Anche per il vivace dibattito che ha innescato in vari forum di discussione, riprendiamo nella nostra rubrica “Opinioni” il contributo di Lucio Russo* sulle cause che, secondo l’Autore, hanno determinato il ritardo che la politica della ricerca applicata italiana ha storicamente accumulato, oggi che questo ritardo riceve nuova evidenziazione dalle difficoltà nelle quali si dibatte il nostro Paese nell’affrontare la questione vaccinale, difettando della tecnologia e delle competenze che avrebbero potuto mettere in condizione l’industria farmaceutica italiana di reagire prontamente alla sfida posta dal COVID-19. 


Nel 1963 Giuseppe Saragat dette il via a una feroce campagna di stampa contro Felice Ippolito che, dirigendo il CNEN, aveva osato spendere danaro pubblico nella ricerca nucleare, portando l’Italia a livelli competitivi in questo settore. L’11 agosto di quell’anno, in un articolo sul “Corriere della Sera”, Saragat si chiedeva: “perché non aspettare che questa competitività sia realizzata da paesi che hanno quattrini da spendere?”

È ben noto che Saragat vinse su tutta la linea: Ippolito fu processato e condannato a 11 anni di carcere per reati risibili (dalla concussione per avere un giorno accompagnato il figlio a scuola con l’auto del CNEN al versamento allo stato di una grossa somma senza avere ottenuto preventivamente la prescritta autorizzazione) e la ricerca nucleare applicata italiana fu azzerata [1].

Parallelamente al processo Ippolito fu celebrato il processo contro Domenico Marotta, che aveva diretto l’Istituto Superiore di Sanità portandolo a livelli mai più raggiunti (si può darne un’idea ricordando che nel 1947 il biochimico svizzero Daniel Bovet lasciò la direzione dell’Istituto Pasteur di Parigi per venire a lavorare a Roma presso l’ISS, dove svolse le ricerche che nel 1957 gli avrebbero fruttato il premio Nobel, e nel 1948 lo raggiunse il biochimico tedesco naturalizzato britannico Ernst Boris Chain, che il premio Nobel l’aveva già ricevuto).

Non voglio qui cercare le cause profonde di quell’attacco vincente alla ricerca applicata italiana, di cui paghiamo ancora le conseguenze (l’ho fatto altrove); qui mi limito a sottolineare l’argomento che Saragat riteneva fosse condivisibile dal pubblico: perché spendere danaro per fare ricerca invece di usufruire gratis della ricerca altrui? Rinunciare alla ricerca porta un vantaggio immediato, il risparmio del danaro, e Saragat confidava che agli occhi dei suoi lettori le conseguenze del taglio degli investimenti nella ricerca (tra le quali vi sarebbero stati l’abbandono della produzione in settori di tecnologia avanzata, con la conseguente perdita di PIL e di posti di lavoro, il disastro idrogeologico,  l’abbassamento della qualità dei servizi, la perdita di peso strategico dell’Italia a livello internazionale e così via) fossero ritenute trascurabili perché non immediate: confidava cioè nella miopia del cittadino italiano medio.

Qualche giorno fa, in uno dei tanti dibattiti televisivi sulla pandemia, la conduttrice del programma ha chiesto all’esperto di turno: cosa conviene fare? Produrre in Italia vaccini su licenza di case farmaceutiche straniere o sviluppare vaccini nostri? La risposta è stata: “evidentemente conviene la scelta che porta più rapidamente al risultato, ossia produrre su licenza”. Il celebre virologo Roberto Burioni in un’altra occasione ha sostenuto che supportare finanziariamente lo sviluppo di un vaccino italiano “è una follia”. Saragat aveva evidentemente visto bene pensando che la miopia fosse un nostro carattere nazionale diffuso.

È in effetti molto facile vedere cosa si guadagna, almeno in teoria, con scelte di questo tipo, ma quello che si perde è solo un po’ meno evidente e al contempo ancora più importante. Naturalmente è importante, durante un’emergenza, attivarsi per ottenere in tempi rapidi e in quantità sufficiente vaccini già esistenti. Occorre tuttavia anche tenere presente che finanziare simultaneamente la ricerca, soprattutto in un campo chiaramente applicativo come quello dello sviluppo dei vaccini, ha ricadute sia dirette che indirette sul mantenimento e lo sviluppo di competenze scientifico-tecnologiche di alto livello nel paese: un bene che non è facile far fruttare nel prossimo sondaggio elettorale, ma che inciderà senza dubbio sulla qualità della vita dei prossimi decenni.

La scelta sostenuta dagli esperti di cui sopra, peraltro, esclude implicitamente la possibilità di seguire le due strade in parallelo, e ha come conseguenza la rinuncia probabilmente definitiva a competenze oggi miracolosamente ancora presenti in Italia in un campo di importanza strategica. Fortunatamente, grazie all’ingresso di capitale pubblico nella Reithera (nell’ambito delle cui competenze è stato sviluppato il vaccino contro Ebola), deciso dal secondo governo Conte, avremo un vaccino italiano, che probabilmente entrerà in produzione il prossimo autunno, ma se ne parla pochissimo, probabilmente perché l’autunno è un futuro troppo remoto per interessare l’italiano medio. In realtà, nei prossimi due mesi, potremo fare ben poco, oltre a limitare i contatti e usare le dosi di vaccino che le multinazionali farmaceutiche decideranno, bontà loro, di inviarci; presumibilmente la bella stagione porterà un forte ridimensionamento della pandemia, ed è quindi proprio durante il prossimo autunno che si deciderà se vinceremo o perderemo questa guerra. Nonostante ciò, si preferisce additare al pubblico ludibrio chi è sospettato di “sovranismo vaccinale”. Una politica attenta all’autonomia vaccinale è attuata non solo da potenze grandi come gli Usa, la Russia e la Cina e medio-piccole come il Regno Unito, ma perfino da Cuba; essa, tuttavia, è considerata disdicevole, da gran parte della stampa e da esponenti di spicco del mondo scientifico, per l’Italia e anche per l’UE.

Molti sono convinti che l’Italia sia un paese troppo piccolo e debole per avere una propria politica scientifica: dovremmo al più contribuire alla ricerca europea. Purtroppo l’attuale emergenza provocata dalla pandemia ha mostrato con chiarezza il livello di efficacia della ricerca applicata finanziata dall’Unione Europea. Singoli paesi europei hanno dato contributi importanti ai vaccini (i tedeschi hanno collaborato nella realizzazione del vaccino Pfizer e gli svedesi a quello Astrazeneca), ma l’Unione non ha saputo far di meglio che centralizzare gli acquisti con contratti palesemente scritti dai legali delle ditte fornitrici a loro vantaggio [2] e sottoscritti da funzionari europei per motivi sui quali avrebbe senso approfondire.

Tornando alla miopia, non ne abbiamo il monopolio, ma siamo certamente ben piazzati per aspirare a uno dei primi posti. Sono molti i casi in cui, dovendo compiere una scelta di portata strategica, non solo si decide di far prevalere gli effetti di breve periodo su quelli a medio-lungo termine, ma questi ultimi non sono neppure presi in considerazione nel dibattito pubblico.

Ricordiamo, ad esempio, l’obiettivo, sbandierato in continuazione, di colmare il divario con gli altri paesi sviluppati nel numero di laureati. Naturalmente la scarsità di nostri laureati è un problema serio se lo si vede come un indice del numero insufficiente di persone professionalmente preparate rispetto ai bisogni della società. La miopia porta invece a confondere il mezzo con il fine, perseguendo l’obiettivo di aumentare il numero dei diplomi di laurea indipendentemente dalla realtà certificata da quei documenti.

I governi hanno infatti deciso di stimolare le università ad aumentare la propria produzione di diplomi legando i finanziamenti al numero di lauree sfornate e penalizzando gli atenei con un più alto numero di abbandoni. I rettori hanno conseguentemente “convinto” il personale docente a evitare il più possibile le bocciature, garantendo una laurea quasi a chiunque pagasse le tasse universitarie. Si è così raggiunto un duplice risultato: si è realizzato un piccolo incremento dei laureati, ma abbassandone in modo drastico la preparazione: poiché il secondo effetto sarà percepibile in modo drammatico nei prossimi decenni, mentre l’incremento dei laureati, per quanto insufficiente, si vede subito nelle statistiche, ai miopi sta bene così.

In un’altra occasione abbiamo qui ricordato come l’obiettivo miope di aumentare gli indici bibliometrici dei ricercatori italiani usandoli come criterio privilegiato di valutazione abbia sì raggiunto il suo scopo, creando però una generazione di ricercatori specializzati soprattutto nella ricerca degli innumerevoli espedienti utili per aumentare le citazioni.

La scelta di agevolare pensionamenti a costo di avere una previdenza sociale insostenibile per la nostra demografia; la scelta di legiferare ad hoc in risposta a recenti eventi di cronaca, a costo di rendere logicamente carenti (se non incoerenti) i nostri codici; la scelta di condonare gli illeciti per fare immediatamente cassa incoraggiando allo stesso tempo gli illeciti futuri, la scelta di insistere in un modello di sviluppo ecologicamente non sostenibile, sono alcuni dei tanti altri esempi dello stesso fenomeno. Prima di risolvere i problemi, bisognerebbe vederli. Purtroppo, in presenza di una forte miopia diffusa e particolarmente concentrata nella classe dirigente, perfino questo umile obiettivo preliminare sembra molto difficile da raggiungere.

Aggiornamento 06/03/2021

Questo intervento è stato commentato in molte pagine FaceBook. Voglio riproporre qui e commentare la seguente dura (e molto interessante) critica di Piero Marcati:

Il paragone con il possibile vaccino italiano non è appropriato. Infatti nei due esempi citati, potrei aggiungere l’Olivetti con l’ing Mario Tchou, l’Italia aveva allora in quei settori una leadership chiara. Una forte azione di lobbying sui nostri politici tolse di mezzo la competizione italiana. Nel caso dei vaccini questa leadership è tutta da dimostrare, anzi mi pare che la ricerca italiana, almeno nelle tempistiche, sia indietro rispetto ad altri. Aziende francesi importanti si sono ritirate perché appare difficile mettersi in grado di competere. Se l’argomento economico nel caso di Saragat era pretestuoso, d’altra parte lui agiva per conto di terzi molto potenti, qui invece mi pare calzante. Dobbiamo comunque evitare il nazionalismo d’accatto che poi generi sperpero di soldi come in Alitalia.

L’idea di Marcati è che convenga progettare e produrre un vaccino anti-Covid solo se si è in grado di realizzare il migliore vaccino, capace di battere ogni concorrente a livello mondiale (anche nelle tempistiche di sviluppo). Si tratta, a mio avviso, di un’idea che rientra nella categoria “miopia” proposta nell’articolo. Innanzitutto, è vero che l’Istituto Pasteur ha annunciato circa un mese e mezzo fa la rinuncia allo sviluppo di un vaccino francese, ma la principale motivazione non è stata una valutazione aprioristica sulla farmaceutica francese (in questo caso Sanofi), ma il fatto che i dati parziali non fossero particolarmente brillanti[3]. Se il giudizio di Marcati fosse basato, analogamente, su questioni di merito, ovvero su debolezze del candidato vaccino Reithera, avrebbero certamente senso; visto che così non è, l’analogia con la Francia sembra piuttosto debole.

Inoltre, la presenza sul mercato di un numero crescente di vaccini con vari pregi e difetti, la difficoltà di soddisfare le enormi richieste e il moltiplicarsi di varianti, che lascia prevedere la necessità di continuare a preparare vaccini diversi nei prossimi anni, dimostrano ampiamente che la scelta di finanziare una ricerca sul vaccino ha probabilmente senso anche se non si realizza un prodotto in grado di imporsi su tutti i concorrenti a livello mondiale, ma semplicemente un ausilio di cui si può disporre  (se le cose vanno bene) in autonomia rispetto alle esigenze concorrenti di altri paesi. La sensatezza di questa opzione, tra l’altro, è mostrata anche dalla recente decisione di Austria, Danimarca e Israele, di iniziare, in collaborazione tra loro, la progettazione di un nuovo vaccino. Infine l’Italia non parte affatto da zero, poiché esistono già competenze notevoli e un vaccino nella fase 2 della sperimentazione.

Il punto più interessante è però l’idea generale che convenga investire in ricerca solo nei settori in cui ci sia già una chiara leadership. Marcati immagina che quando Mario Tchou, nel 1955, accettò di dirigere il gruppo di ricerca che avrebbe progettato l’ELEA per Adriano Olivetti, l’Italia avesse la leadership mondiale nel campo dei computer. Dispiace deluderlo: fino ad allora in Italia nessuno aveva mai neppure immaginato di poter costruire un computer e il progetto di Olivetti mirava proprio a superare l’arretratezza italiana in un campo strategico. Lo stesso si può dire per la CEP (Calcolatrice Elettronica Pisana) che fu finanziata dallo stato, in una prima fase in collaborazione con il progetto della Olivetti; anche l’Istituto Superiore di Sanità raggiunse livelli di eccellenza sotto la direzione di Marotta, iniziando tra l’altro a produrre antibiotici, operando in un settore in cui l’Italia era stata completamente assente. Si potrebbe ripetere la stessa osservazione per le ricerche di Natta e per molti altri casi.

Marcati ritiene che Saragat abbia sbagliato nel distruggere settori di ricerca in cui l’Italia aveva raggiunto livelli di eccellenza, ma se la classe dirigente del dopoguerra avesse adottato sistematicamente la sua ottica si sarebbe ottenuto lo scopo di evitare del tutto la loro nascita. L’origine di quest’ottica diviene chiara alla fine dell’intervento e risiede nella paura di macchiarsi di quel “nazionalismo d’accatto” di cui mi accusa. In altre parole, per evitare il nazionalismo bisogna adoperarsi perché l’Italia non si azzardi a fare ricerca applicata che possa contribuire a risolvere qualche problema del paese (salvo in caso di conclamata “leadership” in un certo settore, circostanza oggi ahimè rara).

L’attacco alla ricerca applicata portato avanti negli anni sessanta del secolo scorso ha prodotto molti danni, ma il più grave, a mio parere, è stata la diffusione nell’ambito dei ricercatori italiani (categoria di cui Marcati è un influente rappresentante) di una sorta di complesso che fa loro associare immediatamente al bieco nazionalismo ogni idea di sviluppare ricerca applicata nel contesto del nostro paese. Purtroppo la diffusione di queste idee in ampi settori della sinistra (o meglio: in molti gruppi provenienti dalla sinistra) contribuisce a spiegare sia come mai i nostri ricercatori, nonostante l’eccellenza di una loro consistente frazione, incidano così poco sulla realtà del paese, sia come mai la Lega sia divenuta il primo partito d’Italia.


[1] In seguito, da Presidente della Repubblica, Saragat concesse la grazia a Ippolito.

[2] In particolare i contratti prevedono che le ditte fornitrici si impegnino non a fornire i vaccini entro una data prevista, ma solo ad adoperarsi per cercare di farlo. I funzionari dell’UE avevano capito che era meglio che i cittadini europei non leggessero i contratti, che avevano cercato di secretare.

[3] La dichiarazione dell’Istituto è stata che “le risposte immunitarie indotte si sono rivelate inferiori a quelle osservate nelle persone guarite da un’infezione naturale e a quelle osservate con i vaccini già autorizzati”.

 

* Articolo pubblicato da Anticitera il 2 marzo 2021 ed aggiornato il 5 marzo 2021

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11 Commenti

  1. La gravità e la miopia del frenare la ricerca pubblica – e più in generale di (auto-)indebolire la capacità contrattuale degli stati – dovrebbero essere evidenti con i recenti sviluppi, ed articoli come questo sono necessari e preziosi.

    Trovo che questo faccia il paio con la pressione messa su enti di ricerca ed università a favore del “trasferimento tecnologico”, cioè rinunciare all’importante in favore del vendibile – di nuovo promuovendo la subalternità al mercato di chi invece, soprattutto in situazioni di emergenza, potrebbe fornire spalle scientificamente solide da resistere alle pressioni del momento (commerciali, ed anche geopolitiche).

  2. Purtroppo la parola “ricerca applicata” in Italia non e’ ben vista. Non e’ mai stata ben vista.
    Da un lato c’e’ chi sostiene la nativa superiorita’ della ricerca di base, battendosi per l’assoluta liberta’ dei ricercatori di scegliere i temi di ricerca di loro gradimento, anche se del tutto inutili e privi di impatto nel mondo reale.
    Dall’altro invece il mondo industriale preme per utilizzare i laboratori pubblici come fornitori di servizi e di soluzione problemi, una sorta di stampella esterna che eviti alle aziende di strutturarsi con personale super qualificato ed attrezzature costose, potendo “noleggiare” alla bisogna, ed a basso costo, gli uni e le altre da laboratori pubblici che secondo loro dovrebbero essere sempre li’ a loro disposizione.
    Fra questi due estremi non c’e’ molto spazio per fare vera ricerca innovativa su tematiche applicate a risolvere i problemi piu’ rilevanti, sui quali nei prossimi 30 anni ci giochiamo il futuro: ambiente, salute, disparita’ economiche e sociali…

    • Molto triste vedere un collega definire pubblicamente ‘del tutto inutili e privi di impatto nel mondo reale’ i temi su cui lavorano altri ricercatori, solo perché non coincidono con quelli di suo interesse. Un segno dei tempi.

  3. Segnalo il libro di Marco Pivato dal titolo: Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta. , Donzelli (2011), ISBN: 9788860365422.

    Alle quattro ”occasioni” illustrate nel libro bisognerebbe aggiungere quella dell’Istituto di Biologia Molecolare di Napoli. Ecco come Alessandro Figà Talamanca parla di queste svolte, che hanno inizio nel febbraio 1960, in un suo articolo pubblicato nel Sole24Ore il 7 dicembre 2000, che vorrei riprodurre per intero perché mi sembra in tema:

    ”Chi ha età e memoria sufficienti, può datare con precisione la grande svolta nella politica della ricerca scientifica italiana, che si è verificata nella seconda metà degli anni sessanta. Basta ricordare i processi penali per “irregolarità amministrative” intentati, nel 1964, contro Felice Ippolito, segretario del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, e Domenico Marotta, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. Il primo era impegnato nel tentativo, andato poi a vuoto, di tenere assieme nella stessa istituzione di ricerca la ricerca nucleare di base, e quella diretta alle applicazioni. Il secondo stava riorganizzando un istituto con vocazione applicativa, per rinnovare, in Italia, anche la ricerca biologica fondamentale, reclutando personale di altissima qualificazione, persino fuori d’Italia. Si possono anche ricordare le vicende dell’Istituto di Biologia Molecolare di Napoli, travolto, qualche anno dopo, dalla “contestazione” di stampo sessantottino, che bloccò l’entrata in vigore di un importante accordo con l’Università di California a Berkeley, per un comune programma di formazione dei ricercatori. In coincidenza con questi avvenimenti, che riguardavano la ricerca pubblica, l’industria si ritirava frettolosamente dall’attività di ricerca, che fino allora la aveva impegnata a livelli competitivi con i maggiori paesi industriali (l’Olivetti per i calcolatori, la Montecatini per la Chimica, l’Edison per l’energia).

    Fu quindi dal 1964 al 1969 che l’Italia, senza che nessuno si scomodasse a prenderne atto, decise di ritirarsi dalla competizione industriale basata sulla ricerca, scegliendo perciò, di emarginare i settori produttivi “ad alta intensità di conoscenza”, quelli cioè che dipendono da una vigorosa domanda di ricerca da parte dell’industria e da una altrettanto vigorosa capacità di risposta da parte del mondo scientifico.

    Le conseguenze, più che mai attuali, di questa scelta (o non scelta) politica sono descritte nell’analisi impietosa svolta dal documento preparato dal Ministero dell’Università e della Ricerca ed approvato dal CIPE, che contiene le “Linee Guida” del Programma Nazionale della Ricerca (PNR) per i prossimi tre anni. Il documento del Ministero elenca, con dovizia di dati comparativi, quattro gravissimi sintomi dell’anomalia del sistema scientifico-produttivo italiano. Il primo concerne la spesa per la ricerca, di molto inferiore, in relazione al prodotto interno lordo, a quella dei maggiori industriali, ed in calo relativo nell’ultimo decennio. Il secondo è il progressivo invecchiamento dei ricercatori italiani, che in ogni modo restano molto pochi in relazione al numero degli occupati, se si fa il confronto con le medie europee. Il terzo è il modestissimo investimento nella ricerca di base, sempre in relazione a ciò che accade negli altri paesi sviluppati. Il quarto infine è la debolezza dei legami tra ricerca scientifica universitaria e mondo produttivo.

    Nessuna di queste osservazioni costituisce una novità. La novità è che il documento che le contiene sembra proporre una svolta di segno contrario a quella impressa al sistema negli anni sessanta, indicando prospettive di sviluppo a lungo termine.

    Ma mentre si aspetta che il Governo approvi in dettaglio il Programma che dovrebbe attuare questa svolta, c’è da chiedersi se i principali attori che saranno coinvolti nel programma, e cioè il mondo scientifico ed il mondo industriale, per non dire lo stesso Governo, saranno in grado di valutare le difficoltà di questa svolta, senza farsi tentare da soluzioni di facciata, o dalla vana ricerca di capri espiatori.

    E’ assolutamente inutile, ad esempio, lamentare la lontananza della ricerca universitaria dalle esigenze del nostro mondo produttivo, attribuendone la responsabilità ai professori o agli imprenditori. I primi, in assenza di sollecitazioni, anche solo intellettuali, provenienti dall’industria italiana, inseguono le problematiche all’attenzione del mondo scientifico internazionale, che, per la scienza applicata, è collegato ad un mondo industriale d’alta tecnologia che non esiste in Italia. I secondi, nella componente più vivace, sono organizzati in piccole e medie imprese che non hanno capacità di ricerca industriale a medio termine, e le cui innovazioni sono quasi sempre promosse dalle richieste dei clienti. Ma alle richieste dei clienti bisogna rispondere con tempi incompatibili con qualsiasi tentativo di cercare un’improbabile collaborazione con l’università, salvo il caso della disponibilità di consulenze professionali da parte dei docenti, consulenze peraltro scoraggiate dall’attuale normativa. Come colmare il divario tra università ed imprese è un problema aperto, che non si risolve con formule magiche sul “trasferimento tecnologico”. Forse il primo passo da compiere è il tentativo di disegnare assieme percorsi didattici innovativi, che aiutino le imprese a reclutare personale scientifico e tecnico per le loro effettive esigenze.

    Altrettanto sbagliato sarebbe scambiare i sintomi dell’anomalia italiana, per le cause, e pensare di risolvere tutto aumentando indiscriminatamente l’investimento pubblico nella ricerca ed il numero dei ricercatori. Certamente i ricercatori italiani sono troppo vecchi e troppo pochi. Ma la formazione dei ricercatori richiede lunghi anni ed una selezione durissima. Nel frattempo i valori della società contemporanea, che identificano il successo di un giovane adulto con la sua capacità di guadagnare, e privilegiano le professioni finanziarie rispetto a quelle legate alla produzione e all’innovazione, dissuadono i giovani dall’intraprendere gli studi scientifici e tecnici. Sta mancando quindi la base cui attingere per la selezione dei ricercatori scientifici e dei tecnici di alta qualificazione. Né riuscirà l’Italia a adottare la strategia degli Stati Uniti, che, in assenza di vocazioni all’alta formazione scientifica e tecnologica, riempiono i loro programmi dottorali di giovani provenienti dall’Asia o dall’Europa dell’Est. Si dovrà quindi affrontare il problema di incentivare gli studi scientifici e tecnici da parte degli studenti più capaci, prima ancora di promuoverne la formazione alla ricerca. Insomma, solo politiche di lungo respiro, perseguite per un lasso di tempo che va ben oltre i tre anni del piano, potranno recuperare trent’anni di non politica, nel settore della ricerca scientifica e tecnica.”

  4. Per Fausto Proietti: non facevo riferimento a temi di ricerca di “altri ricercatori”, facevo riferimento a temi di ricerca su cui mi sono trovato io stesso a lavorare, e che pure giudico del tutto inutili e privi di impatto nel mondo reale.
    In sostanza era una autocritica.
    E per essere più esplicito, parlo di tre progetti in cui sono coinvolto, due progetti europei ed un POR-FESR.
    Eccoli:
    https://cordis.europa.eu/project/id/787842 (che e’ un ERC Advanced Grant da oltre 2 M€)
    http://pasthasears.dalembert.upmc.fr/doku.php/phe
    https://www.progettosipario.org/homepage/
    Poi giudicate voi se sono soldi pubblici ben spesi…
    Certamente sono progetti molto divertenti per noi ricercatori coinvolti, ma dubito che i risultati che stiamo ottenendo abbiano un grosso impatto sociale, economico, etc…

    • Per certi versi, questo è ancora più triste; sarebbe interessante sapere cosa pensano di questo suo giudizio i suoi partners e (soprattutto) i suoi finanziatori… Ho dato un’occhiata ai progetti, e in realtà mi sembrano tutti molto belli e interessanti, diretti come sono a migliorare la conoscenza di aspetti specifici del passato e della vita sociale degli uomini. In questo senso, a me sembrano utilissimi (forse perché di mestiere faccio lo storico, attività scientifica che immagino lei riterrrebbe inutile e improduttiva per antonomasia).

    • @fausto_proietti: la Storia, caro collega, è peggio che inutile. Essa è infatti pericolosissima. Insegna alle persone un metodo di indagine, a farsi delle domande, a capire il contesto, ad individuare l’origine e la struttura del Potere.
      E davvero vogliamo questo per i nostri studenti?

  5. E’ doveroso ricordare che a Siena avevamo l’ISTITUTO SCLAVO. Nel 1938 produsse il vaccino contro il vaiolo e quello antirabbico.
    Nel 1963, Albert Sabin scelse proprio la SCLAVO per produrre il vaccino antipolio che poi sarà esportato anche in UK.
    LA SCLAVO era un’industria produttrice di vaccini di altissimo livello, poi è stata smantellata. Storia simile a quella della Olivetti!!

  6. Confermo che sono tre progetti bellissimi…
    Ma io lavoro da trent’anni su progetti di ricerca applicata, finanziati da aziende con le contropalle, dove si lavora per risolvere concreti problemi di salubrita’ ambientale, di tutela della salute delle persone, di confort e privacy negli edifici.
    A confronto, con questi progetti di ricerca di base mi sembra di essere in vacanza. Nessun project manager aziendale che ti sta col fiato sul collo, un misero report di alcune pagine e solo 2 volte l’anno (invece che 30 pagine una volta al mese), nessun brevetto da depositare.
    Per la prima volta dopo 30 anni ho avuto accesso a fondi di ricerca pubblici ed ho cosi’ potuto toccare con mano la stridente differenza con la ricerca applicata finanziata dalle industrie serie (che sono poche, ma ci sono e non si tirano indietro quando vedono un progetto serio).
    E’ incredibile come sia stato facile avere accesso a rilevanti finanziamenti pubblici in aree che ho sempre considerato “soft”, mentre in passato le volte che avevo provato a chiedere finanziamenti pubblici su temi assai piu’ seri non ho mai ricevuto un euro…
    E’ questo che mi disturba, per le cose davvero importanti mi son dovuto rivolgere alle aziende, ed invece il denaro pubblico e’ arrivato su temi di ricerca, pur molto belli, ma la cui ricaduta sulla societa’, sull’economia e sulla salute pubblica e’ marginale.
    Per dire, la stessa tecnologia che usiamo per la riproduzione virtuale di un concerto o un’opera viene utilizzata in altri paesi per la regolazione delle protesi acustiche e la riabilitazione funzionale dei pazienti operati con protesi endoauricolare.
    Ovviamente queste applicazioni a me sembrano assai piu’ degne di finanziamento della prima, ma invece per ben tre volte non hanno ricevuto il finanziamento richiesto.
    E’ questo che mi fa venire il nervoso…
    E se percaso volessi comunque utilizzare la bellissima sala di ascolto 3D realizzata col progetto Sipario per applicazioni in campo medico-sanitario, rischierei l’accusa di peculato o comunque di uso improprio e non autorizzato di una struttura finanziata con denaro pubblico per altri scopi.

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