Pubblichiamo la traduzione italiana delle riflessioni di Michael J. Sandel sul New York Times del 13 marzo 2020. 

“Mobilitarsi per affrontare la pandemia e, alla fine, per ricostruire l’economia in frantumi, richiede non solo competenze mediche ed economiche, ma anche un rinnovamento morale e politico. Dobbiamo porci una domanda fondamentale: che cosa ci dobbiamo reciprocamente come cittadini? In risposta alle crescenti disuguaglianze, i politici mainstream sia democratici che repubblicani hanno fatto appello, negli ultimi decenni, ad una maggiore parità di opportunità – migliorando l’accesso all’istruzione universitaria in modo che tutti, qualunque sia il loro punto di partenza nella vita, possano crescere quanto permette loro l’impegno e il talento.  […] Ma come risposta alla disuguaglianza, la promessa che chi è dotato di talento sarà in grado di salire la scala del successo ha un lato oscuro. Parte del problema è che non siamo all’altezza dei principi meritocratici che proclamiamo. Per esempio, la maggior parte degli studenti dei college e delle università altamente selettivi proviene da famiglie benestanti. C’è anche un problema più profondo: una meritocrazia anche se perfetta, in cui le opportunità di avanzamento fossero davvero eque, corroderebbe la solidarietà. Concentrarsi sull’aiutare i talenti a salire la scala del successo può impedirci di accorgerci che i gradini della scala si allontanano sempre di più. […] La pandemia di coronavirus ci ha improvvisamente costretti a riconsiderare quali siano i ruoli sociali ed economici più importanti. […] Molti dei lavoratori essenziali durante questa crisi svolgono lavori che non richiedono una laurea […]. Oltre a ringraziarli per il loro servizio, dovremmo riconfigurare la nostra economia e la nostra società perché a questi lavoratori siano accordati un compenso e un riconoscimento che rifletta il valore reale dei loro contributi – non solo in emergenza, ma nella vita quotidiana. […] La vera domanda non è quando, ma cosa: che tipo di economia emergerà dalla crisi? Sarà quella che continua a creare disuguaglianze che avvelenano la nostra politica e minano il senso della comunità nazionale? Oppure sarà un’economia che onora la dignità del lavoro, che premia i contributi all’economia reale, che dà ai lavoratori una voce significativa e che condivide i rischi di malattie e di tempi difficili?”

Michael Sandel insegna filosofia politica ad Harvard ed è l’autore di diversi libri. Feltrinelli ha tradotto Giustizia e Quello che i soldi non possono comprare. E’ in uscita il suo nuovo libro: The Tyranny of Merit: What’s Become of the Common Good?. Le idee di Sandel possono essere ascoltate in questa serie di video. Su youtube la prima lezione del suo corso ha avuto oltre 10 milioni di visualizzazione.  

Mobilitarsi per affrontare la pandemia e, alla fine, per ricostruire l’economia in frantumi, richiede non solo competenze mediche ed economiche, ma anche un rinnovamento morale e politico. Dobbiamo porci una domanda fondamentale che abbiamo eluso in questi ultimi decenni: che cosa ci dobbiamo reciprocamente come cittadini?

In una pandemia, questa domanda si pone con urgenza in riferimento all’assistenza sanitaria: l’assistenza medica deve essere accessibile a tutti, indipendentemente dalla loro capacità di pagare? L’amministrazione Trump ha deciso che il governo federale pagherà i trattamenti per il coronavirus di coloro che non hanno una assicurazione. Resta da capire se sarà possibile conciliare la logica morale di questa politica con l’idea che la copertura sanitaria in tempi normali debba essere lasciata al mercato.

Ma al di là della questione dell’assistenza sanitaria, dobbiamo pensare in modo più ampio al modo in cui affrontiamo la disuguaglianza. Dobbiamo ricompensare meglio il contributo sociale ed economico del lavoro svolto dalla maggior parte degli americani, che non hanno una laurea. E dobbiamo fare i conti con i lati negativi e moralmente corrosivi della meritocrazia.

In risposta alle crescenti disuguaglianze, i politici mainstream sia democratici che repubblicani hanno fatto appello, negli ultimi decenni, ad una maggiore parità di opportunità – migliorando l’accesso all’istruzione universitaria in modo che tutti, qualunque sia il loro punto di partenza nella vita, possano crescere quanto permette loro l’impegno e il talento.  Questo è, di per sé, un principio degno.

Ma come risposta alla disuguaglianza, la retorica dell’ascesa – la promessa che chi è dotato di talento sarà in grado di salire la scala del successo – ha un lato oscuro. Parte del problema è che non siamo all’altezza dei principi meritocratici che proclamiamo. Per esempio, la maggior parte degli studenti dei college e delle università altamente selettivi proviene da famiglie benestanti. In molti college d’elite, tra cui Yale e Princeton, ci sono più studenti provenienti dall’1 per cento superiore che dall’intero 60 per cento inferiore della popolazione del paese.

C’è anche un problema più profondo: una meritocrazia anche se perfetta, in cui le opportunità di avanzamento fossero davvero eque, corroderebbe la solidarietà. Concentrarsi sull’aiutare i talenti a salire la scala del successo può impedirci di accorgerci che i gradini della scala si allontanano sempre di più.

Le meritocrazie producono anche atteggiamenti moralmente sconvenienti tra coloro che arrivano in cima. Più crediamo che il nostro successo sia opera nostra, meno probabilità abbiamo di sentirci in debito, e quindi obbligati, nei confronti dei nostri concittadini. L’enfasi incessante sull’ascesa e sullo sforzo incoraggia i vincitori a inalare troppo profondamente il loro successo e a guardare dall’alto in basso coloro che non hanno credenziali meritocratiche.

Questi atteggiamenti hanno accompagnato la globalizzazione guidata dal mercato degli ultimi 40 anni. Coloro che hanno raccolto i frutti dell’outsourcing, degli accordi di libero scambio, delle nuove tecnologie e della deregolamentazione della finanza sono arrivati a credere di aver fatto tutto da soli, che le loro vincite erano quindi dovute.

L’arroganza meritocratica e il risentimento che essa suscita sono al centro della reazione populista contro le élite. Sono anche potenti fonti di polarizzazione sociale e politica. Una delle divisioni politiche più profonde della politica oggi è quella tra chi ha o chi non ha un diploma di laurea quadriennale.

Negli ultimi decenni, le élite al governo hanno fatto poco per migliorare la vita di quasi due terzi degli americani che non hanno una laurea. E non sono riusciti ad affrontare quella che dovrebbe essere una delle questioni centrali della nostra politica: come possiamo fare in modo che gli americani che non abitano i ranghi privilegiati delle classi professionali trovino un lavoro dignitoso che permetta loro di mantenere una famiglia, contribuire alla loro comunità e conquistare la stima sociale?

Mentre l’attività economica si è spostata dal fare le cose alla gestione del denaro, mentre la società ha elargito ricompense enormi ai gestori di hedge fund e ai banchieri di Wall Street, la stima accordata al lavoro tradizionale è diventata fragile e incerta. In un periodo in cui la finanza ha preteso quote crescenti dei profitti d’impresa, molti di coloro che lavorano nell’economia reale, producendo beni e servizi utili, non solo hanno sopportato salari stagnanti e prospettive di lavoro incerte, ma hanno anche avuto la sensazione che la società abbia meno rispetto per il tipo di lavoro che svolgono.

La pandemia di coronavirus ci ha improvvisamente costretti a riconsiderare quali siano i ruoli sociali ed economici più importanti.

Molti dei lavoratori essenziali durante questa crisi svolgono lavori che non richiedono una laurea; si tratta di camionisti, magazzinieri, addetti alle consegne, agenti di polizia, vigili del fuoco, addetti alla manutenzione dei servizi pubblici, addetti alle pulizie, cassieri di supermercati, assistenti infermieri, inservienti ospedalieri e fornitori di assistenza domiciliare. A loro manca il lusso di poter lavorare dalla sicurezza delle loro case e di tenere riunioni su Zoom. Sono loro, insieme ai medici e alle infermiere che si prendono cura dei malati negli ospedali sovraffollati, a mettere a rischio la loro salute, in modo che il resto di noi possa cercare rifugio dal contagio. Oltre a ringraziarli per il loro servizio, dovremmo riconfigurare la nostra economia e la nostra società perché a questi lavoratori siano accordati un compenso e un riconoscimento che rifletta il valore reale dei loro contributi – non solo in emergenza, ma nella vita quotidiana.

Una tale riconfigurazione supera l’usuale dibattito su quanto generoso o austero dovrebbe essere lo stato sociale. Essa richiede che i cittadini di una democrazia riflettano su ciò che costituisce un contributo al bene comune, e su come tali contributi dovrebbero essere ricompensati – senza presupporre che su queste questioni i mercati siano in grado di decidere da soli.

Per esempio, dovremmo prendere in considerazione un sussidio salariale federale per garantire che i lavoratori possano guadagnare abbastanza per sostenere famiglie, quartieri e comunità fiorenti? Dovremmo rafforzare la dignità del lavoro spostando l’onere fiscale dalle tasse sui salari alle tasse sulle transazioni finanziarie, sulla ricchezza e sul carbonio? Dovremmo riconsiderare la nostra attuale politica di tassare il reddito da lavoro con aliquote più elevate rispetto ai guadagni in conto capitale? Dovremmo incoraggiare la produzione interna di determinati beni – a cominciare dalle maschere chirurgiche, dall’attrezzatura medica e dai prodotti farmaceutici – piuttosto che promuovere l’esternalizzazione nei paesi a basso salario?

Anche quando si ritirano, le pandemie e altre grandi crisi raramente lasciano inalterati i preesistenti patti sociali ed economici. Sta a noi decidere quale sarà l’eredità di questo episodio straziante. La nostra migliore speranza è che i segnali di solidarietà emersi in questo momento crescano fino a ridisegnare i termini del discorso pubblico, per trovare la strada verso un dibattito politico più robusto moralmente rispetto a rancoroso che abbiamo adesso.

Il rinnovamento morale e civile di cui abbiamo bisogno richiede che resistiamo al dibattito che sta emergendo, angosciante, ma mal concepito, su quante vite dovremmo rischiare per rilanciare l’economia. Questo dibattito presuppone che l’economia sia come un negozio del corso principale di una città che accende le luci dopo un lungo weekend e riapre i battenti, proprio come prima.

La vera domanda non è quando, ma cosa: che tipo di economia emergerà dalla crisi? Sarà quella che continua a creare disuguaglianze che avvelenano la nostra politica e minano il senso della comunità nazionale? Oppure sarà un’economia che onora la dignità del lavoro, che premia i contributi all’economia reale, che dà ai lavoratori una voce significativa e che condivide i rischi di malattie e di tempi difficili?

Dobbiamo chiederci se riaprire l’economia significa tornare a un sistema che, negli ultimi quattro decenni, ci ha allontanati, o se possiamo uscire da questa crisi con un’economia che ci permetta di dire, e di credere, che ci siamo dentro tutti insieme.

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8 Commenti

  1. Bellissima lettera.
    Max Brooks (figlio del forse più famoso Mel) in World War Z ha descritto precisamente il ribaltamento dell’importanza delle categorie sociali. In uno scenario semi-apocalittico soldati, medici, agricoltori, tecnici, istruttori e operai sono le categorie essenziali per la società. Poco dopo riscoprono che anche l’arte è fondamentale per non “dar di matto”.
    Emanuele Martelli

  2. nel merito: belle parole, certo, ma non credo che ne usciremo né tanto presto né migliori; anzi peggiori, perché l’effetto del distanziamento sociale è dirompente e in ogni altro che incontriamo non vediamo più nemmeno solo il diverso ma addirittura l’infetto e l’untore; la cronaca è lì a testimoniarlo (punizione dell’incauto che esce senza la mascherina, rifiuto del soccorso a chi semplicemente cade per terra e non ce la fa a rialzarsi, e così via) … basta poco e le basi, non dico della civiltà, ma dell’umana convivenza cedono agli istinti più primordiali (mors tua vita mea)

  3. Ma no, ma perché dice così?
    In fin dei conti abbiamo una civiltà molto evoluta ed una Scienza estremamente etica a difenderci.
    Due esempi:
    1- nessuna comunicazione istituzionale fa più riferimento alla distanza di sicurezza, quale PRIMA ED ESSENZIALE difesa per la popolazione generale; tutti straparlano della necessità delle mascherine solo e soltanto delle mascherine, per la popolazione generale come se da sole queste, una volta indossate, facessero diventare tutti immuni per magia… chissà forse è vero…se lo dice questo o quello “scenziato” in TV, sarà vero no?

    2- -per il bene di tutti- il Prof. Nir Eyal, della Rutger University, propone di infettare di Covid-19 dei volontari sani, metà vaccinati e metà no, e -…vedere poi da lontano l’effetto che fa- (cit.).
    https://www.nature.com/articles/d41586-020-00927-3

    Ad oggi poco o nulla sappiamo di -realmente affidabile scientificamente- sulla fisiopatologia di questo virus:
    – qualche consistente dubbio sulla epidemiologia non solo della Cina ma anche del resto del mondo;
    – qualche consistente dubbio sulla località di origine del Covid;
    – nulla sull’origine zoonotica (si ipotizzano almeno altri due ospiti prima del salto di specie con l’uomo);
    -nulla sugli effetti sistemici del Covid-19, quali le complicanze (non muoiono tutti per crisi cardio-respiratoria), su quali organi (sono riportati casi di CID), su quali funzioni;
    -nulla sulla possibilità di sviluppare immunizzazione;
    -nulla sulla durata dell’immunizzazione;
    -nulla sull’efficacia dell’immunizzazione;
    -nulla sulla sicurezza del vaccino;
    https://www.nature.com/articles/d41586-020-00798-8

    Più etica di così, cosa vuole?

    Certo un passo in avanti è stato fatto: dato il poco tempo a disposizione per avere un vaccino prima dell’autunno, non possiamo più fare affidamento su volontari di paesi in via di sviluppo, quindi ci baseremo su volontari del “primo mondo” in perfetta salute tra i 20 ed i 45 anni.
    Possibilmente ariani?

  4. Si leggono sui giornali o si ascoltano frasi illuminanti che fanno capire che siamo in tanti a pensare allo stesso modo.
    Su repubblica ho letto questa, che traduco dallo spagnolo: non torniamo alla normalità. Era la normalità il problema.
    Ecco perché dico che questa pausa è un’opportunità per uscire dai gironi infernali in cui tutti ripetono le stesse azioni e angherie

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