Editoriali

Primavera o autunno dell’Università italiana?

Ripubblichiamo l’editoriale di Historia Magistra. Rivista di storia critica, 20-2016, per gentile concessione del direttore prof. Angelo d’Orsi. Esso ci sembra ancora più attuale alla luce delle recenti dichiarazioni del ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda che ha annunciato al Forum Ambrosetti di Cernobbio che il governo finanzierà solo 4 o 5 università d’eccellenza e che non rispetterà più il criterio geografico. «Dobbiamo scegliere 4 o 5 università d’eccellenza sulla manifattura innovativa, dare loro i soldi, metterle nelle condizioni di collaborare con le aziende. Le università che vogliono entrare in questo gruppo, scalino il ranking». Una dichiarazione che è perfettamente in linea col quadro che nel presente articolo – scritto nel maggio di quest’anno – viene delineato.

Nel mondo universitario e della ricerca scientifica sono in corso – ormai da più di un decennio – mutamenti strutturali che mirano a cambiarne nello spazio di qualche anno la fisionomia, in direzione di un nuovo assetto strutturale i cui lineamenti sono ancora tutti da decifrare. L’università è alle prese con vincoli sempre più oppressivi che ne dirottano tempi ed energie da un lato verso un sempre maggiore ingabbiamento della ricerca e della didattica in adempimenti amministrativi e burocratici che assai difficilmente ne miglioreranno la qualità, dall’altro verso una conflittualità con l’Agenzia di Valutazione (ANVUR) e il Ministero, che ha avuto nella campagna Stop-VQR – innescata dalla protesta per il mancato recupero del blocco degli scatti stipendiali – una sua plastica raffigurazione.

SoldiIn tutta questa vicenda i rettori e la loro organizzazione, la Crui (il Cun, in quanto elettivo, è ormai tranquillamente scavalcato e non preso in considerazione dal potere politico-ministeriale), hanno confermato di essere i realisti interpreti delle politiche governative piuttosto che i rappresentanti della comunità accademica che li ha eletti. Mimetizzandosi dietro il “senso di responsabilità”, si sono duramente contrapposti alla protesta dei docenti e ad un quasi unanime senso di disagio, in alcuni casi assumendo toni intimidatori verso chi non avesse conferito i loro prodotti per la VQR. Forse hanno pensato che un atteggiamento più accomodante verso il governo e l’Agenzia avrebbe potuto rafforzare la propria posizione di interlocutori, in modo da grattare qualche finanziamento in più, o semplicemente si sono preoccupati (oggi che con la legge Gelmini il loro mandato è unico, di sei anni) della propria collocazione futura, una volta concluso l’incarico. In ogni caso la loro azione sembra del tutto inadeguata a cogliere le linee di tendenza che sempre più si vanno delineando per il futuro dell’università e della ricerca.

Eppure non mancano gli elementi che possono essere interpretati come una inquietante spia del futuro prossimo venturo. Non ci riferiamo tanto alle dichiarazioni di qualche anno fa del premier italiano, in cui si sosteneva che per l’Italia sarebbero bastati per la ricerca 5-6 hub “di eccellenza”, quanto a più recenti fatti e opinioni espressi da autorevoli personaggi, che indicano un futuro che si inserisce in piena continuità sulla strada dell’iniziativa promossa circa 10 anni fa dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti con la creazione dell’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) di Genova. Questo istituto, infatti, è un ente di ricerca di diritto privato, ma finanziato pubblicamente con 100 milioni di euro l’anno, alla cui direzione è stato nominato “politicamente” uno scienziato e la cui amministrazione obbedisce a criteri “manageriali” (di fatto discrezionali). Svincolato da tutte le normative che opprimono l’università (dal sistema concorsuale alle regole burocratico-amministrative), esso dovrebbe assicurare efficienza e produttività Omaggio feudalemediante l’assunzione di ricercatori “eccellenti” per vie diverse da quelle cui è tenuto il mondo accademico. Sebbene tale pretesa “eccellenza” non sia ancora emersa in modo chiaro e incontestabile, il presidente del Consiglio ha pensato bene di affidare all’IIT il progettato “Human Technopole”, che dovrebbe essere localizzato negli spazi dell’Expo milanese, investendo in esso un miliardo e mezzo di euro nei prossimi dieci anni. Ciò ha suscitato le vibrate e giustificate proteste della scienziata Elena Cattaneo, senatrice a vita per merito, la quale ha evidenziato come una simile struttura – svincolata dei controlli e dalle regole che di solito sovrintendono la ricerca scientifica e i criteri con cui vengono allocate le (scarse) risorse destinate a tutti gli altri centri di ricerca (università e CNR) – finirebbe per essere «solo una Signoria creata per legge e dotata di un Tesoretto. Fatta di una corte, completa di vassalli e valvassori. Così nessuno avrà voglia di dissentire» (Intervista a «la Repubblica» del 19-03-2016). Infine, recentemente Matteo Renzi, in visita e Bagnoli, ha proseguito su questa linea del miraggio dell’“eccellenza”, affermando di voler creare nell’area industriale dismessa la «prima università di eccellenza internazionale nel mezzogiorno», così come prevede #rilanciobagnoli e come è stato scritto nelle colorate slides nell’occasione presentate.

Il quadro sembra chiaro: il problema non è quello del finanziamento della ricerca e della mancata volontà ad investire. Il fatto è che questi investimenti non devono transitare dall’università, la quale – dopo decenni di campagne di stampa volte a demonizzarla per il suo (accertato) nepotismo e le sue (verificate) inefficienze – sembra essere scomparsa dall’orizzonte degli interessi dell’opinione pubblica e della classe dirigente. Ormai ritenuta un corpo morto, nella quale immettere denaro equivale a buttarlo nel forno – come si sente continuamente ripetere – essa viene abbandonata a un destino di progressivo decadimento, di centro di istruzione di serie inferiore, in cui non si fa più ricerca, ma semmai si prepara alle professioni. E a nulla valgono le argomentazioni e le prove del fatto che l’università italiana regge benissimo la concorrenza della qualità con le università di altre nazioni e che forma ricercatori in grado di competere al meglio in campo internazionale (come è stato ad abundantiam documentato nel sito ROARS).

Nella sostanza, sembra delinearsi – se queste linee non verranno contrastate e se l’attuale dirigenza della cosa pubblica potrà continuare indisturbata nella sua opera – un duplice andamento: da un lato poli di ricerca di eccellenza che tendono a distinguersi sempre più dall’università e a non seguirne le regolamentazioni in campo amministrativo e di assunzione del personale; dall’altro, un sistema universitario sempre più definanziato, progressivamente ridotto a una forma di istruzione superiore per la preparazione delle professionalità indispensabili per la società civile e quindi non più in grado di effettuare ricerca d’avanguardia.

agonyMa non è tutto. In un significativo articolo di uno dei consulenti economici del primo ministro – Luigi Marattin (“Il mercato e l’università (orgogliosamente) pubblica”, in Menabò di etica ed Economia, marzo 2016) – viene avanzata una proposta di grande rilevanza, che potrebbe cambiare la fisionomia dell’assetto universitario:  il finanziamento delle università deve rimanere «orgogliosamente pubblico» (e magari incrementato), ma a condizione di liberare il sistema universitario dai vincoli che attualmente ne impediscono l’efficiente collocamento sul “mercato”: dei docenti, della didattica, degli studenti. E ciò può essere ottenuto cambiando l’infrastruttura giuridico-istituzionale che attualmente regge gli atenei italiani (il diritto ammini­stra­tivo), non adeguata a supportare un contesto di mercato, tanto più se di dimensioni globali. Occorre dunque ipotizzare – così come in Gran Bretagna – una trasformazione degli atenei in fondazioni a capitale interamente pubblico ma regolate dal diritto civile, permettendo ad esempio di trasformare i contratti dei docenti in contratti di diritto privato, soggetti pertanto alla contrattazione nazionale e soprattutto decentrata; rendendo flessibile la gestione economico-finanziaria degli atenei senza i vincoli a cui sono tenuti le pubbliche amministrazioni; e spazzando via tutte quelle decine di vincoli assurdi che, in quanto applicati a tutta la pubblica amministrazione, attualmente ingessano la gestione ordinaria. Insomma, una università finanziata pubblicamente, ma gestita come una istituzione di diritto privato: esattamente come è attualmente l’IIT o si vorrebbe fosse l’Human Technopole.

Che questa ipotesi non sia peregrina e invece stia sotterraneamente scavando i propri cammini, come la buona vecchia talpa, lo si scorge anche da quanto recentemente dichiarato dal nuovo presidente del CNR Massimo Inguscio: bisogna liberare la ricerca dai vincoli della pubblica amministrazione, alleggerire gli enti di ricerca dai troppi “lacci e lacciuoli”, dai tanti vincoli e dalla burocrazia che 
derivano dal fatto di rientrare nel perimetro della pubblica amministrazione (intervista a «Il Sole24Ore» del 6 aprile 2016).

Fired businessman and angry boss. Funny picture from office.

Insomma, non solo una polarizzazione della ricerca in pochi centri identificati non si sa in base a quali criteri e insigniti della medaglia dell’“eccellenza” – con l’emarginazione delle università – ma anche l’idea di trasformare queste ultime in enti di diritto privato, con l’inevitabile conseguenza di un maggiore centralismo nella loro gestione, di una maggiore discrezionalità nella gestione di fondi e personale e quindi della fine di quella “democrazia” universitaria che sinora ne ha caratterizzato la storia. E la conseguenza che sarebbe l’ovvio corollario di queste premesse potrebbe includere la soppressione della cosiddetta “tenure”, cioè il posto fisso per i docenti universitari, a favore di contratti a tempo determinato di volta in volta rinnovabili: la fine della sicurezza del posto in favore del “libero mercato” verrebbe così a far cadere il presupposto indispensabile del libero pensiero e della autonomia, con ricercatori sempre ricattabili e quindi del tutto proni ai vertici accademici e ai loro datori di lavoro. Viene così a maturazione il disegno già prefigurato nella legge Gelmini, che oggi viene con coerenza perseguito dall’attuale governo (e qui l’etichetta di sinistra, centro-sinistra o destra, è irrilevante). È il sogno di sempre del capitalismo italiano, nel quale si è dimostrato storicamente più versato: gestire privatamente i soldi pubblici e disporre liberamente della propria forza-lavoro, grazie a una sua sempre più accentuata precarizzazione.

L’università è stata sinora un centro di residua resistenza democratica alle sempre più accentuate volontà autoritarie che, nel nome dell’efficienza, si implementano sul piano istituzionale e nel mondo del lavoro; essa non è stata ancora pienamente colonizzata dalla politica, in quanto il tanto vituperato “potere baronale” ha cercato di difendere la propria autonomia e si è mosso con logiche trasversali rispetto a quelle dell’appartenenza partitica. Con le prospettive che per essa si vanno disegnando, l’università – così come è avvenuto per le strutture sanitarie – diventerà quel luogo di vassalli e valvassori, assoggettati al potere politico, paventato dalla senatrice Cattaneo. E gli atenei non saranno più il luogo in cui si farà ricerca “curiosity driven”, per amore della cultura, portando avanti il lavoro fondamentale senza il quale non sarebbe possibile alcuna ricaduta applicativa e imprenditoriale. E non parliamo dell’evidente destino cui sono destinate tutte le discipline di carattere umanistico, ritenute “inutili” e incapaci di “stare sul mercato”.

winters is comingIn queste condizioni, l’università non va incontro a quella “primavera” lanciata flebilmente dalla CRUI in risposta alla protesta contro la VQR, ma a un lento autunno. Verrà dopo, l’inverno di una cultura asservita ai due padroni che oggi si spartiscono la ricchezza: il “mercato” che succhia il denaro dalle tasche dei cittadini, la politica che saccheggia indisturbata la ricchezza sociale e che non vede l’ora di mettere le mani sull’università senza i “lacciuoli” del diritto amministrativo.

(Articolo inviato alla redazione di Historia Magistra nel maggio del 2016.
Le illustrazioni sono a cura della redazione di Roars)

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3 Comments

  1. Io sono ancora convinto che questa idea di puntare su cinque o sei università di eccellenza dove si svolge ricerca scientifica lasciando alle altre il ruolo di “teaching universities” sia una chiacchiera priva di contenuto programmatica. Certamente una chiacchiera pericolosa perché in nome di questo programma irrealizzabile si può giustificare una politica di elargizioni clientelari, ma pur sempre una chiacchiera che si dovrebbe contrastare chiedendo ai fautori di delineare un percorso preciso di attuazione del loro programma. Facciamo il caso, ad esempio, delle Facoltà di Medicina. Semplici calcoli e confronti internazionali ci dicono che servono annualmente almeno cinquemila laureati in Medicina. Questo significa almeno seimila matricole. Per gli studi di Medicina è indispensabile un contatto il più possibile diretto con la ricerca scientifica, non avrebbero senso lezioni impartite da docenti che non sono impegnati nella ricerca. Senza svolgere ricerca scientifica è impossibile formare medici che sappiano praticare intelligentemente la “evidence based medicine”. Ci ritroveremmo in balia dei sieri di Bonifacio e delle cure Di Bella. Quante facoltà ci vogliono per ospitare adeguatamente seimila matricole? Bastano cinque o sei? Vogliamo classi di matricole dell’ordine di mille individui? E perché mai? Non sarebbe meglio prevedere classi di cento matricole e sessanta facoltà di medicina dove si svolge ricerca scientifica? Quali vantaggi ci sarebbero dalla concentrazione della ricerca in poche sedi? Poiché i fautori dei centri di eccellenza hanno probabilmente in mente il modello statunitense di organizzazione universitaria, bisognerebbe chieder loro di indicare una “school of medicine” americana la cui ricerca non venga lautamente finanziata dal National Institute of Health.
    Se anche in Italia si deve mantenere un livello adeguato di ricerca scientifica in tutte le sedi che ospitano un corso di laurea in Medicina, ha senso che la maggioranza di queste sedi affidi l’insegnamento delle scienze fisiche, chimiche, matematiche e biologiche a docenti che non sono impegnati nella ricerca scientifica? E perché dovrebbero essere escluse le discipline umanistiche, quando la ricerca in queste discipline ha costi molto bassi?
    Aggiungo che quando il governo decise di istituire lo IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) affidò la stesura del programma di ricerca e la direzione scientifica a due professori dell’università di Lecce, uno dei quali è ancora direttore: un indizio che ricerche ritenute “eccellenti” dalle autorità governative possono svolgersi anche in università periferiche.
    Del resto i risultati dell’ampio e costoso esercizio di valutazione della ricerca universitaria che va sotto il nome di VQR non depongono a favore della creazione di meccanismi nazionali di valutazione capaci di emettere sentenze definitive. Ad esempio nella classifica della qualità della ricerca scientifica nell’area della ingegneria industriale e dell’informazione, il Politecnico di Milano, secondo la VQR anziché primeggiare, come ci si aspetterebbe, risultava al dodicesimo posto (su quaranta atenei che conferiscono lauree in ingegneria industriale) preceduto, ad esempio, dalle università di Messina, di Benevento e di Cassino.
    Infine dovrebbe essere chiesto ai fautori dei “poli di eccellenza” di chiarire con quali strumenti si assegnerebbero gli studenti alle “research universities” anziché alle “teaching universities”.

  2. Pingback: Cancellare l'Università - agb

  3. Condivido le preoccupazioni dell’articolo.

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