Auto-mutuo-aiuto

AAA insieme si può: Auto-mutuo-Aiuto ASN 2.0

Group therapy session

Tu solo ce la puoi fare, ma non ce la puoi fare da solo

Quello dell’ASN 2016 è un copione già visto: proprio come nel 2012, candidati e aspiranti commissari sono stati abbandonati a se stessi in pieno agosto, di fronte alla parete verticale di norme bizantine, mal scritte, insensate e vessatorie. Nello spirito dei gruppi di “auto-mutuo-aiuto”, lo spazio dei commenti di questo post viene messo a disposizione di chi avesse dubbi e domande da porre, come pure di chi si sente in grado di offrire interpretazioni e consigli.

Uno spazio che assolve una funzione di servizio, ma anche di futura testimonianza dello stato di umiliazione in cui è stata gettata l’università italiana da vertici MIUR e ANVUR tecnicamente inadeguati ed eticamente irresponsabili (con un pensiero anche alle inefficienze del CINECA). Non senza la corresponsabilità di chi, in nome di opportunismi o di riduzioni del danno, ha ritenuto più conveniente piegare la testa e negoziare sotto banco, piuttosto che denunciare e opporsi alla deriva in atto.

Link utili:

Send to Kindle
Tag: , , , , ,

612 Comments

  1. @Andrea Albarelli
    Hai ragione, anzi ti ringrazio di avermi illuminato sui 12 mesi. Credevo di aver letto 4.
    E’ stata una mia debolezza umana, probabilmente causata dall’agitazione che pervade i non strutturati o i disoccupati (anche con tanti anni e prodotti della ricerca).
    Una riflessione è però d’obbligo: quando c’era la terza fascia (ric. tempo indet.) non c’era tutta questa agitazione nel diventare prof. associato; in realtà non c’era neppure l’abilitazione. L’abilitazione, di per sé, non è una cattiva idea, ma se è “l’UNICA COSA” per essere strutturati, diventa un’OSSESSIONE.
    Non credi che l’aver concentrato tutta l’attenzione del mondo accademico sull’ASN, come unica “condicio sine qua non” dell’essere strutturati abbia creato una tensione fortissima?
    Oggi, il messaggio è “O ABILITAZIONE O MORTE”, proprio perché non si può essere strutturati come ricercatori.
    Se re-introducessero la terza fascia, l’abilitazione sarebbe chiesta dalla metà di chi propone domanda oggi, senza l’ossessione sopra detta.
    La gradualità è un valore che l’accademia ha perso (per colpa della politica). Su questo siamo d’accordo?

    • Andrea Albarelli says:

      Sono estremamente d’accordo su quello che dici, gli effetti dell’eliminazione della terza fascia e l’introduzione del meccanismo RTDx + ASN sono devastanti.

      Premetto che sono RTDb e (a meno di ostacoli, ma a questo punto di natura insuperabile) non ho motivo di temere di non ottenere l’abilitazione. Se tutto va bene si potrebbe addirittua dire che il sistema mi abbia avvantaggiato, avendo svolto molti meno anni da ricercatore di tanti colleghi altrettanto o anche più bravi. E onestà intellettuale mi impone di ammettere che sarebbe vero, almeno nel mio caso. Un po’ meno per il 93.5% di esclusi dal sistema (secondo la stima della VI indagine ADI).

      Alla fine però, per doppiare o triplicare le soglie, costruire il mio bagaglio di titoli e massimizzare la probabilità di abilitarmi (la cui alternativa, come osservi, é la morte), sono dovuto a scendere a più di qualche compromesso.

      Nulla di non etico, per carità, basta saper usare Scopus per verificare se si sia ricorso a trucchi basati su auto-citazioni, cricche di mutuo supporto o altre pratiche di inflazione. Tutto duro lavoro. Ma è stato lavoro di ricerca ? O comunque é stato il tipo di ricerca che un Accademico consapevole del proprio ruolo dovrebbe svolgere ?

      Ecco, io ho avuto più che altro l’impressione di aver giocato ad uno di quei giochi dove si svolgono campagne, si sviluppa il personaggio, le statistiche personali, si acquisiscono armi ed armature, si parte per campagne più impegnative, etc. Un gioco con regole ben precise, che indicano per filo e per segno quali ambiti sono mainstream e cosa ci si aspetta tu scriva per colpire il reviewer, con chi é utile collaborare (proficuamente per carità) e con chi no, quali iniziative sono importanti e quali no.

      In realtà, il periodo in cui un Accademico è ricercatore dovrebbe essere proprio quello in cui matura la propria linea, ha il tempo di studiare e sperimentare, di esplorare direzioni meno invitati. Ma non solo, anche il tempo in cui matura la sua capacità di essere Accademico, di capire come ci si relaziona, qual è il ruolo suo e dei suoi colleghi nel discorso pubblico. Una sorta di adolescenza che porta a formarne il carattere.

      L’attuale percorso nega l’adolescenza accademica ad un’intera generazione di studiosi, trasformandoli in macchine da paper, facendogliene sfornare così tanti da dimenticarsi perchè lo stanno facendo (io a tratti devo fermarmi e chiedermi che diavolo sto facendo), in un continuo clima di terrore. Tolto il 93.5% di cui sopra (che a questo punto però si può ricollocare nella mafia russa, a Tana delle tigri o nell’esercito di Sparta), in che condizioni arriverà il restante 6.5% ?

      Forse non é chiaro agli attuali ordinari (o almeno a quelli che hanno qualche voce in capitolo) che, non fosse altro che per motivi anagrafici, verrà il momento in cui rimarrà solo la nostra generazione, spaesata, estremamente ridotta nei numeri, un po’ dissociata, adoratrice della bibliometria e con una vasta e varia gamma di danni psicologici permanenti. Immagina che bella Accademia robusta ed in grado di essere interlocutore della società.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      A me è chiaro, anzi chiarissimo. Ed è uno dei motivi per cui ho speso e spendo così tante energie per Roars.
      P.S. Grazie ad Albarelli per l’ottima analisi.

    • Alberto Baccini says:

      Mi associo al grazie di Giuseppe De Nicolao.

    • Anch’io trovo le considerazioni di Andrea Albarelli totalmente (e drammaticamente) condivisibili.

    • hoffman says:

      Condivido anche io analisi, preoccupazioni e previsioni di Andrea Albarelli.

  2. Anche io condivido l’analisi di Andrea Albarelli. RTDb già abilitato, mi son fatto trovare “pronto” al momento giusto. Il paragone con il gioco di evoluzione del personaggio è perfetto. Di mio aggiungo ai motivi di spaseamento, da un lato la consapevolezza che molti di coloro che rientrano in quel 93.5% avrebbero dovuto/potuto avere la mia stessa fortuna, dall’altro il sentirmi non così di rado accusare di sorpasso a destra.

    Aaahhh! la dissociazione mia! (Cit.)

  3. Sembra che per alcuni settori qualcosa si muove…
    (mi chiedo se sia giusto pubblicare i nomi degli abilitati a PO prima che il risultato sia ufficializzato da MIUR).
    http://www.aidlass.it/abilitazione-scientifica-nazionale/

  4. Le anticipazioni trapelate riguardo al settore concorsuale di Diritto Privato portano alla luce l’ennesimo illecito -non esito a chiamarlo così- da parte del MIUR. Il DPR 95/2015, Art. 8, comma 8 impone che la Commissione trasmetta gli atti entro 10 giorni perché i risultati siano pubblicati entro ulteriori 20 giorni. Dalle informazioni ufficiose disponibili, sembra che questi tempi siano stati ampiamente disattesi ed anzi non è chiaro quando i risultati saranno pubblicati.
    Faccio notare che si è abilitati a partire dalla data di pubblicazione. Ove mai fosse aperto un bando, ed il MIUR procrastinasse la pubblicazione per settimane, se non addirittura per mesi oltre la data prevista dal DPR 95, impedendo la partecipazione ad una procedura, cosa succederebbe (o, per meglio dire, cosa succederà… considerando che, per quanto mi risulta, si tratta di una possibilità concreta)?? Ci sarebbero tutti gli estremi per un’azione legale.. o al MIUR è tutto concesso?
    Probabilmente è il caso di prepararsi a prendere una posizione su questo problema, ove mai dovesse allargarsi.

    • Scusate la fretta nello scrivere.. per la precisione il settore oggetto delle anticipazioni è Diritto del Lavoro e non Diritto Privato, ed il riferimento normativo è DPR 95/2016 e non 2015.

  5. Ora che manca poco alla chiusura dei lavori delle commissioni a mio avviso bisognerebbe fare più di una riflessione profonda sui risultati che dal 2014 ad oggi questo meccanismo previsto nella legge Gelmini ha generato.
    Non parlo per me, che sono ri, ma per tanti che magari sono assegnisti, rtd tipo A o altro che hanno un solido “pedigree” scientifico (assolutamente non è voluto il parallelo canino) e, stante la correttezza dei commissari, riceve la sospirata abilitazione. Costoro, non nascondiamocelo, troveranno dinanzi a loro un ostacolo d’acciaio, una programmazione dell’istituzione cui fanno riferimento dei posti rtd che li vede esclusi nei numeri, e si ritrovano conto (ne ho sentito di cotte e di crude, ve l’assicuro) i ricercatori a tempo indeterminato che a gran voce e facendosi spalleggiare nei consigli dei propri dipartimenti chiedono che i fondi disponibili siano utilizzati primariamente per le loro carriere, in attesa del sospirato bollino. E’ chiaro che il meccanismo è totalmente deficitario. Un abilitato che nei 6 anni di abilitazione non trova canali accademici verso la posizione di professore di seconda fascia è una anomalia evidente di questo sistema, una stortura che dovrebbe trovare una soluzione a breve e non a babbo morto. A meno che, seguendo le giuste argomentazioni di Andrea Albarelli, non gli si rinfacci che ha solo rincorso wos e scopus per avere il pezzo di carta, fregiarsene per sei anni e utilizzarlo a scopo pubblicitario, ma poi dovrà cercarsi un altro lavoro. Questo processo sgangherato fa acqua da tutte le parti. Non penso ci siano molte strade per porvi rimedio tappando questa falle; l’unica maniera è quella di garantire a livello nazionale finanziamenti a copertura almeno di posti RTD di tipo B di abilitati. Gli rtd di tipo A andrebbero aboliti, non è pensabile da parte di un ateneo continuare ad avere ricercatori di tipo A che, non per colpa loro, ma per esigua esperienza, non riescono ad abilitarsi nei tre anni, e quindi terminano la loro vita accademica. Che senso ha una cosa del genere? Non sarebbe stato meglio permettere loro di seguire prima un iter accademico canonico con post doc e assegni di ricerca per farsi le ossa e al momento giusto tentare l’abilitazione? La figura del ricercatore deve essere normata in maniera del tutto diversa, ci sono grosse storture nella legge e la più grande è rappresentata da quella relativa alla figura di ricercatore di tipo A. Perché il ministro e il parlamento in seguito non provvedono a mettere mano ad eliminare queste storture? Il mio timore è che proteste come quelle alla Sapienza contro il precariato si faranno più frequenti se non si avvierà questo processo di correzione della legge. Il diametro delle falle procurate sembra cresciuto oramai a dismisura.

    • Andrea Albarelli says:

      Sicuramente una profonda riforma del pre-ruolo (brutto termine) è drammaticamente urgente. Purtroppo nell’attuale situazione politica mancano tutte le condizioni perchè si possa avviare un ragionamento di questo tipo. Ben che vada rimarrà tutto congelato fino alle elezioni del 2018, dopo le quali, per un verso o per l’altro, ci aspetta comunque l’ignoto.

      Volendo salvare il salvabile e attraverso interventi legislativi modesti, si potrebbe però come minimo (ed in tempi brevi) rimodulare la figura di RTDa. Innanzitutto riportandola a valere sull’FFO, ma soprattutto prevedendo una procedura valutativa, simile a quella che viene effettuata al terzo anno degli RTDb, per attuare il passaggio A->B senza dover ricominciare tutto da capo con un nuovo bando.

      Con questa configurazione i tempi necessari per maturare un curriculum adeguato all’ottenimento dell’abilitazione ci sarebbero: 3 anni di RTDa, eventualmente altri 2 se non maturo per diventare subito RTDb, poi 3 anni da RTDb. Un totale di 8 anni, ai quali magari si aggiungono 2 o 3 assegni prima di diventare RTDa (che nel caso contribuiscano ad un curriculum forte si possono recuperare proprio passando a RTDb senza i 2 anni di rinnovo dell’RTDa).

      Francamente mi pare evidente che il legislatore ha pensato come naturale il processo RTDa->RTDb->Abilitazione, il motivo per cui non lo abbia normato tramite passaggi regolati da procedure valutative mi é invece ignoto.

    • Gentile Andrea Albarelli, il problema centrale penso sia proprio il fatto che il passaggio da RTDa a RTDb non è normato dalla legge. C’è un vuoto normativo che si riversa sulla pelle di tanti validissimi ricercatori precari. Sono completamente d’accordo che bisognerebbe da subito riportare la figura del RTDa a valere sull’FFO, regolamentarne la procedura valutativa e normare il passaggio a RTDb, ma non può il governo rimandare questa urgenza fino al post elezioni. In prima istanza perché altrimenti mette in evidenzia l’effetto solo pubblicitario e ingannevole dei suoi atti, visto che sta pensando a un ulteriore concorso “leggero” per la scuola al fine di accontentare precari di II e III fascia. Il risultato per chiunque sarebbe che il governo attuale voglia farsi pubblicità pre-elettorale cercando di attrarre fasce numerose di possibili elettori che nella votazione referendaria gli hanno voltato le spalle (mondo della scuola) non curarndosi a questo scopo minimamente di fasce meno numerose (mondo universitario). Inoltre perché il governo dimostrerebbe lungimiranza molto scarna avviando il processo di abilitazione scientifica senza al contempo normare i punti di cui sopra. E spesso in politica visione utilitaristica produce nel governante vantaggi immediati ma disastri a lunga scadenza.

    • Andrea Albarelli says:

      Cara Demetra, qui non é nemmeno una questione di visione utilitaristica, ma temo di sano pressapochismo unito a indifferenza.

      Gli interventi di cui parliamo sono non onerosi e possono essere praticati in modo tecnicamente perfettamente pulito e senza aspettare il prossimo governo (che sarà fra l’altro ingestibile).

      Altra cosa il ripristino della terza fascia (o meglio la sua creazione, dato che un vera terza fascia non è mai esistita), che è del tutto infattibile senza una riforma complessiva (e forse nemmeno desiderabile).

  6. @Andrea Albarelli:
    sono d’accordo, come anche nelle altre occasioni.
    Purtroppo lo Stato è assente quando si parla di Università.
    Nell’ambito più generale della P.A., però, qualcosa sembra essersi mosso.
    L’ART. 17 della c.d. “legge Madia”, sulla Pubblica Amministrazione stabilisce che, nei concorsi pubblici si dovrà considerare anche la
    “valorizzazione del titolo di DOTTORE DI RICERCA, in
    attuazione di quanto previsto dall’articolo 4, comma 7,
    della legge 3 luglio 1998, n. 210, e dall’articolo 17, comma 111, della legge 15 maggio 1997, n. 127, e successive modificazioni”.
    Sfortunatamente, questo articolo 17 non è stato ancora attuato.
    Se uscisse il decreto attutivo, questo potrebbe essere utile anche per dare risalto al mondo accademico, qualcuno si accorgerebbe di noi. Qualcuno si chiederà: cosa è il dottorato?
    Altri penseranno: “forse è meglio prendere il dottorato…”.
    Insomma, il gli italiani (o quella parte che si candida ai concorsi pubblici non accademici) potrebbero finalmente comprendere (benché in maniera limitata) il valore delle ricerca e ciò che, direttamente o indirettamente, gira intorno ad essa, sei d’accordo?

    • Andrea Albarelli says:

      Ha perfettamente ragione: valorizzare il titolo di dottore di ricerca nella PA ha effetti positivi sia in termini di qualità del reclutamento che di incentivo al conseguimento del titolo stesso.

  7. Domanda stupida, sulla procedura ASN, che sicuramente avrà già avuto mille risposte.
    Quando si inseriscono i titoli (es. partecipazione convegni, responsabilità scientifiche, etc.) c’è la possibilità di caricare un .pdf (che, immagino, riguardi qualche forma di evidenza del titolo stesso). Il caricamento di questo file è obbligatorio o è semplicemente un’opzione?

  8. @Marco Grasso: è opzionale

Leave a Reply