Alessandro Figà Talamanca ci ha lasciato. Alessandro è stato un matematico di rilievo ed un indiscusso protagonista del dibattito sulla politica universitaria e della ricerca per alcuni decenni. Ha scritto articoli sui maggiori quotidiani italiani ed anche su Roars è stato presente sin dalla fondazione del sito intervenendo sui temi più disparati: tra gli altri la tassazione universitaria , il ruolo dell’università per promuovere la crescita del paese, la valutazione individuale. Alessandro è sempre stato critico dell’uso degli indici bibliometrici ed in particolare dell’Impact Factor per la valutazione individuale della ricerca.  Tra i suoi tanti contributi pubblicati su questo sito abbiamo scelto per ricordarlo la sempre attuale storiella su “quanto vale l’istruzione universitaria” che riportiamo qui di seguito

 

C’era una volta, in Italia, nella seconda metà degli anni cinquanta, un giovane di ottima estrazione sociale che chiameremo Luigi delle Carabattole. Ma non lasciatevi ingannare dal “c’era una volta”. Si tratta di una storia vera: mi sono limitato a cambiare i nomi dei protagonisti. Ebbene, questo giovane, pur intelligente e volenteroso non riusciva, per qualche ragione, a superare gli esami universitari …

Quanto vale l’istruzione universitaria? Molti economisti hanno una risposta pronta: il valore dell’istruzione universitaria è misurata dalla differenza tra il salario dei laureati ed il salario dei diplomati. Ma questa differenza dipende sempre e solo, dall’istruzione impartita dall’università e assimilata dagli studenti?

Per illustrare una tesi diversa racconterò una storiella che si colloca tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta del secolo scorso. Si tratta di una storia vera: mi sono limitato a cambiare i nomi dei protagonisti.

C’era una volta, in Italia, nella seconda metà degli anni cinquanta, un giovane di ottima estrazione sociale che chiameremo Luigi delle Carabattole. Questo giovane, pur intelligente e volenteroso non riusciva, per qualche ragione, a superare gli esami universitari. Dopo qualche anno di inutili tentativi da parte di Luigi di proseguire negli studi, suo padre decise di utilizzare le sue conoscenze per trovare per il figlio un lavoro dignitoso che non richiedesse la laurea. Fu così che Luigi entrò come impiegato in una grande banca di interesse nazionale. Come impiegato di banca Luigi ebbe un grande successo. Il suo lavoro, il suo impegno ed anche il suo stile furono molto apprezzati da colleghi e superiori e dai clienti importanti con i quali era venuto in contatto. Fu naturale che dopo qualche anno si ponesse la questione di una sua promozione a “funzionario”.Venne fuori però a questo punto il problema della laurea. Il superiore diretto di Luigi in un colloquio molto franco spiegò a Luigi come fosse difficile promuovere precocemente un non laureato. Come si poteva inviare un “Sig. Delle Carabattole”, in rappresentanza della banca, ad una riunione cui partecipavano il Dott. Rossi, l’Avv. Bianchi ed il Prof. Verdi? Come avrebbe un semplice “Sig,” potuto colloquiare con i funzionari della Banca d’Italia, tutti rigorosamente “Dott.”?

Possiamo immaginare la reazione di Luigi. Nonostante facesse bene il suo lavoro gli veniva negata una promozione perché non riusciva a superare lo “stress” di esami universitari che non c’entravano niente con il suo lavoro.

Ebbe modo allora di confidarsi con il suo amico Felice (detto Felix) Stivali. Felix trovò subito una soluzione. Ricordò a Luigi, che la sua famiglia vantava un titolo nobiliare. Si fregiava infatti del titolo di Marchese delle Carabattole. In effetti i genitori di Luigi, rigorosamente repubblicani, non avevano mai utilizzato un titolo che doveva risalire ai Borboni, e che comunque non era giustificato dalla ricchezza patrimoniale della famiglia. Felix però suggerì a Luigi di ripristinare, senza dar troppo nell’occhio quel titolo di famiglia. Si doveva andare per gradi. Prima di tutto far stampare biglietti da visita con il titolo di marchese e la relativa coroncina sopra il titolo. Poi ordinare delle camicie di seta con ricamata la coroncina di marchese sovrastante le iniziali. La carta intestata avrebbe poi dovuto comprendere anche lo stemma della famiglia. Naturalmente Luigi non avrebbe mai dovuto qualificarsi come marchese, declinando di rispondere alla domanda se egli fosse un marchese. Di tanto in tanto, però, qualche amico lo avrebbe cercato in ufficio chiedendo del Marchese delle Carabattole. Ci sarebbe anche stata qualche lettera recapitata in ufficio e diretta al Marchese delle Carabattole. Felix stesso alla fine si sarebbe presentato in ufficio chiedendo a gran voce del Marchese delle Carabattole.

Piano piano furono in molti ad attribuire a quel giovane simpatico, disponibile e assolutamente non pretenzioso il titolo di Marchese (e per qualcuno Marchesino) delle Carabattole. I clienti importanti della banca furono i primi ad usare il titolo, contenti anche loro di trattare con un nobile per i loro affari finanziari.

La banca, avendo superato il problema del semplice “Sig.” che precedeva il nome di Luigi non ebbe difficoltà a promuoverlo “funzionario”.

Qui finisce la nostra storia.

Forse negli ultimi cinquanta anni la società italiana si è evoluta in modo tale da rendere impossibile una storia come quella che ho raccontato. Ma non bisogna dimenticare che un titolo universitario, come un titolo nobiliare, può servire più a definire la posizione sociale del titolato che a certificarne le maggiori acquisite competenze.

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