Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera del CIPUR (Coordinamento Intersedi Professori Universitari di Ruolo) sulle prospettive di avanzamento di carriera dei docenti già in ruolo che hanno ottenuto l’abilitazione scientifica nazionale.

Da tempo il CIPUR (Coordinamento Intersedi Professori Universitari di Ruolo) è impegnato nella difesa dei diritti del personale docente dell’Università.

Purtroppo da anni, ormai, in Italia molti hanno smesso di credere veramente nella formazione, l’unica vera risorsa nazionale! E così, mentre la grande maggioranza degli altri Paesi considera vieppiù importante il ruolo della Scuola e dell’Università, da noi si assiste ad un loro progressivo e apparentemente inarrestabile declino.

Molti docenti universitari, che in questi anni hanno dimostrato di possedere tutti i requisiti per un legittimo avanzamento di carriera, sono profondamente frustrati. Infatti, solo per alcuni di loro è stato e sarà possibile ottenere la meritata “promozione”: il comma 6 dell’articolo 24 della “legge Gelmini”, che prevede la possibilità di chiamare docenti interni abilitati attraverso un concorso interno (questo, comunque, non garantisce a tutti i meritevoli il “passaggio”) sta per scadere.

Al contrario, i ricercatori universitari “di tipo B” che abbiano conseguito l’abilitazione scientifica nazionale, vengono trasformati in professori associati prima della scadenza del loro terzo anno di servizio, a seguito di una valutazione (vedi il comma 5 dell’articolo 24 della legge Gelmini).

Assistiamo dunque ad un’assurda diversità di trattamento all’interno dell’Università: docenti interni abilitati corrono il rischio di non vedere mai realizzata la propria legittima aspirazione di carriera o, al contrario, ne hanno la ragionevole certezza, a seconda che siano ricercatori a tempo indeterminato o professori associati o, invece, ricercatori di tipo B.

Questo, oltre a sembrarci un’ingiustizia immotivata, viola, a nostro modo di vedere, l’articolo 3 della Costituzione, il quale sancisce la pari dignità sociale di tutti i cittadini e la loro uguaglianza davanti alla Legge. La soluzione, naturalmente, non è quella di “punire” i ricercatori di tipo B, ma, al contrario, di estendere il trattamento ad essi riservato dalla legge Gelmini anche ai docenti universitari che abbiano conseguito l’abilitazione scientifica nazionale.

Di tutto ciò sembra essere consapevole anche il Consiglio Universitario Nazionale, il quale, in un suo recente documento, sostiene tesi molto vicine alle nostre quando afferma che “…per quanto riguarda le progressioni di carriera, un primo passo sarebbe l’applicazione in via permanente della procedura di chiamata di cui all’art. 24 c. 5 della l. 240/2010 a tutte le chiamate di docenti abilitati già in servizio presso l’istituzione, prevedendo la rimozione del limite temporale dei sei anni e del vincolo costituito dal tetto del 50% per tale utilizzo delle risorse…”).

E’ proprio quello che sosteniamo da tempo: il trattamento riservato ai ricercatori di tipo B va esteso ai docenti interni abilitati.

Inoltre un’ulteriore ingiustizia sta avvenendo, a nostro modo di vedere, in questi giorni: in forza del Decreto Legislativo 25 maggio 2017, n. 75 vengono stabilizzati, fra gli altri, i ricercatori di enti di ricerca che siano in servizio da almeno tre anni a seguito del superamento di un concorso, ma non i ricercatori e gli assegnisti universitari. In altri termini: medesima situazione, trattamento molto diverso!

Per eliminare queste disparità, che ci sembrano non solo ingiuste, ma oltremodo dannose, abbiamo lanciato la proposta di un’azione legale

Qui i modelli

http://www.cipur.it/contenzioso/RicorsoA18/LancioRicosoA.html

http://www.cipur.it/contenzioso/RicorsoB18/LancioRicosoB.html

http://www.cipur.it/contenzioso/RicorsoC2018/LancioRicorsoC.html

Ci sembra superfluo osservare che – come per tutti gli ambiti lavorativi – un miglioramento del sistema universitario possa avvenire solo in un contesto di motivazione e di appagamento di quanti all’interno di quel sistema lavorano attivamente. Frustrare le legittime aspirazioni dei docenti universitari, alla lunga, non può che ritorcersi contro la qualità dell’Università. E’ ora di invertire una tendenza durata troppo a lungo.

Bisogna rimettere al centro dell’interesse e del dibattito politico italiano lo sviluppo della formazione e della ricerca.

La direzione del CIPUR

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13 Commenti

  1. Proprio ciò di cui si sentiva il bisogno: una class action per reclamare un’ope legis, mentre l’università nel suo complesso va a rotoli e il precariato ha assunto dimensioni drammatiche. Gli argomenti poi, se hanno un qualche fondamento rispetto ai ricercatori a tempo indeterminato con abilitazione a seconda fascia, per i PA ailitati a prima fascia sono del tutto inconsistenti. Ma un tribunale disposto a dargli ragione, sono certo, si troverà.

  2. Anche io non amo le OPE LEGIS. Il sistema attuale ASN lascia molto a desiderare soprattutto per il ruolo assegnato agli indicatori bibliometrici, comunque ritenere che una abilitazione a partecipare ai concorsi sia un diritto alla assunzione mi sembra assolutamente sbagliato. Si devono chiedere molti più fondi per fare concorsi soprattutto da professore associato e da ricercatore.

  3. CONCORDO quando scrive “ritenere che una abilitazione a partecipare ai concorsi sia un diritto alla assunzione mi sembra assolutamente sbagliato.” Infatti mi pare che la richiesta non sia di questo tipo e non trattasi neanche di assunzione ma di progressione di carriera.
    Inoltre è un peccato che gli RTD B con ASN, diventano professori associati prima della scadenza del loro terzo anno di servizio, a seguito di una valutazione (vedi il comma 5 dell’articolo 24 della legge Gelmini) mentre i ricercatori a tempo indeterminato con ASN no (infatti la stessa legge li definisce “ruolo ad esaurimento”).
    Estendere il diritto a tutti quelli che si trovano nella stessa situazione giuridica mi pare un atto onesto almeno dal punto di vista intellettuale. Oppure ci siamo così abituati a vedere alla stessa linea di assemblaggio persone che effettuano lo stesso lavoro con retribuzioni diverse che ci sembra meritocraticamente normale.
    Capisco che a qualcuno possa non piacere rispettare i diritti di tutti, magari solo perché le arpie meritocratiche inizierebbero ad urlare, ma trattasi di semplice scelta di convenienza contingente.
    Non (voler?) accorgersi della disparità evidente di trattamento e ridurre il problema alla sola questione della tanto vituperata ope legis sembra solo un modo comodo per continuare a giustificare la discriminazione.
    Infine solo perché nel passato alcuni cani e porci sono diventati professori universitari per opera della legge non significa che lo strumento legislativo sia iniquo e da rigettare in modo preconcetto ma solo che all’epoca è stato usato per scopi illegittimi.
    Anche se non vogliamo e a parole rifuggiamo l’idea, pare proprio che siamo tutti diventati meritocrati dentro così come siamo tutti diventati così neoliberisti nell’animo da far rispettare non più il diritto ma la discriminazione.

  4. Confondere meritocrazia e liberismo mi pare una operazione intellettualmente scorretta. La meritocrazia, intesa come criterio per cui se devo dare un posto e competono A e B, scelgo A perchè è meglio di B, non mi pare neoliberismo mi pare giustizia.

    • “Si possono considerare quattro teorie contrastanti della giustizia distributiva:
      1. il sistema feudale o delle caste;
      2. il sistema libertario: mercato libero con parità formale delle opportunità;
      3. il sistema meritocratico: libero mercato con una giusta parità nella distribuzione delle opportunità;
      4. il sistema egualitario: il principio di differenza di John Rawls”
      M. Sandel, Giustizia. Milano, Feltrinelli, 2012, p. 178.
      Meritocrazia e libero mercato stanno insieme nella filosofia politica occidentale. Anche nella versione estrema di R. Nozick e M. Friedman, dove l’accento è più sul diritto a godere dei frutti dei propri talenti (di cui si è proprietari) che su la parità delle opportunità.

      Cito anche questo, ma non ho studiato abbastanza Marx per sostenere che sia una lettura corretta.
      “Marx tacitly attacked the ideal of meritocracy in the ‘Critique of the Gotha Programme’ (1875), when he said that rewarding people according to the productive effort they put in ‘tacitly recognises the unequal individual endowment and thus productive capacity of workers as natural privileges’. This idea was developed further by the egalitarian liberal philosopher John Rawls, who argued in A Theory of Justice (1971) that ‘no one deserves his greater natural capacity nor merits a more favourable starting point in society’.” http://pubs.socialistreviewindex.org.uk/sr253/callinicos.htm

  5. Per Salvatore Valiante – Allora se devo decidere tra A e B tirerò a sorte, oppure vediamo chi ha la raccomandazione migliore. Scorretto è attribuirmi una difesa della “valutazione continua sul luogo di lavoro”, ma chi cavolo lo ha mai scritto? Poi beato lei che ha capito dove va il mondo io onestamente non lo ho proprio capito, le invidio le sue certezze.

    • Caro prof Marcati,
      le ho semplicemente indicato un esempio di meritocrazia e neoliberismo, quando lei ne ha negato il nesso (“Confondere meritocrazia e liberismo mi pare una operazione intellettualmente scorretta”), nella valutazione continua sul luogo di lavoro, tipo quei docenti universitari, e non parlo di lei, tutti intenti come piccoli bimbi edonistici e un po’ imbecilli (se abbastanza giovani si potrebbe usare il termine bimbominkia), a cercare di migliorare in modo artificioso la prossima loro valutazione.
      Se avessi capito il mondo dove andava non avrei fatto il docente universitario in questi anni di mediocrazia.
      Cordialmente

  6. Innanzitutto nessuna “ope legis”, solo la richiesta che il personale già in servizio, RUTI e PA abbiano lo steso trattamento riservato ai RTD tipo b. Ovvero, se in possesso di ASN ( non in scadenza come una confezione di latte), che sia loro consentito si essere valutati. Questo significa rispetto dell’art, 3 della Costituzione Italiana. Se vi sembra poco , a noi sembra invece fondamentale per permettere a chi ha lavorato onestamente per l’accademia di non essere messo su un binario morto solo perchè non gradito. Noi del CIPUR, che abbiamo fatto inserire il comma 6 nella legge 240/2010, purtroppo non come volevamo, ovvero senza liniti temporali, permettendo a tanti di avere la giusta progressione di carriera, pretendiamo che esso non abbia limiti, né temporali né economici.
    Secondo punto, il ricorso per i ricercatori tipo a): Se la legge Madia ha concesso la stabilizzazione al personale precario della scuola ed ai ricercatori dei centri di ricerca, oltre a tutti i i precari della pubblica amministrazione ( direttiva europea), perchè non lo deve permettere ai tanti giovani con contatto di tipo a? Per loro non chiediamo carriera garantita, se meritevoli” avranno perà tutto il tempo per partecipare ai futuri concosi. Quindi non “ope legis” ma giustizia. Capisco che chi ha pubblicato kg di carta, sentendosi in una botte di ferro non ama questo tipo di ricorso, ma il merito è qualcosa che travalica i kg. Non dimentichiamo che Albert Einstein con questi parametri non avrebbe mai superato ll’ASN neanche per la seconda fascia , mentre tanti, parlo della medicina perchè la conosco molto bene, pur non avendo mai visto un solo paziente hanno la prima fascia in SSD chirurgici. Viu chiedo: Vi fareste operare da un chirurgo dalle ottime mediane, ma che non è mai entrato in sala operatoria e non ha ma avuto un bisturi in mano? Io no. Smantellamento della legge 240 è l’obiettiivo del ricorso, non un’ope legis che noi non vogliamo e non appopggeremo mai.

  7. Pur leggendo settimanalmente ROARS, raramente intervengo direttamente tramite commenti, ma questa volta non posso esimermi. Tutto quello che dice il CIPUR è corretto, potrei anche essere d’accordo a far fare il concorso agli RI in accordo col comma 6 dell’articolo 24 oppure entro 3 anni dall’abitazione. Ad una condizione però, che tutti gli RI che non sono abilitati vengano licenziati entro 3 anni, per lasciare punti organico per nuovi concorsi, sia per nuovi RTD che per PA. E lo stesso per i PA, concorso secondo l’articolo 24 entro 3 anni per gli abilitati, licenziamento per i non abilitati. Solo così si raggiungerebe una vera giustizia e si darebbero stesse possibilità a tutti, non che gli RTD o diventano PA o smettono di lavorare in università mentre gli RTI o diventano PA o continuano a essere RTI.

    • Enrico, le prospetto il mio caso:
      Tre mediane abbondantemente superate;
      Tre mediante più alte di tutti i candidati;
      Tre mediane più alte degli attuali Professori Ordinari del SSD in servizio:
      Risultato: NON ABILITATA alla prima fascia nonostante il giudizio positivo dei 5 Commissari italiani del settore concorsuale; ma la normativa vuole che in assenza di un Commissario del SSD, la Commissione debba acquisire un giudizio pro-veritate da un membro del SSD. E se i Commissari non hanno le mediane per essere tali? Allora si utilizza come grimaldello un membro OCSE.
      Ma, se membro OCSE non può più far parte delle commissioni come facciamo?
      Adesso le chiedo: Mi licenzierebbe?
      Ovviamente il Consiglio di Stato mi ha dato ragione, ma devo attendere la valutazione di una nuova commissione.
      Nel frattempo cosa faccio: lascio il mio posto di lavoro per liberare il mio punto organico?
      Oltre alle mediane, sono responsabile di un Corso di Laurea, sono Direttore di due Master uno di primo ed uno di II livello, sono Principal Investigator di 9 studi clinici e di uno di essi sono Coordinatore europeo. Mi licenzierebbe?
      Andiamoci piano con questi commenti. Quanti Ricercatori e quanti PA sono rimasti al palo per “intrighi accademici”? Sono tutti vagabondi? Sono tutti incompetenti?

    • @ Enrico
      “Ad una condizione però, che tutti gli RI che non sono abilitati vengano licenziati entro 3 anni,”

      Non conosco la sua posizione accademica ma mi pare che, dalle sue frasi in salsa meritocratica neoliberista, lei intenda che un ricercatore senza abilitazione sia un nulla facente o quasi e che deve essere punito con il licenziamento in base a non si sa quale norma (la potremmo chiamare la norma “Foodora”).
      Dovrebbe sapere (e se non lo sa, “sallo”) che i ricercatori a tempo indeterminato hanno per anni e continuano tuttora, affiancati oggi da figure precarie (che in molti casi non hanno sviluppato la coscienza collettiva della loro condizione lavorativa molto simile a quella dei lavoratori di Foodora), a sostenere la ricerca e la didattica universitaria contribuendo a realizzare un sistema di istruzione che forma (sempre meno da un po’ di tempo grazie alle scelte neoliberiste) universitari che sono estremamente preparati in confronto ai colleghi di altri paesi ed anche una ricerca che non ha nulla da invidiare alle altre in molti campi.
      Chiederne quindi il licenziamento è semplicemente misura arrogante e vile, tipica di una visione neoliberista fallimentare che cerca di mettere in competizione permanente figure professionali diverse.
      La giustizia si ottiene NON togliendo diritti a chi ne ha, ma estendendoli a chi non ne ha.
      Evidentemente a lei non è stato insegnato così nel ventennio trascorso.
      Cordialmente

  8. Tutti questi commenti sull’ope legis mi fanno venire voglia di partecipare al ricorso. Quando fu annunciata l’ope legis dei primi anni 80 ( chi ne ha beneficiato si incazza quando la si chiama cosi’, ma ci siamo capiti) qualcuno importante commento’ alla televisione che si chiudeva l’accesso ai giovani per 20 anni. Io, che mi iscrivevo all’Universita’ con l’ambizione di diventare un ricercatore di qualche genere, pensai: “esagerato !”. Sono diventato ricercatore universitario nel 2001.. Qualcuno potrebbe commentare che se non sono riuscito a diventare ricercatore prima avrei dovuto cambiare mestiere. Forse, pero’ intanto ho fatto quello che volevo fare, mi sono tanto divertito, e ho sempre avuto un piano B. All’inizio della mia carriera accademica l’attuale direttore del mio dipartimento mi disse “E’ un caso che voi non siate ancora associati”, riferendosi a me e agli altri colleghi nelle mie condizioni. Adesso, a circa 15 anni di distanza, posso dire che non e’ piu’ un caso: i concorsi locali hanno funzionato come un orologio: sono stati promossi quelli piu’ bravi, tra coloro che potevano godere dell’appoggio di uno o piu’ ordinari che hanno organizzato le commissioni. Pazienza, cosi’ va il mondo, sono il primo a dire che quelli che sono passati sono piu’ bravi di me, almeno come produttivita’ scientifica, ma non sarebbe una semplice questione di buon senso dare la possibilita’ a chi si e’ abilitato di progredire in carriera?

    Anche in questo caso ho un piano B: smettero’ del tutto di fare corsi (e gia’ attualmente non faccio per scelta alcun “corso di servizio”) e riprendo a insegnare agli studenti a usare oscilloscopi e galvanometri in laboratorio, o a fare esercizi di fisica generale. Che poi se diventassi associato non e’ detto che la (piccola)differenza di stipendio compenserebbe le spese causate dall’avere meno tempo, vedi doposcuola, baby sitter , campi estivi, etc etc. A risentirci, e cercate di divertirvi.

    Ferdinando De Tomasi

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