Proponiamo ai lettori una recente intervista al professor Tomaso Montanari, Rettore dell’Università per stranieri di Siena, in tema di scuola e università, sui problemi e i processi di riforma che le coinvolgono. Introduzione dell’insegnamento delle soft skills, alternanza scuola- lavoro, orientamento, test INVALSI, formazione del capitale umano, autonomia differenziata regionale. Questi, alcuni dei temi trattati nella discussione con lo studioso, a partire dall’osservazione e dal vissuto dello stato delle cose: il “declino della democrazia partecipativa”, le recenti manifestazioni studentesche, l’urgenza di una scuola fatta di “insegnanti e dirigenti coscienti del proprio ruolo” e non semplici “erogatori del servizio” che orientano e instradano i giovani sempre più precocemente. La scuola, e poi l’Università, dovrebbero offrire ai giovani proprio la possibilità di non adattarsi, di “prendere in mano la propria vita” e agire nello spazio pubblico con spirito critico. Di mettere atto, per ricordare le parole di  Piero Calamandrei nel 1955, una necessaria  “polemica contro il presente”.

 

 


 

Carosotti: L’attualità ha visto soprattutto ultimamente il governo in difficoltà, ad esempio sul tema dell’apertura/chiusura si sono manifestate molte inefficienze, rispetto alla priorità da affrontare. I tre provvedimenti che avrebbero dovuto maggiormente fare argine al rischio di tornare alla didattica a distanza, che erano la diminuzione del numero di alunni per classe, un sistema di trasporti adeguato e anche un intervento immediato e finanziariamente importante sul sistema di areazione nelle classi, non sono stati attuati, probabilmente sperando che i problemi si risolvessero da sé. Il che non vuol dire che il governo non sia attivo in questa fase, con azioni che possono essere condivise o meno, ma che non sembra siano oggetto di discussione: dal coding obbligatorio alla valutazione delle competenze non cognitive. L’impressione è che il governo abbia voluto sfruttare l’emergenza pandemica per realizzare delle riforme sulla base di una presunta urgenza senza sottoporle ad una necessaria verifica e controllo in Parlamento tra le parti interessate.

 

Prof. Montanari:

Credo sia urgente e importante parlare di scuola, e credo che sia importante che Università e scuola dialoghino. Nel mio discorso di insediamento come Rettore l’ho detto: l’Università è fatta dalla scuola. Se lo dimentica, non è più Università e non serve più al Paese. Dunque questo dialogo è fondamentale ed è un dialogo critico in entrambe le direzioni.

Non posso cominciare a rispondere senza notare che in questi giorni, mentre ci parliamo, i nostri studenti nelle piazze italiane chiedono giustizia per un loro compagno, morto durante un’esperienza assimilabile all’alternanza scuola-lavoro. Un evento terribile, che mette insieme (scuola con) il peggio del lavoro italiano di oggi, (..) che  non è il lavoro su cui la Repubblica si fonda – il lavoro dignitoso, retribuito, sicuro – ma è altro; e di fronte al fatto che istradarli ad un’esperienza del genere così precocemente comporta anche esporli agli stessi rischi dei loro padri e madri, lavoratori e lavoratrici, i ragazzi sono scesi in piazza. Sono stati manganellati con una violenza che non vedevamo da tempo, senza che il governo Draghi abbia finora voluto rispondere in alcun modo. Credo che sia un evento di enorme gravità, oscurato dalla cronaca della pandemia e dall’elezione del capo dello Stato. Se c’è un indice che ci fa capire la gravità della crisi della democrazia, in questo momento, è proprio il trattamento riservato alle studentesse e agli studenti italiani. Credo su questo non si possa tacere.

Poi, si, credo che sia vero. Il governo Draghi, come i precedenti, non ha fatto nulla per la scuola. Avrebbe avuto il tempo e a questo punto anche il denaro. Invece nulla di ciò è stato fatto. L’impressione molto forte è che nella scuola come in altri ambiti, la crisi e l’emergenza della pandemia sia usata come un cavallo di Troia per fare arrivare a regime le cosiddette riforme, forse dovremmo chiamarle deformazioni più che riforme, che da anni si provava a condurre in porto e che non si era avuta la forza di portare ad effetto. La pandemia consente di saltare i passaggi democratici; è un grande acceleratore e non rivela nulla che non fossimo già, non crea nulla di nuovo, ma accelera i processi, li sottrae ancor di più alle dinamiche democratiche, mette di fronte al fatto compiuto. La sospensione del diritto di manifestare è un esempio evidente, sospensione già avviata con i decreti sicurezza di Salvini e poi rafforzata col paravento delle ragioni della protezione dal contagio. Ma questo è un paradosso. Lo scorso settembre il ministro dell’istruzione toglie il distanziamento a scuola: dice che è obbligatorio salvo che gli edifici non lo permettano – una somma ipocrisia – ma non si può invece manifestare, per evitare il contagio. Il bilancio, drammatico, è che tutto valga a danno delle studentesse e degli studenti. Nulla a loro vantaggio. È una situazione in cui non impariamo cose nuove, ma le vediamo più nettamente perché più velocemente si realizzano. È come se fossimo di fronte ad un precipitare di eventi che richiede un maggiore impegno e un rinnovato senso critico collettivo.

 

R. Latempa: La scuola è sottoposta a interventi di riforma anche attraverso azioni normative che apparentemente sembrano di second’ordine, in genere proposte come sperimentazioni, come ad esempio quella dei diplomi quadriennali, mai stata oggetto di bilancio. Ultimamente, e sempre come sperimentazione, è stato introdotto l’insegnamento e la valutazione delle competenze non cognitive. L’iter legislativo prende forma nell’intergruppo della sussidiarietà, trasversale in Parlamento (Toccafondi, Aprea, Lupi, Gelmini..). Proprio Aprea ha tenuto un’intervista, ripresa da questo blog, in cui ha tentato di spiegare la importanza delle competenze non cognitive. (..) L’introduzione delle competenze non cognitive si fonda su lavori dell’OCSE, organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica, che nei suoi rapporti dedicati al tema scriveva (2015): ““Misurare le competenze sociali ed emozionali è arduo, ma possibile e affidabile”; c’è la “necessità di sviluppare/promuovere un bambino completo, con un set equilibrato di competenze cognitive, sociali ed emozionali”; un bambino “talentuoso, motivato, determinato e socievole”, che “affronterà meglio le tempeste dell’esistenza, avrà prestazioni lavorative migliori e, di conseguenza, una vita di successo”…Cosa pensa di questo che a noi sembra uno sconfinamento su un terreno piuttosto preoccupante: quello della formazione, educabilità e valutazione del carattere e degli atteggiamenti degli studenti?

 

Prof. T. Montanari:

Credo che la parola chiave per capire tutto questo sia una espressione molto cara alla dottrina economica liberista, e molto cara al nostro Presidente del Consiglio Draghi, che la usa in continuazione, che è capitale umano. L’idea che i nostri studenti, le giovani e i giovani italiani di oggi, siano capitale umano; merce nel mercato del lavoro. L’espressione mercato del lavoro implica che ci sia una merce. E questa merce sono i lavoratori.

Alla scuola che cosa si chiede? Di profilare a dovere il capitale umano, di imballarlo nei giusti contenitori, di misurarlo e di offrirlo alle aziende, alle risorse umane delle imprese, che non facciano fatica neanche a fare colloqui. E’ una specie di catena di montaggio che produce pezzi di ricambio per il mondo così com’è. Laddove la scuola dovrebbe invece dare la possibilità alle cittadine e ai cittadini di domani di esercitare un pensiero critico, di prendere in mano la propria vita e di condurla nella direzione che si prova a trovare. Non essere trasportati su un nastro di una catena di montaggio verso una destinazione.

È molto significativa la proposta dell’OCSE: il successo come meta della vita personale. È uno schiacciamento totale sulla dimensione economica, sulla retribuzione, sul lavoro inteso non come strumento di emancipazione, riscatto, realizzazione personale, ma invece nel migliore dei casi è inserimento in un sistema economico predeterminato. È l’idea di una scuola che fotografa il mondo e ci incasella gli studenti, in modo che questo mondo rimanga uguale a se stesso, immobile. Ciò che sono banditi sono appunto il pensiero e lo sguardo critico. Unica cosa che dovrebbe dare davvero la scuola. Ed è subdolo, perché la polemica fondata entro certi limiti contro un impianto per certi versi gentiliano della scuola viene invece rivoltato contro le studentesse e gli studenti per cui c’è una sorta di disprezzo dell’importanze del sapere, a cui viene sostituito non una capacità di crescita personale, anche emotiva, a tutto tondo, fondata appunto sul pensiero critico, ma sostanzialmente una profilazione, una oggettivizzazione, una alienazione delle studentesse e studenti. E’ un passaggio cruciale, perché tutto ciò che era implicito, oggi diventa esplicito; come se non si avesse nemmeno più il pudore di nascondere questa visione strumentale e ancillare della scuola rispetto al mercato. Evidentemente in questa visione non c’è spazio neanche per la democrazia. Non c’è più bisogno di cittadine e cittadini, perché la democrazia è in declino. In Italia ormai non vota più la metà del Paese, non c’è più bisogno nemmeno di eleggere il Presidente della Repubblica perché si rielegge il vecchio; il Parlamento è in un angolo. In questo declino inarrestabile della democrazia e della partecipazione, la scuola deve soltanto costruire oggetti e non più soggetti.

 

G.Carosotti: Uno degli obiettivi è sicuramente quello di creare una scuola funzionale al mercato, ma ancora di più agire sui processi di soggettivazione creando una sorta di disciplinamento. Rendere gli individui in qualche modo adeguati rispetto al sistema senza metterlo nelle condizioni cognitive di poterlo interpretare dall’esterno e poterlo criticare. In questo senso, l’alternanza scuola lavoro, oggi PCTO, si inserisce come altre iniziative. Si insegna che lavorare è adeguarsi ad un progetto, a delle indicazioni, ad una eterodirezione. In questo senso possiamo intendere l’idea di problem solving, di cui si parla sempre in questa nuova scuola – e che il pedagogista canadese Giroux ha definito impostazione tramite “comodi prepensati”. Il pensiero critico è presente, nel linguaggio del ministero, ma con una sorta di neolingua, viene fatto coincidere con questa capacità di risolvere problemi posti dall’esterno. Questo processo di soggettivazione, secondo noi, riguarda gli studenti: noi saremmo chiamati ad assolverlo nei loro confronti, ma riguarda anche gli insegnanti. Il Ministro Bianchi recentemente, nelle Linee di indirizzo, quando parla dei nuovi docenti e dell’anno di formazione si esprime chiamandoli “docenti debitamente uniformi ai nuovi paradigmi”. Non formati sulla loro professionalità, ma uniformi ad un determinato modo di concepire e gestire la scuola, evidentemente eterodiretto. Non a caso una società di consulenza interpellata dal Ministero (per la valutazione dei progetti PON) parlava di “resettare le sinapsi cerebrali” di docenti “professionisti di vecchia data”, di cui si dava anche l’età, 55 anni, ovvero coloro che hanno una professionalità pregressa, ritenuta ricca e in qualche modo inutile. In questi casi le Università hanno un ruolo non poco interessato, proponendosi come soggetti formativi condizionanti. Cosa ne pensa?

 

Prof. T. Montanari:

Penso che sia esattamente così. Mi sono trovato recentemente a scrivere e confessare di sentirmi un dis-adattato, secondo una definizione (Treccani):

il disadattato è chi non riesce a compiere il normale processo di adattamento all’ambiente socio-culturale che lo circonda, con il quale viene quindi a trovarsi in conflitto.

Ecco, io mi sento un disadattato e sono molto felice di esserlo. Credo che la scuola debba offrire la possibilità di riuscire a non adattarsi, di resistere a questa fortissima spinta e coazione all’adattamento.

Si, è vero. C’è un disciplinamento, c’è il tentativo di rendere docili. Tutti i grandi romanzi distopici sembrano avverarsi in questa concezione della scuola come luogo di normalizzazione, adattamento e conformità. Un luogo che produce eguali non nel senso dell’articolo 3 della Costituzione: eguali nei diritti, ma eguali nel non -pensiero, nell’assenza di pensiero critico, nel conformarsi a ciò che il mercato offre.

Non c’è nemmeno un’esigenza di disciplinamento politico. Nel senso che il mercato è sovraordinato alla politica, come si vede palesemente in Italia, con le elites finanziarie che ormai esprimono direttamente il personale di governo, anche il Presidente del Consiglio. In questa sostituzione del mercato alla politica la scuola non è funzionale ad un totalitarismo di tipo politico, ma economico e finanziario.

C’è un pensiero unico, c’è una ortodossia. E ciò che fa paura è esattamente il disadattato, l’eretico, il libero pensatore, colui che si permette ancora di esprimere dei dubbi. Non c’è mai stato, forse, come negli ultimi decenni, un così perentorio invito al pensiero univo e a non rompere le righe.

L’Università in questo ha un ruolo drammatico. Ce l’ha come fornitrice di strumenti cognitivi del disciplinamento della scuola. Ma ha iniziato col disciplinare se stessa. I Rettori delle Università, miei colleghi, non se ne abbiano a male, appartengono già in larghissima maggioranza e per libera scelta a quella figura di presidi erogatori di servizi che hanno il compito di spalancare le porte delle istituzioni al mercato. È già così da anni. L’Università ha in gran parte abdicato al suo ruolo di produzione di pensiero critico e diffusione di pensiero critico. È già altra cosa. Tutti gli indicatori, le fonti di finanziamento, i metri di valutazione, tutto congiura nel costruire un’Università, da questo punto di vista, identica alla scuola, nelle forme in cui la stiamo descrivendo. In questo senso l’Università non solo non è in condizione di aiutare la scuola, ma forse avrebbe bisogno di ascoltare la forte ancora capacità di resistenza e di opposizione di un modello diverso che in questo momento percorre più la scuola dell’Università. Vorrei essere molto chiaro. Io trovo molto più vitale l’opposizione a questo pensiero unico che anima le scuole italiane che non quello, molto più debole, scarso e residuale, ma soprattutto declinato in forme individuali e interiori, che c’è in Università. Da questo punto di vista l’Università sta peggio della scuola.

 

R.Latempa: L’ortodossia, che lei ha citato, richiama in qualche modo ad un apparato di controllo necessario per verificare che il sistema stia andando nella direzione giusta. La scuola è formazione di capitale umano, l’insegnante deve essere un suo funzionario; ma bisogna verificare che gli esiti siano quelli giusti. Proprio oggi, in un editoriale del Presidente INVALSI, si parlava della valutazione tramite test INVALSI standardizzati “per il benessere degli studenti”. Oggi è ormai opinione comune che gli esiti di questi test, svolti da 2,5 milioni di studenti ogni anno – persino l’anno scorso in piena emergenza, gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado, pur svolgendo lezioni a distanza, svolsero test computerizzati, in presenza, nei laboratori scolastici – rappresentino una misura della qualità scolastica. I risultati dei test certificano le competenze di fine ciclo di ogni singolo studente, rientrano negli obiettivi di incarico dei dirigenti scolastici, condizionandone l’operato. Il PNRR sembra incrementare le funzioni dell’istituto INVALSI. Da un lato rendendolo parte attiva  nella formazione in ingresso e in servizio degli insegnanti, cui sarà in qualche modo associata una differenziazione di “carriera”; dall’altro associando gli esiti dei test alla misura delle “disuguaglianze” territoriali e al loro “superamento”. Si fa largo l’idea dell’esito del test come livello essenziale dell’apprendimento di ogni studente, che lo Stato deve garantire. Questo ci riporta ai  livelli essenziali delle prestazione (LEP) in campo scolastico e apre il tema del federalismo scolastico, dell’autonomia differenziata, di cui si parla pochissimo ma che non è mai stato abbandonato.

 

Prof. T. Montanari:

Penso che di fronte a questa situazione ci siano tre strade. La prima è quella imboccata da quasi tutti, ovvero subire questa situazione di fatto, senza provare nemmeno a ribellarsi. Poi ci sono due modi di contrastare le cose. Il più arduo e impervio, davvero difficile in questo momento, è una sorta di obiezione di coscienza, un rifiuto esplicito delle prove INVALSI, di sottrarsi ai meccanismi della valutazione. Si è provato a percorrerlo in Università per quanto riguarda la famosa VQR, operata dall’ANVUR (Agenzia di Valutazione della Ricerca). E’ un fronte di lotta che sarebbe auspicabile ma che può avere successo solo con un’adesione molto massiccia da parte del corpo docente.

Laddove questo non avvenga, e mi pare non ci siano i presupposti perché ciò avvenga, credo che si debba immaginare che dirigenti e docenti ancora coscienti del proprio ruolo possano e debbano ridurre al minimo il tempo, il significato di tutto questo, cercando di assolvere ai doveri formali, ma sostanzialmente usando la libertà didattica e ciò che ne rimane, per contraddire ogni giorno questo sistema. Lo sappiamo tutti che l’incontro con una o con un docente conscio di sé e del proprio ruolo può cambiare la vita di una ragazza o di un ragazzo. E’ successo a tutti noi e succede ancora.

Accanto al sovrapporsi di queste sigle, alla formazione di questi processi sempre più impersonali, meccanici e alienanti, c’è però ciò che tiene vive le nostre scuole, cioè il contatto tra docenti e ragazzi. E questa è la via d’uscita. Questa la via di fuga, questa la via della resistenza. Credo che si possa spiegare ai ragazzi che cos’è il test INVALSI. Una critica condivisa in classe: una ridicolizzazione, una contestazione del test INVALSI, che pure andrà fatto, può avere un esito felice, può ribaltare il discorso, creare consapevolezza.  Io credo che in assenza di una capacità associativa che faccia massa critica i singoli possono trovare il modo di “aprire” la testa agli studenti. Compilare pure il test INVALSI, ma spiegare anche perché è una sciocchezza colossale, perché gioca contro di loro, contro i loro insegnanti, contro il loro futuro. Ci sarà qualcuno che capisce? Io penso proprio di si. Ci sarà qualcuno disposto a portare avanti questa linea di resistenza e di pensiero critico? Penso di si. E credo che sia la strada necessaria.

Riguardo all’autonomia differenziata, di cui si parla pochissimo ma va avanti, è affidata ora alla ministra Gelmini, già tristemente nota. C’è stata una accelerazione, un collegamento con la legge di stabilità. Se ne parla molto poco, ma se si vanno a leggere le ragioni per cui non solo le regioni leghiste, ma in modo diverso ma non meno dirompente anche l’Emilia Romagna e a ruota molte altre, hanno chiesto di avere maggiore autonomia anche sulla scuola, si capisce che tutto questo rappresenterà una straordinaria accelerazione della messa a reddito della scuola e della schiavitù dei processi formativi ed educativi rispetto alle esigenze del mercato. L’autonomia differenziata è un acceleratore del processo che frantuma la scuola della nazione. È impressionante ricordare che Concetto Marchesi, in Costituente dicesse che il presidio della Nazione non è l’esercito, ma la scuola. Era un’idea di nazionalismo del tutto diversa da quello fascista e risorgimentale. Un’idea di nazione fondata sulla conoscenza e sul sapere critico. Non per caso quest’idea si frantuma nelle scuole regionali nel momento in cui il concetto di scuola cambia radicalmente: un avviamento al mercato del lavoro, una profilazione di capitale umano che tanto è più efficace, quanto più è vicino alle esigenze economiche del territorio.

 

G.Carosotti: A questo proposito, ricordiamo che a novembre c’è stata l’approvazione della Carta di Genova, di cui si è parlato poco. Un documento in cui leggiamo: “didattica orientativa a partire dalla scuola primaria, inserimento nell’organico delle scuole del profilo dell’orientatore, formazione in servizio dei docenti per attrezzarli alle attività di orientamento trasversali, funzionali alla didattica orientativa, etc”. C’è proprio una presa in carico delle Regioni per orientare le scuole e il personal verso questi obiettivi. Ma vorremmo per chiudere fare un riferimento al suo specifico disciplinare, l’Arte, richiamando ciò che l’attuale ministro dell’Istruzione scrisse nel rapporto finale della Task force di cui faceva parte nel governo precedente (2020). Nel testo si introduce l’acronimo STEAM, aggiungendo una A, la A di arte, alla parola STEM, che sta per raggruppamento delle discipline Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. L’arte servirebbe a mostrare la creatività di ingegneri, matematici, imprenditori (..) Lei ha ripreso la proposta per cui la scrittura e l’immagine vadano in qualche modo unite nel percorso formativo. Come pensare tutto ciò rispetto ad una situazione in cui gli studenti sono immersi da immagini ad una velocità frenetica, per cui fanno fatica a concentrarsi sulle stesse, quando queste subiscono un rallentamento? In alcuni casi l’esperienza dell’ascolto, l’ascolto di una trasmissione radio ad esempio, è per loro un processo a cui non sono abituati. È d’accordo che questa carenza non è una questione settoriale, ma rientra in un discorso più ampio che è quello che abbiamo descritto. Cosa significa oggi allora privilegiare la dimensione dell’immagine?

 

Prof. T.Montanari:

(..) L’orientamento è un parola chiave nel discorso di profilazione. Il delegato del mio ateneo si chiama delegato all’orientamento e al disorientamento, l’ho voluto chiamare così. L’Università deve dis-orientare, i giovani sono fin troppo orientati a diventare un altro mattone nel muro, per citare una canzone che parlava di scuola ed è stata profetica. Abbiamo bisogno di rompere i muri e riportare alla vita i mattoni. Dunque disorientare, più che orientare. Venendo all’arte. Si, il ministro Bianchi pensa all’arte come creatività. E mi fa venire in mente una frase di Giulio Carlo Argan del 1972:

la storia dell’arte è materia storica, e la cosiddetta classe dirigente, che la scuola dovrebbe formare, ha più bisogno di coscienza storica che di talenti creativi. Che l’attuale classe dirigente ne sia sprovveduta si vede dal modo con cui ha vergognosamente dilapidato il patrimonio artistico di cui ora, affinché seguiti a farne scempi senza scrupoli e rimorsi, si progetta di sopprimere lo studio. La borghesia vuole che i suoi figli seguitino come i padri a inquinare allegramente mari e fiumi, a speculare rapacemente sul suolo delle città e delle campagne, a esportare impunemente capolavori nel baule della fuoriserie. A questo la riduzione della storia dell’arte a creatività serve egregiamente.

Ecco, c’è dentro tutto, direi.

Il punto è questo: serve una storia dell’arte intesa come storia, e dunque come disciplina umanistica e critica, non come esercizio della creatività. Storia dell’arte è educazione allo spazio pubblico, alla tutela e alla conservazione del patrimonio culturale, del paesaggio e dell’ambiente. E’ formazione alla custodia, quella che Papa Francesco chiama custodia del Creato e laicamente è custodia dell’ambiente, della biosfera. C’è la necessità di formare ai valori di solidarietà, alla capacità di pensare per chi verrà dopo e non solo ragionare in termini di eterno presente. E’ un’educazione al futuro e alla sostenibilità. La storia dell’arte è questo. E’ la capacità di abitare lo spazio pubblico come pubblico non solo dei viventi oggi, ma di chi vivrà nel futuro. Da questo punto di vista non c’è nulla di estetizzante, non si tratta di insegnare a deliberare la potenza del panneggio, ma si tratta di imparare a stare al mondo. Questa è la storia dell’arte.

Vorrei concludere dicendo a voi, ai vostri colleghi, agli studenti, che tante volte ci sentiamo un po’ soli nelle nostre battaglie, in minoranza, ma bisogna sempre ricordare che la Costituzione della Repubblica è dalla parte nostra. Piero Calamandrei diceva ai giovani del 55, lui che la Costituzione l’aveva scritta, “la Costituzione è una polemica contro lo stato delle cose; non una garanzia dello stato delle cose”. Una polemica contro lo stato delle cose. E dunque continuare a lottare denunciando lo scollamento delle politiche del governo e dei governi dello stato delle cose da quel progetto, ci fa forse sentire più soli rispetto ai nostri contemporanei – almeno a quelli che hanno accesso al discorso pubblico – ma ci fa sentire nell’ottima compagnia di tutti coloro che hanno lottato e dato la vita perché avessimo quel progetto di liberazione, emancipazione e giustizia che è la Costituzione italiana, ben più giovane e viva della politica di oggi.

 

Di seguito, il link al video:

https://www.youtube.com/watch?v=l6dFVkP0xw4

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