Nelle aree dell’ingegneria, il Politecnico di Milano e quello di Torino non potranno presentare proposte per l’istituzione dei cosiddetti Centri di competenza “Industria 4.0”, perché sono stati bocciati dall’Anvur, l’agenzia che valuta la ricerca scientifica. La partecipazione del Politecnico di Milano – ma anche quella di Bologna – dovrà limitarsi all’area delle scienze economiche e statistiche. Uno smacco terribile, ma mai come quello subito da Roma Sapienza, Pisa, Genova e Napoli Federico II, escluse tout court dalla gara, perché in tutte le aree del bando sono al di sotto dei requisiti scientifici minimi per partecipare. Cosa è successo? Dovendo selezionare gli atenei che accompagneranno le imprese italiane verso le innovazioni dell’Industria 4.0, il Ministro Carlo Calenda ha avuto la poco felice idea di affidarsi alle malcerte classifiche VQR stilate dall’Anvur. Classifiche talmente arbitrarie da non essere considerate affidabili nemmeno da quelli che le hanno confezionate. Lo scorso febbraio, l’Anvur definiva la VQR “una valutazione accurata, rigorosa e imparziale della ricerca svolta nelle università“. Meno di un anno dopo, l’ex-presidente dell’agenzia ha scritto a Repubblica che la VQR “non deve essere impiegata in nessuna circostanza per rappresentare la reale posizione di un Ateneo”. Calenda non deve aver fatto in tempo a prendere atto del “contrordine compagni” e ha continuato a credere ciecamente alle classifiche VQR. Con il risultato di silurare proprio i più importanti centri di ricerca universitari italiani. E se i 40 milioni per i Centri di competenza sono distribuiti a casaccio, non si può dire che vada molto meglio per il malloppo di 30 miliardi, distribuito a pioggia mediante defiscalizzazioni e incentivi automatici alle imprese.

1. Il bando per i poli di innovazione Industria 4.0

Il 29 gennaio è stato pubblicato il decreto direttoriale che promuove la costituzione e definisce le condizioni, i criteri e le modalità di finanziamento, nel limite di 20 milioni di euro per il 2017 e di 20 milioni di euro per il 2018, dei centri di competenza, nella forma del partenariato pubblico-privato. Come si legge sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE):

Si tratta di poli di innovazione costituiti nella forma di partenariato pubblico-privato da almeno un organismo di ricerca e da una o più imprese.

I Centri di competenza hanno come finalità l’orientamento e la formazione delle imprese (in particolare Pmi) e l’attuazione di progetti di innovazione, ricerca industriale e sviluppo sperimentale in ambito 4.0

Le domande potranno essere presentate a partire dal 1 febbraio 2018 fino alle ore 24 del 30 aprile 2018.

L’articolo 5 del decreto direttoriale specifica i soggetti beneficiari e i requisiti richiesti per partecipare al bando. In particolare, due dei requisiti richiesti alle università fanno riferimento a valutazioni effettuate dall’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca:

1) impiegare personale e strutture afferenti per almeno il 70 per cento ai dipartimenti selezionati in base all’indicatore standardizzato della performance dipartimentale (ISPD) e ammessi alla presentazione di progetti di sviluppo dipartimentale;

2) aver partecipato all’ultimo esercizio di Valutazione della qualità della ricerca (VQR) eseguito dall’ Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR), fino a conclusione della procedura e con esito positivo, per tutte le strutture di ricerca appartenenti all’istituzione, posizionandosi nelle aree di interesse per le attività previste, nel primo quartile della distribuzione nazionale (atenei) dell’indicatore R (voto medio normalizzato dell’area) e dell’indicatore X (frazione di prodotti eccellenti normalizzato nell’area);

Sono requisiti la cui verifica non è immediata. Vediamo di capire insieme chi potrà partecipare e chi no.

Prima di tutto, bisogna capire  cosa sono le “aree di interesse”:

Le aree di interesse, ai fini dell’integrazione del requisito di cui alla lettera c) n. 2) e alla lettera d) del precedente comma, in coerenza con le finalità di cui al presente decreto, sono riferite, a livello di macrosettore, alle aree scientifico disciplinari 1, 2, 3, 8b, 9 e 13.

Per chi non fosse esperto, questi codici corrispondono alle seguenti aree:

  • Area 1: Scienze matematiche e informatiche
  • Area 2: Scienze Fisiche
  • Area 3: Scienze Chimiche
  • Area 8b: Ingegneria Civile
  • Area 9: Ingegneria industriale e dell’informazione
  • Area 13: Scienze economiche e statistiche

Tra le 16 aree scientifico disciplinari, queste sono quelle che sono state considerate di interesse per lo sviluppo della cosiddetta Industria 4.0, che secondo la definizione riportata da Wikipedia:

is a name for the current trend of automation and data exchange in manufacturing technologies. It includes cyber-physical systems, the Internet of things, cloud computing[1][2][3][4] and cognitive computing. Industry 4.0 is commonly referred to as the fourth industrial revolution

Essendo una “rivoluzione” caratterizzata dalla sinergia tra tecnologie manifatturiere, automazione e ingegneria informatica, risulta evidente il ruolo centrale dell’Ingegneria industriale e dell’informazione (Area 9).

2. Gli indicatori R e X della VQR

Un anno fa, l’Anvur ha pubblicato i risultati della Valutazione della Qualità della Ricerca relativa al periodo 2011-2014 (VQR 2011-2014). Tra questi risultati, ci sono anche i voti assegnati, area per area a tutti gli atenei e i centri di ricerca sottoposti alla valutazione. Per fare un esempio, il Politecnico di Torino, ha ottenuto i seguenti “voti” (vedi Tabella 6.4 del Rapporto finale VQR):

  • Area 1: R=1,15; X=1,14
  • Area 2: R=1,01; X1,06
  • Area 3: R=1,18; X=1,22
  • Area 8b: R=1,07; X=1,07
  • Area 9: R=1,00; X=1,01
  • Area 13: R=1,57; X=1,56

Ma cosa rappresentano R e X? La valutazione è stata effettuata attribuendo un “voto” a ciascuno dei “prodotti della ricerca”  sottoposti a valutazione (articoli scientifici, ma anche libri e brevetti). L’indicatore R è proporzionale al voto medio dei prodotti presentati dal Politecnico di Torino in una certa area scientifico-disciplinare. Nel caso delle Scienze matematiche e informatiche, R=1,15 significa che il voto medio dei prodotti presentati dal Politecnico è 1,15 volte migliore del voto medio dei prodotti presentati in quell’area a livello nazionale.

L’indicatore X, invece, è proporzionale al numero di prodotti che sono stati valutati “al top”, ovvero quelli collocati nelle categorie “eccellente” ed “elevato”. Sempre con riferimento alle Scienze matematiche e informatiche, X=1,14 significa che la percentuale dei prodotti del Politecnico di Torino valutati “al top” è 1,14 volte maggiore della percentuale nazionale di prodotti valutati “al top” in quell’area.

Come abbiamo appena visto, gli indicatori R e X del Politecnico di Torino non sono mai inferiori alla media nazionale. Evviva, luce verde per partecipare al bando, penserete voi. No, non è così semplice. Andiamo a rileggere il Decreto direttoriale:

posizionandosi nelle aree di interesse per le attività previste, nel primo quartile della distribuzione nazionale

Cosa vuol dire “nel primo quartile”? Vuol dire che nell’area di interesse non basta essere sopra la media, ma che bisogna essere nel “primo quarto” della classifica. Facciamo un esempio: nell’Area 8b, Anvur ha valutato 51 atenei. Stare nel primo quartile significa classificarsi nei primi 13 posti della classifica. Questo significa che bisogna costruirsi le classifiche di R e X di tutte e sei le aree, dividerle in quattro parti e, per ogni area, accettare solo gli atenei che stanno nel primo quarto.

A dire il vero, per l’indicatore R, il calcolo era già stato fatto dall’Anvur. Lo si trova nella Tabella 6.8a del Rapporto Finale. È anche facile da leggere: gli atenei che entrano nell’empireo del primo quartile sono etichettati in azzurro, mentre il rosso viene usato per marchiare a fuoco gli atenei che sono finiti nel girone infernale del quartile più basso. Il bianco viene usato per gli atenei mediocri che si collocano nel purgatorio compreso tra primo e terzo quartile. Peccato che la tabella contenga degli errori: per esempio nell’Area 1, Ferrara con R=0,9 entra nel primo quarto e ha la casellina azzurra, mentre Roma Tor Vergata nonostante il suo R=1,1 rimane sconsolatamente con la casella bianca.

Per rimediare, basta bisogna scaricarsi la versione Excel della tabella e correggere alcune sviste nelle formule. Ed ecco la versione riveduta e corretta della Tabella 6.8a. Guardatela con attenzione, perché chi non ha il bollino azzurro è escluso dal bando.

Nota tecnica: per colorare le celle in base ai quartili si è seguita la procedura utlizzata da Anvur, ricorrendo alla seguente formattazione condizionale:


In particolare, vale la pena di esaminare la colonna dell’Area 9 (Ingegneria industriale e dell’informazione), perché, come già osservato essa include le discipline centrali per l’Industria 4.0. Ebbene, vi sono alcuni esclusi eccellenti:

  • Bari Politecnico
  • Bologna
  • Marche (Università politecnica delle)
  • Milano Politecnico
  • Torino Politecnico

Nell’Area 9, l’area di interesse che comprende le tecnologie manufatturiere, l’automazione, l’ingegneria informatica e le reti di comunicazione, i Centri di Competenza di Calenda rinunceranno in partenza alle competenze di tutti i politecnici italiani e anche di Bologna.

Ma su quali atenei potranno appoggiarsi i Centri di competenza, allora? Per saperlo dobbiamo assegnare i bollini azzurri anche per l’indicatore X. Nel Rapporto VQR non c’è una tabella già pronta, ma la si può ricostruire a partire dalla Tabella 6.4. Lo abbiamo fatto ed ecco il risultato.

3. Dove vai se il “bollino blu” non ce l’hai?

Adesso possiamo tirare le somme. A rimanere in gara saranno soltanto gli atenei che ottengono un bollino azzurro in entrambe le tabelle R e X. Ecco il risultato. Nella prima colonna, l’azzurro contrassegna gli atenei che ottengono l’ammissione in almeno un’area.

La tabella dei “bollini blu”

Per il Politecnico di Milano, il risultato è umiliante. Non potrà presentare progetti nelle due aree di ingegneria e nemmeno nelle aree di matematica, fisica e chimica. Il suo contributo  all’Industria 4.0 sarà circoscritto all’economia. Come già visto, anche il Politecnico di Torino è escluso dai progetti di ingegneria. Al danno, poi, si aggiunge la beffa, se si pensa che nell’area dell’ingegneria industriale e dell’informazione i cugini delle università statali di Milano e Torino (pur non erogando corsi di ingegneria) ottengono il lasciapassare. A fronte delle défaillances dei politecnici, balza pure all’occhio l’exploit dell’ateneo Telematico Unicusano che ottiene la qualificazione nell’ingegneria industriale e dell’informazione.

Ma c’è anche chi rimane escluso al 100%. Ecco alcuni dei trombati eccellenti:

  • Genova
  • Napoli Federico II
  • Pisa
  • Roma Sapienza
  • Udine

A questi (e altri atenei) non sarà consentito presentare domanda per nessuna area di interesse. Per loro, al massimo c’è l’Industria 3.0.

Ma non è finita. Non basta avere il bollino blu nella VQR. Bisogna soddisfare anche l’altro requisito:

impiegare personale e strutture afferenti per almeno il 70 per cento ai dipartimenti selezionati in base all’indicatore standardizzato della performance dipartimentale (ISPD) e ammessi alla presentazione di progetti di sviluppo dipartimentale;

Cosa vuol dire “ammessi alla presentazione di progetti di sviluppo dipartimentale”? Si sta facendo riferimento a quei 352 dipartimenti “quasi eccellenti” che, sulla base della classifica basata sull’indicatore ISPD, erano stati ammessi alla “finale” dei “Ludi dipartimentali” che hanno infine selezionato 180 dipartimenti “eccellenti” in senso stretto. Oltre ad avere il bollino azzurro in una certa area di interesse bisogna che gran parte del personale e delle strutture coinvolte afferiscano a un dipartimento quasi-eccellente che operi in quell’area.

La lista dei dipartimenti “quasi eccellenti” è reperibile sul sito del MIUR:

Graduatoria dei Dipartimenti ammessi alla procedura di selezione dei 180 Dipartimenti di eccellenza;

Per chi fosse interessato, ecco la tabella dei dipartimenti quasi-“eccellenti” che possono candidarsi nell’Area 9.

E qui arrivano altre sorprese. Prendiamo per esempio Siena che ha un prezioso bollino azzurro nell’Area 9, l’area chiave dell’Industria 4.0. Bene, potrà partecipare al bando, ma il 70% del personale dovrà provenire dai seguenti due dipartimenti:

  • Scienze Sociali, Politiche e Cognitive
  • Biotecnologie Mediche

Insomma, per il nostro MISE, per sviluppare l’ingegneria che serve all’Industria 4.0, il Politecnico di Milano non è ritenuto all’altezza. Meglio affidarsi a politologi, sociologi e biotecnologi medici di Siena.

Ma se non siete convinti, niente paura. Potete sempre rivolgervi ai biotecnologi di Verona oppure agli agronomi del Dipartimento di Scienze agrarie e ambientali ‐ Produzione, Territorio, Agroenergia dell’Università di Milano.

4. Classifiche VQR: se le conosci le eviti. Parola di Anvur

È facile immaginare che il lettore che ci abbia seguito fino a qui sia un po’ disorientato. I requisiti “meritocratici” per la partecipazione al bando finiscono per mettere ai margini o escludere del tutto dipartimenti e atenei di solida reputazione. Come si spiega tutto ciò? Innanzi tutto, osserviamo che in occasione della presentazione dei risultati della VQR 2004-2010 e di quella 2011-2014 sia l’Anvur sia i ministri in carica non hanno risparmiato gli elogi alla scientificità e accuratezza delle valutazioni:

Stefano Fantoni (Presidente Anvur): «Il Paese possiede una fotografia dettagliatissima e, soprattutto, certificata della qualità della ricerca italiana»

Maria Chiara Carrozza (MinistrA MIUR): «l’Italia entra nell’Europa della valutazione»
ANSA, 17 luglio 2013

Sergio Benedetto (Coordinatore della VQR): «Perché la VQR? Per presentare al paese una valutazione accurata, rigorosa e imparziale della ricerca svolta nelle università, ma anche per offrire una valutazione delle istituzioni nelle diverse aree scientifiche.»
21 febbraio 2017 – Conferenza stampa, minuto  46′ 25″

Valeria Fedeli (Ministra MIUR): [la VQR  consente] «… attraverso un’analisi dettagliata della produzione degli atenei, la possibilità da parte del MIUR di effettuare una policy consapevole finalmente basata su dati attendibili e affidabili»
21 febbraio 2017 – Conferenza stampa, minuto 15′ 40″

Se le cose stanno veramente così, verrebbe voglia di commentare le esclusioni eccellenti  del bando Industria 4.0 parafrasando il motto latino

DURA VQR SED VQR

Evidentemente, ci sono atenei che godono di una reputazione immeritata, la quale però si sgretola di fronte alla valutazione “accurata, rigorosa e imparziale”, “basata su dati attendibili e affidabili” della VQR. Una notizia da prima pagina: non capita tutti i giorni di scoprire che dietro la sbandierata eccellenza dei Politecnici, di Pisa e della Sapienza di Roma c’è solo un patetico bluff.

Gli addetti ai lavori sanno che la spiegazione è diversa. A essere un clamoroso bluff non è la qualità scientifica di illustri atenei, ma i proclami sull’accuratezza e il rigore della VQR, i cui esiti sono da tempo oggetto di articoli giornalistici e inchieste televisive. A titolo di esempio, sia il Corriere della Sera, che Report si sono accorti che, secondo la valutazione “accurata, rigorosa e imparziale“, “basata su dati attendibili e affidabili“, il miglior ateneo italiano per le scienze fisiche non è la Scuola Normale di Pisa o la Sapienza di Roma, ma è l’università non statale Kore di Enna.

Non più tardi dello scorso 6 gennaio, era stata Anna Maria Liguori su Repubblica a segnalare un altro paradosso, ovvero che nell’area dell’Ingegneria industriale e dell’informazione i due Politecnici di Milano e Torino erano superati dall’ateneo Telematico Unicusano.

Messi di fronte all’evidenza, i componenti del Direttivo Anvur hanno cominciato a riconoscere che qualcosa non va. Ad Orsola Riva che gli chiedeva se «tanti o pochi, i fisici di Kore sono o no i più bravi d’Italia?», Daniele Checchi aveva risposto così:

Assolutamente no. […] Con questo sistema uno scienziato realmente eccellente, i cui lavori sono tutti di alta gamma, è indistinguibile da uno che ha una produzione mediamente scarsa ma magari ha partecipato in team con altri a due ricerche di altissimo livello. E’ assurdo ma è così.

Un’assurdità confermata dallo stesso Presidente dell’agenzia che, intervistato da Giulia Presutti per Report, aveva spiegato senza imbarazzo che, per come sono concepite, le modalità di valutazione usate dall’Anvur, invece di premiare la ricerca innovativa ed eccellente, la penalizzano:

Io credo sia un’illusione penosa – scusi il termine – immaginarsi che una qualunque comunità in qualunque momento riesca a vedere qual è la cosa innovativa», «la ricerca di eccellenza è sempre fatta da piccolissimi numeri di persone. È stata fatta – e chi la faceva è stato anche messo al rogo, oggi al massimo uno perde un po’ più di tempo per farsi riconoscere», «il suo premio lo avrà quando diventerà lo scienziato più famoso del mondo tra vent’anni. Dovrà ringraziare che nel frattempo è rimasto ricercatore e non l’hanno bruciato vivo. Cioè, francamente, non è che siamo tutti Galilei e Newton.»

È di poche settimane fa un articolo di Andrea Graziosi apparso su Repubblica nel quale l’ex-presidente avverte che la classifica VQR prodotta dall’agenzia da lui presieduta “non deve essere impiegata in nessuna circostanza“:

E si grida perché in graduatorie fatte non per distribuire fondi ma per conoscere la realtà, università poco note risultano talvolta davanti a grandi atenei, come se l’Anvur non avesse spiegato perché quella graduatoria “non deve essere impiegata in nessuna circostanza per rappresentare la reale posizione di un Ateneo”.

Insomma, Calenda, o chi per lui, deve essersi distratto. Mentre è la stessa agenzia di valutazione che raccomanda di non usare le proprie classifiche “in nessuna circostanza”, il MISE presta ancora fede ai proclami sulla valutazione “accurata, rigorosa e imparziale”  a cui non crede più nessuno. Solo così si spiega la brillante idea di utilizzare le classifiche VQR per scremare gli atenei che potranno partecipare al bando per la costituzione dei Centri di competenza. I quali, visti gli effetti prodotti dai requisiti del bando, meriterebbero di essere ribattezzati “Centri di incompetenza“. Era così difficile alzare la cornetta e chiedere ai “super-esperti” dell’Anvur se le classifiche VQR erano utilizzabili?

5. Perché nella VQR una telematica sconfigge i Politecnici

Nella tabella dei “Bollini blu” è indicato il segmento dimensionale (Piccolo, Medio, Grande) in cui si colloca ciascun ateneo. Cosa significa che nell’Area 1, l’Università di Bari è “Media”? Vuol dire che, sulla base di un confronto nazionale, il numero di docenti dell’ateneo afferenti all’Area 1 si colloca nel segmento dimensionale medio. Pertanto,  uno stesso ateneo può essere contemporaneamente piccolo, medio e grande in relazione a diverse aree disciplinari. È il caso del Politecnico di Milano che è “piccolo” nelle Aree 3 (Chimica) e 13 (Scienze ecomomiche e statistiche), “medio” nelle Aree 1 (Scienze matematiche e informatiche) e 2 (Scienze Fisiche) e “grande” solo nelle Aree 8b e 9, quelle dell’ingegneria.

Ebbene, c’è un dato interessante che salta subito all’occhio: tra gli atenei che ottengono l’agognato bollino blu, sono ben pochi quelli di taglia “M” e “G”. Nell’area più rilevante ai fini dell’Industria 4.0, ovvero l’Area 9, il risultato è clamorosamente a favore dei “piccoli”: dei 13  bollini blu, ben 12 vanno ad atenei classificati come “piccoli” e solo uno ad un ateneo “grande”, quello di Padova.

Chi presta fede alla propaganda sulla valutazione “accurata, rigorosa e imparziale”, potrebbe persino pensare che “piccolo e bello”. In realtà la sistematica penalizzazione degli atenei maggiori è frutto di un artefatto statistico che distorce le classifiche VQR rendendole inutilizzabili. Si tratta di un problema segnalato da Roars già nel 2013, in occasione della pubblicazione degli esiti della prima VQR. Il fenomeno è talmente noto che se ne parla non solo nella letteratura scientifica sulle graduatorie ma persino nel blog divulgativo di David Spiegelhalter, famoso statistico di Cambridge.

Per far capire come l’Anvur sia caduta in un classico errore, basta mettere a confronto un grafico pubblicato da Spiegelhalter con il grafico basato sui risultati VQR dell’Area 9.

Come è noto ad ogni studente universitario che abbia seguito un corso di statistica di base, i voti della VQR si distribuiscono nel piano con una caratteristica forma “a imbuto”. Selezionare il primo quartile (quello “top”) significa prendere solo la parte alta dell’imbuto scartando tutti gli atenei nella regione viola. Non ci vuole molto a capire che un requisito di questo genere finisce per eliminare la grande maggioranza degli atenei medio-grandi favorendo i migliori in classifica tra quelli piccoli (collocati in alto a sinistra nel grafico).

Quale era stata la reazione dell’Anvur di fronte alla nostra segnalazione di questo fatal error? Negare sempre, negare tutto. Il coordinatore della VQR e il Direttore dell’agenzia pubblicarono un articolo i cui grafici mostravano che non esisteva alcun imbuto. Peccato che ci fosse il trucco: per far sparire l’imbuto, Sergio Benedetto e Roberto Torrini avevano omesso di riportare nel grafico gli atenei piccoli. Per esempio, il grafico dell’Area 9 era stato disegnato accantonando 22 atenei su 56.

La nostra VQR è una brutta e mal riuscita copia del REF, l’esercizio di valutazione britannico. Ciò nonostante, pare che nessuno dei valutatori italiani si sia accorto che la loro agenzia di valutazione, l’HEFCE, si rifiuta categoricamente di pubblicare classifiche degli atenei:

Have you produced a league table of institutions’ results?
The REF team and UK funding bodies do not produce league tables from the REF results.
(REF frequently asked questions)

La ragione è semplice: a causa della “legge dell’imbuto” queste classifiche sono destinate a produrre risultati insensati e, una volta messe in circolazione, ci sarà sempre qualche sprovveduto, come il nostro MISE, che finirà per utilizzarle in modo inappropriato.

6. “Ci sarà la Federico II”. Ma anche no

Giunti a questo punto, vale la pena di ricapitolare la travagliata gestazione dei Centri di competenza, per cercare di capirne qualcosa di più. Milano, 21 settembre 2016: presentazione dell Piano nazionale Industria 4.0. Intervengono il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda.

Riascoltiamo attentamente cosa aveva detto Carlo Calenda sui “Competence Center” e mettiamolo a confronto con gli effetti del bando.

Diversa storia i Competence Center. Perché qui c’è una scelta profonda che l’Italia deve fare. Ed è quella della capacità di scegliere. È stata fatta in un altro campo con le fiere. È stata fatta con lo Human Technopole. L’Italia deve saper scegliere dove sono le eccellenze e lì investire. E dire agli imprenditori che magari non sono a un chilometro, a dieci chilometri dall’università di eccellenza dove sta quel competence center: “mi dispiace, prendi quel treno e ci vai”. Perché il mondo funziona così. Non sta tutto dietro casa. Perché altrimenti quello che succede è che tu hai tanti soldi, distribuiti in modo a pioggia che non premiano quelli che veramente ce la possono fare [dopo aver fatto l’elogio di super- e iper-ammortamenti, crediti e detrazioni fiscali che ammontano a 13  MILIARDI DI EURO si deplorano i finanziamenti a pioggia]. Come partiremo coi competence center? Noi partiremo dai politecnici [tutti esclusi dal poter presentare domanda nelle aree dell’ingegneria], dalla Scuola Sant’Anna e da altre due università di eccellenza che sono una le università venete che si sono messe insieme, il Nord Est [Udine e Trieste non potranno presentare domanda in nessuna area]. Premetto che era girata la voce che non c’erano le università venete dentro. Il risultato è che le università venete si sono messe insieme e hanno fatto una proposta [in che forma, visto che non c’era ancora un bando?], quindi da adesso in poi eviteremo di mettere i nomi, perché questo dà una sana spinta a mettersi insieme. Certo che ci saranno perché il Nord-est è importante, ma perché hanno fatto uno sforzo di federarsi e stare insieme. Ci sarà in aggiunta Bologna, ovviamente, che ha un elemento sulla Meccatronica importante [non potrà presentare nessuna domanda nel’area 9, quella che include la Meccatronica]. Ci sarà la Federico II [non potrà presentare domanda in nessuna area]. oltre come dicevo i Politecnici e Sant’Anna.

Il Politecnico di Torino aveva preso talmente sul serio l’investitura ricevuta da Calenda che qualche mese dopo, nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico, veniva data per certa la realizzazione del centro di competenza:

Il Politecnico di Torino realizzerà uno dei Centri di competenza italiani sull’industria 4.0. Sarà un luogo fisico, come ha spiegato il vicerettore al Trasferimento tecnologico Emilio Paolucci, durante l’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo. “L’ambito industriale di referimento sarà l’automotive e verrà via via allargato ai settori correlati. L’additive manufacturing sarà la tecnologia abilitante centrale in questo processo”, ha raccontato Paolucci nella sua prolusione.

Repubblica.it Torino, 15.2.2017

Tuttavia l’esistenza di un elenco ristretto di atenei designati come vincitori “a prescindere” non aveva mancato di suscitare malumori e proteste. Al punto di consigliare un cambio di rotta, così descritto da www.agendadigitale.eu: “i competence center previsti dal Piano Industria 4.0 vengono selezionati tramite bando, preceduto da decreto ministeriale che espliciterà i criteri di selezione“, “una novità rispetto a quanto sembrava risultare a una lettura del piano” (27 febbraio 2017).

In aprile, il Sole 24 Ore annunciava che il decreto ministeriale sarebbe stato licenziato “a giorni“, anticipandone le cifre “20 milioni per quest’anno e 10 milioni per il 2018“. Era stata la legge di stabilità a ridimensionare i 100 milioni inizialmente previsti. Intanto, i giorni di attesa diventano mesi. Finalmente, il 12 settembre esce il Decreto interministeriale n. 214/2017 che fissa le regole del gioco.

Regole che qualcuno non ha letto con attenzione. Solo pochi giorni fa, su www.agendadigitale.eu, il Rettore del Politecnico di Torino illustrava un piano centrato su automotive e aerospazio, due temi di Area 9 per cui il suo ateneo è escluso in partenza perché, come abbiamo visto, non soddisfa i requisiti di partecipazione.

Anche Bologna sogna la meccatronica, l’automotive, il biomedicale, e i Big Data, tutti temi per cui non possiede i requisiti di partecipazione (può partecipare solo nell’area delle Scienze eocnomiche e statistiche).

Sul sito di www.agendadigitale.eu sono descritti anche progetti che coinvolgono atenei che non hanno i requisiti per presentare domanda in nessuna area:

  • Modena e Reggio Emilia
  • Roma Sapienza
  • Trieste
  • Udine

Inoltre, il requisito sull’inclusione nella lista dei 352 dipartimenti quasi-eccellenti dovrebbe escludere tutti gli atenei non statali, come la Libera Università di Bolzano, pure citata da agendadigitale.

Insomma, la lista di chi ha venduto la pelle dell’orso prima di averlo ucciso è abbastanza lunga.

Una pelle che, tra l’altro, valeva relativamente poco, se la confrontiamo con l’impegno complessivo per la finanza pubblica del Piano Industria 4.0, che secondo le stime del MISE supera i 30 miliardi.

http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/2017_01_16_Industria_40_Italianorev.pdf

6. Un piano quasi totalmente fiscale e di corto respiro

Carlo Calenda: Tutto il piano è costruito sulla base di incentivi fiscali orizzontali. Che vuol dire? Che l’impresa va e li attiva nel suo bilancio. Non deve fare una domanda, non deve scrivere a qualcuno che gliela deve approvare, timbrare e fare arrivare i soldi. queste cose sono finite per me. Io incentivi a bando per ricerca e innovazione non ne faccio più (9′ 12″)

A fronte di decine di miliardi elargiti a pioggia alle imprese, il piano di Calenda prevedeva un modesto investimento di 100 milioni per i Centri di competenza, con una lista di atenei vincitori già scritta in partenza. Arriva la legge di stablità 2017 e i 100 milioni vengono ridotti a trenta milioni. Essendo indifendibile l’idea di assegnarli per via discrezionale, si è seguita la via del bando pubblico. Coprendosi, però, di ridicolo: grazie alle traballanti competenze tecniche dell’Anvur, alla propaganda sulla presunta affidabilità della VQR e al misto di credulità e disinformazione del MISE (bastava leggere Corriere e Repubblica per sapere che nemmeno l’Anvur credeva più alle sue classifiche) non solo le regole del bando hanno relegato ai margini Bologna e i Politecnici di Milano e Torino, ma hanno escluso del tutto Genova, Pisa, Napoli Federico II e la Sapienza di Roma.

All’inizio dell’anno, Industria Italiana ha dedicato al Piano Calenda un’analisi che ne mette a fuoco i pregiudizi ideologici e le falle tecniche. A chiusura di questo post, ne riportiamo alcuni stralci.

Il piano Renzi-Calenda è quasi totalmente fiscale. Prevede un controvalore teorico di 13 miliardi di euro di incentivi fiscali in quattro anni […]

Il principale difetto del Piano sta proprio nella sua filosofia: non scegliere, non avere una visione di quale Paese futuro si vuole costruire fra cinque, dieci, quindici anni. L’idea che la politica industriale la facciano le imprese è intrinsecamente sbagliata. Ciascuna azienda pensa, da sola, all’ultima riga del proprio conto economico, ed è giusto e sano che sia così. La politica industriale la fanno gli Stati e le Regioni. […]

In generale, il Piano è di corto respiro rispetto al grande cambiamento economico, sociale e cognitivo che si propone di affrontare. La Quarta Rivoluzione industriale significa 20 miliardi di oggetti interconnessi nel 2020, significa abolizione delle scorte e just in time come imperativi categorici, significa una automazione totale che quasi abolirà le mansioni ripetitive e manuali in tutte le fabbriche, significa la necessità di un forte aumento delle competenze di chi svolge qualsiasi lavoro, significa 7 milioni di disoccupati in Europa entro il 2020 ( dati World Economic Forum) […]

L’Italia che fa di fronte a tutto questo? Un provvedimento fiscale, senza aumentare di molto gli investimenti per la ricerca e sviluppo, senza una visione complessiva, senza sapere dove andare. […]

I primi segnali sono tutt’altro che incoraggianti. La Legge di stabilità 2017 ha stanziato per i competence center universitari dell’Industry 4.0 la cifra di 30 milioni di euro invece dei 100 annunciati con tanto di squillo di trombe da Renzi e Calenda. Ora se già 100 milioni erano pochi (circa 12.5 milioni per ogni competence center, che sono briciole rispetto all’enormità del compito), 30 milioni sono poco più di niente [alla fine i milioni sono diventati 40, NdR]. Vuol dire 4.5 milioni per università. Cifre molto contenute rispetto a quelle stanziate in Paesi come Stati Uniti, Germania, Francia. Briciole insomma. […]

Tutto però lascia pensare che l’idea sia quella di agire ancora con defiscalizzazioni e incentivi automatici. Senza cercare di ispirarci ai modelli di successo sperimentati in Germania e negli Stati Uniti. Cioé senza volare alto. Sarebbe un vero peccato.

 

 

 

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16 Commenti

  1. Per quanto riguarda la vicenda competence center, posso solo sperare che l’amico e collega De Nicolao si sia sbagliato e che qualcuno possa dimostrare che ha torto.

    Non sono invece d’accordo com Giuseppe sulla critica agli incentivi alla imprese. Queste hanno bisogno di strumenti certi e veloci. I bandi da noi non funzionano. Da universitario che lavora con le imprese credo dovremo insistere sugli strumenti automatici.

    Tema diverso è quello dei finanziamenti alla ricerca universitaria di medio lungo periodo che credo debbano essere sostanzialmente aumentati.

    In altre parole, ogni settore ha bisogno di strumenti di finanziamento che si adattano alle proprie dinamiche.

  2. La replica di Calenda:


    Attendiamo che il MISE spieghi in che modo i requisiti 1) e 2) che il bando chiede siano soddisfatti da parte delle università consentiranno di partecipare agli atenei che si collocano sotto il primo quartile.

    • Nel Gruppo Facebook di Roars, qualcuno fa giustamente notare che:
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      “si fa riferimento nel testo del bando alle aree di interesse, ma anche ai macrosettori. Sarebbe possibile quindi selezionare alcuni macrosettori (immagino quelli concorsuali) all’interno di un’area in modo da riportarsi nel primo quartile di riferimento di R e X?”
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      Il bando (Decreto Direttoriale del 29.1.2018) è gerarchicamente inferiore al Decreto Ministeriale 214/2017 (12.09.2017) e nel D.M. non si fa cenno ai macrosettori. È possibile che la precisazione
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      “Le aree di interesse, ai fini dell’integrazione del requisito di cui alla lettera c) n. 2) e alla lettera d) del precedente comma, in coerenza con le finalità di cui al presente decreto, sono riferite, a livello di macrosettore, alle aree scientifico disciplinari 1, 2, 3, 8b, 9 e 13.”
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      sia un maldestro tentativo di metterci una pezza. Maldestro per due ragioni:
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      1. In termini gerarchici è il D.M. che prevale e nel D.M. si parla di aree valutate nella VQR. Nella terminologia VQR le aree sono le 16 aree scientifico disciplinari.
      2. Il riferimento ai macrosettori appare posticcio anche perché rende oltremodo macchinosa la verifica del requisito. I voti dei macrosettori non sono nemmeno riportati nella parte principale del Rapporto VQR (file tabelle_parteprima_VQR 2011-2014). Bisogna andare a rintracciarli nei singoli Rapporti di area. Non solo: una volta rintracciati bisogna calcolare i quartili di ogni macrosettore sia per l’indicatore R che per l’indicatore X. Una follia. E di nuovo è facile prevedere che, grazie alla “legge dell’imbuto” si otterrebbero risultati parecchio paradossali. Vediamo per esempio cosa succede nel Macrosettore 09/H – INGEGNERIA INFORMATICA:


      Come si vede i Politecnici di Milano e Torino non potrebbero presentare progetti nel campo dell’Ingegneria informatica. In compenso, Messina si classifica al secondo posto nella graduatoria nazionale dell’indicatore R.

    • Con riferimento all’Area 09 (Ingegneria industriale e dell’informazione) nemmeno la pezza di interpretare “aree” come se volesse dire “macrosettori” varrebbe a ripescare Roma Sapienza e Torino Politecnico che, ad un primo esame, non ce la fanno a rientrare nel primo quartile in nessuno dei macrosettori dell’area (che vanno da 09/A a 09/H)

    • Ecco il punto del Modulo di domanda (Allegato A del bando) in cui, in accordo con il DM 214/2017, si menzionano le *Aree*, pur inserendo subito dopo un riferimento non troppo chiaro ai i Macrosettori. Una formulazione contorta che convaliderebbe l’ipotesi di contorsionismi volti a mettere una pezza agli assurdi criteri del DM (che parla solo di aree e non di Macrosettori), scrivendo un bando che prova a ritoccare maldestramente e di soppiatto criteri del DM (ma ci riesce?). Ma anche se ci fossero dubbi sulla lettura del bando, a prevalere è comunque la fonte gerarchicamente superiore (il DM) dove i macrosettori non ci sono.


    • occorre un intervento del “Ministro per la **Semplificazione** e la Pubblica Amministrazione” al fine di semplificare questi arzigogolii! Si vede troppo la mia ironia?

  3. Una classe dirigente degna di questo nome non segue il detto “Cosa fatta capo ha”: se ci si rende conto che la direzione è un muro, non dico che occorre fermarsi, ma quanto meno sterzare, sicuramente non accelerare diritto, perchè il muro potrebbe essere di cemento armato! (Si, mi rendo conto che sono ingenuo con queste speranze)

  4. Mi soffermerei sul punto “quella roba assurda che è la classifica Anvur”… qui l’ammissione è seria, se un ministro (-ex) boccia senza pietà il lavoro di un ente pubblico, bisognerebbe riflettere. Forse ci troviamo un poco nella situazione del bue che da del cornuto all’asino, ma quando finalmente si smette di negare che il re è nudo, pure tra i cortigiani, di solito è un buon segnale!

    • È anche vero che in scadenza di mandato e con tutte le incognite del dopo elezioni risulta facile parlare di “lettura superficiale del bando” e “roba assurda che è la classifica Anvur”.
      Io aspetterei i chiarimenti da parte del MISE di cui parlava Giuseppe De Nicolao poco più sopra!

  5. Leggendo il bando mi sembra ci sia una imprecisione nell’interpretazione data all’articolo sui requisiti del bando. La mia interpretazione è che per l’università vengono richiesti due requisiti
    1) che sia nel primo quartile di R e X in almeno una delle aree di interesse (interpretazione della frase “nelle aree di interesse per le attività previste”)
    2) e che il personale che lavorerà nel centro deve provenire per almeno il 70% da dipartimenti eccellenti.

    nel caso di poliMi o poliTo, per esempio, l’ateneo è “abilitato” a partecipare in quanto rispecchia il primo requisito, e possono impiegare personale del dipartimento di meccanica, informatica …in quanto dipartimenti di eccellenza. Non è esplicitato il vincolo che gli afferenti debbano appartenere a dipartimenti relativi alle aree dove l’ateneo “eccelle”….

    Comunque concordo con il giudizio sull’uso di classifiche già di per se molto traballanti

    • Andrea Maurino: “La mia interpretazione è che …”
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      Nel bando c’è scritto “posizionandosi nelle aree di interesse per le attività previste, nel primo quartile della distribuzione nazionale” che è diverso da “nel primo quartile di R e X in almeno una delle aree di interesse”. In particolare manca *almeno*.
      Scorrendo i moduli allegati al bando si vede che nella presentazione della domanda di finanziamento si deve precisare l’area del progetto per cui sono soddisfatti i requisiti. Se hai il requisito per l’area 3 (Chimica) ma non per Ingegneria Industriale e dell’Informazione (Area 9), come fai a presentare un progetto di Internet of Things?

  6. Industria 4.0 è un mostro burocratico che ha fatto fatturare l’industria Tedesca. Una serie assurda di norme e requisiti che ha creato una pletora di certificatori prezzolati, lasciando poi la responsabilità alle aziende che magari tra un pò si vedranno accusate di appropriazione indebita di contributi pubblici. D’altra parte cosa dovevamo aspettarci dal GostWriter di Montezemolo? Quanto ai centri di eccellenza di Industria 4.0 non si capisce cosa debbano fare ed in ogni caso nulla hanno a che fare con la promozione della collaborazione tra Università ed Industria. Se poi pensiamo che sono rimasti intrappolati dalle loro stesse regole e che i Dipartimenti di maggior interesse non possono neanche far domanda abbiamo chiuso il cerchio. E pensare che qualcuno (speriamo pochi) domenica prossima perderà tempo per andare a votare gli incapaci che ci hanno portato a questo. E’ brutto buttarla in politica, ma è purtroppo anche necessario. Fermiamoli!

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