Le recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sull’“umiliazione come fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità” degli studenti non possono essere semplicemente archiviate come l’ennesima gaffe di un politico maldestro, ma devono essere considerate come il più classico dei lapsus freudiani, una voce dal sen fuggita rivelativa di una vera e propria filosofia dell’educazione. Comunque la si pensi, sono dichiarazioni preziose in quanto ci interrogano su quale sia il senso di autorità che va riconosciuto all’educazione, posto che è fuor di dubbio che le istituzioni educative debbano essere un luogo autorevole per eccellenza nella società. È proprio sulla famiglia di parole “autorità/autorevolezza” che conviene focalizzare l’attenzione.

Le recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sull’“umiliazione come fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità” degli studenti non possono essere semplicemente archiviate come l’ennesima gaffe di un politico maldestro, ma devono essere considerate come il più classico dei lapsus freudiani, una voce dal sen fuggita rivelativa di una vera e propria filosofia dell’educazione. Comunque la si pensi, sono dichiarazioni preziose in quanto ci interrogano su quale sia il senso di autorità che va riconosciuto all’educazione, posto che è fuor di dubbio che le istituzioni educative debbano essere un luogo autorevole per eccellenza nella società. È proprio sulla famiglia di parole “autorità/autorevolezza” che conviene focalizzare l’attenzione.

Se si ritiene che compito dell’autorità educativa sia rendere umili gli studenti, vuol dire che l’effetto che ci si aspetta da essa è formare un cittadino essenzialmente preparato a non disturbare il manovratore, ossia infondergli un abito mentale che lo releghi al ruolo passivo di esecutore di un programma scritto prima di lui, all’infuori di lui e all’insaputa di lui. Ma se prendiamo sul serio la parola “autorità” ci accorgiamo che essa allude, al contrario, alla facoltà di mettersi nella postura dell’“autore”, cioè di colui che è chiamato in qualche modo ad “accrescere” (tale è il significato del verbo latino augere da cui deriva) il senso del mondo in cui va a inserirsi, e al quale dunque non viene semplicemente chiesto di riprodurlo in quanto tale.

Si tratta evidentemente di due differenti visioni dell’autorità dell’educazione, che hanno implicazioni radicalmente diverse sulle pratiche e sulle politiche scolastiche. Da una parte, l’enfasi è sulla feticizzazione dell’ordine dato, sull’insegnamento come produzione di docilità (da docibilis, colui al quale si può insegnare), sull’istruzione come ortopedia pedagogica e come conseguente mortificazione di ogni impulso creativo e partecipativo. Dall’altra, il principio educativo di un’autorità che voglia formare “cittadini-autori” in grado di contribuire all’autogoverno della comunità risiede invece nel fornire agli studenti gli strumenti, le opportunità ma soprattutto il desiderio e la fiducia in se stessi di poter giocare un ruolo nel farsi del mondo, di sentirsi abilitati a prendere la parola e a partecipare al suo processo di costruzione democratica.

In questo senso ci rendiamo conto che educare non soltanto non ha nulla a che vedere con la finalità di procurare umiliazione ma che, al contrario, significa coltivare in chi apprende lo spirito di autonomia, di autostima e di responsabilità, cioè – per dirla con il teorico dell’educazione Gert Biesta – di stimolare in lui “il desiderio di voler esistere nel e con il mondo in modo adulto, cioè in quanto soggetto”. Forse piuttosto che agli studenti una maggiore dose di umiltà, se non almeno di consapevolezza e lucidità, andrebbe a volte richiesta ai ministri.

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