Esiste in Italia un museo del fascismo, che esalta addirittura le truppe naziste, la Repubblica di Salò e il colonialismo italiano? Un museo riconosciuto dal Ministero della Cultura, patrocinato dagli enti locali? Tra i ‘luoghi’ della cultura, il sito del ministero di Dario Franceschini celebra e invita a visitare questo capolavoro: il Museo sacrario reggimento ‘Giovani Fascisti’ – Africa settentrionale 1940/1943, a Ponti sul Mincio, in provincia di Mantova. Un residuo del Ventennio? Macché, la costruzione di un irriducibile gerarca repubblichino (Fulvio Balisti), che dal 1960 «raccoglie e conserva i cimeli del reggimento e della campagna in Africa Settentrionale», con tanto di sala dedicata all’Africa Korps di Hitler, e con «“l’erta del ricordo”, che raccoglie i cippi dei reparti dimenticati, primo fra tutti quello delle nostre fedeli truppe Coloniali e quelle della Repubblica Sociale Italiana: il sacrificio della vita per l’Italia non conosce distinzioni politiche» (anche il sito del museo merita un’occhiata: https://piccolacaprera.it/giovani-fascisti/). Ogni anno il Comune di Verona (ormai roccaforte del neofascismo italiano) propone ai ragazzi delle scuole un concorso che consiste nello scrivere un tema «sull’amor di patria dedicato al maggiore Fulvio Balisti, perché egli rappresenta uno straordinario esempio di idealismo, generosità, coraggio, dignità e coerenza». Coerentemente dalla parte dei nazisti. Un concorso che, dice l’assessore al decentramento del Comune di Verona, «punta a stimolare nei più giovani il senso di appartenenza alla Nazione».

Nazionalisti, patrioti, combattenti per l’etnia italiana: mancano solo i balilla nell’immaginario di un Ministero dell’Istruzione che ha diramato una indecente circolare in cui si afferma che «il “Giorno del Ricordo” e la conoscenza di quanto accaduto possono aiutare a comprendere che, in quel caso, la “categoria” umana che si voleva piegare e culturalmente nullificare era quella italiana. Poco tempo prima era accaduto, su scala europea, alla “categoria” degli ebrei». Un passaggio che tiene insieme due dei cavalli di battaglia, entrambi destituiti di ogni fondamento storico, della retorica dell’estrema destra relativa al Giorno del Ricordo (una solennità civile che i neofascisti rivendicano come propria, strumentalizzando senza alcun ritegno le vittime delle foibe che dicono di voler onorare): l’affermazione che sul confine altoadriatico si sarebbe consumata una pulizia etnica, e la convinzione che essa sarebbe paragonabile alla Shoah. In un Paese mediamente civile, il ministro dell’Istruzione si sarebbe assunto le sue responsabilità, andandosene dalla porta di servizio, rosso di vergogna.

Il controllo della scuola e dell’università è, del resto, l’obiettivo della galassia che va da Casa Pound alla Lega, da Forza Nuova a Fratelli d’Italia. Per cercare di impedire un seminario scientifico sulla genesi del Giorno del ricordo promosso dall’università della quale chi scrive è rettore (https://volerelaluna.it/allarmi-son-fascisti/2022/02/11/uso-politico-della-memoria-e-revanscismo-fascista-la-genesi-del-giorno-del-ricordo/), alcuni parlamentari della Lega hanno presentato una interrogazione alla ministra dell’università, chiedendole testualmente «se sia legittimo che un rettore possa assumere liberamente iniziative di critica esplicita di una legge dello Stato». Vorrei sottolineare quell’avverbio, «liberamente»: che qui vale «impunemente». In altre parole, si chiede una punizione esemplare per chi osa dissentire. Dimenticando che il compito dell’università, la sua missione (garantita dalla Costituzione) è proprio quella di dissentire, criticare, elaborare alternative: chissà se quei parlamentari sapessero quante leggi dello Stato vengono esplicitamente criticate nei dipartimenti di Giurisprudenza! Fratelli d’Italia (che a Siena è al governo della città) raccoglie invece in piazza le firme per le mie dimissioni: a farlo è precisamente la sezione intitolata a Giorgio Almirante, dal 1938 al 1942 segretario di redazione della Difesa della razza. Bisogna dire che il nume tutelare è scelto bene: nel primo numero di quella infame rivista, il razzistissimo Almirante attaccava proprio gli atenei pieni di professori ebrei, sostenendo (tragicomicamente) che «all’Università si è troppo occupati nello studiare quel che al riguardo sostenne il Mommsen, o il Meyer, o Gino Segrè, oppure Aldo Segrè (tutti bei nomi italici, come si vede), si è troppo occupati nel frazionare, disintegrare, polverizzare la cultura… e non si ha naturalmente il tempo di risalire ai principi generali». Quali erano quei principi? Quelli del «razzismo del sangue» auspicato da Almirante, il quale avrebbe voluto che all’università si insegnasse che l’Impero romano era caduto per il meticciato coi barbari e coi neri.

Parlando dei nazi-fascisti, Walter Benjamin scrisse che «neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince». Oggi i morti, cioè la storia e la libera trasmissione del sapere, sono di nuovo in pericolo: perché questo nemico, come vedeva Benjamin e vediamo noi, «non ha smesso di vincere».

 

(Pubblicato su Volere la Luna )

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