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Il diritto non abita più qui: la crisi degli studi giuridici tra dati e domande

  1. Gli studi giuridici attraversano una crisi profonda. Lo dicono i dati a disposizione.

In Italia i corsi di studi in Giurisprudenza interessano un numero sempre più limitato di studenti universitari. I dati dell’Anagrafe nazionale studenti del Ministero dell’Università (MIUR) narrano la storia di un declino. A livello nazionale gli immatricolati nei corsi di studio delle lauree magistrali in Giurisprudenza (LMG/01) – lauree che costituiscono titolo necessario per l’avvocatura, il notariato e la magistratura – erano 28.837 nell’anno accademico 2006/2007, 19.257 nell’a.a. 2014/2015. Complessivamente, sommando il numero di immatricolati ai corsi per le lauree triennali di scienze giuridiche e di scienze dei servizi giuridici nonché per le lauree magistrali, nel 2006/2007 si iscrivevano a corsi giuridici 34.817 studenti. Nel 2014/2015 sommando magistrali e triennale in scienze dei servizi giuridici si arriva a 22.150. In meno di dieci anni la formazione universitaria negli studi giuridici ha perso 12.667 immatricolati, cioè si è ridotta di più un terzo.

Come dimostra l’analisi dei dati delle immatricolazioni ai corsi per le lauree magistrali, la crisi non riguarda solo i grandi atenei del Sud (ad es. dal 2006/2007 al 2014/2015 Napoli Federico II è passata da 2.588 a 1.659 immatricolati, Palermo da 1.318 a 657, Bari da 1.288 a 797) e del Centro (Roma Sapienza da 1.259 a 860, Firenze da 708 a 500, ma anche gli atenei medi e grandi del Nord (ad es., Padova da 871 a 433, Torino da 854 a 630, Pavia da 398 a 190, Udine da 184 a 104) con qualche rara eccezione (ad es., Bologna, Trento e Piemonte orientale). Anche tenendo conto del fatto che, nell’arco di dieci anni, alcuni atenei pagano la concorrenza di nuove università e nuovi corsi di studi aperti in territori vicini, il pesante calo delle immatricolazioni è un fenomeno generale e trasversale a tutte le aree geografiche del Paese.

Tali dati possono essere incrociati con le indagini statistiche sul profilo e sulla condizione occupazionale dei laureati. Il XVII rapporto (anno 2015) del consorzio AlmaLaurea si basa su interviste che hanno coinvolto un numero significativo di laureati.

Per ciò che concerne la riuscita degli studi, i dati AlmaLaurea registrano una durata che, per il rapporto 2105 concernente i laureati delle magistrali in Giurisprudenza a cinque anni e un anno dal conseguimento del titolo, è rispettivamente di 5,9 e 6,6 anni. Dunque, la durata degli studi – posteriori alla riforma – tende ad allungarsi (i laureati a un anno hanno mediamente 26 anni e mezzo), con l’aggravante che per diventare avvocato, notaio e magistrato il giurista necessita di ulteriore formazione specialistica, tirocinio o praticantato.

Per ciò che concerne la condizione occupazionale, le lauree magistrali in giurisprudenza hanno risultati peggiori delle lauree di altri settori.

Nel “focus” di AlmaLaurea, tratto dal rapporto menzionato, dedicato agli studi giuridici si rileva quanto segue:

 

“Il tasso di occupazione a dodici mesi dal titolo, considerando anche coloro che sono in formazione retribuita, coinvolge il 41% dei laureati magistrali a ciclo unico del gruppo giuridico (laureati del 2013), mentre è il 49% per il complesso dei laureati a ciclo unico; il tasso di disoccupazione si attesta invece al 34% rispetto al 30% della media nazionale. […]

Nel lungo periodo tutti gli indicatori esaminati, tasso di occupazione, stabilità e guadagno, migliorano. Resta comunque vero che il raggiungimento della piena realizzazione professionale non è ancora del tutto avvenuto. A un lustro dal titolo, lavora il 74% dei laureati magistrali del gruppo giuridico (è l’87% per la media nazionale); la disoccupazione scende al 16% (è il 7% per il complesso).

La stabilità contrattuale cresce e coinvolge l’80% dei giuristi (è il 77% della media nazionale). In particolare, aumenta la quota di coloro che sono riusciti ad intraprendere la libera professione: le attività autonome effettive coinvolgono infatti il 60% dei giuristi (è il 50% per la media); mentre il 20% è assunto con un contratto a tempo indeterminato (è il 28% sul totale). Le attività non regolamentate si sono contratte significativamente, fino a raggiungere livelli che possono essere definiti quasi fisiologici (meno del 4% degli occupati dichiara di non contare su alcuna tutela contrattuale; è il 2% per il complesso dei laureati a ciclo unico) […]”.

 

E’ interessante soffermarsi sulla distribuzione degli occupati tra settore pubblico e privato. I laureati magistrali a 5 anni dal titolo lavorano per l’87,5 % nel settore privato e per il 10,8 % in quello pubblico.

Peraltro, un’ulteriore conferma della modesta attrattività degli studi giuridici pare potersi desumere dai livelli retributivi. Sempre facendo riferimento al rapporto AlmaLaurea i livelli retributivi dei giuristi risultano tra i più bassi. Nel citato “focus” si rileva quanto segue:

 

“A cinque anni dal titolo le retribuzioni si attestano sui 1.139 euro netti mensili contro i 1.283 rilevati nella media nazionale”.

 

  1. Quali sono le ragioni della crisi della formazione e dell’occupazione dei giuristi?

Si possono formulare varie ipotesi. Prima però occorre prendere le mosse dal quadro generale dell’università italiana.

Il recente Rapporto della Fondazione RES 2015 “Nuovi divari. Un’indagine sulle università del nord e del sud” a cura di Gianfranco Viesti disegna uno scenario allarmante, ripreso da molti organi di stampa. Nella sintesi dei risultati della ricerca si rileva a margine dell’ampiezza complessiva del sistema universitario:

 

“Rispetto al momento di massima dimensione (databile, a seconda delle variabili considerate, fra il 2004 e il 2008), al 2014-15 gli immatricolati si riducono di oltre 66 mila, passando da circa 326 mila a meno di 260 (-20%); i docenti da poco meno di 63 mila a meno di 52 mila (-17%); il personale tecnico amministrativo da 72 mila a 59 mila (-18%); i corsi di studio scendono da 5634 a 4628 (-18%). Il fondo di finanziamento ordinario delle università (FFO) diminuisce, in termini reali, del 22,5%. L’Italia ha dunque compiuto, nel giro di pochi anni, un disinvestimento molto forte nella sua università. Si tratta di una trasformazione opposta a quelle in corso in tutti paesi avanzati (e ancor più negli emergenti) che continuano invece ad accrescere la propria formazione superiore: basti ricordare che mentre il finanziamento pubblico dell’università in Italia si contraeva del 22%, in Germania cresceva del 23%; anche i paesi mediterranei più colpiti dalla crisi hanno ridotto molto meno il proprio investimento sull’istruzione superiore. Non è certo solo effetto della crisi: in Italia, la riduzione della spesa e del personale universitario è stata molto maggiore che negli altri comparti dell’intervento pubblico: fra il 2008 e il 2013 i docenti universitari si riducono del 15% circa, il totale del pubblico impiego di meno del 4%. La decrescita avviene per di più a partire da dimensioni notevolmente inferiori”.

 

Nello stesso documento si denuncia poi che il disinvestimento ha colpito molto più duramente le università del Sud creando un divario in termini di formazione che aggrava nel presente e soprattutto nel futuro la distanza in termini sociali ed economici tra Settentrione e Meridione. Il divario è il frutto di diversi fattori sui quali non ci si sofferma in questo scritto.

Qui si intende sottolineare solo un dato di fatto. Il sistema universitario italiano nel giro di pochi anni appare più piccolo e squilibrato, lontanissimo dall’obiettivo della percentuale media di laureati che l’UE si prefigge di raggiungere nel 2020. Come rilevato nel rapporto RES le dinamiche demografiche e la crisi economica non bastano a spiegare il declino dell’università. Una parte importante della responsabilità è da attribuire alla politica e ai governi che si sono succeduti nell’ultimo decennio.

 

Con riferimento al numero di immatricolazioni all’università va inoltre tenuto presente il tasso di passaggio dalla scuola secondaria di secondo grado all’università. Il tasso si aggira intorno al 50 % dei diplomati, ma negli ultimi ha registrato un calo.

 

III. Ma perché la crisi degli studi giuridici appare anche più grave e profonda – almeno in termini di immatricolazioni e tasso di occupazione – della crisi dell’intera università italiana?

Una possibile spiegazione potrebbe essere nel fatto che negli anni passati si è verificata una “bolla formativa”, cioè un eccesso di formazione di giuristi, e di conseguenza una saturazione della più classica delle professioni legali: quella dell’avvocato. Si è spesso ripetuto a questo proposito che il numero degli avvocati è sproporzionato rispetto alle dimensioni del Paese. Per giungere a conclusioni di questo tipo si prende a riferimento il numero degli iscritti all’albo degli avvocati (secondo i dati forniti dalla delegazione italiana al Council of Bars and Law Societies of Europe, gli avvocati nel nostro Paese erano a marzo 2015 246.786). In ogni caso, questa possibile spiegazione riecheggia le ragioni addotte da alcuni osservatori d’oltreoceano a proposito dell’analoga crisi che vivono da alcuni anni le law school e le law firm statunitensi. Si è lamentato in particolare che le università sfornano ancora troppi laureati – nonostante la tendenziale decrescita delle iscrizioni alle law school negli ultimi anni – rispetto alla capacità di assorbimento del mercato. Nemmeno la ripresa economica delineatasi negli USA sembra capace di invertire la rotta. In altri termini, le law school, le quali si sostengono soprattutto con le tasse degli studenti, avrebbero un incentivo perverso a promuovere le iscrizioni e ad alimentare il sistema dell’indebitamento degli studenti. Questa spiegazione ha il limite di presuppore che il bacino occupazionale dei giuristi si riduca in sostanza alla professione dell’avvocato. E’ invece probabile che il giurista rappresenti un professionista che, se correttamente formato, può inserirsi in molteplici contesti lavorativi. Invero, anche l’affermazione che ci sono troppi avvocati dovrebbe essere osservata da più prospettive. Negli USA si è rimarcato che a seguito della crisi economica e del crescente divario tra ricchi e poveri aumenta la fetta di popolazione che non è in grado di permettersi un’assistenza legale.

Un’altra possibile spiegazione si potrebbe cercare nella contrazione della pubblica amministrazione italiana. Storicamente la laurea in giurisprudenza rappresentava il titolo ideale per entrare nei ruoli degli apparati pubblici. Ma per comprovare questa ipotesi servirebbero dati storici che al momento non sono a disposizione di chi scrive. Servirebbe anche capire se, al di là della contrazione, la PA non abbia preferito in questi anni figure professionali diverse dai giuristi.

Esiste una terza possibile spiegazione. E’ plausibile pensare che i giuristi siano oggi, nella società contemporanea e in particolare in Italia, figure meno prestigiose e autorevoli del passato? In una società che pare magnificare altri saperi, il diritto e la giustizia hanno ancora un ruolo di primo piano? Se il diritto ha perso prestigio, quale responsabilità hanno i giuristi che sono oggi all’opera?

L’ultima possibile spiegazione che si vuole qui delineare si riconnette alle precedenti e potrebbe riguardare l’inadeguatezza della formazione giuridica. Non a caso negli Stati Uniti ci si è interrogati sulla validità dei metodi di insegnamento tradizionali, che è bene ricordarlo, nell’utilizzare la discussione dei casi giurisprudenziali differiscono non poco dal metodo dominante in Italia, basato su lezioni teoriche e frontali.

Le facoltà di giurisprudenza rappresentano i luoghi in cui apprendere la cultura della democrazia, del principio di legalità e del controllo del potere. Il laureato in giurisprudenza dovrebbe, perciò, essere una figura di alto livello professionale, con una solida cultura di base, allenato all’esercizio dello spirito critico, formato alla dimensione internazionale e comparativa del diritto e al dialogo con altri saperi (interdisciplinarità), nonché consapevole della grande responsabilità etica che il giurista reca sulle proprie spalle.

In questa prospettiva, una società con complessità, divari, tensioni e instabilità crescenti dovrebbe sentire la necessità di più (e non di meno) diritto. Forse però questo diritto ha bisogno non solo di avvocati, notai, magistrati, e funzionari degli apparati pubblici ma anche di molteplici differenti figure sintetizzabili nella formula del problem solver. A riguardo bisognerebbe seriamente interrogarsi sul senso che ha in questo momento storico una formazione appiattita sull’apprendimento di saperi scientifico disciplinari (diritto privato, diritto costituzionale, diritto penale ecc.) e del diritto positivo (il diritto posto dalle leggi). A questo proposito, c’è stato chi già nel 2008 in Italia ha posto l’accento sulla necessità di ripensare la formazione del giurista. Così scriveva Giovanni Pascuzzi nella prima edizione del suo libro “Giuristi si diventa”:

 

“La formazione universitaria è per definizione deputata a far apprendere il sapere giuridico. Nondimeno è importante già in questa fase porre le basi per l’apprendimento delle abilità anche anticipando a questo periodo della formazione esperienze proprie delle diverse realtà professionali. Occorre rivedere la scelta di modellare la didattica universitaria sui settori scientifico-disciplinari […]. Accanto all’insegnamento delle discipline è bene attivare iniziative come corsi, laboratori ecc. dedicati alle diverse abilità: almeno le più importanti come il saper scrivere”.

 

  1. Da qualche tempo si discute di una nuova riforma degli studi giuridici. Qualsiasi idea di riforma non può che partire dai dati a disposizione. Anzi occorrerebbe innanzitutto migliorare la qualità dei dati e degli strumenti che servono alla loro elaborazione. La pubblica amministrazione sembra stia andando verso l’apertura dei dati, così almeno dice la normativa. A quando la possibilità di disporre di dati aperti sul funzionamento dell’università e dell’insegnamento accademico?

Le deriva – o follia? – valutativa che ha investito l’università negli ultimi anni dovrebbe almeno servire a disporre di più dati di maggiore qualità, cioè dati aperti, trasparenti e agevolmente elaborabili mediante l’uso di software.

D’altra parte, è inutile nascondersi che la stessa deriva valutativa non offre incentivi a investire nel miglioramento della formazione. Il tema dell’insegnamento appare a tutt’oggi marginale nel dibattito accademico, specialmente negli ambienti giuridici. L’allarme che suscitano i dati su riportati può far sperare in un’inversione di rotta?

 

 

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17 Comments

  1. Bell’articolo.
    Credo che giurisprudenza sia uno di quei casi (ve ne sono altri) dove l’ideale si scontra con il reale.
    Idealmente, è giusto e buono che la cultura giuridica si diffonda, in senso lato.
    In concreto, che abbiamo troppi laureati in legge è vero. Sembra il doppio di avvocati della Francia. Chi non riesce ad intraprendere la professione va ad alimentare le burocrazie. Le quali poi paralizzano la pa e rallentano lo sviluppo del paese. Inutile fingere: aule con 400 studenti non è didattica. Senza considerare l’impegno di molti docenti nella professione. Con conseguente moltiplicarsi di posti in università. Questo , mi dispiace, non va bene. Ben venga il numero chiuso a legge. C’è già dopo nella professione. E abbiano già troppi burocrati. La cultura della legalità si forma nelle scuole superiori, e anche attraverso la condotta morale delle classi dirigenti. Secondo alma laurea, chi lavora 8 ore la settimana ha un lavoro, non è attendibile. A mio modesto parere, queste partecipate assorbono risorse (Cineca incluso) e via dicendo. Forse è ora di dare un occhiata seria ai bilanci e recuperare qualche risorsa da li.

    • Desolation says:

      Avevo scritto prima che fosse pubbllicato Acicchel.che in Italia alle superiori si insegnino i valori della legalita’ mi pare davvero opinabile, purtroppo! La sensazione o la realta’ e’ che siano condivisi solo a parole e conosciuti da assai pochi.

  2. Desolation says:

    Grazie molte per questo (inutile) sasso nello stagno.

    Le ragioni della crisi vanno anche cercate nella deriva accademica del settore: per un’adeguata informazione si invita a scaricare gratuitamente da internet Favole quasi-giuridiche di Francesco Gazzoni Key editore e a leggerlo con attenzione.
    Nonché scelte politiche: per qualche riflessione: https://www.facebook.com/notes/praticantidirittoit/dl-liberalizzazioni-le-scelte-dellesecutivo-appaiono-ampiamente-criticabili-di-g/335299366500912/
    Per il resto c’è’ da dire che è venuta del tutto meno la forza ideale di una laurea come quella in giurisprudenza, dove magari la difesa dei più’ deboli e l’applicazione della legge che ci rende tutti uguali potevano avere qualche senso e capacità attrattiva, in una società democratica (che credo latiti un bel po’)
    Per il resto, se pesata solo come prospettive di lavoro offerte, probabilmente Giuridprudenza e’ ormai dietro Lettere.

  3. Il mondo accademico non ha mai spinto per un vero riconoscimento del DOTTORATO NEI CONCORSI PUBBLICI.

    Una laurea in giurisprudenza + un dottorato in materie giuridiche + un master in materie giuridiche + titolo di AVVOCATO, ma soprattutto il DOTTORATO nei concorsi pubblici non valgono NULLA!

    Sistema ipocrita!

    Qualcuno ha il coraggio di smentirmi?

    • Hai completamente ragione. Il dottorato di ricerca il più delle volte non aggiunge punteggio, nella scuola credo men che meno. Una decina d’anni addietro non era requisito necessario nemmeno per accedere al ruolo di ricercatore TI (poi è cambiato, e poi è scomparsa la figura stessa). Questo implicava, per come vedo i ricercatori TI più giovani, che la mancanza di dottorato può (poteva) creare un atteggiamento di dipendenza, di mancanza di autonomia, se postuliamo che il dottorato serve proprio a sviluppare l’indipendenza e la creatività individuali. Parole oramai vane anche queste, perché i ricercatori TD, che hanno tutti il dottorato, sono ancor più dipendenti dai loro ‘responsabili’. O sto sbagliando?

  4. Alberto Baccini says:

    Forse il mercato di sbocco dei laureati è saturo. E gli studenti e le famiglie se ne sono accorti. http://www.coe.int/t/dghl/cooperation/cepej/evaluation/2012/R

  5. @Marinella Lorinczi:

    tutto vero.
    Dia un’occhiata a questa foto.

    https://www.facebook.com/ricercatorinonstrutturati/photos/pb.1508171019468405.-2207520000.1455012226./1684612151824290/?type=3&theater

    Questa è la foto dei miei 3 libri, scritti in 11 anni di ricerca precaria, ora sono disoccupato.
    Ovviamente, ho scritto anche articoli, ho il dottorato, anni di assegni, tante docenze a contratto, svariate sedute di laurea come relatore, praticamente il curriculum di uno strutturato.
    Ma il sistema non mi assorbe.
    Che ne pensa?

    • E’ molto penoso ciò che dici, lo è anche per noi, fino alla vergogna, per noi che per circostanze storiche più fortunate del passato più o meno remoto (e voglio pensare anche per meriti personali più o meno marcati) siamo potuti diventare strutturati. Personalmente avevo già notato numerosi fenomeni (chiamiamoli pure microfenomeni, come le microcrepe di un edificio che bisogna controllare per vedere se sono di assestamento o se possono degenerare destabilizzando la struttura) molti anni fa. Mai, comunque, il posto all’università era garantito finché non si diventava di ruolo. Si doveva avere la conferma, dopo tre anni con un anno di eventuale prolungamento. Questo era valido fino a qualche mese fa, finché non hanno incominciato ad arrivare gli abilitati che non necessitano di conferma e il più delle volte sono già strutturati a un livello inferiore (perché ‘costano’ meno all’ateneo, si sa). Ma la destabilizzazione è iniziata, secondo me, coi contratti e con i precari cococo. E allora non era nemmeno questione di soldi, a me sembrava che ce ne fossero molti, non a palate, ma molti. Era molto prima della crisi. C’era una giostra di contratti e di persone a contratto, che certe volte non si capiva nemmeno a cosa servissero se non per permettere a qualcuno di esporre il titolo di professore universitario. Ovviamente alcuni servivano veramente. Molti sono stati utilizzati per riempire i vuoti dei nuovi corsi di laurea (3 all’inizio, poi 3+2), di cui certuni evidentemente sovradimensionati, tant’è che ad un certo punto il ministero ha imposto i requisiti minimi, affinché il corso non fosse troppo dipendente dal personale a contratto. L’assunzione a contratto era tra l’altro gestito in maniera lesiva della dignità delle persone e del corso stesso: fondi che arrivavano troppo tardi, contratti striminziti che non garantivano la sopravvivenza per cui il corso si condensava in poche settimane, con ripercussioni ovvie sull’andamento degli altri corsi, più regolari. Una parte di questi colleghi a contratto poi ha vinto un concorso, molti sono spariti, per cui tra riforma e contratti tutto quanto si è destabilizzato. E poi è arrivata la crisi, le revisioni di spesa, Tremonti ecc., tagli, invenzione della premialità, meritocrazia, dunque scompensi finanziari e strutturali che sono diventati gravissimi, con l’aggravante che si vuole caricare sulle persone, inventando balle ed esagerazioni, ciò che strutturalmente è in crisi (assetto compromesso perché non monitorato a dovere e soldi in diminuzione), inducendo delle selezioni politicamente pilotate e alimentando paure. Alla fin fine tutto si riduce ai soldi. So bene che la descrizione, sempre che sia abbastanza corretta, non consola e che anche l’università ha non poche responsabilità. Ma ciò che avviene ai vertici è molto squallido e bisogna combatterlo, ognuno come può e aggregandosi al meglio.

  6. Mauro Iacono says:

    Perdonatemi un commento da uomo della strada, non essendo io informato dei fatti specifici riguardanti Giurisprudenza, ma ho un dubbio e mi farebbe piacere un chiarimento autorevole.

    Il confronto sul numero di iscritti è qui fatto, se non erro, tra l’attualità ed una fase che coincide più o meno con la massima espansione della bolla di iscritti dovuta all’introduzione e al regime del 3+2. Sempre se non erro, i corsi di laurea in Giurisprudenza ebbero la forza, a differenza di altri come ad esempio Ingegneria, di rimanere a ciclo unico e quindi più o meno invariati rispetto al vecchio ordinamento, a fronte di un bacino di impiego per i laureati anche esso sostanzialmente rigido. Questo non porta a pensare che in realtà un confronto sul numero di iscritti debba includere i numeri relativi al vecchio ordinamento, almeno immediatamente prima dell’introduzione e del regime del 3+2? Questo proprio al fine di verificare l’ipotesi della bolla ed il suo eventuale impatto.

    Inoltre, in merito all’impiegabilità nel settore pubblico, probabilmente sarebbe interessante considerare i numeri in un quadro congiunto con quelli dei laureati dei corsi di laurea con titoli spesso equipollenti nei concorsi, ovvero quelli di Scienze Politiche e (forse) di Economia e Commercio. Sbaglio?

    • Roberto Caso says:

      @Mauro Iacono
      Non mi sembra sia una questione di bolla relativa al passaggio dai vecchi ordinamenti (4 anni e 3+2) al nuovo (5 anni).
      Il numero degli immatricolati a laurea magistrale a ciclo unico si è mantenuto più o meno stabile dal 2006 (anno di entrata in funzione della nuova laurea) fino al 2011 poi ha iniziato a crollare. 22.000 nel 2012, 19.000 nel 2013.
      Nel 2004/2005 gli iscritti a tutti i corsi giuridici erano 39.000, nel 2006/2007 quasi 35.000, nel 2014/2015 22.000.

  7. Roberto Caso says:

    @Mauro Iacono
    Correggo un refuso del mio commento:
    Il numero degli immatricolati alla laurea magistrale a ciclo unico si è mantenuto più o meno stabile dal 2006 (anno di entrata in funzione della nuova laurea) fino al 2011 poi ha iniziato a crollare. 23.000 nel 2012, 22.000 nel 2013, 19.000 nel 2014.

  8. Allora, fino al 2007, l’avvocato era destinatario delle regole della vecchia legge forense e del codice deontologico.
    Poi, DAL 2007 e poi anche DAL 2012 con la nuova legge forense, l’avvocato è il destinatario delle seguenti norme:

    1)CREDITI formativi obbligatori per ciascun anno (cosa impegnativa e distraente).
    2)ASSICURAZIONE obbligatoria (costosa)
    3)iscrizione CASSA forense obbligatoria, che se uno supera i 10000 euro annuali di reddito, diventa una MANNAIA (costosa).
    4)NORMATIVA assurda ed ansiogena sulla PRIVACY (mille accortezze per nulla).
    5)processo TELEMATICO obbligatorio per il civile, con estensione ad altre materie, processo telematico assurdo, lento, complesso, PROBLEMATICO con programmi (costosi) che si bloccano, non consentono il deposito di atti, i cancellieri si rifiutano di accettarli a mano ed i giudici si lamentano perché essendo tutto informatizzato male devono fare i anche il ruolo del cancelliere.
    6)TASSE ALTISSIME.
    7)Nuova NORMATIVA ASSURDA per poter mettere “SPECIALISTA IN” sulla targa e sulla carta intestata.

    8) AIUTO STO IMPAZZENDO

  9. Se uno vuole diventare MAGISTRATO, la strada è impossibile e piena di ……PSICOFARMACI E TANTA CAFFEINA.

    Ho controllato il bando nuovo (dicembre),

    1)le prove SCRITTE:

    Può uscire qualunque argomento su:

    a) diritto civile (programma IMMENSO)
    b) diritto amministrativo (programma IMMENSO)
    c) diritto penale (programma IMMENSO)

    2)le materie ORALI sono 18 solo che questi nel bando le fanno apparire 11, ma in realtà sono DICIOTTO MATERIE ORALI; ad. es., mettono come unica materia “costituizionale, amministrativo, e tributario”, ma che cavolo significa, uno comunque deve studiare un manuale di cost., uno di amministrativo e uno di tributario, praticamente 18 MATERIE DA SNOCCIOLARE in un giorno (Il giorno della prova orale), come fare 5 anni di GIURISPRUDENZA in 1, FOLLIA!!!!!!!!

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