A questo indirizzo è disponibile una replica del responsabile relazioni esterne di Oneday

Nell’ottobre scorso, in attuazione del decreto delegato della cosiddetta Buona Scuola sono stati emanati i modelli nazionali di certificazione delle competenze per gli allievi che concluderanno le scuole elementari e medie a partire dall’estate prossima. Per i bambini delle elementari la scheda di certificazione è riferita alle otto competenze europee, tra cui proprio quella denominata “spirito di iniziativa e imprenditorialità”. I consigli di classe dovranno adoperarsi per “testare” la capacità di “realizzare progetti”, essere “proattivi” e capaci di “assumersi le proprie responsabilità” fin da piccoli. Fin da bambini infatti, “in una logica di verticalità”, spiega la circolare ministeriale, è importante orientare gli studenti ad “una forma mentis imprenditoriale”, all’ “assunzione del rischio” e delle “proprie responsabilità”. Il report tecnico del modello Entrecomp scrive: “elementi di competitività vanno introdotti gradualmente dalla primaria alla secondaria, per dare agli allievi l’opportunità di convalidare le loro idee e l’ambiente imprenditoriale/di start up [in cui operano]”. Non si parte considerando la meta e adoperando razionalmente ed efficacemente le risorse per raggiungerla, ma, al contrario, si parte dai mezzi a disposizione e si lascia che l’obiettivo (migliore, ossia ottimizzato in termini di valore) emerga nel tempo e nella contingenza. Scrive l’autore di riferimento dell’“Effectuation thinking”: “un imprenditore sa che le sorprese non sono deviazioni dal cammino. Sono la norma, la flora e la fauna del paesaggio da cui ciascuno impara a forgiare il proprio percorso nella giungla”. Siamo proprio convinti di voler introdurre, fin dalle elementari, un simile atteggiamento nei confronti della vita e del futuro? Di trasformare l’infanzia e lo stare a scuola in un “paese dei mostri selvaggi” le cui cifre più profonde siano l’incertezza e la destrezza?

Questo post è la seconda di tre parti che analizzano i recenti documenti del MIUR dedicati ai “Percorsi di Educazione all’imprenditorialità”:

  1. il modello teorico europeo che definisce la competenza imprenditoriale;
  2. la certificazione ministeriale delle competenze per le scuole elementari e medie;
  3. il sillabo per le scuole superiori.

Link alla prima parte:
La competenza imprenditoriale: una cosmologica “Teoria del Tutto” per il terzo millennio?

Link alla terza parte:
Il sillabo imprenditoriale del MIUR: “Oggi spieghiamo: il Business Model Canvas”

Piccoli imprenditori crescono  / Seconda parte

Certificare l’imprenditorialità: i modelli per le scuole elementari e medie

Nell’ottobre scorso, in attuazione del decreto delegato della cosiddetta Buona Scuola sulla valutazione e certificazione delle competenze, nella disattenzione generale e mentre l’opinione pubblica si concentrava su questioni docimologiche (“voto numerico” e “bocciatura si-bocciatura no”) sono stati emanati i modelli nazionali di certificazione delle competenze per gli allievi che concluderanno le scuole elementari e medie a partire dall’estate prossima.

Per i ragazzini delle medie la scheda di certificazione conterrà una parte dedicata alle competenze europee redatta dagli insegnanti ed una parte a cura dell’INVALSI, che registrerà i risultati ottenuti ai test di Matematica, Italiano ed Inglese, diventando di fatto fonte privilegiata di informazioni pubbliche sui livelli di apprendimento del singolo allievo.

Per i bambini delle elementari la scheda di certificazione è riferita alle otto competenze europee, tra cui proprio quella denominata “spirito di iniziativa e imprenditorialità”, che in Italia è diventata semplicemente “spirito di iniziativa”. La dicitura internazionale compare per esteso, in inglese a carattere ridotto ed in corsivo, in basso a sinistra (vedi Fig. 1). Il legislatore non se l’è sentita, insomma, di associare la parola “imprenditorialità” alla formazione di bambini di 6-10 anni. Resta il fatto che i consigli di classe delle varie scuole del Paese dovranno adoperarsi per “testare” la capacità di “realizzare progetti”, essere “proattivi” e capaci di “assumersi le proprie responsabilità” fin da piccoli. A questo proposito sottolineiamo due aspetti.

Fig. 1 – Estratto dal modello di certificazione per la scuola primaria (DM 742/2017)

Primo: l’enfasi sull’attivismo perenne finalizzato ad un obiettivo, a cui l’imprenditorialità intuitivamente richiama. Fin da bambini infatti, “in una logica di verticalità”, spiega la circolare ministeriale, è importante orientare gli studenti ad “una forma mentis imprenditoriale”, all’ “assunzione del rischio” e delle “proprie responsabilità”. Tutte cose utili non solo per diventare imprenditori veri e propri – si chiarisce – ma in qualsiasi contesto lavorativo e di cittadinanza attiva. Il futuro cittadino-imprenditore globale, suggerisce la letteratura economico-educativa internazionale, va costruito fin da piccolo. “Starting strong”, scrive l’OCSE nella recente pubblicazione “Early Childhood Education and Care, dove parole nobili come “educazione” e “cura”, non sono più diritti universali dell’infanzia di ciascuno, ma mezzi e strategie finalizzate e re-interpretate in funzione di un obiettivo: “gettare le fondamenta dello sviluppo di skills”. Il futuro cittadino transnazionale è “cittadino” solo se “attivo”. Nei documenti scolastici la parola cittadinanza non esiste più, se non in concomitanza del termine “attiva”. La qualificazione è diventata da qualche tempo necessaria, come se non potesse esistere un cittadino in-attivo, in-competente: un cittadino contemplativo, che non produce nulla. Che gioca, legge, colora, perde tempo. Almeno alle scuole elementari.

Secondo: l’approccio alla realtà, competitiva e perennemente incerta.  Il report tecnico del modello Entrecomp (vedi prima parte di questo resoconto) si pone il problema pedagogico – come insegnare l’imprenditorialità – in un paragrafo specifico[1]: “la componente conoscenza non rappresenta una sfida per l’educazione imprenditoriale [dunque] metodi come letture o elaborazione delle informazioni non sono appropriati[2]. Continua: elementi di competitività vanno introdotti gradualmente dalla primaria alla secondaria, per dare agli allievi l’opportunità di convalidare le loro idee e l’ambiente imprenditoriale/di start up [in cui operano]”. Tuttavia- si aggiunge – sembra che “l’apprendimento competitivo nella scuola primaria debba essere usato con cautela, per via di effetti negativi, di disagio, generati sia tra allievi che insegnanti”. L’elemento “competitività”, pilastro concettuale del manifesto La Buona Scuola fin dalle premesse – dove si afferma che “bisogna dotarsi di quel capitale umano per tornare a crescere, competere, correre[3]– è alla base del pensiero imprenditoriale. Insegnare a pensare, ragionare e progettare in maniera imprenditoriale significa in sintesi: stabilire un equilibrio “ambivalente”[4]  – e schizofrenico – tra cooperazione e competizione; sviluppare la capacità di ridefinire continuamente i propri obiettivi; gestire l’incertezza in una realtà non predicibile e non controllabile. Un paradigma pedagogico è quello dell’”Effectuation approach[5]: un modo di pensare non causale. Non si parte considerando la meta e adoperando razionalmente ed efficacemente le risorse per raggiungerla, ma, al contrario, si parte dai mezzi a disposizione e si lascia che l’obiettivo (migliore, ossia ottimizzato in termini di valore) emerga nel tempo e nella contingenza[6]. Per essere più chiari, scrive l’autore di riferimento dell’“Effectuation thinking”: “un imprenditore sa che le sorprese non sono deviazioni dal cammino. Sono la norma, la flora e la fauna del paesaggio da cui ciascuno impara a forgiare il proprio percorso nella giungla[7].

Siamo proprio convinti di voler introdurre, fin dalle elementari, un simile atteggiamento nei confronti della vita e del futuro? Di trasformare l’infanzia e lo stare a scuola in un “paese dei mostri selvaggi” le cui cifre più profonde siano l’incertezza e la destrezza?

 

 

[1] http://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/bitstream/JRC96531/jrc96531_final.pdf, pag. 58.

[2] Ivi, pag. 61.

[3] https://labuonascuola.gov.it/ , documento scaricabile in pdf, pag. 36.

[4] R. Ciccarelli scrive: “Nei pensieri [dell’imprenditore] si fa strada la cooperazione che forma una crasi con il suo opposto della competizione: la coopetizione, un accordo competitivo tra individui e tra imprese[..] Un’esperienza ambivalente..”, in “Forza Lavoro”, Derive e Approdi, 2018, pag 166.

[5] Vedi Nota 18, pag. 62.

[6] S. Sarasvathy, professore associato della Business School of Administration dell’Università della Virginia, è uno degli autori a cui il report europeo fa riferimento, nel paragrafo dedicato all’approccio pedagogico.  La citazione è tratta dal suo articolo: “What makes enterpreneurs entrepreneurial?” http://www.effectuation.org/wp-content/uploads/2016/05/what-makes-entrepreneurs-entrepreneurial-sarasvathy.pdf , pag. 2.

[7] Ivi, pag. 3.

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