Che cosa si può ritenere che venga perso, e cosa venga guadagnato, con un insegnamento non in presenza? La differenza vera, che i mezzi di comunicazione a distanza non possono colmare, è il fatto che un gruppo di esseri umani si trova insieme ad abitare uno spazio comune, un luogo. Quel luogo non è infinito, e non è riducibile ad altri luoghi. E’ qui ed ora, irripetibile, ma tuttavia eterno. Un luogo destinato allo scambio di parole, che produce un passaggio di conoscenze, di esperienze, di saperi. In questo luogo saranno bene accetti tutti gli strumenti tecnologici più sofisticati. Ma il punto fondamentale è l’esperienza dello stare insieme, l’esperienza relazionale. Non c’è formazione se non c’è, innanzitutto, la capacità di stare fisicamente insieme, costituendo una comunità libera e rispettosa della legge che si è data. Questo è quello che lo strumento a distanza non può dare. Come in una orchestra bisogna imparare come suona la melodia, come procede, come si fa, come si sviluppa. E poi cosa dicono le parole, come si entra a tempo debito, come si collabora, come si accompagnano gli altri, come si fa il proprio a solo, con rispetto e coraggio, con accortezza e riguardo. Il processo formativo è dunque questa presenza comune, questo stare insieme in questa stanza, a fare qualcosa insieme, questo patto tacito comune. Un patto che non ha bisogno di firme, che nasce dall’uso, dalla pratica, nasce dal fatto che insieme lo stiamo facendo. Tale patto tacito è istitutivo del processo formativo e per stabilirsi necessita della presenza di tutti. La presenza fisica disegna una comunità fondamentalmente politica. E’ tale politica che guida la formazione collettiva, che si inserisce in essa entro uno spazio vitale. Ed è quella comunità politica che si dà una sua burocrazia, strumentazione tecnica del lavoro che dice, a chi partecipa alla comunità, come si deve fare.

A partire dal mese di marzo di quest’anno, per l’emergenza causata dalla pandemia, i docenti hanno dovuto condurre, forzatamente, un tentativo di insegnamento fatto a distanza, con mezzi tecnici/informatici e non in presenza a scuola.

Dopo qualche mese vorrei provare a tracciare un primo bilancio di un’esperienza così radicale, che ha costretto a snaturare completamente l’abituale lavoro del docente. Nel formulare tali valutazioni bisogna cercare di mantenere un approccio scientifico, tentando di evitare preconcetti e posizioni manichee.

In base a questa esperienza (giustificabile solo da una così grave emergenza) mi sono convinto che la didattica a distanza svilisce l’atto generativo dell’insegnamento e costituisce il passo definitivo verso la distruzione della scuola così come fu disegnata dai nostri padri costituenti.

Parto col dire che sarebbe stupido nutrire pregiudizi verso l’ingresso nella scuola dei mezzi offerti dalla tecnica. Essi rappresentano opportunità preziosissime che devono essere sfruttate per potenziare il processo didattico. Tuttavia sottolineo che tali mezzi sono strumento e non fine della formazione dei nostri ragazzi. Tralascio qui le questioni sull’oggettività delle verifiche, sulla difficoltà a controllare l’acquisizione individuale degli obiettivi didattici, sull’invasione della vita privata, sulla disparità di trattamento tra classi sociali. Ritengo talmente scontati tali aspetti da non doverne discutere ulteriormente.

Vorrei, piuttosto, chiedere: che cosa si può ritenere che venga perso, e cosa venga guadagnato, con un insegnamento non in presenza? Che cosa accade quando si pone una distanza elettronica tra docenti e studenti? Cosa cambia quando il luogo reale diventa lo “schermo”?

La separazione tra presenza e assenza di un maestro, nell’ambito della formazione è, in realtà, una questione molto antica, che trae origine già dalla diffusione della scrittura alfabetica e della pratica della lettura. Platone, nel Fedro, rivolgendosi all’inventore dell’alfabeto, scriveva:

“Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”.

Nonostante le obiezioni di Platone, il libro divenne col tempo un alleato potente della pratica dell’insegnamento orale, uno strumento indispensabile e prezioso. La sua logica e la sua pratica non hanno mai smesso di esercitare un’influenza profonda sul modo di concepire e di condurre la trasmissione del sapere e il processo formativo.

Con il libro, dunque, si è guadagnata la possibilità di diffondere, conservare e catalogare nozioni, conoscenze e competenze. Tuttavia il libro si è solo affiancato e non ha mai sostituito interamente la lezione diretta del docente.

L’epigono ultratecnologico del libro, il computer, connesso al gigantesco apparato labirintico della rete, è dotato di una potenza molto maggiore. La sua innegabile utilità servirà sicuramente all’insegnamento. Il messaggio elettronico riprende e rilancia, con mezzi potentissimi, integrati e interattivi, le analoghe virtù che sin dall’inizio erano della scrittura e della stampa dei libri. Ma, come il libro, il computer non deve ritenersi un sostituto dell’insegnamento in presenza, deve, piuttosto, essere strumento per l’educazione critica dei ragazzi.

Cosa, dunque, si può ritenere che venga perso con la didattica a distanza?

A guardar bene, la maggior perdita non sta nemmeno nell’assenza fisica del professore, la cui figura e la cui voce possono essere riprodotte su di uno schermo. La differenza vera, che i mezzi di comunicazione a distanza non possono colmare, è il fatto che un gruppo di esseri umani si trova insieme ad abitare uno spazio comune, un luogo. Quel luogo non è infinito, e non è riducibile ad altri luoghi. E’ qui ed ora, irripetibile, ma tuttavia eterno. Un luogo destinato allo scambio di parole, che produce un passaggio di conoscenze, di esperienze, di saperi. In questo luogo saranno bene accetti tutti gli strumenti tecnologici più sofisticati. Ma il punto fondamentale è l’esperienza dello stare insieme, l’esperienza relazionale. C’è la vita con le sue proprie modalità, soggettive e intersoggettive, con le sue proprie figure, con le sue proprie declinazioni: appassionate, imitative curative, affettive. In gara fra di loro. Naturalmente non tutte positive, da regolamentare, da affrontare, da rendere legge comune, luogo comune, regola comune. Non c’è formazione se non c’è, innanzitutto, la capacità di stare fisicamente insieme, costituendo una comunità libera e rispettosa della legge che si è data.

Questo è quello che lo strumento a distanza non può dare.

Come in una orchestra bisogna imparare come suona la melodia, come procede, come si fa, come si sviluppa. E poi cosa dicono le parole, come si entra a tempo debito, come si collabora, come si accompagnano gli altri, come si fa il proprio a solo, con rispetto e coraggio, con accortezza e riguardo.

Il processo formativo è dunque questa presenza comune, questo stare insieme in questa stanza, a fare qualcosa insieme, questo patto tacito comune. Un patto che non ha bisogno di firme, che nasce dall’uso, dalla pratica, nasce dal fatto che insieme lo stiamo facendo. Tale patto tacito è istitutivo del processo formativo e per stabilirsi necessita della presenza di tutti.

Questa presenza comune suggerisce e ispira uno stile comportamentale idoneo, un rispetto reciproco, una consapevolezza dei ruoli che ognuno è chiamato a svolgere, per l’efficacia e il buon esito del tutto. Questo luogo produce un uso funzionale dell’autorità, o meglio dell’autorevolezza, che viene rispettata perché, nella pratica, essa svolge una funzione inimitabile e insostituibile. C’è, dunque, una libertà regolata, che è sempre una libertà gerarchica, giustamente e sanamente gerarchica.

In breve la presenza fisica disegna una comunità fondamentalmente politica. E’ tale politica che guida la formazione collettiva, che si inserisce in essa entro uno spazio vitale. E’ tale politica che decide e condivide, razionalmente, i tempi e i modi dei suoi percorsi, le sue modalità di esercizio, le sue modalità di valutazione e di prova. Ed è quella comunità politica che si dà una sua burocrazia, strumentazione tecnica del lavoro che dice, a chi partecipa alla comunità, come si deve fare.

Tale burocrazia tecnico/amministrativa, però, dovrebbe stare a servizio della formazione, non condizionarne o snaturarne la funzione. La burocrazia tecnologica amministrativa da tempo ha invaso la scuola. Giorno per giorno ci accorgiamo come essa, di fatto, ha cancellato, in gran parte, il senso profondo della formazione e la libertà di insegnamento e di ricerca. Quando la macchina esige che si parli in un tempo prestabilito, che si stia entro un certo numero di righi, che formazione c’è? dov’è la libertà e l’originalità?

Nella trasmissione a distanza, certamente la logica delle macchine e dei poteri che le rendono disponibili la fa da padrona. La distanza, dunque, può generare solo competenza senza alcuna sapienza. Forse, a distanza, si possono acquisire molte competenze (e non è scontato), ma sicuramente non la sapienza a cui si riferiva Platone, che è un’altra cosa, perché essa è un fattore politico, una coscienza politica.

La didattica delle competenze attiene a una coscienza tecnica, capace di operare sul “decidibile”, sul misurabile, sul confrontabile. Essa è necessaria per costruire un ponte, per curare un morbo, per scegliere con intelligenza. Ma non è un fattore politico, non educa allo stare insieme. E qui (se non prima) si ferma la didattica a distanza.

La sapienza, invece, attiene a una coscienza politica, e si occupa dell’”indecidibile”, di ciò che richiede un ragionamento critico, etico, empatico. E’ quell’educazione che forma il cittadino, l’uomo e le sue capacità di donare, amare, stare insieme, prendersi cura, perseguire il giusto. Non può essere sottoposta alla verifica di misure oggettive e non può generarsi con la distanza.

Per questo serve la scuola in presenza.

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12 Commenti

  1. Apprezzo e condivido lo spirito della dotta argomentazione. Ma chiederei all’ autore se ha mai avuto esperienza di una vera didattica a distanza (non quella miserabile caricatura che è la didattica di emergenza).

    Come spesso succede l’articolo appiattisce una tematica alquanto più complessa sul bianco/nero di un antagonismo tra didattica in presenza vs. didattica a distanza dall’esito scontato.

    In questi termini non c’è molto da aggiungere e trovo l’articolo un intervento opportuno di fronte a fughe in avanti di chi pensa di introdurre in modo stabile nel sistema dell’istruzione modalità ibride presenza/distanza. Però non credo che il problema più pressante in questo momento sia se è meglio in assoluto la copresenza fisica o meno. La risposta è, o dovrebbe essere, ovvia. Invece, occorre non dimenticare le ragioni dell’ emergenza ed il fatto che sono attenuate ma per nulla cessate. Allora il problema si sposta su piani diversi e le capacità critiche vanno applicate al problema politico (quali investimenti vengono fatti per permettere forme sicure di didattica in presenza? ) e a quello tecnico (in che modo si può *temporaneamente* sostituire la didattica in presenza con una didattica a distanza che non sia un generoso ma dilettantesco passaggio in streaming della lezione tradizionale?).

    • Giorgio Pastore, la penso sostabzialmente come te.
      E’ sbagliato appiattirsi su una dialettica bipolare ove le uniche due alternative sono “in presenza” ed “a distanza”.
      Senza analizzare le diverse opzioni intermedie, o i vari modi e metodi di fare didattica a distanza.
      Se ci arrocchiamo sulla posizione “in presenza e’ meglio, a distanza fa schifo”, senza fare dei distinguo fra le varie modalita’ a distanza, rischiamo che, nella probabile impossibilita’ di poter tornate ad una normale situazione con le aule piene, a quel punto ci dobbiamo sorbire il “pensiero unico” di chi vuol far passare il binomio fra didattica a distanza e metodo delle “videopillole”.
      Se guardate i vari tutorial e corsi che le nostre universota’ stanno sfornando per “insegnarci ad insegnare” con la didattica a distanza, vedrete che gran parte di essi derivano da una ben precisa scuola di pensiero, che sottointende obiettivi invisi alla gran parte di noi: competenze, valutazione, meritocrazia, riduzione ad un addestramento meccanico anziche’ al libero pensiero.
      Ma questo non e’ automatico.
      Anziche’ continuare ad insistere sul fatto (ovvio a chiunque) che la mancanza di compresenza degli studenti e’ fortemente limitativa dell’esperienza scolastica, secondo me dovremmo scendere sul territorio del nemico e lottare contro la pedissequa assunzione di paradigmi che ci vengono dati come fatti certi, ed invece sono solo derivanti da precise scelte sul tipo di formazione da erogare e soprattutto sui suoi obiettivi.
      Cerchiamo di essere propositivi, propugnado forme e modi alternativi di fare didattica a distanza, mostrando che non accettiamo il “pensiero unico” che ci viene proposto (in alcuni casi imposto) e che rivendichiamo il nostro diritto costituzionale ad impostare la nostra didattica come ci pare, sia in presenza che online.

  2. Articolo ricco di idee interessanti. Ma lo avrei apprezzato di più in un altro momento. Adesso c’è una grave emergenza sanitaria e la prima cosa su cui discutere è come salvaguardare la salute. Il resto viene dopo.

  3. A Giuseppe Mingione. Credo che l’articolo sia molto chiaro. E la chiarezza deriva dal non confondere le acque. C’è una questione sanitaria e una questione umana/culturale. Esse non vanno sovrapposte. Se l’obiettivo è quello di preservare la “nuda vita” (Benjamin) la cultura non ci ha a che vedere. Una scuola a distanza, non dimentichiamoci di primaria e secondaria inferiore, non è una scuola costituzionale (come per altro affermato da Eugenio Benvenuto). Infatti disparità di connessione tra centro e periferie, disparità di censo, di dispositivi tecnologici, di titoli di studio tra famiglie, di tempo da dedicare ai figli studenti a casa producono una selezione che non ha nulla a che vedere col fatto umano, anzi, lo influenza e lo determina grazie a pesanti fattori esterni. È questa la scuola che vogliamo?
    Tra l’altro è evidente il chiasmo che si produce. L’attenzione alla salute di tutti (scuole chiuse, studenti a casa), produce una scuola selettiva. Dall’altro capo una scuola aperta sotto il profilo/umano culturale comporta una selezione naturale a causa della possibilità di diffusione di agenti patogeni.
    Se una scuola umana, e perciò di tutti, è impossibile realizzarla si può non farla. Perché il pericolo, grave, è che privilegiando il criterio della nuda vita da parte della scuola, si vada ad organizzare il funerale della cultura e dell’umanità proprio per mano della scuola, ovvero colei che dovrebbe sostenerle e perseguirle.
    Si tratta di vedere le cose in modo dialettico e di scegliere. Di nuovo la questione politica.

    • @Viero: “Se una scuola umana, e perciò di tutti, è impossibile realizzarla si può non farla. ” Mi sembra che questa frase compendia bene il punto di vista degli “apocalittici” rispetto alla didattica a distanza.

      Se si lasciasse da parte la finta dicotomia bianco/nera tra educazione tradizionale e quella in emergenza dei mesi scorsi, ci si renderebbe conto dell’estremo a cui si arriva con un’affermazione del genere. Eppure, come sempre, una maggiore informazione su quello che succede e succedeva nel mondo, anche in epoca pre-covid, aiuterebbe a rimettere un po’ tutto in prospettiva. Conosco situazioni rurali in america latina o in Australia in cui nessuno ha optato per “non farla”, non essendoci modo di avere una didattica in presenza. Ci si è attrezzati per “farla a distanza in modo accettabile e umano” che è cosa diversa dalla didattica di emergenza messa in piedi in due settimane. Dopo di che, è chiaro che c’è un valore aggiunto della copresenza fisica. Ma va messo sullo stesso piano del valore aggiunto di una didattica a piccoli gruppi. C’è qualcuno che si sia stracciato le vesti allo stesso modo per le classi-pollaio?

      Mi piacerebbe che si uscisse dalla solita querelle dietro facili bandiere e ci si ponesse finalmente di fronte al nodo di come garantire *sempre* (con o senza emergenze) la migliore qualità della didattica compatibile con date condizioni al contorno. Temo tuttavia che il sottile fascino delle semplificazioni prevalga, come sempre.

  4. L’articolo per me, invece, è completamente condivisibile. Inoltre, i tempi per riflessioni di tal genere non sono inopportuni data l’emergenza covid, ma adatti oggi più che mai. L’occasione della pandemia ha visto, almeno nell’Università di Milano, palesarsi le tendenze peggiori paventate. Didattica che si auspica regolamentata dai tecnici (!) dell’insegnamento a distanza, i quali indicano non solo non solo i tempi di lezione in dad, non solo le modalità di trasmissione dei contenuti da “erogare” (sic!), ma prevedono anche una semplificazione concettuale di argomenti altrimenti complessi, e il tutto alla faccia della presentazione di saperi che dovrebbero essere, prima di tutto, critici. E non solo. In ateneo si è organizzato un ciclo di conferenze online di addestramento ai docenti su come praticare la dad. Quando nei primi dibattiti derivati avevo posto per iscritto qualche domanda critica su siffatte nuove procedure, pur non irrispettose verso nessuno, esse sono state prima lasciate senza risposta, e poi nemmeno fatte intravedere al pubblico. Conseguenza: ho smesso di partecipare a tali conferenze tenute da docenti esperti di comunicazione, docenti informatici e amministrativi esperti di nuove tecnologie. Nuove metodologie definite utili anche nel post emergenza. Didattica di prossima impostazione su doppio binario, in presenza e a distanza, non solo per reazione a questa pandemia per non perdere un intero anno accademico, ma con la prospettiva di diventare strutturale. E con l’acquisizione dei copyright delle lezioni del docente, che diventano dell’Università anche per quanto attiene a eventuali aspetti commerciali. Per questo, invito ai docenti di non “firmare” le loro lezioni, e a usare poi moduli brevi in quanto meglio interscambiabili con altri insegnamenti.

  5. Giorgio Pastore, il mio è realismo. Alla scuola primaria e media gli studenti non hanno l’autonomia per seguire alcun tipo di didattica a distanza. Il 50% dell’impegno è dei genitori. Tutti hanno i genitori, nonni, colf, badanti in grado di seguire gli studenti? Un insegnante se la sente di delegare per il 50% della sua azione a terzi che non conosce? La scuola in queste condizioni diventa un surrogato. Alcune attività si possono fare. Ma poche. Insegnare a leggere e scrivere a distanza in prima? Lei paventa altre modalità. Ma se in frazione la banda larga è limitata e ci sono tre fratelli che hanno bisogno di giga, c’è la necessità di fare una divisione dei pochi giga per tre. Senza contare il possesso di dispositivi che certo non ti regalano. Come risolvere queste questioni materiali? Si prosegue con faciloneria e indifferenza erogando (in questo caso il termine è più che appropriato) un servizio indipendentemente da chi ne può usufruire? Certo, tutto dipende da che concetto si ha della scuola. E in che rapporto sta con l’attuale presente. Non sto semplificando né mostrando deliqui da apocalittico, constato solo la realtà.

  6. Concordo pienamente con quanto scritto da Giorgio Pastore. Aggiungo che portando avanti una crociata contro un argomento che non si conosce (e non si vuole evidentemente conoscere) si propone addirittura di mandare ad insegnare nelle scuole studenti non laureati, presumibilmente ragazzini, che dubito abbiano un’idea della complessità di un’aula scolastica.

  7. L’articolo è molto ancorato alla dicotomia presenza/distanza che non mi pare possa costituire da sola il cuore del problema (e risolverlo).
    La domanda prioritaria credo debba essere quale didattica perseguire -per quale visione dello sviluppo della persona, delle sue relazioni sociali, dell’impiego, per la visione del mondo che si vuole promuovere-.
    Il modello trasmissivo, su cui si è basata la scuola tradizionale, specie in Italia, ha mostrato i suoi limiti, eppure anche le metodologie variamente incentrate su partecipazione e cooperazione (Inquiry based learning, service learning, cooperative learning e varie altre didattiche attive e integrate) non sembrano aver tracciato un modello educativo valido per tutte le diverse situazioni (contesti culturali, approcci disciplinari, tradizioni didattiche, età, paese, differenze di genere).
    D’altro canto, la contrapposizione tra conoscenze e competenze (sto semplificando, nei vari documenti, come sappiamo, il linguaggio è molto più articolato e si parla, non senza qualche contraddizione, di conoscenze, abilità, attitudini, valori…), che permane soprattutto nel dibattito nazionale, è tutt’altro che risolta e, quantunque sia nei documenti istituzionali che in letteratura si noti una notevole apertura verso le competenze, la questione è ancora viva.
    Altra questione fondamentale è la concezione disciplinare e inter, intra, trans-disciplinare. Altra ancora è la correlazione con equità e democrazia.
    A questo punto , inserendo almeno le questioni che ho su riportate, ci si può porre la questione della presenza-distanza. Anche parlando dei 2 grandi percorsi presenza-distanza ho molto semplificato, sono infatti configurabili una varietà di situazioni miste, comunque:
    Quale didattica possiamo perseguire nelle 2 modalità presenza-distanza? Quali aspetti, nei diversi contesti, possono essere valorizzati o sacrificati? Quali percosi possono portare alla promozione di conoscenze e quali a quella di competenze? Le competenze cognitive possono essere costruite seguendo le stesse modalità di quelle non cognitive (socio-emotive)? Se la transdisciplinarietà è considerata un approccio condivisibile (in tutto o in parte), quali progetti educativi possono meglio valorizzarla? Quali limiti la presenza e la distanza rispettivamente presentano per configurare una scuola inclusiva? Come promuovere competenze quali autostima e consapevolezza del sè senza minimizzare l’approfondimento disciplinare? … Non ultima la questione di come specifici interventi formativi possono divenire proposte da proporre in un’ottica di sistema.
    Durante l’emergenza Covid abbiamo assistito a grandi esempi sia positivi che negativi forniti dalla didattica a distanza. Per citarne solo alcuni: i limiti delle capacità e del comittment di alcuni docenti (mentre altri hanno affrontato il possibile e l’impossibile con energia e competenza ); i limiti tecnologici di alcune famiglie e soprattutto i limiti derivanti dalla necessità di una assistenza che non tutte le famiglie erano in grado di fornire, la difficoltà di raggiungere gli studenti “dispersi”, il che in alcuni casi ha ampliato le diseguaglianze, la lentezza e il ritardo nel promuovere soluzioni alternative per gli studenti utilizzando tecnologie “low”.
    Ma anche: proposte innovative, grande crescita di competenze digitali, proposte di gruppi di supporto digitale per le scuole e per i singoli, disponibilità di molti docenti a creare spazi virtuali per seguire singoli o gruppi di studenti (grazie al tempo liberato) e fornire anche spazi di condivisione socioemotiva, apertura a nuovi modi di concepire i tempi e gli spazi della scuola, riflettendo non tanto sullo stare in presenza a tutti i costi, ma su cosa fare in presenza e su cosa dovrebbe essere una scuola aperta.
    Alcuni di questi temi sono stati riprese dai rapporti finali dei 4 tavoli di lavoro dell’OFFICINA Educazione Futuri (https://www.officinaeducazionefuturi.it/), organizzati nel maggio scorso dal CNR-IRPPS (gruppo COMESE), in collaborazione con l’iniziativa Futures of Education e il Ministero dell’Istruzione

  8. Anni fa avrei appoggiato con entusiasmo ciò che dice Adriana Valente.
    Ora penso che non consideriamo mai abbastanza gli studenti. Devono voler essere attori nel processo di formazione e preferiscono essere spettatori. Non lavorano, non partecipano, non studiano. Tutto il sistema ha insegnato loro solo a giudicare e protestare. Il bravo docente è dato dai bravi studenti. Non è un taumaturgo.

  9. “è il fatto che un gruppo di esseri umani si trova insieme ad abitare uno spazio comune, un luogo. Quel luogo non è infinito, e non è riducibile ad altri luoghi. E’ qui ed ora, irripetibile, ma tuttavia eterno. Un luogo destinato allo scambio di parole, che produce un passaggio di conoscenze, di esperienze, di saperi. In questo luogo saranno bene accetti tutti gli strumenti tecnologici più sofisticati. Ma il punto fondamentale è l’esperienza dello stare insieme, l’esperienza relazionale”.

    Belle parole condivisibili. Ma questo sarebbe vero in un mondo ideale, mentre la realtà è abbastanza diversa. Per mia esperienza nell’ambito di un corso di Laurea triennale in Biotecnologie, in un aula del primo/secondo anno, gli studenti veramente presenti, ovvero concentrati, motivati, in grado di interagire con il docente e di ascoltarlo sono una netta minoranza (10-20%) rispetto a quelli presenti solo fisicamente e con la testa altrove. Senza voler generalizzare, temo che buona parte di essi risenta pesantemente di un’impostazione scolastica passiva, dove si impara a studiare da pagina a pagina e si ripete esattamente quello che dice docente, magari con le stesse parole. La curiosità e le domande non sono contemplate, non si addicono a questo “metodo” didattico. E quando gli studenti arrivano in un’aula universitaria, tutto questo emerge. Altro che scambio di parole, passaggio di conoscenze, di esperienze, di saperi. E’ triste dirlo.

  10. @patrizio dimitri
    L’esperienza mi fa consentire in toto con ciò che dice Patrizio Dimitri. Gli studenti non gradiscono interagire con il docente. A volte ripetono google. Uso tutte le possibilità di interazione, ma su una quarantina di studenti ricevo due risposte!

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