Approfondimenti / La bufala del giorno

Università: miti, leggende e realtà – Collector’s edition!

Cos’è l’università italiana secondo i media? Un secchio bucato, in cui è inutile riversare altri fondi. Ci sono troppi atenei, troppi corsi di laurea, troppi professori, veri e propri nababbi, pagati fino a 13.000 euro al mese. Ma è anche ora di alzare le tasse universitarie: ci sono troppi studenti che affollano le aule, anche perché l’università è quasi gratuita. Le risorse investite sono proprio sprecate: non solo siamo l’unico paese al mondo dove esistono i fuoricorso, ma, come dimostrano le classifiche internazionali degli atenei, l’università italiana non occupa un posto di rilievo nel panorama scientifico internazionale. Cosa c’è di vero in tutte queste affermazioni? Ben poco, se si ha la pazienza di sottoporle ad uno scrupoloso esercizio di fact-checking.


Ha ragione Roberto Perotti: il sistema universitario e della ricerca in Italia non sono riformabili. Serve un cambiamento radicale perché riversare più fondi in questo sistema è come buttarli al vento (R. Alesina e F. Giavazzi 2003, www.lavoce.info)

Un’università di scarsa qualità, costosa e sprecona: un vero e proprio “sacco bucato” in cui non ha senso versare risorse preziose. Questa immagine, convalidata da rinomati economisti come Alberto Alesina, Francesco Giavazzi e Roberto Perotti, non solo è diventata il fulcro del discorso intorno all’università italiana, ma ha giustificato l’urgenza della riforma Gelmini come pure i robusti tagli degli ultimi anni. Inutile lanciare grida di allarme a fronte del sottofinanziamento e della fuga dei giovani dall’università. Infatti, quando all’inizio del 2013 il Consiglio Universitario Nazionale denuncia il calo degli immatricolati che stanno regredendo ai valori dei primi anni duemila, chi crede al “sacco bucato” non può che accogliere la notizia con soddisfazione:

Nei concitati mesi che precedettero l’approvazione della riforma, la narrazione del “sacco bucato” ebbe un ruolo chiave per contenere la mobilitazione di ricercatori e studenti che si opponevano alle politiche governative leggendovi l’intento di un sostanziale ridimensionamento del sistema universitario statale. A quasi tre anni di distanza, è giunto il momento di porre questa narrazione sul tavolo anatomico e  di sezionarne i singoli elementi per capire, al di là della retorica e dell’ideologia, cosa raccontano davvero le fredde cifre delle statistiche internazionali. Lungi dall’avere una valenza puramente retrospettiva, questa indagine è di bruciante attualità perché da essa dipendono il ruolo e le risorse da attribuire al sistema dell’università e della ricerca. Nel seguito, le affermazioni dei “profeti del sacco bucato” ci faranno da guida per individuare gli argomenti da trattare. Per ogni affermazione, forniremo i riscontri che consentono di valutarne la veridicità


In Italia abbiamo 100 università, una per provincia. Sono troppe?  Dipende … Il problema è che tutte e 100 le nostre università offrono, oltre ai corsi di triennio, corsi di biennio e di dottorato (F. Giavazzi, 2010)

Un sistema universitario sovradimensionato richiede una sforbiciata. Ma è davvero così?

Nel momento in cui Giavazzi scriveva queste righe sul sito del MIUR si poteva leggere che il numero totale degli atenei non era 100, ma era pari a 89 di cui 61 statali e 28 non statali, tra i quali vi erano 11 atenei telematici. Attualmente, in Italia contiamo 96 atenei: 67 atenei statali tra cui 58 università e 9 Istituti speciali (Scuola Normale di Pisa, Università per stranieri di Perugia, etc) e 29 atenei privati tra cui 11 università telematiche. Sono pochi o sono tanti rispetto agli abitanti? Nel saggio “Malata e denigrata” (Donzelli 2009) è riportato un confronto con USA, UK, Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi. Se si contano le università e gli altri istituti di formazione terziaria l’Italia è ultima, persino includendo nel conteggio tutte le università non statali, telematiche incluse. Se ci si limita alle sole università, l’Italia è superata da USA, UK e Spagna e si colloca poco sopra Germania e Francia.


È inaccettabile che ci siano 5500 corsi di laurea, mentre in Europa ne troviamo la metà (M. Gelmini 2008)

Anche in questo caso citiamo un confronto riportato in “Malata e denigrata”. Nel 2008 il numero di corsi di laurea per milione di abitanti in Italia (101,4 corsi/milione) era inferiore a quello di Paesi Bassi (107,2) e Germania (154,1), mentre risultava meno facile un confronto accurato con Regno Unito, Spagna e Francia. Da notare che tra il 2007 e il 2011 il numero dei corsi di laurea italiani è ulteriormente diminuito del 17%.


Che nell’università ci siano troppi professori è un fatto (F. Giavazzi 2010)

In questo caso, per avere un raffronto internazionale ci riferiamo al rapporto annuale dell’OCSE “Education at a Glance”.

L’edizione 2013 riporta i dati relativi al 2010 secondo i quali su 26 nazioni siamo 21-esimi come rapporto docenti/studenti, seguiti solo da Belgio, Repubblica Ceca, Slovenia e Indonesia. Se invece ci riferiamo alla percentuale di docenti e ricercatori universitari sul totale degli occupati, è ancora l’OCSE a dirci che nel 2007 eravamo terzultimi su 20 nazioni considerate.


[i professori ordinari] con 13.667 euro mensili lordi al mese sono proprio i più pagati dell’Unione Europea, seguiti dai britannici, che incassano 12.554 euro e dagli olandesi che guadagnano 10.685 euro. (Francesca Gallacci, il Giornale 26-5-2012)

Come dimostrato da Roars (La bufala: “13.000 euro al mese dei nostri prof”. Inciampa Italia Oggi e il Giornale segue a ruota), la fantasmagorica cifra di 13.000 euro mensili deriva dalla mancata conversione da franchi svizzeri in euro delle cifre riportate in un giornale svizzero. In realtà, se si considera la media degli stipendi erogati dal MIUR, i valori netti mensili (13 mensilità, calcolo tramite irpef.infoper Regione Lombardia, al netto dei contributi sociali) sono:

  • 4.021 €: Professori Ordinari a tempo pieno
  • 2.920 €: Professori Associati conf. a tempo pieno, i
  • 3.434 €: Totali Professori
  • 2.059 €: Totali Ricercatori
  • 2.830 €: Totali Professori e Ricercatori

Se si vogliono effettuare delle comparazioni con altre professioni o con gli universitari di altre nazioni, va tenuto cconto che l’età media degli universitari italiani è particolarmente elevata. Questi i dati nel 2011(Fonte: CNVSU – Undicesimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, p. 136):

  • 59,2 anni: Professori Ordinari
  • 53,2 anni: Professori Associati
  • 45,5 anni: Ricercatori
  • 51,6 anni: Professori e Ricercatori

È risibile il tentativo di qualcuno di collegare la bassa qualità dell’Università italiana alla quantità delle risorse erogate. Il problema, come ormai hanno compreso tutti, non è quanto si spende (siamo in linea con la media europea) (M. Gelmini 2009)

Come spesa rapportata al PIL l’Italia è 32-esima su 37 nazioni con un valore inferiore al 63% della media OCSE. Le uniche due nazioni europee che spendono meno di noi sono l’Ungheria e la Repubblica Slovacca (fonte: Education at a Glance 2013).


non possiamo più permetterci  un’università quasi gratuita (F. Giavazzi 2010)

In Europa, l’università italiana è lontana dall’essere “quasi gratuita”. Infatti, su 15 nazioni europee esaminate dall’OCSE solo Regno Unito e Paesi Bassi hanno tasse universitarie più alte. Inoltre, siamo agli ultimi posti (16-esimi su 19 nazioni in ambito mondiale) per percentuali di studenti che beneficiano di sostegni economici sotto forma di prestiti o borse di studio (fonte: Education at a Glance 2013).


Siamo sicuri che questo paese davvero abbia bisogno di più laureati? (F. Giavazzi 2012)

Se consideriamo la fascia di età 25-34 anni, che è quella più giovane considerata nelle statistiche OCSE, risulta che l’Italia è ultima in Europa per percentuale di laureati. Nella classifica generale, con una percentuale pari al 21% contro una media OCSE del 38%, siamo 34-esimi su 37 nazioni, seguiti solo da Turchia, Brasile e Cina (fonte: Education at a Glance 2013).


Questo è un Paese incapace di mantenere i tempi, è un Paese sempre in ritardo. Il baco è la scuola: è l’unico Paese al mondo dove esistono i fuoricorso (F. Profumo 2012)

Lungi dall’essere un fenomeno tipicamente italiano, l’allungamento della durata degli studi oltre i limiti teorici è un fenomeno in espansione a livello mondiale. Negli USA, per fare un esempio, solo il 30% di chi segue un corso biennale si laurea entro tre anni dall’inizio e solo il 58% di chi segue un corso quadriennale si laurea entro sei anni dall’inizio (fonte: U.S. Department of Education, National Center for Education Statistics).


la spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16.027 dollari PPP, la più alta del mondo dopo Usa, Svizzera e Svezia (R. Perotti 2008)

Questa leggenda è dovuta a Roberto Perotti che nel suo libro l’Università truccata (Einaudi 2008) ha effettuato una correzione “fai-da te” dei dati OCSE, “aggiustando” il solo dato italiano della spesa media per studente sulla base del falso presupposto che i fuoricorso esistessero solo in Italia.

Non solo il presupposto è errato, ma l’OCSE sconsiglia esplicitamente di confrontare la spesa media per studente. Infatti, proprio per tener conto delle diverse durate dei corsi di studio e dei fuoricorso, l’OCSE usa un indicatore apposito, ovvero la spesa cumulativa per studente lungo tutta la durata degli studi. Secondo questo indicatore, l’Italia è 16-esima su 25 nazioni con una spesa per studente inferiore al 73% della media OCSE (fonte: Education at a Glance 2013).


l’università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale (R. Perotti 2008)

L’Italia è attualmente l’ottavo produttore mondiale di articoli scientifici dopo USA, Cina, Regno Unito, Germania, Giappone, Francia, Canada ed è ottava anche come numero di citazioni (elaborazione SCImago su dati Scopus 1996-2012 ). Dal 1996 al 2012 la percentuale di ricerca mondiale prodotta in Italia è lrimasta stabile, con un leggero incremento dal 3,3% al 3,5% (mentre la quota mondiale degli USA è passata dal 29,0% al 22,1% a causa dell’ascesa della Cina). La percentuale di ricerca europea prodotta in Italia è passata dall’11,0% al 12,6%. Nello stesso periodo, quella del Regno Unito è passata dal 24,4% al 22,6%, quella tedesca è rimasta stabile, passando dal 21,3 al 21-2%, quella francese è lievemente calata dal 15.9% al 15.1% (fonte: elaborazione SCImago su dati Scopus).


La classifica del Times conferma clamorosamente quello che abbiamo sempre sostenuto cioè che il sistema universitario va riformato con urgenza […] Tutto questo deve finire. Mi auguro di non dover più vedere in futuro la prima università italiana al 174° posto (M. Gelmini 2009)

“the league tables include roughly 1% to 3% of universities (200-500 universities) out of approximately 17,000 universities in the world. Secondly, it is important to note that the rankings producing global league tables use methodologies that simply cannot produce stable results for more than 700-1200 universities in global league tables and just around 300 universities in subject area rankings).”

Figura e citazione da Andrejs Rauhvargers,  “Global university rankings and their impact – EUA report on rankings 2011“.


Nel mondo ci sono almeno 10.000 università (circa 17.000 secondo Andrejs Rauhvargers). Entrare nelle prime 100, significa far parte del top 1%, un club riservato a chi investe risorse adeguate. A titolo di esempio, nel 2012 le spese operative della sola Harvard equivalgono al 44% del fondo di finanziamento ordinario dell’intera università italiana.

Ciò nonostante, proprio le classifiche internazionali mostrano che  università italiane sono mediamente di buon livello: secondo la classifica di Shanghai il 37% delle università italiane entra nelle prime 500 mondiali (ovvvero il top 5%) contro 41% di Germania, 32% di UK, 25 di Francia e 16% di Spagna. Secondo la classifica di Leiden, che una delle poche che tiene conto delle diverse dimensioni degli atenei, la percentuale di università italiane che entra tra le prime 250 mondiali (top 2,5%)  è pari al 40% contro il 32% di quelle del Regno Unito (fonte: “Malata e denigrata”). È comunque bene ricordare che ci sono fortissime riserva sulla validità scientifica delle classifiche internazionali degli atenei, basate sulla miscela empirica dei più disparati indicatori. Sicuramente, il numero di articoli scientifici e di citazioni è considerato un indicatore molto più appropriato della dimensione e dell’impatto della produzione scientifica nazionale.


Affermare che l’Italia spende poco per l’università è falso. Il nostro Paese spende molto ma lo fa male, alimentando sprechi e privilegi non più sostenibili (M. Gelmini 2010)

Abbiamo già visto che come spesa rapportata al PIL siamo terzultimi in Europa e che la spesa cumulativa media per studente è inferiore al 73% della media OCSE. Inoltre, a parità di spesa per la ricerca universitaria, l’università italiana produce più articoli e riceve più citazioni di Germania, Francia e Giappone (fonte: International Comparative Performance of the UK Research Base 2011).

A conclusione di questa disamina, è bene precisare che questi numeri non devono giustificare indebiti trionfalismi. Che l’università italiana attraversi gravi difficoltà è sotto gli occhi di tutti. In primo luogo, non diversamente dal resto del paese, è troppo soggetta all’influsso di gruppi di potere che si adoperano a favore di interessi particolari. Come esempio valga quello dei concorsi truccati, una piaga che, per quanto non generalizzabile, ha causato gravi danni, anche sul piano dell’immagine. Ma ciò nonostante, le statistiche internazionali mostrano che non esiste un’anomalia italiana che possa giustificare tagli inauditi e interventi approssimativi, ispirati da logiche emergenziali. Piuttosto, la vera eccezionalità sembra essere la capacità di reggere la competizione scientifica internazionale disponendo di risorse limitate reperite in un contesto nazionale poco indulgente verso l’istituzione universitaria se non addirittura ostile. La vera urgenza è superare le narrazioni mitologiche ed entrare in un’era di razionalità in cui l’ideologia cede il passo all’esame scientifico dei dati sia nella formulazione delle diagnosi che nell’elaborazione delle ricette.


Una versione preliminare di questo articolo è stata pubblicata sul periodico CISL “Sindacato Università”, che ringraziamo per l’autorizzazione alla riproduzione del testo.

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