Segnaliamo il testo del DM recentemente firmato dal Ministro Carrozza e apparso sul sito MIUR.
Il DM vincola l’assegnazione di quote di finanziamento alla presentazione e al raggiungimento di alcuni obiettivi di sistema.
Fra tali obiettivi, la modifica dei regolamenti locali relativi al reclutamento ex art. 18 e 24 l.240/2010 in modo che essi prevedano una quota maggioritaria di commissari esterni estratti a sorte da liste analoghe a quelle predisposte per l’ASN. Per i P.O. è previsto anche un commissario OCSE.
Altri obiettivi concernono la razionalizzazione dell’offerta formativa, fusioni e federazioni di atenei e così via. Gli atenei dovranno rendere noti al Ministero i loro programmi entro 45 giorni dalla pubblicazione del DM in G.U.
Seguiranno ulteriori più articolati commenti.


Ho un dubbio che riguarda uno scenario che credo sarà piuttosto comune (anche se non sarà l’unico).
Supponiamo che un ateneo bandisca un posto da PA in un certo settore. Il bando si basa sulle necessità di un dipartimento, che sono chiaramente motivate con numerosi dettagli in termini di tipo di ricerca e di didattica che dovrà svolgere il nuovo PA. Nel dipartimento c’è un ricercatore ABILITATO che già svolge ricerca e didattica negli ambiti richiesti. Il senso dell’operazione è chiaro. C’è la volontà dell’ateneo di promuovere il ricercatore perchè continui la ricerca che già sta sviluppando in modo decoroso (l’abilitazione significa che ha la qualificazione scientifica) e svolga didattica per almeno 120 ore a costo zero (mentre prima parte doveva essere pagata a causa delle legge Gelmini). Il costo del gioco è 0,2 punti organico e una fischiata in termini di euro a bilancio.
Questo è lo scenario. Bene, la commissione, con un solo membro interno, decide invece che il posto vada ad un candidato esterno.
Come si può comportare il dipartimento e l’ateneo che ha bandito la procedura nei confronti di questa decisione? Non si tratta solo di accettare di investire 0,7 punti organico e 2300 euro al mese netti in un nuovo PA piuttosto dei 0,2 punti e pochi spiccioli che erano stati messi in conto al momento del bando, ma anche di correre il rischio che il candidato interno (abilitato) si senta preso per i fondelli e decida di smettere di lavorare (bene) come aveva fatto in precedenza…. quinti tre bei 0 0 0 nella prossima VQR!
E’ ovvio che se il candidato esterno è un genio e porta in dote centinaia di migliaia di euro vale la pena spalancargli le porte, ma credo che casi del genere si contino sulle dita di una mano. Sinceramente non credo che tra due abilitati nello stesso settore concorsuale ci siano differenze così abissali. Credo che nella maggior parte dei casi una decisione del genere da parte della commissione sarebbe considerata un problema per l’ateneo.
Io ho partecipato a concorsi per PA pre-gelmini in cui l’ateneo che aveva bandito il posto non ha chiamato nessuno dei due idonei “esterni” adducendo come modivazione adducendo il fatto che non avevano il profilo adeguato.
Anche oggi esiste questa possibilità?
Se così fosse, a mio parere la mossa dei quattro commissari esterni sarebbe solo uno specchietto per le allodole. Le commissioni sarebbero coscienti che se le loro scelte cozzassero contro gli interessi dell’ateneo (badate, dell’ateneo, non del singolo) queste potrebbero essere ignorate e si farebbe un altro concorso, perdendo solo del tempo.
Dipende se si sta parlando di reclutamento ai sensi dell’art. 18 o dell’art. 24 della legge 240/2010. Fino al 2016, il ricercatore abilitato può fruire dell’art. 24. Dopo, si arrangia (sia il ricercatore che l’ateneo).
Grazie Fausto, mi ero dimenticato dove l’avevo letto
art. 18 comma 1e
e) formulazione della proposta di chiamata da parte del dipartimento con voto favorevole della maggioranza assoluta dei professori di prima fascia per la chiamata di professori di prima fascia, e dei professori di prima e di seconda fascia per la chiamata dei professori di seconda fascia, e approvazione della stessa con delibera del consiglio di amministrazione.
Credo però perchè l’articolo 24 (RTD) non rientri nello scenario descritto sopra e non ho capito bene la scadenza del 2016
Da quel che scrivi, la proposta di chiamata è “aperta” (non è una chiamata diretta di uno specifico RTI – in possesso di abilitazione nazionale – come associato, cosa che la legge consente fino al 2016 secondo la procedura prevista dall’art. 24 per i nuovi RTD). Se è bandita ora, prima dei risultati dell’ASN, vi potranno partecipare tutti coloro in possesso non dell’abilitazione ma dell’idoneita ottenuta in un concorso locale “old style”, nonché – eventualmente – i PA già in servizio altrove, per trasferimento (non è un caso di scuola, può succedere e succede).
Grazie di nuovo, ho capito
Continuo a pensare che, soprattutto dopo il vistoso calo del numero di professori che è in atto ormani da tempo, non si possa fare un discorso meritocratico senza affrontare, contemporaneamente, il discorso salariale. Il merito, secondo me, lo si immette nel sistema davvero solo se si valutano seriamente le scelte dei dipartimenti e li si premia o li si punisce se tali scelte non hanno portato vantaggi. Questo innescherebbe un circolo virtuoso…Rendere il concorso sempre più burocratico e centralizzato può, in qualche caso, rendere più difficile l’imbroglio, ma non cambia davvero le cose. Se poi non si rivedono i salari dei professori, scordiamoci che dall’estero vogliano davvero venire persone di grande valore. L’esperienza delle chiamate dirette dovrebbe aver messo in luce abbondantemente questo aspetto. E non dimentichiamo il fatto che la frustrazione (soprattutto) dei ricercatori e degli associati, che non vedono prospettive di crescita scientifica nè salariale, produrrà ulteriori danni al sistema.
Per finire, a me sembra curioso che non si parli a sufficienza (o forse sono io che non l’avverto…) del fatto che i professori e i ricercatori italiani fanno più o meno lo stesso lavoro didattico e producono più o meno la stessa quantità di prodotti scientifici dei loro colleghi francesi o tedeschi, ma con un salario che spesso è però solo la metà di quello dei loro colleghi stranieri. A me pare che in questo caso, come in tanti altri nel pubblico impiego, manchi già alla radice la volontà di dare dignità allo specifico ruolo. Allra non ci si può lamentare del “localismo” accentuato dei nostri atenei: con gli stipendi attuali, non è pensabile che, per esempio, un associato di Milano se ne vada, magari con tutta la famiglia, a Palermo o a Sassari, o ancora peggio, si sposti da Palermo o da Sassari a Milano o a Roma. Il sistema si è sviluppato quindi tutto sul compromesso localismo-bassi salari ed è ingenuo, secondo me, tentare di invertire la rotta disinteressandosi dell’aspetto forse più importante di ogni lavoro: il salario che si percepisce per svolgerlo…
@sandy: un sorteggio si fa, con il pc, in qualche minuto, e non peggiora affatto le tempistiche del concorso. Non a caso varie università già lo hanno previsto. Visto che è del sorteggio (se non erro, se no hai sbagliato topic) che ti lamenti, ne deduco che preferisci una commissione “predeterminabile”. Io invece voglio concorsi veri. Non prendertela, ma sono atteggiamenti e mentalità come i tuoi che, secondo me, hanno distrutto e distruggono l’università, a danno di tutti i docenti (anche di chi crede nel merito ed è pronto ad sottoporsi a vere valutazioni comparative).
Non sono contrario al sorteggio dei commissari attraverso il sorteggio. Tuttavia permane la contraddizione tra l’obbligo di reclutare attraverso commissari prevalentemente esterni e la valutazione ex post delle Politiche di reclutamento che inciderebbe significativamente sul finanziamento delle Universita’. Paradossalmente in una logica di competizione che interesse avrebbe un commissario di un Ateneo “altro” al reclutamento di eccellenza per un Ateneo “concorrente”? Il mio giudizio e’ completamente negativo per quanto attiene la previsione del commissario OCSE per sorteggio nelle commissioni, scelta assolutamente provinciale e ridicola dopo il risultato deludente di questa scelta nell’ASN. Permane, inoltre, il problema dei costi di questa scelta che sarebbero a carico degli Atenei.
sorteggio o non sorteggio?
Un po’ di dati non guastano: nelle ultime tornate di concorsi da rti il numero di candidati iscritti ai concorsi era aumentato anche di dieci volte.
perché? semplice, perché l’esito non era predeterminato. con il sistema precedente delle elezioni si sapeva benissimo per chi era il concorso e non si perdeva tempo a iscriversi.
con il sorteggio si aprono scenari imprevisti, e questo è particolarmente vero con il sistema del sorteggio puro (migliore del meccanismo elezione + sorteggio del dm 180).
maggiore indeterminatezza sugli esiti, in un sistema tipicamente chiuso e non trasparente, è solo un bene.
gli unici a venir danneggiati da un tale sistema sono coloro a cui piace vincere facile e che vogliono il concorso cucito su misura.
ovviamente tutto questo non esiste all’estero, ma all’estero non ci sono le nostre corruttele e pratiche nepotistiche. all’estero non ci si dottora dove ci si è laureati, non si fa il post-doc dove ci si è dottorati e non si entra in ruolo dove si ha fatto il post-doc….
se volete fare i confronti fateli fino in fondo…
by the way, ai dipartimenti rimane cmq un certo margine di autonomia perché la chiamata – dopo il concorso – spetta al consiglio di dipartimento con voto di maggioranza.
quindi se non si è soddisftti degli esiti della selezione si può sempre rifiutare di accogliere il vincitore
altra considerazione: il dm introduce il sorteggio per aumentare la probabilità di vittoria di esterni.
mi volete forse dire che l’inbreeding non sia un problema? che non sia necessario smuovere le acque?
certo se la vostra unica preoccupazione è garantirvi la promozione nella sede sotto casa posso capire la delusione, ma da un punto di vista di sistema spingere a far entrare più esterni è solo un bene
Dunque, cari apristi (nome che evoca interessanti reminiscenze vargasllosane), gli aspetti negativi del sistema di reclutamento dell’università italiana sono, lo sappiamo, tre:
1 – vince il candidato “interno”;
2 – probabilmente, non vince il candidato più bravo (a meno che non si tratti proprio, come non è impossibile che accada, dell'”interno”);
3 – si conosce il nome del probabile vincitore di ogni concorso al momento del bando.
Col sistema dei sorteggi:
1 – vince il candidato “appoggiato” da più commissari sorteggiati;
2 – probabilmente, non vince il candidato più bravo (a meno che non si tratti proprio, come non è impossibile che accada, del candidato “appoggiato” da più commissari sorteggiati);
3 – si conosce il nome del probabile vincitore di ogni concorso al momento del sorteggio.
Davvero vi piace più così?
Naturalmente, nel primo come nel secondo sistema, esistono eccezioni legate al rigore morale dei commissari e/o all’eccessiva disparità di valore tra i candidati. Ma il sorteggio, da questo punto di vista, non cambia nulla.
Nell’idolatria nei confronti del sorteggio personalmente leggo: a) una buona dose di ingenuità; b) un grande livore – forse giustificato – nei confronti di chi si trova all’interno di un “sistema” oggettivamente respingente come quello dell’Università italiana. Ma non si dovrebbe mai perdere lo spirito critico.
Caro Insorgere, per aumentare le probabilita` di vittoria degli esterni, si potrebbe pensare ad una iniezione letale per un numero di strutturati sorteggiati (una sorta di decimazione, come faceva il Gen. Cadorna ai soldati italiani per intimorirli), poi immettere subito in ruolo questi esterni (alcuni dei quali in corsa per il premio Nobel)… Ti assicuro che tra i tanti esterni che hanno fatto domanda per le abilitazioni ci sono molti incapaci, molto di piu` di tanti strutturati, gente che ha provato l`ASN come un una sorta di casting per il Grande Fratello. Inoltre all`estero ti assicuro che la situazione della qualita` dei docenti non e` molto migliore della nostra. In UK e US, dove vado spesso per motivi di studio e ricerca (io appartengo al settore umanistico), vedo che la situazione a volte e` deprimente, con la sola differenza che loro hanno molti piu` soldi. Se noi avessimo le disponibilita` finanziarie di una media universita` inglese, non staresti nemmeno qui ad accusare di i tuoi colleghi strutturati. La vera vergogna e` che abbiamo politici, e ministri IUR come questi.
Fausto, non è esattamente così. Con il sistema dei sorteggi, il punto 2. si verifica solo se la maggioranza dei commissari appoggia lo stesso candidato. Caso abbastanza improbabile, certo con probabilità inferiore rispetto alla certezza che si ha con una commissione nominata.
Quando un commissario sorteggiato non ha interesse ad appoggiare alcuno (o non può appoggiare il suo), viene incentivato a spingere affinché la selezione sia il più “fair” possibile.
Pertanto, se l’interno è bravo, almeno al pari degli altri candidati, passerà. Ma se è una capra, il sistema del sorteggio gli impedirà di avere un posto che non merita.
green baron, sto a ucla non devi insegnarmi come vanno le cose fuori.
che poi il livello all’estero sia così basso, dipende ma in genere non direi.
di certo qui ho vinto un posto molto ben pagato (come un ordinario italiano) senza conoscere nessuno. figurati se sarebbe stato possibile in italia
Insorgere: ma scusa, allora sei gia` ordinario (e anche ben pagato) negli US, perche` entri nel nostro miserevole dibattito di noi professori strutturati italiani morti di fame? Resta negli US e non…
L’incremento dei partecipanti al concorso di RTI era dovuto principalmente alla considerazione che il concorso sarebbe stato l’ultimo per quella categoria. Se poi vogliamo essere scientifici sarebbe interessante vedere lo “scostamento” tra il vincitore di quei concorsi e il suo percorso precedente. Per i casi a mia conoscenza questo scostamento non c’e’ stato. Questo non vuol dire che i vincitori non erano ampiamente meritevoli. Ripeto: non sono contrario per principio ai sorteggi, ma rimane la contraddizione tra la commissione esterna ed il concetto di responsabilta’. Proprio quella che manca nel nostro sistema di reclutamento. Deresponsabilizzazione che si amplifica con il commissario OCSE.
@Fausto: visto che il sorteggio è casuale, è molto più difficile per i commissari esprimere una posizione comune, perché ciascuno avrà un proprio favorito (i.e., raccomandato), e ciascuno favorito si neutralizzerà a vicenda. Quindi è più facile che si scelga alla fine sulla base del merito. Se la commissione invece è predeterminata dalla sede locale, essa esprime (nel 99% dei casi) una preferenza comune per un candidato, osssia per il predestinato che, al 100%, vince. Non mi pare affatto la stessa cosa. Poi è ovvio che se il destino fa sì che i commissari estratti abbiano un favorito comune, questo è destinato a vincere. Ma si tratta di un’ipotesi piuttosto improbabile.
@ teo:
sarà come dici. secondo me, sottovaluti la capacità dei sorteggiati di “convergere” su un nome, in attesa di futuri e analogamente benigni sorteggi.
Se poi vogliamo dire che il localismo è un cancro dell’università italiana, sono perfettamente d’accordo. ma non è il sorteggio la panacea secondo me, tutt’altro.
intanto non è vero che l’incremento era dettato solo dal fatto che fossero le ultime tornate. quello può aver pesato, ma il passaggio da concorsi con 1 o 2 candidati a concorsi con 100 e più candidati (nel mio settore) non ci spiega solo così.
inoltre, sempre nel mio settore, il sorteggio ha cambiato le cose. in almeno 4 casi (su 12, quindi una buona percentuale) hanno vinto esterni che erano 1. molto più bravi dell’interno 2. tra i migliori in assoluto
perché è successo? semplice, perché convergere su uno bravo quando metti insieme persone che si trovano lì per caso e non hanno legami (cosa che è più probabile ovviamente in un settore molto grosso) è più semplice che convergere su una mezza sega. perché visto che ognuno aveva il suo protetto, tutti alla fine hanno dovuto rinunciare in favore di un soggetto fuori dai giochi.
il fatto che il 30% dei concorsi sia stato vinto da gente molto brava che altrimenti non avrebbe avuto speranze col vecchio sistema è un indicatore a mio avviso molto positivo. così come è positivo che le mezze seghe locali in quei casi siano state fatte fuori
Concordo pienamente con l’argomentazione di teo e ritengo ragionevolissime le evidenze sperimentali di insorgere.
@fausto: ovviamente il sorteggio non è la paneacea, ma solo un elemento in più di garanzia.
Poi tutto può avvenire, ma, per rispondere al tuo dubbio su accordi in vista di altri concorsi, la commissione sorteggiata sa bene che non c’è alcuna certezza su come verranno composte le future commissioni, quindi gli accordi sono più difficili, perché troppo aleatori.
In ogni caso un effetto mi sembra sicuro: aumenta di molto il numero dei concorrenti, perché è del tutto razionale presentare la domanda, salvo eventualmente ritirarla una volta conosciuta la commissione. Il sistema diventa così più dinamico e viene meno la – francamente sconfortante e, mi si consenta, paramafiosa – pratica dei concorsi “monocratici”.
“è del tutto razionale presentare la domanda, salvo eventualmente ritirarla una volta conosciuta la commissione”
un passo avanti davvero gigantesco, ne convengo…
Nessun sistema va bene in Italia, perché ad applicarlo sono gli italiani: questo è un dato di fatto.
Si può tuttavia immaginare qualche misura sensata, che riesca un pochino a moderare l’innata tendenza italica alla malversazione: purché non si blateri di miracoloso avvento, dall’oggi al domani, della “meritocrazia”.
Tra queste misure sensate, due che mi parrebbero più sensate di altre (e dunque non veranno mai relaizate) sono:
1) un sistema SERIO di abilitazioni nazionali, non la farsa che ci stanno ammannendo da un anno a questa parte;
2) il divieto di assunzione nello stesso ateneo in cui si è conseguito il dottorato.
sì un bel passo avanti perché poi una volta iniziato il procedimento molti candidati tendono a resistere. Solo una parte si ritira. I più coraggiosi e sicuri di sì (o più disperati) resistono e talvolta, pensa un pò, fanno anche ricorso. Il potere semimafioso su cui si basa il localismo viene messo in crisi e talvolta si sgretola. Con la commissione nominata invece il localismo è semplicemente ferreo ed imperante, tanto che è obiettivamente irrazionale e controproducente per gli esterni presentarsi al concorso.
Fausto:sul miglioramento della abilitazione nazionale sono perfettamente d’accordo. Sul dottorato si può pensare, anche se però allora, per coerenza, si dovrebbe vietare qualsiasi upgrading interno; forse è una scelta un pò estrema.
No, perché dopo il dottorato un giovane può e dovrebbe guardare altrove. Se la regola vale per tutti i giovani e per tutti dottorati, sarebbe questo il modo più efficace per stroncare il localismo sul nascere. O almeno per provarci; l’astuzia italica saprebbe escogitare mille trucchi per aggirare anche questa regola, ovviamente.
esatto fausto: bisogna rompere il legame perverso maestro-allievo. e per questo bisogna imporre alla gente di spostarsi nelle varie fasi della formazione, come del resto avviene nel mondo avanzato.
“imporre alla gente di spostarsi nelle varie fasi della formazione”. Insorgere: ma si rende conto di cosa sta scrivendo?
mi rendo conto benissimo. in tanta parte del mondo avanzato è normale fare il dottorato in una sede diversa da quella in cui ci si è laureati, e sopratutto è considerato inopportuno assumere i propri dottorandi.
obbligare alla mobilità nelle fasi iniziali della carriera sarebbe un modo per rimettere ordine nel marciume italico. finché non si spezza il legame perverso maestro-allievo che, con le sue implicazioni nepotistiche, il sistema italico non migliorerà. per farlo spingere alla mobilità è la cosa più ovvia
ha molto più senso spingere alla mobilità nelle fasi iniziali della carriera che introdurre cose come la quota per esterni. sia perché tale quota è troppo bassa per incidere, sia perché bisogna eliminare i problemi alla radice: bisogna cambiare il modo di concepire il rapportro tra maestri e allievi. solo così cambierà e si ammodernerà il sistema e solo così potremo avere un sistema finalmente aperto
Buongiorno “Insorgere”, a me sembra che lei stia scrivendo tantissime schiocchezze, e spero che lo faccia in buona fede. Nel sistema italico, dove i maestri si conoscono tutti gli uni con gli altri a livello nazionale e così i loro allievi, non può essere certo la mobilità geografica a rompere il rapporto barone-allievo. Se io fossi, mettiamo, una allieva di un barone di Bologna e la legge mi imponesse dopo tre anni di spostarmi a Torino, il mio maestro di Bologna semplicemente si mette d’ accordo con il suo collega di Torino che mi accetterà poiché sono coperta dal maestro di Bologna, in una logica di scambi di favori. Casomai, una mobilità geografica imposta può soltanto arrecare disfunzioni se una certa sede vede partire una persona con la quale aveva costruito un rapporto positivo e sulla quale faceva affidamento (ad esempio, per la didattica frontale ed integrativa), e deve cominciare tutto ex novo con altra persona. La mobilità deve essere volontaria, ed ha senso quando una persona non si trova più a sua agio in una certa sede. Per rompere il rapporto maestro-allievo nel senso di dipendenza della carriera dell’allievo dal rapporto con il maestro che ne assicuri la cooptazione, serve un cambiamento culturale e servono degli strumenti finanziari che rendano la cooptazione non più conveniente (ieri facevo l’ esempio del REF e della NSS in GB); la mobilità geografica di per sé stessa, in un contesto di consolidati legami come quello italiano, non servirebbe a nulla dal punto di vista dell’indipendenza accademica. Casomai, ma non sono sicura, se una persona nell’arco della sua vita all’interno dell’academia fosse costretta a cambiare sede ogni X anni, ed ogni volta vendere od affittare l’abitazione precedente e trovarne una nuova in una città diversa, la mobilità geografica impostagli potrebbe aiutare il mercato immobiliare, a prezzo, probabilmente, di sacrifici per la famiglia dell’interessato.
nessuno ha mai parlato di una mobilità continua e ininterrotta. solo di impedire di fare il dottorato dove ci si è laureati e di entrare in ruolo o fare il post-doc dove si è fatto il dottorato.
quanto alla logica degli scambi baronali, dipende molto dalle dimensioni dei settori.
in ogni caso il punto è impedire che prevalga la logica dell’interno che per forza deve vincere il posto. questo c’è in italia, in qualche misura in francia, ma non certo in usa o uk. certo un sistema come il ref aiuta, e anzi è necessario, ma da solo non basta.
francamente non vedo cosa ci sia di così scandaloso nel dire che non si può fare il post-doc o il ricercatore nella sede dove ci si è dottorati. si tratta di normali buone pratiche per evitare l’inbreeding, che fa male alla scienza prima di tutto.
in ogni caso il legislatore mi sembra abbia colto il punto introducendo la quota per esterni, si tratta solo di rendere quella linea d’azione più chiara e più efficace.
per chiarire: il modello ref non basta, anche perché qui la quota legata alla valutazione è ancora troppo bassa e i premi/punizioni non sono abbastanza significativi o abbastanza diretti da indurre un cambiamento delle pratiche comunemente adottate.
altrimenti non staremmo per assistere a promozioni di massa di rti che passerano associati a prescindere dal merito e dalle competenze semplicemente per una logica di anzianità e perché gli interni costano meno degli esterni.
basta sentire cosa si discute in questi giorni nei dipartimenti italiani: nessuno si preoccupa della prossima vqr o di assumere i migliori, ci si limita a pensare come usare i punti budget per promuovere il maggior numero di rti interni possibile.
Il sistema universitario è allo stremo. In una nazione che ha la più bassa pecentuale di laureati in Europa e la penultima nell’OCSE, uno dei più bassi rapporti docente/studente, una produttività scientifica del tutto normale (migliore di Francia, Germania e Giappone, se di dà fede all’ANVUR) si è proceduto ad una dismissione di proporzioni notevolissime. Parlare di premi e punzioni appare surreale: qui ci sono solo punizioni. La stessa valutazione assomiglia al sorteggio con cui sulla zattera si decide chi diventerà cibo per i compagni di sventura: nelle areee 08b (Architettura) e 09 (Ingegneria Industriale e dell’Informazione) Messina batte il Politecnico di Milano.
Il Politecnico di Milano, se fosse virtuoso, cosa dovrebbe fare? Affrettarsi a copiare le ricette dell’ateneo siciliano per rimontare il distacco nella prossima VQR? Invocare più premi e punizioni (anche un po’ a casaccio, vista la qualità della valutazione) con il retropensiero che nel naufragio generale questo aiuterà la propria categoria (degna di ogni possibile attenzione, ma dentro una strategia di sistema) sembra astuto, ma rischia di essere solo miope. Nella guerra tra poveri si sa già chi vince.
Ma il vero disastro del sistema universitario italiano è stato il modo in cui la “valutazione” è stata introdotta (anvur+vq+asn). Nessuna persona che sia in buona fede può difendere il carrozzone messo in piedi in questi anni. Questo lo pagheremo, perché una seria valutazione sul modello di quella che avviene altrove sarebbe stato un punto importantissimo per una profonda riforma del sistema nel suo complesso (che ne ha un gran bisogno): si poteva, si doveva fare. Lo si è fatto in modo indegno, presapochista, frettoloso, e ormai tornare indietro è dififcilissimo se non impossibile; una valutazione fatta così, all’italiana (ossia, per citare solo alcuni dei mille problemi: conflitto di interessi, opacità, errori materiali a non finire, ritardi e proroghe continue, adozione di criteri puramente quantitativi, risibili e infondati quali le “mediane”) è la morte dell’idea stessa di valutazione, e andrà ad acuire proprio quei problemi da te segnalati e per risolvere i quali era stata invocata.
perfettamente d’accordo
Concordo assolutamente con teo @fausto. Il sorteggio della commissione non è la panacea ma … è stato certamente l’unico motivo per cui sono riuscito a vincere contro il figlio di un barone (senza conoscere se non di vista nessuno dei commissari).
@ Alor
Mi fa piacere. Però credo che questa affermazione sarebbe stata più interessante (e verificabile…) se ti fossi firmato.
Come facciamo a sapere che tu hai vinto contro il figlio di un barone e che tu non sei il figlio di un altro barone ?
Comprendo il punto, tanto più che non mancano figli di baroni che da queste pagine ogni tanto lanciano strali con commenti a dir poco da “cado dalle nubi” sulla necessità di maggiore meritocrazia senza, lì davvero, avere il pudore di usare la forma anonima.
D’altro canto, spero che non appaia una scusa, ma non sono d’accordo in generale, non solo per questo sito, all’uso dei blog in forma non anonima.
Infine, il mio intervento voleva essere una semplice testimonianza e non ho nulla da dimostrare, tanto più che del non farmi da parte ne ho pagate direttamente le conseguenze per quasi 15 anni.
Quel che dice potrebbe anche essere veritiero e frutto di un sincero sentimento, sempre se alla “testimonianza” si associa la “faccia”; nel resto dei casi, purtroppo, la “testimonianza” si trasforma in “maldicenza” ed allora conviene continuare a tacere. Semplice e personale opinione.
@Insorgere: la mia impressione è che il localismo in Italia si basi oggi sopratutto (anche se non solo) sul costo enormemente superiore di assumere un esterno invece che un interno. Si tratta di una regola stupida e controproducente: 1. stupida perché i ragionieri che l’hanno inventata sono talmente miopi da non riuscire nemmeno a capire che il passaggio da un’università statale all’altra di uno strutturato è neutrale rispetto al bilancio pubblico consolidato; 2. controproducente perché rende in qualche modo inevitabile preferire l’upgrading degli interni, impedendo lo scambio di esperienze e idee. Non è un caso che in passato (prima dell’affermarsi di queste regole) la circolazione tra università fosse molto più diffusa. Credo che al ministero dovreste sopratutto battervi su questo, così favorendo un ben più ampio ricorso da parte degli atenei ai concorsi aperti. Dovreste poi (ma sul punto rinvio a quanto già scritto in passato) portare avanti con fermezza il tema dell’incostituzionalità degli upgrading degli interni senza concorso aperto a tutti, visto che l’abilitazione nazionale non è un concorso, e quindi non soddisfa il precetto di cui all’art. 97, ult. co., Cost.
Il sistema che rimpiangi è quello precedente alla cosiddetta “autonomia”, quando i concorsi erano nazionali e così pure i budget. Bei tempi. Ricordo di aver lottato, da studente, contro l'”autonomia” universitaria. Ma adesso ormai è troppo tardi.
Gli “interni” sono entrati con concorso “esterno”. Quindi l’art. 97 è rispettato. Ogni amministrazione prevede un sistema di promozioni interne (polizia, magistratura ecc.). Si può essere d’accordo o no sulla base di altre considerazioni, ma l’art. 97 non è in discussione.
Perdonami sandy, anch’io sono convinto che sia giusto che chi ha lavorato per anni bene e con coscienza all’interno di un ateneo abbia diritto a una chance di passare al ruolo superiore, ma passare da ricercatore a PA o da PA a PO non è, allo stato attuale, una “promozione interna”, bensì una nuova assunzione in altro ruolo, che deve avvenire, di norma, tramite concorso pubblico: su questo non ci sono dubbi. Resta da vedere se il regime transitorio (fino al 2016) stabilito dalla legge Gelmini sia incostituzionale. Io credo di no.
verissimo quanto dici teo, uno dei problemi centrali è legato ai costi. o meglio è legato alle modalità di calcolo dei costi.
tutto il sistema dei punti organico del resto è una grande truffa.
su questo abbiamo provato a insistere con tutti gli ultimi 4 ministri ma nessuno sembrava interessato
Bravo Fausto: a parte l’ultima osservazione (la Consulta è diventata severissima nell’accettare deroghe al principio del concorso aperto, che debbono basarsi su situazioni di reale eccezionalità) mi hai perfettamente anticipato. Del resto, consiglierei a Sandy di leggersi le sentenze della Consulta. In non pochi casi riguardano proprio vicende di concorsi riservati per la promozione, non per l’assunzione nei ruoli iniziali. Il diritto – specie costituzionale – presenta indubbiamente vari profili di incertezza, ma sotto un minimo livello di discussione non ha senso scendere, se no si parla di qualcosa di diverso dalla realtà.
Grazie del consiglio. Sono sicura che la Consulta sa benissimo che la nostra Università versa in condizioni di “reale eccezionalità” permanente (molti giudici vengono dalle nostre fila).
Visto che amo documentare quello che dico, ecco cosza dice, ad es., Corte cosstituzionale, sentenza 12 aprile 2012, n. 90. Cito letteralmente:
“3.1.–– La questione di legittimità costituzionale della disposizione in esame è fondata con riferimento ai principi di ragionevolezza, efficienza e buon andamento della pubblica amministrazione, di cui agli artt. 3 e 97 Cost.
3.1.1.–– Al riguardo, questa Corte ha ripetutamente affermato che «la facoltà del legislatore di introdurre deroghe al principio del concorso pubblico deve essere delimitata in modo rigoroso, potendo tali deroghe essere considerate legittime solo quando siano funzionali esse stesse al buon andamento dell’amministrazione e ove ricorrano peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico idonee a giustificarle (ex plurimis: sentenze n. 195, n. 150 e n. 100 del 2010, n. 293 del 2009). In tale quadro, questa Corte ha altresì escluso la legittimità di arbitrarie restrizioni alla partecipazione alle procedure selettive, chiarendo che al concorso pubblico deve riconoscersi un ambito di applicazione ampio, tale da non includere soltanto le ipotesi di assunzione di soggetti precedentemente estranei alle pubbliche amministrazioni, ma anche i casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio e quelli di trasformazione di rapporti non di ruolo, e non instaurati ab origine mediante concorso, in rapporti di ruolo (sentenze n. 150 del 2010, n. 293 del 2009, n. 205 del 2004)» (sentenza n. 68 del 2011).
3.1.2.–– Né, per quello che riguarda la norma in esame, ha un qualche rilievo la circostanza che, fra i requisiti necessari per la progressione in carriera vi sia quello di essere stati in precedenza assunti presso l’amministrazione di appartenenza a seguito di un pubblico concorso, né la considerazione svolta dalla difesa regionale che, a causa delle limitazioni introdotte dalle norme finanziarie, non sia possibile procedere a nuove assunzioni di personale.
Si ribadisce che questa Corte ha, difatti, più volte chiarito che la progressione nei pubblici uffici deve avvenire, in linea di principio, per concorso (da ultimo, sentenza n. 30 del 2012), sottolineando, altresì, relativamente alla possibilità di riserva di quote al personale interno e di deroga al principio del pubblico concorso, che non ha alcun «rilievo la circostanza che, fra i requisiti che si debbono avere per potere godere della progressione in carriera vi sia quello di essere stati in precedenza assunti presso l’amministrazione di appartenenza a seguito di un pubblico concorso, trattandosi, evidentemente, di concorso bandito per una qualifica diversa ed inferiore rispetto a quella cui si accederebbe per effetto della disposizione censurata» (sentenza n. 30 del 2012)”.
scusa teo ma visto che sei così ferrato perché non ti attivi tu stesso per impugnare la costituzionalità della norma?
Invece è molto costituzionale che i ricercatori, poiché gli associati e gli ordinari non sono a sufficienza, siano, per legge, considerati capaci di assumere, con il meccanismo della supplenza rinnovato di anno in anno, e ciò ormai da quasi vent’anni, l’intera responsabilità di corsi universitari?
Corsi universitari che i ricercatori puntualmente svolgono, oltre a sostituire gli ordinari nelle loro lezioni, facendo il lavoro di 10 ordinari messi assieme, pur essendo pagati meno della metà ed essendo considerati formalmente degli idioti ricercatori che, però, fanno lezione, fanno gli esami, fanno laureare la gente, fanno i ricevimenti, dunque stanno tenendo in piedi la baracca degli atenei italiani ormai da lustri, peraltro scrivendo molto di più degli ordinari?
E adesso, se hanno l’abilitazione che è costata un fracasso di tempo, e un fracasso di soldi al contribuente, gli si dice “sorry” aspetta un po’ sino al 2015, aspetta di diventare nonno ed andare in pensione? Sei diseguale se sei “interno”, perché gli “esterni” sono più uguali di te?
Ma basta!
…e l’esterno (o meglio, ex-esterno) farà lezione con la valigia sotto la cattedra, il ricevimento nella pausa, e ripartirà col primo treno, per svolgere altri corsi e l’attività scientifica nella sua sede originaria dove spera di tornare al più presto… sono necessarie statistiche?
guarda che lavorare di più di quanto dovuto, magari gratis, non è una virtù.
uno dei motivi per cui il sistema non funziona è anche perché un sacco di gente ha accettato di svolgere compiti non propri con l’implicito accordo che per questo sarebbero stati promossi…
se un ricercatore non voleva fare didattica era libero di rifiutare.
se dobbiamo raccontare come stanno le cose almeno raccontiamole fino in fondo.