Classifiche internazionali

La performance della ricerca scientifica italiana

La rivista Nature ha recentemente riportato dei dati secondo i quali i ricercatori italiani sarebbero molto efficienti, addirittura più efficienti degli statunitensi. Ma quale è la fonte? È un’indagine statistica sulla performance della ricerca britannica rispetto al resto del mondo, commissionata dal governo britannico a Elsevier. Visto che c’è anche l’Italia, diamo un’occhiata più approfondita: la quantità totale di ricerca prodotta è inferiore a quella di altri paesi europei di dimensione simile, come Francia, Regno Unito e Germania. Però, siamo messi molto bene per quanto riguarda il rapporto tra risultati ottenuti e soldi spesi. Ne consegue in maniera abbastanza evidente che il sistema della ricerca scientifica italiana è già molto efficiente e che difficilmente sarà possibile migliorare questi indici continuando a tagliare la spesa per la ricerca.

Qual’è la performance della ricerca accademica italiana rispetto al resto del mondo? È vero che i professori universitari e i ricercatori italiani sono nullafacenti e scarsi?

Nel passato su ROARS sono stati pubblicati diversi post che riassumono dati e statistiche sulla produzione scientifica italiana. Recentemente, questo post di Francesco Sylos Labini segnala una breve notizia sulla prestigiosa rivista Nature, da cui salta fuori che i ricercatori italiani sarebbero molto efficienti, addirittura più efficienti degli statunitensi! Mi sono detto che forse era il caso di dare un’occhiata più approfondita, e dunque sono andato a scaricare e leggere il rapporto originale, che è pubblicamente disponibile qui. Il rapporto è stato commissionato dal governo britannico a Elsevier, ed è un’indagine statistica sulla performance della ricerca inglese rispetto al resto del mondo. Poiché ci siamo anche noi italiani, allora è il caso di dare un’occhiata più approfondita. Vi propongo qui un breve riassunto mostrando e commentando alcuni grafici a mio parere significativi.

Cominciamo dall’input, ovvero da quanto i paesi analizzati spendono nella ricerca. Nella seguente figura viene riportato il GERD in rapporto al PIL dei paesi oggetto dell’indagine.

Il GERD è la spesa totale in ricerca, comprendente la spesa pubblica in fondi di ricerca, il finanziamento diretto all’educazione superiore (HERD), la spesa da parte delle aziende private, e la spesa da altre fonti (principalmente associazioni non-profit come ad esempio Telethon). L’Italia e l’ultima tra i paesi analizzati. Notiamo che tutti stanno tagliando, mentre l’Italia sembra in leggera crescita. Il dato però è da prendere con le molle: la parte tratteggiata delle curve rappresentano proiezioni sui dati OECD. Inoltre, è importante sottolineare la crescita di un rapporto potrebbe anche essere dovuta al calo del denominatore (ovvero del PIL).

È anche interessante dare un’occhiata alla scomposizione della spesa totale nelle varie componenti.

Come vedete, in Italia assistiamo sia a un basso livello di spesa generale, sia il fatto che la spesa privata è tra le più basse in assoluto. In altre parole, le aziende Italiane investono poco nella ricerca. Finora si tratta di dati ben noti.

Vediamo adesso il numero di ricercatori presenti nei vari paesi.

Leggendo il rapporto, salta fuori che il numero di ricercatori presenti in Italia potrebbe essere sottostimato. Su questo tornerò più avanti. Per ora è importante notare che al solito le linee tratteggiate sono stime calcolate sui dati OECD, mentre le linee continue sono dati ufficiali (probabilmente forniti direttamente o indirettamente dal MIUR).

Adesso andiamo a vedere gli “output” del sistema. In particolare, il rapporto si concentra sul numero di pubblicazioni e sul numero di citazioni, estratti dal database Scopus che i ricercatori italiani conoscono molto bene, dato che è stato utilizzato sia per la VQR che per l’ASN. Naturalmente, questo vuol dire che l’indagine copre esclusivamente i settori scientifici bibliometrici.

Nei seguenti grafici viene riportata la percentuale mondiale di articoli per ciascun paese: il grafico a destra è un ingrandimento di quello a sinistra, ottenuto escludendo USA e Cina.

Stesso dicasi per il numero di citazioni

Tali numeri sono tutt’altro che sorprendenti visti gli input, ovvero la spesa e il numero di ricercatori impiegati da ciascun paese. Ma cosa succede se facciamo il rapporto tra spesa e numero di articoli? Nella figura successiva vediamo il numero di articoli prodotti per unità di GERD.

Osservo con stupore che gli USA cadono parecchio in basso nella classifica, mentre l’Italia balza al terzo posto dopo UK e Canada. Se poi guardiamo il numero di citazioni ottenute da articoli italiani per unità di GERD si ottengono risultati simili.

Notiamo che i ricercatori italiani rimangono piuttosto efficienti, nonostante il recente sorpasso del Canada.

Naturalmente, queste sono solo alcune tra le possibili misure di efficienza di un sistema nazionale della ricerca, e non è detto che siano le più adeguate. È però un fatto che tali misure siano sempre più prese in considerazione dai governi nazionali. In particolare, vorrei sottolineare che indici bibliometrici simili sono adottati dall’ANVUR (l’agenzia nazionale per la valutazione dell’Università e della ricerca) sia per valutare le università italiana (ultima VQR), sia per valutare i singoli ricercatori/docenti (vedi ASN).

Riporto per completezza anche i grafici che riportano gli stessi indicatori (numero di articoli e numero di citazioni) per unità di HERD, ovvero rispetto alla sola componente della spesa che riguarda il finanziamento dell’università.

Infine, il rapporto presenta anche dei grafici che mostrano il numero di articoli e il numero di citazioni per ricercatore. Eccoli:

In questi ultimi due casi l’Italia balza incredibilmente in testa. Possibile? Nel rapporto c’è una nota importante:

Of particular note is Italy, which shows a very high but broadly stable productivity per researcher; as noted in the previous report in this series, this indicator may be overestimated owing to underestimation of researcher counts for Italy.

Non mi è molto chiaro in che modo il numero dei ricercatori sarebbe sottostimato. Come detto sopra, per l’Italia il dato sul numero di ricercatori è ufficiale e non una proiezione. La mia ipotesi è che il MIUR comunichi esclusivamente il numero di ricercatori assunti in pianta stabile (a tempo indeterminato) e non tenga conto dei tanti ricercatori precari che lavorano in Italia. Se qualcuno ne sa di più lo pregherei di far luce sulla questione.

Un mio commento finale. A mio parere non c’è da essere contenti del quadro che viene fuori da tale rapporto. L’Italia si piazza in fondo alla classifica di molti indicatori assoluti, come numero di articoli prodotti e numero di citazioni ricevute. In altre parole, la quantità totale di ricerca prodotta è inferiore a quella di altri paesi europei di dimensione simile, come la Francia, il Regno Unito e la Germania. Gli unici dati su cui siamo messi molto bene sono quelli che riguardano il rapporto tra risultati ottenuti e soldi spesi. Ne consegue in maniera abbastanza evidente che il sistema della ricerca scientifica italiana è già molto efficiente, e che difficilmente sarà possibile migliorare questi indici continuando a tagliare la spesa per la ricerca. Certamente tutto è perfettibile, ma forse è il caso di andare a cercare gli sprechi da un’altra parte.

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35 Comments

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  2. Temo che la spiegazione di tanta efficienza del sistema sia da ricercare ancora una volta nelle pessime italiche abitudini: i ricercatori gratuiti. Produciamo bene nonostante spendiamo poco? Certo! Sarei curioso di estrapolare dai dati in questione quelli che recano almeno un “autore fantasma” (compare nelle pubblicazioni ma non nei registri paga). Oppure si potrebbe normalizzare il valore per il numero di ricercatori (pagati o gratuiti che siano). Sono convinto che anche per la didattica, grazie a cultori della materia, specializzandi, “masterizzandi”,etc., rischiamo di essere super-efficienti!

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  4. Una delle ragioni della possibile sottostima del numero dei ricercatori italiani ed anche dei finanziamenti privati alla ricerca in Italia potrebbe essere che non ci sono vantaggi fiscali od altri vantaggi a classificare una attività gestita da un’impresa privata come attività di ricerca e a classificare gli addetti a questa attività come ricercatori. Nel settore pubblico invece i ricercatori italiani potrebbero essere sovrastimati. Questo è uno dei tanti casi in cui i confronti internazionali devono essere presi con le molle.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Se si preferisce essere cauti rispetto alle stime del numero dei ricercatori, c’è un altro indicatore di efficienza che è il rapporto tra numero di pubblicazioni (oppure citazioni) e la spesa per ricerca e sviluppo nel settore Higher Education (HERD). È un tentativo di valutare la resa della spesa in termini di risultati (pubblicazioni o citazioni)


      In entrambi i casi, l’Italia supera Germania, Francia e Giappone. Io credo che il punto fondamentale non sia quello di vantare una qualche forma di “sorpasso” in termini di efficienza nei confronti di altre grandi nazioni (che investono di più e producono più ricerca di noi). Il punto fondamentale è che le dicerie sulla ricerca italiana che non occupa un posto di rilievo nel panorama mondiale non trovano riscontro nelle statistiche bibliometriche internazionali. Studi più accurati potrebbero confermarci se possiamo veramente considerarci più efficienti di Francia, Germania e Giappone (ammesso che interessi saperlo con precisione). Tuttavia, se anche fossero necessari dei ritocchi, questi dati ci dicono che non esistono macroscopici sprechi di risorse che giustifichino tagli indiscriminati.
      Un ultima notazione: mentre capisco la spiegazione delle ragioni che spiegherebbero la sottostima dei ricercatori nel settore delle imprese, mi è meno chiaro perché nel pubblico i ricercatori potrebbero essere sovrstimati.

  5. liannelli says:

    Un primo tentativo potrebbe essere quello di individuare il numero di autori registrati sulle banche dati come SCOPUS per singolo paese e verificare se sussistono le proporzioni tra i dati presenti nello studio. In questa maniera si può capire se c’è o meno sottostima, visto che sicuramente in questo modo si includono tutti i possibili ricercatori.

  6. Ma per quale ragione il rapporto tra numero di articoli o di citazioni dovrebbe darci un’indicazione dell’efficienza del sistema? Che cosa vuol dire efficienza? Per quale ragione questa sarebbe una prova che “non esistono macroscopici sprechi” (questa proprio non l’ho capita)? Per non parlare della follia della foto.
    Tutti gli indicatori bibliometrici dicono che l’Italia è in una media/buona posizione in Europa. Non siamo i primi, ma c’è chi sta peggio e non facciamo schifo. Bene. E quindi? L’università e la ricerca italiana funziona “macroscopicamente bene” e l’unico problema è che lo stato non sgancia soldi (che è comunque un problema)?

    Raccontata così mi sembra una bella battaglia corporativista che vuole mantere lo status quo.
    Forse invece di darci tante pacche sulle spalle, sarebbe più utile capire dove l’università italiana funziona male, chi la fa funzionare male e come migliorarla.

    Una nota. Se prendiamo sul serio l’idea che il rapporto tra numero di articoli e finanziamente dica qualcosa, stiamo pensando che articoli e finanziamenti siano in qualche legati linearmente. Cioè se mi danno il doppio di soldi faccio il doppio degli articoli…

    • “Ma per quale ragione il rapporto tra numero di articoli o di citazioni dovrebbe darci un’indicazione dell’efficienza del sistema?”
      .

      E dove sarebbe questo rapporto? Legga bene: al numeratore c’è il numero di articoli o il numero di citazioni e al denominatore le risorse.Il rapporto tra queste due grandezza fornisce il costo di un articolo (o di una citazione).
      .

      “Raccontata così mi sembra una bella battaglia corporativista che vuole mantere lo status quo.”
      .

      Qui ognuno ha le sue cose da fare. Se lei ne ha da fare altre le faccia e non scriva commenti di questo genere. Altrimenti legga Roars e imapri qualcosa.
      .

      “Se prendiamo sul serio l’idea che il rapporto tra numero di articoli e finanziamente dica qualcosa, stiamo pensando che articoli e finanziamenti siano in qualche legati linearmente.”
      .

      Linearmente? Scusi ma che cosa sta dicendo?

    • Ho sbagliato a scrivere all’inizio. Scusate.

      La nota si riferisce a questa considerazione (che non è il punto principale del commento). Se guardo alle variazioni tra paese e paese del costo per articolo (o citazione), e lo ritengo una misura di efficienza, sto assumendo che *a parità di efficienza* il costo per articolo è fissato. E quindi, fissata l’efficienza, se metto il doppio dei soldi, vengono fuori il doppio degli articoli.

      La cosa che interessa a me (e mi interessa veramente, non voglio fare provocazione) è capire cosa veramente funziona e cosa *non* funziona nell’università italiana. I giornali e molte commentatori “massaggiano” i dati per far vedere che l’università italiana è lo schifo completo. Roars ha il merito di far vedere che non è così. Però ci sono anche tante cose che non funzionano e comunque migliorabili.
      Mi pare che da buona parte dei post, ma potrei sbagliarmi, emerga l’idea che semplicemente dando più soldi (tagliando di meno) le cose miglioreranno.

    • nessuno sostiene che ci sia linearita’tra fondi e pubblicazioni, piuttosto e’ naturale che ci sia una dipendenza non lineare, trattandosi di un sistema complesso. Quello che non funziona nell’universita’? Davvero basta leggersi un post a caso per avere un esempio e non si tratta solo (ma certo, data la situazione, anche) di soldi. Ci sono anche dei libri dei redattori http://www.roars.it/online/category/libri-roars/ o anche di altri che sono stati recensiti. Insomma qui nessuno sta facendo una difesa di categoria ne’ si sta battendo cassa, questa lettura non e’ semplicemente accettabile

    • Giuseppe De Nicolao says:

      La prima idea che emerge è che non si possono giustificare i tagli all’università e alla ricerca con una macroscopica inefficienza della ricerca italiana. In questi ultimi quattro anni è stato operato un ridimensionamento senza precedenti, che i suoi sostenitori ritenevano possibile – anzi, necessario – in considerazione del basso livello dell’università e della sua inefficienza rispetto agli standard internazionali. Per un approfondimento della narrazione del “secchio bucato” si veda: http://www.roars.it/online/universita-miti-leggende-e-realta-collectors-edition/
      Crediamo davvero nelle retoriche “meritocratiche”? Allora, dovremmo allocare risorse nelle aree dove l’Italia regge bene la competizione internazionale. I dati mostrano che la ricerca pubblica era una di queste aree. Invece, è stata “punita” con tagli senza precedenti.

    • Quindi siamo d’accordo che non è lineare.
      Supponiamo che, a *parità di sistema* la relazione tra produttività p e investimento € sia una qualche funzione f
      p = f(€)
      se si definisce l’efficienza E come p/€, si ottiene che
      E = f(€)/€
      se f è crescente e sublineare (che mi pare ragionevole) si ottiene che, *a parità di sistema* chi investe di meno ha un efficienza maggiore.
      L’efficienza dovrebbe essere invece la fluttuazione rispetto al “modello nullo” f(€), e.g. p_misurato/f(€_misurato)

      La logica del “è un secchio bucato” quindi “togliamo i soldi” è sbagliata di per se. Anche se fosse un colapasta, non si risolve il problema togliendo soldi.
      A me piacerebbe che ci si scannasse un bel po’ più su trovare i (magari piccoli) forellini nel secchio che nella discussione infinita se c’è più secchio o c’è più buco…

  7. Perché ipotizzo che ci possa essere una sovrastima del numero dei ricercatori pubblici in Italia? Perché per ragioni legate alla dinamica delle relazioni con i sindacati sono stati dichiarate “enti di ricerca” anche istituzioni che svolgono un’attività che richiede alte competenze professionali ma non è di ricerca. Ad esempio, negli altri paesi, l’ente corrispondente all’ISTAT è un ente di ricerca? Un altro esempio è l’ISPELS ora assorbito dall’INAIL. E poi quanto è diffusa la pratica di chiamare ricercatore un amministrativo per potergli dare uno stipendio migliore, come si usa al CNR? Questi casi potrebbero essere però numericamente irrilevanti. Sono d’accordo che nella ricerca scientifica che più o meno conosco l’Italia occupa approssimativamente il posto che le spetta in relazione al PIL e allo sviluppo industriale. Temo invece che le cifre incerte dei confronti internazionali possano servire a sostenere qualsiasi tesi (cambiando opportunamente i denominatori).

  8. Simonetta Baraldo says:

    Ma è mai possibile che il conduttore/moderatore di un blog serio come Roars risponda in questo modo:

    “Qui ognuno ha le sue cose da fare. Se le ne ha da fare altre le faccia e non scriva commenti di questo genere. Altrimenti legga Roars e imapri qualcosa.” Mah…

    Comunque nei mesi in cui io ho letto Roars ho imparato molto, soprattutto da Giuseppe de Nicolao, per cui ha ragione su questo punto. Da Francesco Sylos Labini ho imparato solo in questi mesi in molte discussioni su VQR e ASN che gli indicatori citazionali sono indicatori risibili e privi di qualsiasi fondamento, quindi mi fa specie vedere che ne appoggia l’utilizzo in questo caso.

    Però l’articolo è davvero interessante, per cui grazie a Lipari che l’ha scritto, agli interessanti commenti di Alessandro Figà Talamanca e Giuseppe De Nicolao, e grazie a Roars..Peccato solo che non riusciamo a creare un’immagine diversa nell’opinione pubblica, ma che passino sempre e solo certe notizie denigratorie e non altre.

    • Simonetta Baraldo se non ti piacciano i miei commenti non li leggere. Non è accettabile che ogni volta mi vieni a fare la morale sulle buone maniere. E vedo che hai anche bisogno di un ripasso: non ho mai scritto che “gli indicatori citazionali sono indicatori risibili e privi di qualsiasi fondamento” ma che l’uso automatico degli indicatori bibliometrici per la valutazione individuale sia molto problematico, sconsigliato da tutti e non usato da nessuno. Per contro l’uso degli indicatori bibliometrici per macro-insiemi di ricercatori fornisce, grazie alla statistica, delle informazioni interessanti.

  9. Simonetta Baraldo says:

    Ciao,

    io leggo tutto e commento qualcosa (quello che mi interessa di più) cercando di essere educata. Mi infastidiscono i commenti dal tono poco educato…
    Sugli indicatori dovresti rileggere quello che hai scritto nei post precedenti….Però mi piace la tua ultima affermazione “l’uso degli indicatori bibliometrici per macro-insiemi di ricercatori fornisce, grazie alla statistica, delle informazioni interessanti”, per cui continuerò a leggerti.

    • A me invece infastidiscono i commenti inutilmente provocatori e a quelli rispondo piccato. Quello che ho scritto nei miei posts precedenti lo so molto bene, probabilmente meglio di te che continui a commentare cose che non conosci.

  10. Non vorrei fare la parte del diavolo, ma non penso che Scopus sia attendibile, di sicuro favorisce gli scienziati italiani. Proprio a causa di VQR e abilitazioni, da un paio d’anni i nostri ricercatori bombardano scopus per fare rettificare un sensibile numero di pubblicazioni mancanti, autori o erronee classificazioni. Se ne sono viste di ogni. Lo stesso scopus feedback recitava, nel 2012: “Important Notice: At this time we are experiencing an unusually high volume of requests pertaining to citation issues. Therefore, our response time may be longer than normal. ” .
    Le rettifiche le hanno fatte e gli H index sono saliti (il mio di 3, e non è poco), e non solo il mio. Personalente ho trovato google molto più attendibile da questo punto di vista.

  11. Michele Costa says:

    C’è il solito problema che “citazione” di per sè non vuol dire gran che. Un articolo può essere citato perchè è importante per l’articolo che lo cita, o perchè contiene degli errori, o semplicemente per completezza, perchè è nello stesso campo dell’articolo che lo cita (le famose “topic X has been extensively studied in the past, Refs. [1]-[50])”. Chiaramente si tratta di citazioni di peso ben differente. Sarebbe interessante effettuare almeno un controllo a campione per avere un’idea delle diverse percentuali dei tre tipi.

  12. samueleuk says:

    Se assumiamo che i risultati di estrema efficienza del sistema universitario e di ricerca italiana siano validi, mi spiegate quali sono le caratteristiche del sistema italiano che lo rendono cosi’ efficiente? La precarieta’ dei ricercatori? L’eta’ media elevatissima dei nostri accademici? La selezione per cooptazione invece che per merito? La mancanza di valutazione (almeno fino a tempi molto recenti)? Forse mi sfugge qualcosa.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Chi avesse la pazienza di leggere qualche saggio storico, scoprirebbe che la meritocrazia concorsuale è stata una preoccupazione costante dall’unità d’Italia in poi. Nessuno può negare i problemi, anche gravi, ma un approccio scientifico impone di guardare in faccia i dati. L’efficienza non può dirsi estrema. Però, l’Italia regge bene il confronto. I sistemi formativi sono caratterizzati da notevoli inerzie temporali. Il segmento più qualificato del sistema formativo tradizionale (licei + università) è quello che nel 1900 ha formato generazioni di ricercatori di assoluto livello, molti dei quali hanno fatto carriera anche all’estero. La grossa sfida sarebbe stata quella di far leva su questo nucleo per sviluppare una formazione terziaria capace di far fronte alle accresciute esigenze di formazione di una società moderna senza abbatterne la qualità. Aver convinto – anche contro l’evidenza scientifica – che la qualità della ricerca italiana sia infima è servito a spianare la strada ad una colossale dismissione del nostro sistema universitario. Non possiamo più permetterci di essere un paese di serie A, ha detto con grande onestà Guido Possa (PdL). È vero. Anzi, con la più bassa pecentuale di laureati in Europa siamo già un paese di serie B. Affonderemo sempre più, dando la colpa ai concorsi truccati, senza vedere lo strozzamento del turn-over, il blocco degli stipendi, il prosciugamento del PRIN, le follie dell’ANVUR e – last but not least – il taglio di un miliardo di FFO. Quando sarà chiaro che è tutto finito, chiuderemo Roars, non senza postare un ultimo “de profundis”. A quel punto, i redattori (e i collaboratori) si renderanno conto che avrebbero potuto impiegare meglio il loro tempo. Però era giusto provare a fermare il naufragio. Era giusto per il debito nei confronti degli studiosi di valore che ci hanno preceduto e che ci hanno trasmesso conoscenza e passione, era giusto per i colleghi e gli allievi emigrati all’estero senza speranza di tornare, era giusto per i nostri figli, era giusto perché era il nostro dovere di cittadini.

    • Il sistema universitario italiano è efficiente (nel settore ricerca SCIENTIFICA (cioè bibliometrica)) perchè negli ultimi 15 anni c’è stata una fortissima selezione Darwiniana della specie.

      Ad esempio, se si vanno a vedere i candidati a PA e PO nel settore Fisica ci si accorge subito che il livello è bibliometricamente piuttosto alto. Direi piuttosto più alto di quanto richiesto ad un docente di una università media UK, USA, o Francese.

      Va detto che certe università UK o USA (ed anche alcune Francesi) non sono molto dissimili dalle nostre telematiche.

  13. Arianna Montorsi says:

    A proposito della possibile sottostima del numero di ricercatori, credo che il margine di incertezza sia dovuto al fatto che secondo il Manuale di Frascati, riferimento internazionale per le rilevazioni, nel conteggio dei ricercatori dovrebbero essere inclusi anche i dottorandi. Nel conteggio italiano questi non sono inclusi (non e’ chiaro che cosa abbiano fatto gli altri paesi). Per il resto, i numeri sono ben stabiliti e verificabili, per esempio sul sito EUROSTAT: 55 K (si’, solo 55) universitari, 20 K assegnisti e post-doc, 25 K ricercatori nei centri di ricerca pubblici e 50 K in quelli privati, per un totale di poco più’ di 150 K ricercatori operanti in Italia. Includendo anche i dottorandi, c’e’ un aumento di circa il 20% del dato riportato nelle tabelle, ma si rimane comunque sotto i 200 K, contro gli oltre 400 K di UK e gli oltre 500 K tedeschi (se non sbaglio, i numeri della tabella 3 dell’articolo sono invece relativi ai soli ricercatori universitari&pubblici).

    L’incertezza non varia dunque l’informazione qualitativa delle tabelle: l’Italia continua a essere nelle primissime posizioni per quanto riguarda le citazioni e gli articoli per ricercatore. L’analisi dell’articolo rimane corretta: la performance pro-capite dei ricercatori italiani e’ buona, e il dato e’ confermato anche a livello di finanziamenti competitivi ricevuti. Il motivo principale per cui non performiamo bene come paese nelle graduatorie internazionali e’ che l’Italia investe poco in ricerca, e soprattutto poco in ricercatori; se già siamo sotto la media europea come personale addetto alla ricerca (cioè conteggiando anche tecnici e amministrativi), andiamo alla meta’ della media se guardiamo i soli ricercatori. In proporzione, e’ come se l’Italia avesse meno di 30 milioni di abitanti.

    Credo che l’info sulle prestazioni pro-capite dei ricercatori sia la chiave di lettura per comprendere i dati del sistema paese, perché da’ indicazioni chiare su dove sia necessario intervenire. Negli ultimi 10 anni il sistema della ricerca pubblica italiano si e’ liberato di molti dei residui di inefficienza introdotti dalle passate ope legis. Quasi tutto il personale ricercatore che attualmente lavora nell’università e nei centri di ricerca pubblici e’ entrato superando concorsi di ammissione pensati su standard internazionali. Mentre e’ doveroso che gli enti preposti facciano luce sui casi in cui il meccanismo dei concorsi si e’ inceppato, e’ ora che la comunità universitaria prenda atto del vero limite del nostro sistema: la MANCANZA di ricercatori.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      I dati pubblicati su Nature hanno trovato visibilità su un quotidiano nazionale grazie a Francesco Margiocco, un giornalista che segue con attenzione i temi che girano intorno a università e ricerca, il quale ne ha scritto sul Secolo XIX citando anche Roars:

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  17. Neverland says:

    Non sono convinto che i dati sul rapporto citazioni/GERD e simili certifichino l’eccellenza dei ricercatori italiani rispetto ad es. ai colleghi statunitensi. Questo sarebbe vero solo se il rapporto tra citazioni e GERD seguisse una relazione di tipo lineare. Se invece assumessimo una funzione sigmoide (come ad esempio nei modelli di crescita delle popolazionei, nei modelli neurali di apprendimento etc.), i ricercatori italiani e i colleghi statunitensi si verrebbe a trovare solo su un punto diverso della stessa funzione – che spiegherebbe la differenza nel rapporto citazioni/GERD. Ovvero: modificando il GERD, cambierebbe anche la slope della funzione.

    Alessando

    • Giuseppe De Nicolao says:

      L’articolo, oltre che mostrare il rapporto citazioni/GERD (Gross Expenditure in R&D) mostra anche il rapporto citazioni/HERD, che è più significativo. Infatti, il GERD comprende tutta la spesa R&D che, soprattutto nel caso di quella delle imprese (il “BERD”) non è primariamente finalizzata alla produzione di pubblicazioni scientifiche. Dato che il BERD italiano è molto basso, il rapporto citazioni/GERD dà per l’Italia dei valori molto alti, ma non molto significativi.
      Però, anche considerando il rapporto citazioni/HERD (o articoli/HERD) la produttività italiana appare più che buona. Non si tratta di “assumere” funzioni lineari o sigmoidi, ma di comparare le nazioni. Ho controllato rapidamente e l’efficienza italiana si mantiene più che buona anche se restringiamo l’attenzione a nazioni che hanno valori simili di HERD. È vero che chi spende molto o moltissimo è un po’ meno efficiente, ma bisogna dire che la ricerca viene prodotta in modo distribuito (basti pensare al numero di università e dipartimenti, laboratori e persino singoli ricercatori, se consideriamo certte discipline). Alla fine, il dato mostra che le università, dipartimenti, laboratori e ricercatori italiani, pur disponendo di meno fondi, producono in modo più che dignitoso. Più che eccellenza, mi fa pensare all’arte di arrangiarsi (e magari di sfruttare manodopera a basso costo). Tuttavia, sono dati che dimostrano la pretestuosità di misure punitive inflitte in nome di una presunta inefficienza del sistema.

  18. Grazie per l’articolo. Mi spiace che manchi la referenza esatta sull’articolo originale che mi deve essere sfuggito, come anche il post di Sylos Labini perché vedo per la prima volta il sito ROARS.
    Sembra, dunque, che tutto vada bene per la ricerca italiana. Pochi soldi, sempre meno, grandi risultati, non solo isole felici di eccellenza ma una generale soddisfazione allieta le nostre Università e Centri di ricerca. “Tout va très bien madame la Marquise” (disse, e vomitò nel piatto).
    I nostri governanti saranno ben felici ed orgogliosi per aver tagliato del tutto i PRIN ed altri finanziamenti pubblici, avranno così aumentato il rapporto articoli(produzione)/spesa a costo zero. E saranno contenti dell’altissima produttività per ricercatore (forse non i vari brunetta) perché siamo a livelli di Stanford, Harvard, MIT ecc., come hanno già notato in molti. Concordo al 100% con molti commenti, ed in particolare quelli di Sylos Labini. I rapporti lineari per valutare sistemi complessi sono fuorvianti. Infatti il numero di articoli andrebbe correlato per es. allo impact factor (IF da 0,01 a50), al campo (è noto che articoli su riviste mediche sono più citati di quelli su altre riviste scientifiche), al ruolo (primo ultimo nome, responsabile della ricerca, postdoc, ecc ecc ecc). Il numero di articolo per ricercatore non terrà conto che dei ricercatori a tempo peno, come già sottolineato, in rapporto almeno 1:8 rispetto ai giovani ricercatori precari che ancora resistono in Italia.
    Il numero di articoli per paese non tiene conto che meno del 40% di quelli italiani sono stati prodotti in Italia. Bene la grande scienza a costo ancor minore, giacché viene fatta all’estero per quasi i due terzi.
    Quindi possiamo essere ben contenti e glorificati. Siamo i quarti più bravi al mondo almeno nelle scienze biomediche ed i nostri ricercatori tra i più produttivi, anche se dannatamente i più poveri.
    La fuga dei cervelli? Sarà un’invenzione di Grillo, sempre contro questo paese di Bengodi-Italia.
    Il Bel Paese del sole del mare e delle Scienze.
    Forse cari colleghi avete un poco esagerato sul piano dell’ottimismo, certo per porre l’accento giustamente che la scienza italiana è ancora di qualità e che i ricercatori non sono dei fannulloni ed anche che “non stiamo a battere cassa”. Tuttavia una lettura più critica di quest’articolo e soprattutto dalle azioni degli ultimi dieci governi ed in particolare quello presente, ed una più costante pressione delle comunità scientifiche sui nostri governi e governanti sarebbe utile.
    Lunedì ad una riunione al senato per l’anniversario della fondazione Armenise organizzato dalla fondazione stessa e dalla scienziata e senatrice Elena Cattaneo ho proposto che il governo, come minimo segno di buona volontà verso la ricerca italiana, sgravi dall’IVA i fondi di ricerca pubblici e di organizzazioni non profit, come anche dall’IRPEF (o la riduca) i contratti cocopro (per 3-4 anni per individuo) per i ricercatori e tecnici precari che conducono gli esperimenti per questi progetti (come avviene per le borse di dottorato, gli assegni di ricerca, i ricercatori rientrati in Italia con programmi ministeriali, ecc).
    Si attiverà un progetto da proporre al governo? Non so né mi compete. Come prevedibile, la mia proposta è stata molto ben accolta dai presenti alla riunione Il cuore della scienza.
    Vedremo

  19. PS scusate la lungaggine
    UdP

  20. Pingback: Universitiamo: come l’Università di Pavia trova nuove vie per finanziare la ricerca scientifica | UAU magazine

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