricerca in quel campo?…

  2. Si può fare di più: io proporrei che gli articoli sulla politica scolastica siano scritti solo da chi ha conseguito i 24 CFU antropo-psico-pedagogici, così la qualità (o addirittura l’eccellenza) è assicurata.

  3. Tutti gli articoli vengono revisionati e approvati dalla redazione, raccogliendo, quando necessario, anche il parere di esterni. Se un articolo pubblicato sul blog appare poco convincente, nulla impedisce di sottoporci un articolo di critica.

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