Uno spettro si aggira per la redazione del Corriere e di alcuni blog economici. Non è il comunismo, ma una commissione di esperti a cui spetterà il compito di selezionare la rosa di candidati per la nuova presidenza dell’INVALSI. Da dove viene il pericolo? Forse che non si tratta di esperti, ciascuno nel suo campo? Gli strepiti degli editorialisti sono dovuti al fatto che alcuni di quei nomi non sono perfettamente in sintonia con il “comitato di salute pubblica” che in questi anni ha imposto una “rivoluzione dall’alto” della scuola e dell’università dettando l’agenda in fatto di valutazione a governi (non importa se berlusconiani o PD) che hanno rinunciato ad averne una propria. Ma al di là dei fanatismi ideologici, cosa si può dire delle valutazioni INVALSI dal punto di vista metodologico e quali sono le criticità che richiederebbero un cambiamento di rotta?

1. Un recente provvedimento della Ministra Carrozza ha subito un fuoco di fila impressionante: due editoriali sul Corriere (qui e qui), il rilancio sul blog di un senatore, un post sul la voce.info, etc. etc. Oggetto del provvedimento, udite udite, la nomina di una commissione di esperti il cui compito, udite udite, è selezionare, a seguito di una procedura ad evidenza pubblica, il nuovo presidente di INVALSI, l’organismo di valutazione delle scuole italiane. Di quale nefandezza si sono macchiati questi esperti? Forse che non si tratta di esperti, ciascuno nel suo campo? No, la colpa di alcuni membri della commissione, in particolare del prof. Giorgio Israel, è di avere espresso posizioni critiche sui processi di valutazione messi in atto da INVALSI negli anni passati. La sola presenza di Israel e l’assenza di economisti dell’educazione e statistici potrebbe affossare l’eccellente lavoro fatto da INVALSI fino ad oggi. Perché una tale levata di scudi su questo provvedimento?

2. INVALSI soffre dell’ambiguità propria della via italiana alla valutazione che gli osservatori più attenti hanno più e più volte rilevato in relazione ad ANVUR. Non c’è una netta separazione tra attività tecnica di valutazione e indirizzo politico del sistema dell’istruzione.  INVALSI ha subito una torsione che lo ha trasformato da ente di ricerca strumentale rispetto alle esigenze conoscitive del MIUR – secondo quanto previsto dalla norma istitutiva -, in una “agenzia” di valutazione con compiti diretti di indirizzo, e di valutazione individuale di studenti e, in prospettiva, di docenti. In particolare negli ultimi anni INVALSI ha sistematicamente applicato strumenti ancora in fase di sperimentazione o consolidamento in procedure valutative formalizzate ed amministrativizzate, ad esempio dei risultati dell’esame per il terzo anno della scuola secondaria di primo grado. Immancabilmente la retorica che accompagna il tutto è quella della superiorità delle misure oggettive, contrapposte alla valutazione degli umani (gli insegnanti). In analogia a quanto accaduto per la bibliometria fai-da-te della VQR, i risultati delle valutazioni INVALSI non sono stati soggetti a validazione da parte di una ampia comunità scientifica, sono spesso per loro natura non-replicabili e soggetti a restrizioni nella divulgazione (fatta salva un ristretta cerchia di amici, che può accedere a dati riservati per pubblicazioni anch’esse non replicabili, perché i dati di partenza non sono disponibili). Anche per INVALSI la complessa comunità di riferimento  – insegnanti, famiglie, osservatori etc. – non accetta né condivide modalità e forme in cui è attuata la valutazione.

Sotto la spinta del dimissionario (prima commissario e poi) presidente Paolo Sestito, le attività di INVALSI si sono indirizzate decisamente verso la costruzione di strumenti per la valutazione del singolo discente, integrative o addirittura sostitutive del giudizio dei docenti. Secondo Sestito la prova del 5° anno della secondaria superiore è pensata per offrire all’alunno «un elemento non solo valutativo delle sue competenze inseribile nell’esame di stato, ma anche un elemento orientativo e selettivo per la scelta e l’accesso all’università».  Secondo Elena Ugolini (ex-sottosegretario che ha lavorato alla definizione del regolamento sul sistema nazionale di valutazione, le prove INVALSI hanno l’obiettivo di permettere di risparmiare sui costi dell’esame di stato (Italiaoggi 16/4/2013: http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/sperimentazione-invalsi-al-via.flc). Questa impostazione del problema, d’altra parte, è già presente nel documento di indirizzo per le attività di INVALSI (Ichino, Checchi e Vittadini 2008) caratterizzato dalla retorica del benchmarking, dalla competizione tra scuole e dagli incentivi/punizioni agli insegnanti. E nel libro di Andrea Ichino e Daniele Terlizzese, la parabola dello studente desideroso di accedere ad un prestito per finanziarsi l’università inizia proprio con l’impegno dello studente che si prepara a superare i test INVALSI per accedere al prestito.

3. La valutazione, tanto più nelle scuole primaria e secondaria, dovrebbe essere indirizzata a una ricognizione attenta dei punti di forza e debolezza del sistema. L’obiettivo principale della valutazione dovrebbe essere la predisposizione di informazioni corrette al ministro e al parlamento in vista dell’adozione di interventi di policy adeguati agli obiettivi; e dovrebbe fornire informazioni agli attori del sistema (dirigenti, insegnamenti) per il miglioramento progressivo delle performance. La valutazione dovrebbe restare fuori dalle procedure amministrative che riguardano i singoli studenti e i singoli insegnanti, tanto più che, lo ripeto, al momento non abbiamo certezza che gli strumenti utilizzati siano scientificamente validati e non sappiamo neanche se la rispondenza agli standard adottati nelle comunità scientifiche internazionali di riferimento (su Scopus sono registrare appena 18 pubblicazioni con un totale di 20 citazioni –a luglio 2013- riferibili a ricercatori affiliati INVALSI).

Da questo punto di vista la diffusione di informazioni sui risultati delle singole scuole a studenti e famiglie sarebbe uno strumento prezioso per il miglioramento del sistema restituendo a insegnanti, alunni e famiglie la centralità che spetta loro. L’idea di fondo è che un sistema di informazione trasparente è la pre-condizione perché gli attori della scuola (dirigenti, insegnanti, personale tecnico amministrativo, studenti) si sentano responsabili dei risultati raggiunti, ed agiscano in vista di un miglioramento del sistema. La diffusione delle informazioni non è funzionale alla libertà di scelta, alla competizione tra scuole – come sostengono molti, dimenticando che le famiglie molto spesso non hanno a loro disposizione un menù di scuole tra cui scegliere, specialmente se vivono in centri piccoli e piccolissimi. La diffusione delle informazioni sulla valutazione è  lo strumento principale per il miglioramento del sistema. Solo se sono chiare le regole di ingaggio – le valutazioni non saranno utilizzate per valutare i singoli –, esse potrebbero  essere rese pubbliche ad un elevato livello di disaggregazione, dando luogo ad un circolo virtuoso per cui informazioni trasparenti determinano responsabilità chiare degli attori e loro impegno al miglioramento.  Sono molto scettico sull’efficacia delle premio-punizioni economiche nel mondo della scuola, dove è invece centrale recuperare la motivazione e l’impegno degli insegnanti.

4. Mi scuso con i lettori, mi sono fatto prendere la mano. Non di queste modificazioni del sistema di valutazione si è occupata la ministra Carrozza. Si è limitata a indicare cinque nomi per una commissione che dovrà scegliere il presidente INVALSI. Gli strepiti degli editorialisti sono dovuti al fatto che alcuni di quei nomi non sono allineati con il credo dominante degli ultimi anni in fatto di valutazione. La colpa della ministra è di avere scelto persone non perfettamente in sintonia con il “comitato di salute pubblica” che in questi anni ha imposto una “rivoluzione dall’alto” della scuola e dell’università dettando l’agenda in fatto di valutazione a governi (non importa se berlusconiani o PD) che hanno rinunciato ad averne una propria. Il cattivo disegno delle istituzioni – come più volte abbiamo scritto in riferimento ad ANVUR – rende necessario il controllo ferreo preventivo delle persone chiamate a governare le agenzie di valutazione, perché solo in questo modo è possibile definirne l’indirizzo. Ecco perché  la piccola élite strepita. La ministra ha finalmente dato un segnale positivo. Confidiamo che i cinque prescelti facciano al meglio il loro lavoro. Non nascondo tuttavia il mio maggiore timore: che questo segnale finisca solo per placare gli ambienti sindacali e della scuola ostili alla “deriva aziendalistica”, e a legittimare ai loro occhi il nuovo presidente INVALSI. Senza però che nulla cambi.

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29 Commenti

  1. Il ruolo di “élite editoriale” si autosostiene con questi interventi, il cui scopo ideologico ben conosciamo da lungo tempo.
    Come al solito, spendere qualche pagina per informare i lettori sulle reali politiche scolastiche dei Paesi affini all’Italia sarebbe troppo pericoloso.

  2. Splendido pezzo. A parte il fastidio di vedere i soliti noti che pontificano su come deve cambiare il mondo, e’ interessante notare che anche qui s’e’ perseguita una politica in cui tutto sembra dipendere dalla coppia premio-punizione, dimenticando l’importanza del contesto. E’ stata la via piu’ semplice, ma non la migliore. E’ stata la via per giustificare la disgregazione sociale e non la coesione. Nella stessa logica si muovono la riforma gelmini e la tanto declamata riforma brunetta del lavoro pubblico, per fare esempi a tutti noti.

  3. Strano: mi sembrava solo di aver chiesto al Ministro di dire esplicitamente se prevede un cambio di tendenza riguardo all’Invalsi e di spiegarne le ragioni. Richiesta, credo, legittima in uno stato democratico.

    Il cambio di tendenza riguarda uno strumento di misurazione standardizzata e confrontabile (il test invalsi), che certo non può essere l’unico strumento con cui acquisire informazioni sul funzionamento delle scuole, ma al quale mi sembra difficile rinunciare. E così la pensano tanti altri che stanno firmando l’appello che potete trovare qui
    http://www.adiscuola.it/adiw_brevi/?p=11312

    Il Ministro ha tutto il diritto di fare quel che vuole, ovviamente: e questo dimostra che la scuola pubblica è la scuola della maggioranza che governa. Date le divergenze evidenti, meglio che ognuno si faccia la scuola che preferisce e se la valuti come crede.

    • Mi dispiace davvero che Andrea Ichino sia così pessimista sul futuro della valutazione. Io preferisco pensare che il ministro ha indicato persone competenti nella speranza che svolgano il proprio compito in maniera intellettualmente onesta. Scegliendo, se possibile, una persona ragionevole.

    • Forse sarebbe il caso, prima di firmare l’appello, di leggere attentamente l’articolo che lo presenta: http://www.adiscuola.it/adiw_brevi/?p=11260
      Un solo assaggio: i docenti italiani dei settori M-PED/04 e M-PSI/03 (a cui le declaratorie riconoscono le competenze sui temi della valutazione), che nella grande maggioranza (ad occhio almeno 3/4) firmarono una richiesta al Ministro chiedendo di essere coinvolti nell’attività dell’INVALSI, vengono trattati in questo modo: «Dove vogliono andare a parare questi revenants [= morti viventi]? Vogliono essere loro a fare meglio il lavoro degli attuali esperti INVALSI? O dare copertura accademica alla definitiva collocazione dell’Italia fra i paesi in via di sottosviluppo?». Mi sorprende che il collega Andrea Ichino non veda nulla di strano a firmare un appello promosso da chi conduce con questo stile e questa correttezza il confronto culturale. La mia idea di scuola e di Università è un po’ diversa.

    • Per Mario Ricciardi:

      Non ho nulla da eccepire sulla competenza e onesta’ intellettuale delle persone scelte dal ministro. E non ho mai detto o che sia una questione di discipline. Tra l’altro, ad esempio Alberto Baccini e’ un economista ma Norberto Bottani certo no.

      Il punto e’ solo che le persone indicate dal ministro hanno una posizione molto chiara e negatva sulla utilità dei test invalsi. Quindi e’ ragionevole attendersi che indicheranno al ministro una rosa di nomi da cui uscirà un presidente con posizioni vicine alle loro. E farebbero benissimo a far cosi’ se sono convinti che una inversione di rotta sull’invalsi sia opportuna.

      Io ho chiesto solo che se il ministro vuole questa inversione di rotta ne spieghi i motivi. Se non la vuole avrebbe dovuto scegliere un comitato quanto meno piu’ equilibrato

    • Per Giovanni Salmeri:

      Concordo con te Giovanni: non avrei scritto le parole che citi. E mi sono sempre battuto perche’ la discussione su questi temi non proceda per insulti (anche nei dibattiti con Roars).

      Io pero’ sono responsabile solo del testo dell’appello
      http://www.adiscuola.it/adiw_brevi/?p=11312
      che ho contribuito a scrivere (oltre che ovviamente del mio articolo sul corriere).

      L’ADI ha offerto lo spazio e il software per l’appello e ho accettato l’offerta perche’ concordo con molto di quello che l’ADI fa e propone sulla scuola anche se non su tutto.

  4. Ormai sembra che tutto sia una guerra di religione (da entrambe le parti). Il ministro sceglie una commissione per scegliere un presidente, non vedo perchè non essere preoccupati se gli esperti si sono già espressi contro punti qualificanti di Invalsi (e infatti ho firmato l’appello). Ma poi arriva la “minaccia”: ognuno si faccia la scuola che preferisce … caso mai con i soldi dello stato, ma negandolo sulla prima pagina del corriere, a ammettendolo in un trafiletto ben nascosto a pag. interna. Boh.

    • Nessuna minaccia: solo la constatazione che esistono posizioni molto, troppo, diverse su scuola e università. E quindi non capisco perchè dobbiamo continuare a pensare e sperare che lo Stato possa gestire l’istruzione pubblica in un modo che vada bene a tutti quando questo è palesememente impossibile.

      E sebbene sia impossibile, cerchiamo ognuno di “tirare” lo Stato sulle nostre posizioni affermando, come se fosse ovvio, che esse debbano essere accettate da tutti e migliori di quelle altrui.

      Preferisco allora abbandonare la concezione di una scuola pubblica gestita in prima persona dallo Stato, per una concezione in cui la scuola continui ad essere regolata e finanziata dallo Stato (in modo progresssivo e redistributvo), ma possa essere gestita da soggetti diversi. Lo stato dovrebbe invece dedicarsi a informare adeguatamente gli utenti in modo che possano scegliere a ragione veduta tra scuole diverse.

      Per chi fosse interessato i dettagli sono descritti qui
      http://www.corriere.it/cultura/i-corsivi/forum-idee-per-la-crescita-liberiamo-la-scuola/

      Cosi’, in qualche misura, accade nel campo della nutrizione, dove lo Stato regola la produzione di cibi e bevande, informa sui rischi e i benefici delle stesse, ma non decide per noi cosa mangiare.

      In questa ottica, i test invalsi (o meglio gli indicatori costruiti sulla base di essi) sarebbero solo una parte delle informazioni fornite dallo stato, e ognuno li userebbe come preferisce per fare le sue valutazioni e scegliere.

    • Secondo il ragionamento postato da Ichino, poiché esistono posizioni troppo diverse su ciò che lo Stato deve fare per l’istruzione, allora lo Stato deve smettere di gestire direttamente l’istruzione.
      Sinceramente non vedo il nesso logico tra il problema e la soluzione proposta.
      Piuttosto sembra che si ponga una posizione (lo Stato smetta di gestire l’istruzione) come soluzione alla contrapposizione di posizioni (non possiamo sperare che lo Stato possa gestire l’istruzione pubblica in un modo che vada bene a tutti).
      Ma sicuramente non ho capito bene.

    • Caro Andrea,

      interessante l’analogia tra scuola e nutrizione. Solo non ho capito se gli insegnanti stanno in cucina o sparecchiano dopo mangiato.

    • Per Bruna, Alberto e Mario,

      I dettagli sono qui ed e’ difficile riassumerli in un post
      http://www.corriere.it/cultura/i-corsivi/forum-idee-per-la-crescita-liberiamo-la-scuola/

      Ma quello che intendo è che date le enormi differenze di posizione su scuola e università, bisogna pensare ad un sistema pubblico che consenta autonomie sufficienti di gestione e di modalità di valutazione, perche’ il compromesso mi sembra impossibile.

      Il discorso vale anche per università e anvur, come ho provato ad argomentare con daniele terlizzese nel nostro libro “facolta’ di scelta”. Perchè non consentire che le università possano gestirsi da sole, enrto i paletti minimi su cui tutti possiamo concordare, e poi lasciare che siano valutate non da una agenzia centrale (che non potra’ mai avere criteri condivisi da tutti) ma dalle scelte degli utenti?

      Mi scuso se non potro’ partecipare ulteriormente a questo interessante dialogo perche’ saro senza internet fino a gennaio

      saluti a tutti

      andrea

      ps: Per mario, non so se la tua era una battuta. Ma premesso che tutte le analogie hanno dei limiti, i ristoranti pubblici sarebbero l’equivalente delle scuole pubbliche, dove si mangia cio’ che lo stato ritiene utile che i cittadini mangino. E i ristoranti pubblici sarebbero valutati da una speciale agenzia pubblica che dovrebbe usare ….

      e camerieri e cuochi pubblici corrisponderebbero agli insegnanti …..

  5. Ho scaricato qui (http://www.education.gov.uk/schools/performance/download_data.html) i risultati dei test sostenuti da tutti gli studenti di tutte le scuole elementari inglesi nel 2013, che intendo usare in articolo accdemico: chi ha la pazienza di spulciare il foglio excel scopre il dettaglio di informazione, che permette all’osservatore capace di misurare con un notevole grado di accuratezza il funzionamento di ogni singola scuola (i risultati in matematica e lettura, i risultati degli studenti che pertivano da un livello basso/medio/alto, il risultato degli studenti SEN, etc). Analoghi risultati sono disponibili per gli anni precedenti e per diversi ordini di scuola. Sottolineo che questi risultati NON hanno alcun effetto sul progresso scolastico degli studenti (non sono esami in conseguenza dei quali si e’ bocciati promossi o rimandati).

    .

    Un giornalista capace, bestia ahime’ rara in Italia, potrebbe spiegare ai suoi lettori come le scuole di un certo distretto funzionino, in media, meglio di quelle di un altro, e cosi’ via. Conseguentemente un deputato che si preoccupa dei problemi dei suoi elettori, bestia, ahime’ ahime’ ancor piu’ rara in Italia, potrebbe far pressione su ministri e dirigenti acciocche’ le scuole del suo distretto migliorino; un ministro dell’istruzione che si preoccupa dell’istruzione, una chimera in Italia, potrebbe disegnare meccanismi di indagine per capire perche’ le ragioni per cui certe scuole sono in difficolta’ e meccanismi di incentivazione per aiutarle a migliorare.

    .

    Tutto cio’ dipende dall’esistenza di informazioni quantititave e scientificamente interpretabili. Senza tali informazioni si brancola nel buio. Ho visto pochi dati INVALSI, ma quelli che ho visto forniscono informazioni sulle differenze tra le varie scuole della provincia in questione. Ho fimrato l’appello di Andrea Ichino perche’ distruggere o indebolire la funzione di raccolta informazioni di base sarebbe uno dei piu’ efficaci mezzi di demolire cio’ che di buono rimane nel sistema dell’istruzione italiano.

    .

    Ricordo anche, vista l’antipatia di ROARS per misure meccaniche di valutazione, da me completamente condivisa, che in Gran Bretagna le scuole sono ispezionate regolarmente da ofsted (http://www.ofsted.gov.uk/inspection-reports/find-inspection-report), che, nel corso di ogni ispezione, assiste a lezioni, parla con studenti docenti e genitori, ed alla fine emette valutazioni qualitative, ragionate basate sul giudizio di esperti, non su misure meccanicistiche di risultati.

    • Sono d’accordo. Aggiungo anche che Martha Nussbaum sostiene che il sistema di valutazione UK è migliore di quello US proprio perché non si basa esclusivamente sui test. Faccio fatica a seguirti quando dici che hai firmato l’appello di Ichino. Puoi spiegarmi perché ritieni che i membri del comitato di selezione dovrebbero farsi strumento dei propositi non dichiarati di un ministro che avrebbe intenzione di “cambiare la tendenza” dell’Invalsi? Criticare un sistema elettorale, o qualche aspetto del suo funzionamento, non vuol dire essere contro la democrazia.

    • Ho firmato l’appello perche’ mi trovo in completo accordo con le posizioni che Andrea esprime sul corriere (http://www.corriere.it/scuola/13_dicembre_06/invalsi-ichino-0573a040-5e68-11e3-aee7-1683485977a2.shtml). Per avere informazioni utilizzabili, bisogna disporre di un metro dei risultati il piu’ invariabile possibile (poi se voglio spiegare le differenze utilizzando il contesto esistono metodi econometrici che mi permettono di distinguere, ad esempio, l’effetto di una buona scuola da quello di buone condizioni socio-economiche della maggoranze degli scolari: ma questi funzionano solo se misuro accuratamente risultati e fattori).

      .

      Se i 5 saggi dichiarano in principio che non puo’ esistere una misura del livello cognitivo dei bambini, allora non posso aver fiducia nel loro giudizio e nella loro capacita’ di scegliere un dirigente che crede fermamente nella necessiata’ di migliorare i meccanismi di misura del livello cognitivo dei ragazzi italiani.

    • A Gianni De Fraja:
      «Se i 5 saggi dichiarano in principio che non puo’ esistere una misura del livello cognitivo dei bambini».

      Come cantava la grande Mina: «E sottolineo SE…». Quando anche a me è arrivato l’invito a firmare l’appello, ho fatto una piccola operazione di *fact checking*, mettendo a confronto le opinioni che erano state attribuite ai «cinque saggi» (nella campagna di stampa dei giorni precedenti) con ciò che essi avevano realmente detto. Ora, mettendo tra parentesi le perplessità che qualsiasi psicologo, pedagogista e filosofo proverebbe di fronte all’espressione «misura del livello cognitivo», ecco il piccolo elenco che ho fatto in appena qualche minuto:

      1. La posizione del Ministro

      Dice l’ADI:
      «È chiara, e non da ora, la volontà dell’attuale inquilina di Viale Trastevere di smantellare quanto l’INVALSI ha faticosamente costruito in questi anni, peraltro anche con leggi che sarà difficile cancellare.»

      Dice Ichino:
      «Finora invece continua da parte sua [del Ministro] un silenzio sospetto.»

      FACT CHECKING Dice Maria Chiara Carrozza:

      «Sull’Invalsi non si torna indietro, non ci sono ripensamenti, c’è però, la ferma intenzione di lavorare con il coinvolgimento di tutti, della scuola e della società, per il potenziamento del sistema di valutazione. Io non credo in un governo top-down, che “impone”: dunque nessun sistema imposto dall’alto ma linee condivise.»

      2. La posizione dei docenti di Pedagogia sperimentale e Psicometria

      Dice l’ADI:

      «Quando va bene, le esperienze che i firmatari [docenti di psicologia sperimentale e psicometria] possono vantare sono di nicchia, iniziatiche e programmaticamente ostili a qualsiasi operazione su larga scala. I firmatari addirittura ipotizzano che l’ostilità delle scuole sia dovuta all’assenza della loro prestigiosa supervisione accademica … Suvvia!»

      FACT CHECKING Dicono i firmatari:

      «Specifici errori nella costruzione o nell’uso di questi strumenti, invece di contribuire a diffondere una seria cultura della valutazione rischiano di generare incidenti di percorso, gettando discredito su pratiche scientifiche che nel tempo hanno consolidato procedure e modelli di analisi rigorosi e affidabili.»

      3. La posizione dei membri della commissione sui test Invalsi

      Dice Ichino (e ripetono Alesina & Giavazzi e Bocchieri):

      «I prescelti ritengono che i test Invalsi non debbano continuare a essere uno degli strumenti per misurare gli apprendimenti scolastici dei nostri figli in modo standardizzato e confrontabile tra classi e scuole diverse. Ritengono che questi test, sebbene normalmente utilizzati in molti altri Paesi, non siano di alcun aiuto nell’individuare eventuali situazioni patologiche nel sistema scolastico italiano, anzi siano dannosi perché figli di una deriva economicistica, quantitativa e irrispettosa delle non misurabili ricchezze spirituali degli individui e della complessità del lavoro di un docente.»

      Dice Mariella Ferrante:

      «È noto […] come la Pontecorvo sia stata paladina della “slow school”» [dunque contro le prove INVALSI]

      FACT CHECKING Dice Israel:

      «Nessuna obiezione di principio all’uso di test, come componente limitata di un processo molto più vasto di valutazione. Si tratta quindi di precisare che cosa s’intenda per “uso moderato” e “cum grano salis” dei test. A mio avviso, la risposta è semplice: i test sono utili esclusivamente al fine di valutare l’avvenuta acquisizione di livelli imprescindibili, naturalmente secondo i vari gradi scolastici, sul piano ortografico, grammaticale, sintattico, di calcolo, di conoscenza di basilari ordinamenti storici e geografici, ecc. Riuscire ad avere un quadro chiaro dell’esistenza di competenze minime del genere non è poca cosa.»

      FACT CHECKING Dice Vertecchi:

      «La valutazione deve essere diacronica, considerare i punti di partenza e quelli di arrivo. Solo così è utile per modificare l’esistente. Faccio un esempio: una delle ricerche che sta conducendo il mio dipartimento è sui cambiamenti avvenuti nella scrittura dei bimbi di 14 anni negli ultimi quarant’anni, utilizzando gli elaborati degli alunni delle scuole italiane della provincia di Bolzano.»

      FACT CHECKING Dice Clotilde Pontecorvo:

      «È importante che l’argomento dei meritevoli non vada disgiunto dall’eguale padronanza delle capacità di base nei ragazzi della stessa età. Q.: Le prove Invalsi non vanno già in questa direzione? A.: Le prove Invalsi possono essere un riferimento. Un risultato sconvolgente è stato scoprire che gli italiani, fra le altre nazioni europee, sono quelli che danno un maggior numero di non risposte: non capiscono la formulazione della domanda che è impostata come un problem solving. La nostra scuola privilegia un insegnamento di tipo mnemonico che non aiuta a trovare le soluzione. Se le prove nazionali indicano le lacune curriculari della scuola, l’informazione è utile.»

      4. La posizione di Giorgio Israel sull’eccellenza

      Dice Mariella Ferrante:

      «È noto, ad esempio, come il professor Israel sia stato in questi anni un […] sostenitore della necessità di concentrare l’attenzione sulla selezione delle eccellenze.»

      FACT CHECKING Dice Israel:

      «A noi non piace affatto l’idea di premiare un solo studente per scuola, e non solo perché ciò metterà in moto meccanismi tutt’altro che trasparenti, ma perché così non si premia il merito: si premia l’eccellenza, che è tutt’altra cosa, anzi è il suo esatto contrario. L’idea generale di premiare i meritevoli – coloro che studiano e s’impegnano – e penalizzare la nullafacenza e l’incompetenza ci pare giusta. Non ci sembra per niente giusta l’idea di premiare l’eccellenza, il genietto eccezionale, uno solo per scuola. In sintesi: il premio all’eccellenza e il premio alla mediocrità sono le due facce della stessa medaglia.»

    • Aggiungo che per avere il testo dell’articolo basta digitare su google “John Ewing mathematical intimidation”
      Io so poco o niente sui test, ma poiché ogni verifica influenza l’insegnamento, penso che tutti i test di verifica dell’apprendimento (che siano competenze o conoscenze) debbano essere discussi e ridiscussi dalla comunità “scientifica” di riferimento. Per la matematica la comunità scientifica comprende ovviamente gli insegnanti attivi ed interessati di ogni ordine e grado.

    • .Grazie per la segnalazione. Ho letto l’articolo. No, non mi riferivo ai value added models.

      .

      I metodi econometrici, servono per dare risposte scientificamante rigorose, ad esempio, a questa domanda: e’ meglio assegnare i bambini di tredici anni in classi miste o no? Limitarsi ad osservare che i bambini in classe miste hanno risultati migliori (o un value added maggiore) ignora il fatto che l’assegnazioni di bambini a classi NON e’ casuale: al contrario di quello che succede in un laboratoria di biologia, dove i topi sono assegnati casualmente a trattamenti diversi, i bambini i cui genitori scelgono di (o fanno pressione per) assegnarli a classi miste sono diversi dai bambini che vanno in classi maschili o femminili. Lo stesso per le scuole: le scuole che scelgono di fare classi miste hanno bambini diversi dalle scuole che non scelgono di farle. La semplice osservazione di differenze di risultati tra i due tipi di classi NON permette di separare l’effetto delle classe mista sui risultati scolastici: cioe’ non mi permette di dire che “se mischiassi i bambini della classe maschile e le bambine di quella femminile in due classi miste i risultati cambiarebbero cosi'”.

      .

      L’economista applicato e l’econometrico capaci, propongono ed applicano tecniche che permettono di separare l’effetto del diverso ambiente scolastico (classe mista), dall’effetto della diversita’ dei bambini nei due “trattamenti”.

      .

      Nell’esempio si puo’ sostituire “classe mista” con “maestro unico”, “assegnazione casuale alle classi”, “classi piu’ grandi e utilizzo del personale in eccesso per supporto a classi problematiche”, “apertura pomeridiana invece che il sabato”, “piatto unico o scelta nella mensa” e centinaia di altre misure che un preside o un direttore (ooops, come si chiamano adesso, dirigenti scolastici?) puo’ prendere nella gestione della sua scuola.

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      Tutto cio’ tuttavia presuppone che lo studioso possa disporre di misure dei risultati attendibili. Se non misuro i risultati in modo quantificabile non posso dire proprio niente sull’efficacia di alcuna misura.

  6. Rigrazio Salmeri per portare ai lettori citazioni che mi convincono che ho fatto proprio bene a firmare l’appello. Scelgo quelche perla.
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    Dice Maria Chiara Carrozza:
    «…nessun sistema imposto dall’alto ma linee condivise.»
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    Doveva aggiungere la ministra, “Con l’eccezione della commissione che invece e’ imposta dall’alto e non condivisa tra le varie posizioni presnto nel dibattito attuale”.
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    Dice Israel:
    «Nessuna obiezione di principio all’uso di test, come componente LIMITATA di un PROCESSO MOLTO più vasto di valutazione. … A MIO avviso, … i test sono utili esclusivamente al fine di valutare l’avvenuta acquisizione di livelli imprescindibili…» Questo vuole dire castrarli: i test servono SOLO a verificare che la scuola insegni a leggere e a scrivere, passato questo livello e’ dannoso misurare: inequivocabilmente Israel e’ contrario in principio alla misura oggettiva dei risultati scolastici.
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    Dice Vertecchi:
    «La valutazione deve essere diacronica, considerare i punti di partenza e quelli di arrivo. Solo così è utile per modificare l’esistente» OK, va bene, ma misuriamoli.
    .

    Dice Clotilde Pontecorvo:
    «La nostra scuola privilegia un insegnamento di tipo mnemonico che non aiuta a trovare le soluzione. Se le prove nazionali indicano le lacune curriculari della scuola, l’informazione è utile.» d’accordo, ma l’informazione c’e’ solo con test fatti per bene.
    .
    Dice Israel:
    «Il premio all’eccellenza e il premio alla mediocrità sono le due facce della stessa medaglia.» A Israel evedentemente no, si’ ma a me premiare la mediocrita’ parrebbe la via piu’ sicura per la rovina di un sistema scolastico.