Qualche settimana fa, il parlamento ha approvato una riforma del reclutamento universitario che abolisce, ma solo un po’, il meccanismo dell’Abilitazione Scientifica Nazionale.  Le opposizioni hanno risposto con una proposta di “concorso nazionale”.  Sia la maggioranza, che l’opposizione sembrano individuare alcuni problemi del sistema, ma non si sono prese le necessarie responsabilità dello stato di cose presente, e le loro proposte non cambiano i fondamentali dell’Università e della Ricerca in Italia.

A parte le solite, necessarie, ripetute, e mai ascoltate richieste di finanziamenti (“no strings attached”) per il sistema dell’Università e della Ricerca, qui si propone la netta separazione tra reclutamento e progressioni di carriera come (una) riforma del sistema; una riforma già implementabile, anche se, ovviamente, non a costo zero, che rappresenta una soluzione parziale ai problemi più evidenti dell’Accademia.  Non una panacea, ma sicuramente utile e, sia concesso, una cosa non provinciale.

Una riforma da riformare

Ancora una volta, la politica si sta occupando di “riformare” i concorsi universitari.  Qualche giorno fa, il Parlamento ha approvato una proposta del governo, nota come “DdL Bernini”.

Quali sono le ragioni di questa nuova attività “riformatrice”?  A parte discorsi più generali sulla struttura attuale dell’Accademia e della Ricerca, del suo finanziamento e sugli impatti delle nuove tecnologie di Intelligenza Artificiale, di cui si può discutere altrove, ci sono almeno due questioni che hanno imposto una rivisitazione del tema dei “concorsi”.

La prima questione riguarda la macchinosità e la burocratizzazione dei meccanismi di valutazione e di selezione dei singoli.  Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) in primis.  La seconda riguarda il continuo stillicidio di notizie sui “concorsi truccati” dove “i baroni” fanno vincere “gli interni”.

A parte il fatto che, secondo la vulgata dei promotori della Legge Gelmini, inclusi molti commentatori sui vari media italiani, i “baroni” sarebbero stati eliminati dalla suddetta legge, il dibattito attuale è un déja vu.

Sintetizzando e semplificando, il DdL Bernini ha abolito parzialmente l’ASN, sostituendola con norme e regolamenti stabiliti centralmente, anche con un sostanziale rafforzamento e controllo politico da parte dell’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR); ciò non garantirebbe comunque l’assenza dei temutissimi e dispendiosissimi “ricorsi”, sia per i ricorrenti che per le istituzioni.  Al contrario le forze di opposizione, tutte, stanno convergendo sul ripristino del “concorso nazionale”, ovvero quello che era in vigore fino al 1998, giustificato da dichiarazioni riguardo la “qualità diffusa” del sistema complessivo dell’Università e della Ricerca.

Io ritengo che nessuna delle proposte affronti i problemi veri o percepiti dei concorsi universitari.  Problemi che invece andrebbero affrontati separando nettamente il “reclutamento” dalle “progressioni di carriera”.

Prima di procedere nell’esposizione dell’opinione personale su come dovrebbero essere riformati i concorsi, in ogni caso, ed indipendentemente dai particolari di questa o quella proposta, va citata, sempre e comunque, la scena dal film “Jerry McGuire”: “Show Me The Money!”.  Ovvero, il finanziamento complessivo al sistema dell’Università e della Ricerca è tuttora infimo.

Il clima nei dipartimenti

Sgomberato il campo dalle questioni venali, vediamo un po’ cosa succede oggi nelle Università (e, pare, negli ERP) riguardo le carriere, e dove le proposte sul tappeto convergono di fatto: la compressione dell’autonomia universitaria e della libertà accademica centrata sui Dipartimenti (full disclosure: ne dirigo uno, di Informatica).

Il clima nei Dipartimenti e negli ERP non è dei migliori.  Le giuste aspettative di molte persone che hanno contribuito alle attività di ricerca e didattica (le missioni principali dell’Università) si trovano frustrate dai meccanismi di promozione, che, inevitabilmente rallentano le carriere, esigono quantità enormi di “lavoro inoperoso” e fanno produrre, alla fine della fiera, grandi quantità di “lavori” (pardon, “prodotti della ricerca”), spesso solo minimamente incrementali.  Queste frustrazioni, combinate alla necessità di pubblicare o perire, non agevolano una buona convivenza e soprattutto non agevolano delle cooperazioni virtuose tra colleghi.  La mancanza di finanziamenti adeguati al sistema (i dati sono macigni, nonostante le dichiarazioni dei ministeri, a partire da quello per l’Economia e la Finanza), l’ASN e le procedure imposte da ANVUR, aggravate dall’organizzazione amministrativa “separata in casa” degli Atenei imposta dalla Legge Gelmini, sono la causa prima di questi problemi.  E no, il numero di pubblicazioni (pardon: dei “prodotti per la ricerca”) non è una misura valida: chi lo sostiene dovrebbe spiegare come mai l’Italia sia più produttiva, tout court, della Cina, secondo uno studio pubblicato su PLoS One[1].

Sia le forze ora al governo che quelle di opposizione riconoscono alcuni dei problemi della situazione attuale e propongono ora due soluzioni riguardanti i concorsi universitari, citando, tra l’altro, il “localismo” come problema principale. Un’anticipazione: non lo è, e se lo è, c’è una soluzione

Oltre alle considerazioni fatte precedentemente, si nota però che né le forze di governo, né quelle ora di opposizione riconoscano le rispettive, e simili, responsabilità per la situazione attuale.  Le forze di governo non riconoscono che la Legge Gelmini è fonte primaria dei problemi attuali, sebbene votata da loro (inclusi i predecessori di Fratelli d’Italia), mentre l’opposizione, il PD in primis, non riconosce ancora, neppure nei documenti interni, che ANVUR e l’ASN furono proposte e votate dai suoi esponenti.

La legge “Bernini” e la proposta delle opposizioni

La maggioranza ha fatto propria una proposta essenzialmente “ministeriale” dove i concorsi rimarrebbero locali ma con regole stabilite altrove e probabilmente per legge su chi e come può accedervi. Il problema è che sulle suddette regole ancora non si sa molto e, in ogni caso, una struttura come ANVUR potrebbe avere – si presume troppa – voce in capitolo.  L’effetto sarebbe di non risolvere il problema principale accentrando comunque potere in questa o quella struttura e comunque comprimendo, anche mediante il sorteggio delle commissioni, l’autonomia dei dipartimenti.

L’opposizione si è dichiarata per il ritorno alla situazione pre-1998 con il “concorso nazionale” a scadenza annuale o addirittura biennale.  I dipartimenti dichiarerebbero le loro necessità prima della scadenza e la commissione nazionale stilerebbe una graduatoria nazionale da cui, presumibilmente, i dipartimenti sceglierebbero.  Le forze di opposizione glissano sull’enorme potere che si consegnerebbe ai ministeri per la gestione di queste elefantiache e vogoniane procedure e l’esperienza ci dice che “bloccare i concorsi” sarebbe una facile manovra governativa per fare cassa.  È già successo, e la soluzione furono i giustamente vituperati, per gli addetti ai lavori, “ope legis”.

Le due proposte attaccano quindi i problemi principali della situazione attuale e favoriscono l’autonomia universitaria e la libertà accademica?  In generale no.

Al mondo esiste una varietà di sistemi di reclutamento accademico, più o meno distribuiti sugli assi “centralismo” e “distribuzione”.  La proposta del governo sembra promuovere la “distribuzione”, ma introduce forme di “centralismo” o di “controllo centralizzato”, specialmente attraverso ANVUR.   La proposta delle opposizioni è decisamente “centralista”, con la giustificazione che “bisogna mantenere una caratterizzazione nazionale dell’Accademia”.

Ora, è mia opinione che la proposta delle opposizioni sia puramente “reattiva” e mal pensata, anche se piena di buone intenzioni.  Ma qui stiamo parlando di strade; lastricate.  Il “concorso nazionale” pre-1998 era un retaggio napoleonico (o cinese) e, se implementato, si presenterebbe oggi come un “unicum” (assieme alla Turchia) nel panorama OCSE.  Con un ulteriore problema: la “provincializzazione” del sistema, nonostante i proclami provenienti da ANVUR e dai ministeri sull’ “internazionalizzazione”.

Una proposta operativa

Il problema principale che tutti additano è il cosiddetto “localismo” dei concorsi attuali e di quelli “distribuiti” in vigore tra il 1998 ed il 2011.  Ogni discussione sui concorsi parte da lì e lì si arena.  Eppure, il decreto 30 e legge 79 del 2022, nelle parti riguardanti il reclutamento universitario, già mette a disposizione dei dipartimenti un mezzo per limitare questo problema: le posizioni, in particolare quelle di Ricercatore Tenure Track (RTT), possono essere riservate a persone che abbiano avuto contratti di almeno 36 mesi (cumulativi) al di fuori dell’Ateneo, dottorato incluso.

In ogni caso, anche tenendo ferme le progressioni da ricercatore “tenure-track”, a professore associato, fino a professore ordinario (ovvero, tralasciando, al momento, le discussioni sul “ruolo unico”) i punti di intervento fondamentali sono due: la limitazione del fenomeno dell’“inbreeding” e la netta separazione tra reclutamento e progressioni di carriera.

Il fenomeno dell’“inbreeding” (ovvero dei reclutamenti degli “interni”, che, ricordiamo, sono una delle cause principali dei malumori nei dipartimenti e delle tirate giornalistiche a latere) è già risolvibile imponendo la “regola dei 36 mesi” per le posizioni RTT.  Nota bene: nei paesi anglosassoni ed in Germania il problema praticamente non esiste; nel primo caso per consuetudine culturale, nel secondo per ferree (troppo) norme legislative.

Al tempo stesso, il sottoporre le promozioni a “concorso”, crea iniqui rallentamenti di carriera e dissapori tra colleghi.  La soluzione in questo caso è di avere concorsi per posizioni da associato o ordinario esclusivamente per candidati esterni.  Il passaggio ad associato (“tenure”) dovrebbe essere condizionato a requisiti che un dipartimento elenca al momento della entrata in servizio nel ruolo di RTT.  Lo stesso dicasi per il passaggio dal ruolo di associato a quello di ordinario: al momento dell’entrata in servizio come associato un dipartimento elencherà i requisiti per il passaggio al ruolo di ordinario.  La differenza è che la non concessione della “tenure” causa il decadimento dal ruolo.

Si noti che i requisiti non dovranno includere vincoli finanziari complessivi; in particolare, l’oscena clausola che accompagna dal 2010 ogni norma riguardante l’università e la ricerca (“senza aggravi per il bilancio”) va semplicemente espunta dal lessico.  I requisiti per l’acquisizione della tenure e per la promozione a ordinario dovranno essere decisi dai dipartimenti, in autonomia, al massimo, ma non obbligatoriamente, tramite coordinamento a livello delle società scientifiche e del CUN.  Lo stesso dicasi per le procedure di selezione, da cui eleminare inutili, e costosi, aggravi amministrativi.

Il fatto che i concorsi RTT e tutti quelli di reclutamento saranno riservati ad esterni garantirà una migliore autoregolamentazione complessiva del sistema.  Dopotutto, buona parte dei sistemi esteri di riferimento adottano queste forme di organizzazione.

Quali sono le critiche a questa proposta?

Una critica seria riguarda la vita delle persone.  Vista l’età media attuale per l’entrata in “tenure track” (RTT) è chiaro che l’imposizione di spostarsi fisicamente può creare dei problemi ad alcuni.  Si consideri però che questo passaggio avviene comunque ad un’età in cui le persone e le famiglie possono ancora essere flessibili e ci si aspetta che siano messe in atto politiche per abbassare l’età per l’entrata in “tenure track” (RTT), ad esempio, aumentando … i finanziamenti.  Si noti che la proposta delle opposizioni assume che un periodo post-doc diventi “obbligatorio”, aumentando in questo modo il periodo di precariato.

Esiste però un’ulteriore ragione per procedere con gradualità. Molti giovani ricercatori hanno costruito il proprio percorso professionale sulla base delle regole attualmente vigenti. Cambiarle improvvisamente mentre stanno cercando di accedere alla tenure track sarebbe ingiusto e rischierebbe di compromettere aspettative maturate in buona fede. Per questo motivo, un eventuale requisito di mobilità all’ingresso nella tenure track dovrebbe entrare in vigore solo dopo un congruo periodo transitorio — ad esempio tre anni dall’approvazione della riforma — così da consentire a chi è già nel sistema di programmare il proprio percorso senza vedersi cambiare le regole durante la corsa.

Una seconda critica molto seria si riassume con “il sistema anglosassone ha serissimi problemi di distribuzione di risorse e di sperequazione”.  UC Berkeley in California non è il “community college” di Libby, Montana e viceversa.  Ma ciò dimentica che comunque già ora abbiamo enormi problemi di finanziamento e che questi si risolvono garantendo una base ragionevole (e molto generosa) per tutti: l’uguaglianza ha dei vantaggi.  E la discussione sui “finanziamenti del sistema” e dei “finanziamenti competitivi per la ricerca” è un capitolo a sé stante, anche alla luce delle tendenze dei governi conservatori ad usare queste leve per sminuire l’autonomia delle istituzioni accademiche e la libertà di ricerca.

Ritengo le altre critiche meno convincenti e si raggruppano sotto due etichette.  La prima ha come etichetta il “eh ma qui siamo in Italia”.  La seconda è “eh ma loro sono in P” (con P che assume il valore “Slovenia”, “Corea del Sud”, “Svizzera”, “USA”, “Germania”, “Botswana”, etc., etc.).  Questo tipo di argomentazioni arriva sempre nelle discussioni in cui si propone ciò che è appena stato descritto.  Chi scrive, ovviamente anche per storia personale, trova queste argomentazioni … provinciali e, in fondo, piuttosto superbe nella loro pretesa di riuscire a creare in Italia un sistema “più migliore”.  Specie quando poi regolarmente accompagnate da esortazioni all’“internazionalizzazione” del sistema.

Conclusioni

Concludo con una nota di cautela.  Il sistema proposto è una panacea? No.  Ma risolve alcuni dei problemi che a questo punto tutti ritengono pervasivi.  Il sistema proposto è troppo “anglosassone”? Probabile.  Ma si noti come, tra tutti i sistemi provati in Italia, quello “anglosassone” non c’è mai stato: neanche quello della stagione 1998-2010 era tale, grazie alla grande tradizione manzoniana dei nostri legislatori: l’azzeccagarbuglio; aggravato dal vogonismo.  In particolare, non eliminava l’inbreeding, ma tendeva piuttosto a distribuirlo attraverso accordi tra dipartimenti.

Proviamo allora qualcosa di diverso. Facciamolo evitando sia le rigidità di alcuni modelli europei, sia le disuguaglianze che caratterizzano molti dei sistemi “anglosassoni”.  L’obiettivo non è imitare un paese o un altro, ma costruire un sistema più aperto, più internazionale, meno burocratico e capace di imparare dalla propria esperienza.

In altre parole, un’università e una ricerca che respirino, siano migliori, più partecipate e collaborative.

[1] https://doi.org/10.1371/journal.pone.0221212.  Lo studio citato è utile, ma non è il solo recuperabile su questa falsariga; vedasi, ad esempio questo articolo apparso su “Studies in Higher Education”, https://doi.org/10.1080/03075079.2019.1693989 e, come commento generale, che comunque è a sostegno della tesi, questo recente articolo su Nature, https://www.nature.com/articles/d41586-025-03636-x all’interno di una raccolta dal titolo “The Future of Universities”, https://www.nature.com/immersive/d41586-025-03086-5/index.html .