Diapositiva68Nel corso della presentazione del mio libro Rischio e Previsioni, cosa ci dice la scienza sulla crisi (Laterza, 2016; Springer 2016) al Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, cui hanno partecipato il prof. Monica Billio (direttore del Dipartimento di Economia) e il prof. Andrea Zorzi, vi è stato un dibattito con l’economista Michele Boldrin. Poiché a mio giudizio sono stati sollevati vari temi d’interesse generale sulla scientificità dell’economia neoclassica, che ho discusso varie volte anche nel passato, prima di proporre il video dell’incontro (vedi in fondo) cerco di fissare i termini del dibattito e di riportare le mie opinioni su alcuni dei punti che sono stati sollevati. 

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Le tesi

La mia tesi è riassunta nei seguenti punti:

1. Le previsioni nella scienza servono a verificare le teorie, cioè le ipotesi e le assunzioni alla base di queste teorie;
2. C’è stato un fallimento nella previsione di tutte le recessioni avvenute dal 1989 al 2012 (si veda anche qui). Ma il più spettacolare fallimento è stato nella previsione della crisi del 2008 (che invece alcuni economisti aderenti a scuole diverse da quella neoclassica hanno diagnosticato per tempo).
3. I modelli comunemente usati per fare previsioni sono basate sulla teoria neoclassica;
4. L’economia neoclassica poggia dunque su ipotesi e assunzioni che non sono consistenti con la realtà e per questo motivo è una pseudo-scienza;
5. Anzi l’economia neoclassica ha dato supporto all’idea che i mercati liberi vadano all’equilibrio in maniera naturale e dunque che deregolamentando e liberalizzando i mercati si sarebbe aumentata l’efficienza del sistema economico.  Al contrario, così facendo si sono create le condizioni per il regime di instabilità che ha dato luogo alla crisi.

La tesi di Michele Boldrin è questa [questo è quello che sono riuscito a estrarre, citazioni quasi letterali, ma ovviamente fa fede il video – per questo ho messo i minuti precisi]:

1. “Il mito secondo cui gli economisti non hanno previsto la crisi, è un mito” (min: 44:10);
2. “Nessuno sapeva chi sarebbe andato a pancia all’aria perché molta di quell’informazione è privata [….] e se qualcuno davvero lo avesse saputo e sapesse prevedere anche vagamente quando una crisi finanziaria avviene ovviamente non lo direbbe a nessuno e ovviamente sarebbe multi multi multi trilionario e dunque nessuno l’ha previsto” (min: 45:45);
3. “Non c’è niente nella teoria dei mercati efficienti che dica che si sappia prevedere perfettamente. Infatti la teoria dei mercati efficienti non dice che si sappia prevedere perfettamente ma neanche che si sappia prevedere […] La teoria dice che la gente può avere tutte le opinioni che vuole sul futuro dell’economia […] L’unica cosa che i prezzi dei mercati competitivi fanno è aggregare quell’informazione efficientemente e  diffonderla. Se per qualche ragione tutti sono convinti di qualcosa di erroneo  i prezzi rifletteranno qualcosa di erroneo.”  (min 49:11);
4. “Chi ha fatto tanti soldi dalla crisi finanziaria non è andato a raccontarlo” (min: 50: 59);
5. “La teoria dei mercati efficienti non prevede il giusto ma aggrega l’informazione a disposizione degli agenti che partecipano ai mercati” (min 52:00)

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Note a margine

  1. La disastrosa capacità previsionale degli economisti neoclassici è un dato di fatto attestato da qualsiasi studio in materia (si veda qui  qui e anche qui): ad esempio nell’ultima referenza si legge un chiaro inquadramento del problema

The failure of economists to predict the Great Recession of 2008–09 has rightly come under attack. The areas receiving most criticism have been economic forecasting and macroeconomic modelling. Distinguished economists – among them Nobel Prize winner Paul Krugman – have blamed developments in macroeconomic modelling over the last 30 years and particularly the use of dynamic stochastic general equilibrium (DSGE) models for this failure.

  • Diapositiva39Per Boldrin tuttavia non è obiettivo della teoria fare previsioni e anzi anche lui è dell’opinione che la teoria preveda che non si possano fare previsioni in accordo dunque con quanto sostiene il premio Nobel per l’economia Robert Lucas:

 

Una cosa che non possiamo avere, ora o mai, è un insieme di modelli capaci di prevedere improvvise cadute del valore delle attività finanziarie, come il declino che è seguito al fallimento della Lehman Brothers. Questa non è una novità. È noto da più di quarant’anni ed è una delle principali implicazioni della «ipotesi dei mercati efficienti» di Eugene Fama, in cui si afferma che il prezzo di un’attività finanziaria riflette tutta l’informazione pertinente generalmente disponibile. Se un economista avesse avuto una formula capace, per esempio, di prevedere in modo affidabile la crisi con una settimana di anticipo, allora la formula sarebbe diventata parte delle informazioni generalmente disponibili e i prezzi sarebbero precipitati una settimana prima

Da una parte questa tesi presuppone l’esistenza di una situazione di equilibrio nell’economia: solo all’equilibrio le (piccole) perturbazioni sono ininfluenti e vengono assorbite dal sistema economico. Dall’altra parte non si capisce, se così fosse, perché gli economisti continuino a fare previsioni e dare suggerimenti di politica economica dato che le teoria neoclassica dovrebbe essere solo descrittiva, a posteriori, di quello che avviene. Tuttavia non è per niente così. I modelli basati sulle assunzioni dell’economia neoclassica sono comunemente usati per fare previsioni macro-economiche da tutte le principali istituzioni mondiali (FMI, BCE, World Bank, OCSE, governi nazionali, ecc.) e gli economisti neoclassici continuano a fornire suggerimenti di politica economicaDiapositiva44Diapositiva48
Il punto è che le previsioni sono sbagliate perché i modelli su cui sono basate sono sbagliati. In particolare il problema è l’assunzione di equilibrio dei mercati che è tanto banale quanto irrealistica. In grande sintesi la tesi che sostengo nel libro è che:

Nell’ultimo mezzo secolo la teoria economica neoclassica ha fornito le basi teoriche per sostenere che, al fine di aumentare l’efficienza del mercato, i governi avrebbero dovuto privatizzare le proprie industrie e deregolamentare il mercato stesso. Questo risultato sarebbe dimostrato da raffinate teorie economiche che, attraverso una procedura logico-deduttiva, caratterizzata da un certo rigore formale matematico, avrebbero fornito una serie di teoremi matematici a supporto di tali conclusioni. Tuttavia, studiando le ipotesi alla base dei teoremi matematici utilizzati in economia, si nota una straordinaria differenza tra le condizioni in cui questi si applicano e la realtà: il realismo, al contrario del rigore, è stato del tutto trascurato.

  1. Secondo Boldrin se qualcuno avesse avuto un modello per prevedere la crisi sarebbe diventato multi-milionario e dunque non lo avrebbe certo divulgato. Questo infatti  è avvenuto:  un esempio è descritto nel bel film “La Grande Scommessa”  la-grande-scommessa-film-2016-3(ispirato a eventi e personaggi reali) in cui vari operatori avevano capito il regime di grande instabilità dei mercati nell’immediato della crisi finanziaria e hanno saputo trarne vantaggio economico. Ma, appunto, erano delle eccezioni perché la convinzione dominante degli economisti accademici e dunque dell’opinione pubblica e della gran parte degli operatori di borsa era quella così espressa dal premio Nobel per l’economia  Robert Lucas:

Sono scettico sulla tesi che il problema dei mutui sub-prime contaminerà l’intero mercato dei mutui, che la costruzione di alloggi arriverà a una battuta d’arresto, e che l’economia scivolerà in una recessione. Ogni passo in questa catena è discutibile e non è stato quantificato. Se abbiamo imparato qualcosa dagli ultimi vent’anni, è che c’è parecchia stabilità integrata nell’economia reale.

Nel libro, tra i tanti, cito questo esempio:

Il governatore della Banca centrale d’Australia Glenn Stevens ha così immortalato la reazione degli economisti neoclassici alla crisi finanziaria globale: «Io non conosco nessuno che abbia predetto il corso degli eventi […] Quello che abbiamo visto è veramente una ‘coda’, il tipo di risultato che il processo di previsione di routine non prevede»

Al contrario di quello che scrive Robert Lucas a mio parere i fatti mostrano in maniera eclatante che non c’è alcuna stabilità nell’economia reale e che il mito dell’equilibrio e dell’auto-regolamentazione dei mercati ha creato proprio il regime di instabilità che ha dato luogo alla crisi che stiamo vivendo da più di un lustro. Gli economisti teorici non dovrebbero pensare a sviluppare una “formula” per speculare nei mercati finanziari quanto piuttosto dovrebbero interpretare gli andamenti strutturali macroscopici del sistema economico. Il confronto che uso nel libro è quello con i sismologi che non possono prevedere il quando e il dove avviene un terremoto, ma possono identificare le zone sismiche. Ovviamente le zone sismiche cambiano in ere geologiche mentre l’instabilità del sistema economico in qualche lustro. Però, a differenza della sismologia, l’economia dispone di molti dati (a saperli leggere) Il fallimento dell’economia neoclassica sta proprio nell’assumere che i mercati tendano all’equilibrio e che perciò ci sia parecchia stabilità nell’economia reale. Oppure, citando sempre Lucas, che

La mia tesi in questa conferenza è che la macroeconomia, nel suo senso originario, ha avuto successo: il suo problema centrale della prevenzione di depressioni è stato risolto, per tutti gli scopi pratici, ed è, infatti, stato risolto per molti decenni.

All’opposto la mia tesi è che il concetto di equilibrio nell’ambito dell’economia neoclassica è inteso in forma completamente banale e che

mentre in fisica la matematica è stata utilizzata per ottenere spiegazioni precise e previsioni di successo, non si può trarre la stessa conclusione sull’uso della matematica in economia neoclassica nell’ultimo mezzo secolo. Quest’analisi rafforza la conclusione sulla pseudo-scientificità dell’economia neoclassica cui siamo giunti in precedenza considerando il fallimento sistematico delle previsioni degli economisti neoclassici.

  1. Boldrin cita il fisico Richard Feynman per sostenere che

la filosofia della scienza è utile alla scienza come l’ornitologia è utile agli uccelli.

e dunque implicitamente che il mio argomento sul fatto che il fallimento delle previsioni implichi la non scientificità dell’economia neoclassica sia fallace. Non so esattamente in qualche contesto e refirito a chi Feynman disse una cosa del genere, ma il mio libro incomincia, nel primo paragrafo dal titolo “Sul metodo scientifico“, proprio con questa citazione di una memorabile lezione di Richard Feynman

Ora vi spiego come cerchiamo nuove leggi. In genere cerchiamo nuove leggi attraverso il seguente processo. Prima di tutto formuliamo un’ipotesi. Poi calcoliamo le conseguenze di questa ipotesi, ottenendo le implicazioni di questa legge se fosse giusta. Infine confrontiamo i risultati di questi calcoli con la natura, con gli esperimenti e con le osservazioni per vedere se funziona. Se i risultati teorici non si accordano con gli esperimenti, l’ipotesi è sbagliata. In questa semplice affermazione c’è la chiave della scienza.

che infatti esemplifica in maniera semplice e chiara per il criterio di demarcazione, alla base del metodo scientifico,  tra scienza e pseudo-scienza. La scienza dovrebbe funzionare in buona sostanza proprio così – anche se ovviamente le cose non sono mai così semplici come spiego nel libro in un certo dettaglio.

  1. (Ndr: questo commento lo possono apprezzare soprattutto i fisici). Una delle principali obiezioni di Boldrin è che essendo fisico non sono titolato a discutere di economia. Però Boldrin stessso cita la scuola di Santa Fé organizzata da Phil Anderson (premio Nobel per la fisica, considerato il padre del campo dei sistemi complessi), Ken Arrow (premio Nobel per l’economia) e David Pines (fisico), come prova che sia già avvenuta una lunga discussione con tra gli economisti e i fisici nei bei tempi andati anderson-arrow-pines(il libro di Anderson, Arrow e Pines   The economy as an evolving complex system” è stato pubblicato nel lontano 1991) sul fatto che

l’economia è un sistema complesso evolvente … quel poco di reputazione che ho da un punto di vista scientifico è per aver usato modelli caotici in economia, non oggi ma trent’anni fa.

In effetti la discussione è avvenuta lasciando molto perplessi i fisici e non portando a nulla per quanto riguarda la teoria economia neoclassica dato che ancora oggi questa si basa su (incredibili) assunzioni come gli agenti razionali e l’autoregolamentazione dei mercati.  A questo proposito è interessante riportare la reazione dello stesso Phil Anderson alla discussione con gli economisti quando sentì parlare per la prima volta della teoria delle aspettative razionali nel famoso incontro del 1987 a Santa Fé

 Voi ragazzi davvero credete a questa roba?

Il lettore interessato può approfondire il pensiero dei fisici teorici moderni trent’anni dopo la scuola di Santa Fé (già, il tempo passa!) nel paragrafo “Cent’anni di solitudine” dove spiego perché l’economia neoclassica ha perso il contatto con il resto delle scienze naturali non trent’anni fa ma cento anni fa. Per leggere le opinioni di altri fisici, che comunque discuto nel libro, si può iniziare ad esempio dall’editoriale del fisico teorico Jean-Philippe Bouchaud pubblicato su Nature Diapositiva70all’indomani dello scoppio della crisi del 2008 dal titolo “L’economia ha bisogno di una rivoluzione scientifica”   in cui puntualizza che

Rispetto alla fisica, sembra giusto dire che l’esito positivo dei dati quantitativi nelle scienze economiche è deludente. I razzi volano sino alla luna, l’energia viene ottenuta da minuti cambiamenti di massa atomica senza grandi disastri, i satelliti di posizionamento globale aiutano milioni di persone a trovare la loro strada di casa. Ma qual è un successo che sia il fiore all’occhiello dell’economia, oltre alla sua ricorrente incapacità di prevedere e prevenire le crisi, tra cui l’attuale crisi del credito mondiale? Perché le cose vanno così? […] Per me, la differenza fondamentale tra le scienze fisiche e l’economia o la matematica finanziaria è piuttosto nel relativo ruolo dei concetti, delle equazioni e dei dati empirici. L’economia classica si basa su ipotesi molto forti che diventano rapidamente assiomi: la razionalità degli agenti economici, la mano invisibile e l’efficienza del mercato, ecc. Un economista una volta mi ha detto, sconcertandomi: questi concetti sono così forti che si sostituiscono a qualunque osservazione empirica.

o dal bel libro del fisico teorico Mark Buchanan (2014)  “Previsioni. Cosa possono insegnarci la fisica, la meteorologia e le scienze naturali sull’economia”  Diapositiva72in cui si legge

Come molti altri fisici mi curo di teorie finanziarie ed economiche da un ventennio circa, quando molti di noi iniziarono a spostarsi dal proprio ambito di ricerca tradizionale e ad applicare le modalità speculative della fisica ad altri. Nell’accostare lo studio della teoria economica mi aspettavo di far fronte a un corpus di teoria speculativa e matematica sviluppato con la stessa abnegazione all’onestà intellettuale come quello che si incontra studiando fisica, ingegneria aeronautica, neuroscienza o psicologia sociale. La verità è sgradevolmente diversa. Se si studiano i teoremi economici che affermano di spiegare come i mercati funzionino e si analizzano le condizioni in cui questi teoremi sono stati sostenuti, e le conseguenze che hanno implicato sui mercati reali, si nota una discrepanza esorbitante tra le affermazioni degli specialisti e la realtà. Questa affermazione non vale per tutti gli economisti, naturalmente, ma per troppi di loro. È come se, iniziando ad esplorare i dettagli della teoria della relatività di Einstein si scoprisse che di fatto, a dispetto della reputazione che ha di essere una delle più profonde e meglio testate, a dispetto dell’uso che i fisici ne facciano ad ogni occasione, non ci sia alcuna ragione di darle credito. La fiducia della fisica e nella scienza ne sarebbe minata irrimediabilmente, e a ragione. È così con l’economica, almeno quella applicata ai mercati

Anche un matematico eclettico e innovativo come Benoit Mandelbrot ha scritto un bel libro sull’economia e sulle fluttuazioni nei mercati finanziari che ha come obiettivo

Conventional financial theory assumes that variation of prices can be modeled by random processes that, in effect, follow the simplest “mild” pattern, as if each uptick or downtick were determined by the toss of a coin. What fractals show, and this book describes, is that by that standard, real prices “misbehave” very badly. A more accurate, multifractal model of wild price variation paves the way for a new, more reliable type of financial theory.

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  1. Boldrin segnala una svista nel libro (ndr: grazie per altre segnalazioni da parte dei lettori!): si tratta del titolo di un articolo di economia. Mentre Boldrin conclude che essendo sbagliata la traduzione del titolo (ovviamente una svista nella traduzione di cui mi assumo tutta la responsabilità) per forza debba essere sbagliata anche la discussione del contenuto, in realtà questa svista nulla toglie alle argomentazioni che ho presentato: infatti il punto del paragrafo “La matematica come ornamento” non è la discussione della tesi illustrata nell’articolo di Rajnish Mehra e Edward C. Prescott, “The Equity Premium: A Puzzle“, quanto piuttosto il fatto che, nel loro articolo, non ci sia alcun accordo tra i risultati teorici e i dati empirici(*). Quest’articolo è stato preso come esempio da Donald Gillies, insieme a i classici e più noti lavori di altri premi Nobel per l’economia aderenti alla teoria neoclassica, per mostrare la differenza dell’uso della matematica in fisica e in economia. La  tesi che sostengo è che nel loro articolo

gli autori cercano di confrontare il modello di equilibrio generale Arrow-Debreu di un’economia teorica con i dati ottenuti da un’economia reale, vale a dire l’economia statunitense nel periodo dal 1889 al 1978. In questo caso non c’è nessun accordo tra i risultati teorici e i dati empirici. […] In conclusione, l’economia neoclassica, a differenza della fisica, non ha raggiunto attraverso l’uso della matematica alcuna spiegazione precisa o previsione di successo: questa è la principale differenza tra le due discipline.


Nota:
(*)Il premio azionario (equity premium) è la differenza di rendimento medio tra  titoli azionari, che sono rischiosi, e titoli di stato praticamente privi di rischio. Il premio azionario medio che Mehra e Prescott  stimano nei dati empirici nel periodo 1889-1978 è del 6,18% mentre il modello dell’equilibrio generale di  Arrow-Debreu che elaborano fornisce un valore dello 0,35%. Mehra e Prescott stessi concludono che il risultato “non è vicino al valore osservato”. 

  1. Interessante l’intervento di Boldrin (dal minuto 59:25 al minuto 1:00:20) in cui mostra in maniera semplice e lampante il problema della valutazione in economia:

Non esiste il pensiero dominante è un’invenzione cinematografica. Se voi volete parlare di economia come fosse quella cosa di cui si parla a Piazza Pulita di cui parla Loretta Napoleoni o il cretinetto di Mazzucato, non esiste. L’economia è quella cosa che gli economisti accademici fanno.

Si ricorda che Mariana Mazzucato, oltre ad essere autrice dell’interessante libro “Lo stato innovatore” è anche una affermata economista accademica. Questo di atteggiamento è la riprova di quanto scrivo nel paragrafo “La Dittatura Neoclassica

La valutazione della ricerca è un terreno di scontro per la supremazia nell’accademia anche in altri paesi. Ad esempio in Italia l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) ha nominato un gruppo di esperti valutatori che non solo sono strettamente connessi tra loro (co-autori di articoli scientifici), ma sono anche candidati e sostenitori dello stesso partito politico, Fare per Fermare il Declino (FiD). Anche in Francia è in atto un durissimo scontro per soffocare le correnti di pensiero differenti dall’economia neoclassica [….] In questo modo la visione neoclassica mainstream ha goduto (e tuttora gode) della possibilità di blindarsi attraverso la struttura assiomatica delle assunzioni su cui è basata. E così facendo lascia trasparire che le uniche discussioni ammissibili siano quelle condotte entro la propria cinta concettuale.

7. Visto che molto spesso nelle discussione (soprattutto sui social networks) viene  troppo spesso citato il fatto che mio padre fosse un economista, con un antipatico sotto-inteso, vorrei chiarire un punto. Certo che scrivo di economia anche perché mio padre era economista e ne ho sentito parlare parecchio. Poi però le cose che ho maturato le ho sviluppate nel corso della mia carriera professionale. Questo però non implica che due case editrici (Laterza e Springer) abbiano pubblicato il mio libro in virtù del fatto che mio padre era economista: ma non devo essere io a spiegare come funziona il mercato editoriale. Però riguardo a mio padre rimando a questo articolo che ben spiega il problema delle previsioni:

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Interventi

A questo punto il lettore curioso può ascoltare i diversi interventi.

  • Monica Billio: dall’inizio fino al minuto 3:02
  • Andrea Zorzi: dal minuto 3:02 al minuto 9:40
  • Francesco Sylos Labini: dal minuto 9:40 al minuto 36:13
  • Michele Boldrin: dal minuto 37:00 al minuto 58:28
  • Andrea Zorzi: dal minuto 58:35 al minuto 58:20
  • Michele Boldrin: dal minuto 59:25 al minuto 1:00:20
  • Francesco Sylos Labini: dal minuto 1:00:20 al minuto 1:10:20
  • Michele Boldrin: dal minuto 1:10:20 al minuto 1:12:10
  • Domande dal pubblico: 1:20:10 alla fine.

 

 

 

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23 Commenti

  1. Lungi da me voler mettere in dubbio un’affermazione del nostro suonatore di bongo preferito, ma…

    Penso che qualche volatile venga ogni tanto salvato dalle nostre conoscenze di ornitologia 🙂

    D’altra parte:
    Osservazione => Ipotesi => Teoria => Predizione => Verifica della Predizione => Osservazione => Ipotesi…

    Più che “filosofia della scienza”, non è la “definizione” della scienza?

    P.S.: grazie all’autore anche solo per informarci sul modo in cui “qualche” economista affronta una dibattito scientifico… (l’aggettivo è una disperata speranza legata al peso che gli economisti hanno nel decidere le sorti delle nazioni)

  2. Pare che qualche economista voglia scrivere un libro critico su String Theory per equilibrare l’interesse dei fisici (e mio) verso problemi economici. Lo incoraggio a farlo, a pubblicarlo con Springer e a venirlo a discutere in un dipartimento di fisica: lo aspettiamo con ansia. E magari aspettiamo anche una riflessione critica su quanto scritto sopra che superi i 140 caratteri di un tweet.

  3. Scrivo solo per fare i miei sinceri complimenti, una volta di più, a Sylos Labini jr. (che male c’è a essere figlio di una persona intelligente e perbene?): bravo, bravissimo, a spiegare come i soloni dell’economia neoclassica (liberisti? neocapitalisti? come li possiamo anche chiamare, avvolti come sono nella falsa coscienza?) siano ‘ontologicamente’ lontani da qualunque ragionamento scientifico serio e strutturalmente organici al pensiero politico dominante che porterà il pianeta al collasso prima di quanto ce lo aspettiamo.

  4. Dal mio punto di vista è molto intrigante l’articolo che pone un problema sulla capacità di previsione dei modelli economici, neoclassici o meno che dir si voglia. Prima di scendere nell’argomento specifico ricordo due battute classiche sugli economisti, e me ne scuso in anticipo:

    1. Se gli economisti capissero qualcosa di economia sarebbero tutti ricchi (anonimo, letta da qualche parte… ma non documentabile attualmente).

    2. Dialogo ascoltato in una grande libreria di New York: “un signore entra in libreria e chiede al commesso: dove è l’Economia? Il commesso: sulla destra, al di la della Fantascienza…”.

    Un aspetto dell’essere umano è voler conoscere il futuro: dagli stregoni delle tribù degli ominidi (con metodi i più diversi…), agli astrologhi (Keplero era addirittura astrologo ufficiale di corte), ai giocatori del lotto (metodo dei ritardi…) alla scienza con il suo metodo scientifico soprattutto per la fisica: validazioni di esperimenti con leggi fisiche capaci di fare previsioni accertabili sperimentalmente. Come? La meccanica (eccezionale) newtoniana e celeste prevede e spiega i moti dei pianeti e delle galassie: ma già il problema dei tre corpi presenta difficoltà insormontabili. Inoltre è stabile il sistema solare? La soluzione del problema è impari matematicamente: “gli 8 pianeti e Plutone sono globalmente caotici e NON si possono effettuare previsioni attendibili per la Terra oltre i 100 milioni di anni…” però!!! La teoria della relatività ampia la meccanica newtoniana (orbite aperte dei pianeti con spiegazione della precessione del perielio di Mercurio), ma non riesce ad unificare la meccanica quantistica. Anzi il principio di indeterminazione di Heisemberg distrugge per la meccanica quantistica il mito della prevedibilità degli eventi fisici…

    Esiste un analogo principio di indeterminazione nelle teorie economiche? Mi aveva colpito a suo tempo l’introduzione del principio dell’entropia nei sistemi economici discussa da Georgescu-Roegen… quando l’introduzione analoga del principio di indeterminazione? L’economia è un sistema deterministico o stocastico? Un battito d’ali di una farfalla a Wall Street può determinare un tornado nei mercati mondiali?

    Il nocciolo del problema è filosofico (e me ne scuso): è prevedibile il futuro (economico, climatico, fisico, evoluzionistico…)? Siamo a me sembra al dibattito del libero arbitrio in ambito religioso… Se Dio è onnisciente qual è la libertà umana? L’onniscienza di Dio è in senso stocastico? Vogliamo prevedere con certezza matematica il nostro futuro? L’unica certezza lo scriveva un certo Keynes: è che al lungo periodo dovremo certamente morire… Ed è bello sapere che “di doman con c’è certezza…”. Non si vive meglio non sapendo? Ovviamente sapendo di non sapere. Se non so, domani posso anche incontrare una fata meravigliosa, ma se so che domani incontrerò sicuramente una strega orrenda, che faccio? Determinismo contro indeterminismo caotico (stocastico), è sempre la perenne ricerca umana del santo Graal… E la verità è dentro di noi non fuori… svuota la mente e troverai la verità? E’ il Tao della verità?

    • Il problema non è filosofico ma molto pratico: l’idea che i mercati vadano all’equilibrio che sta alla base del lavoro di Arrow Debreu è falsa. L’equilibrio non solo non esiste (e non è stabile) ma la maniera in cui è derivato è semplicemente fuori dal mondo.

    • Francesco Sylos Labini tecnicamente tutto l’impianto marginalista è fallato e necessita di una serie di ipotesi costitutive (che dovrebbero chiamare postulati ma in realtà trattano come assiomi) che sono irrealistiche. Ipotesi dalle quali si può anche ottenere qualcosa di coerente, ma che se sono false producono previsioni fallaci.Qui c’è un’analisi di una classe di modelli, da cui si evince l’assurdità dell’economia neoclassica. Vi sono poi seri dubbi (e c’è ampia letteratura) sul fatto che si possa microfondare la macroeconomia, per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo sintetizzare. Tuttavia, come sottolineato da Dobb l’economia è una scienza intrisa di ideologia e il paradigma in auge ha la sua utilità non per la scienza ma per le classi dominanti. In ogni caso, complimenti per l’ottimo lavoro. http://noahpinionblog.blogspot.it/2013/05/what-can-you-do-with-dsge-model.html

  5. Andrebbe ricordata e riletta anche la critica del lontano 1935 alla teoria classica da parte del matematico Bruno de Finetti, nell’articolo “Il tragico sofisma” su “Rivista Italiana di Scienze Economiche”, Anno VII, fasc. III, maggio-giugno 1935, rist. in Bruno de Finetti, Un matematico e l’economia, Giuffrè Editore, 2005. Sebbene si tratti di un lavoro scritto in epoca fascista da parte di uno che allora non era affatto antifascista, si tratta di considerazioni mai rinnegate dall’autore, nemmeno dopo che egli aveva aderito al Partito Radicale. Considerazioni tanto più apprezzabili se si tiene conto che all’epoca le opere di Keynes erano sconosciute in Italia. De Finetti paragona l’economista classico a Don Ferrante, “ucciso da quel contagio che sapientemente egli aveva dimostrato non potere esistere”.

  6. In varie discussioni si tende a separare la teoria dalla “pratica”, cioè dall’implementazione di politiche specifiche. A mio parere è sbagliato. Queste alcune citazioni che chiariscono perché la fede nell’auto-regolamentazione dei mercati, equilibrio, agenti razionali ci ha condotto sull’orlo del baratro (citazioni di Marc Buchanan,”previsioni”; fonte: (R. Glenn Hubbard, William Dudley, How Capital Markets Enhance Economic Performance and Facilitate Job Creation, (New York: Goldman Sachs Markets Institute, 2004).):

    1) L’ascesa dei mercati finanziari degli Stati Uniti – e la crescente profondità dei mercati azionari, di bond e derivati americani – ha migliorato l’allocazione di capitale e di rischio in tutta l’economia americana… La stessa conclusione è applicabile al caso britannico dove i mercati di capitali sono pure ben sviluppati.

    2) Lo sviluppo dei mercati finanziari ha avvantaggiato significativamente il cittadino medio. Ha aumentato i posti di lavoro e i salari.. I mercati finanziari hanno ridotto la volatilità dell’economia. Le recessioni sono più rare e tenui quando hanno luogo. Ne conseguono picchi di disoccupazione meno frequenti e severi.

    3) Lo sviluppo dei mercati finanziari ha semplificato la distribuzione del rischio. Parte dell’efficiente allocazione del capitale è il trasferimento del rischio su coloro i quali sono più capaci di sopportarlo – o perché meno avversi al rischio stesso o poiché esso non è correlato o negativamente correlato con altri rischi in uno stesso portafoglio. Tale possibilità di
    trasferimento agevola l’assunzione di rischi non destabilizzando l’economia. Lo sviluppo dei mercati dei derivati ha giocato un ruolo decisivo nel processo di trasferimento del rischio.

    4) Offrendo ai politici immediati riscontri, i mercati finanziari hanno accresciuto i benefici del seguire buone politiche penalizzando le cattive. Le buone politiche danno bassi premi di rischio e prezzi degli attivi finanziari più alti, e gli investitori ne sono sostenitori. Cattive
    politiche portano a performance scadenti sul mercato finanziario, con una crescita di pressione degli investitori sui politici per emendare le loro scelte. Si ha come risultato il l’innalzamento della qualità della politica economica nell’ultimo ventennio, a sua volta responsabile di un miglioramento della performance economica e della stabilità macroeconomica

    • 16 marzo 2008: PER GIAVAZZI È UNA VITTORIA DEL MERCATO
      _______________________
      «Ieri e stata una buona giornata per il capitalismo. Dopo il salvataggio con una garanzia pubblica di Bears Stern in primavera e di Fannie Mae e Freddie Mac il mese scorso, si era diffusa l’impressione che il governo americano avrebbe salvato chiunque […] Invece, con grande coraggio, il segretario del Tesoro statunitense Henry Paulson ha detto basta. Il costo è stato elevato, il fallimento della terza/quarta banca d’investimento al mondo, ma il mercato ha impiegato meno di cinque minuti a capire. […] E’ una svolta importante, la vittoria del mercato. Con buona pace di chi ripete che ciò che accade negli Stati Uniti è la prova che il è capitalismo finito.
      =======================
      17 marzo 2008: CONTRORDINE. GOVERNO USA SI SMENTISCE: È UNA CATTIVA NOTIZIA … MA ANCHE NO. IN OGNI CASO, SIAMO IN BUONE MANI
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      «postilla

      Ieri avevamo tirato un respiro di sollievo. La coraggiosa decisione del tesoro americano di lasciar fallire Lehman, sembrava rappresentare una svolta: banche, case automobilistiche, linee aeree, assicurazioni, avrebbero d’ora in poi dovuto arrangiarsi da sole. Oggi il governo americano ha dovuto smentirsi. È una cattiva notizia perché significa che la situazione finanziaria continua ad essere molto grave. Ma è anche una buona notizia perché dimostra che l’economia del mondo è nelle mani di persone responsabili che non decidono guidate dall’ideologia (come pure qualcuno ieri, a Washington, suggeriva), ma dal buon senso.»

  7. certo che è facile fare i duri con le scienze dure … vi piace vincere facile … provate a fare i duri e a comparare già solo le scienze mediche con l’economia e vedrete che le cose sono meno nette … vi sono scienze esatte/dure e scienze meno esatte/soft e scienze meno, meno esatte (più umane). O no?

  8. […] Nel corso della presentazione del nuovo libro di Francesco Sylos Labini, Rischio e Previsioni, cosa ci dice la scienza sulla crisi, cui hanno partecipato il prof. Monica Billio (direttore del Dipartimento di Economia) e il prof. Andrea Zorzi, vi è stato un dibattito con l’economista Michele Boldrin sulla scientificità dell’economia neoclassica: sul suo sito Sylos Labini riassume le premesse e propone il video dell’incontro. […]

  9. Se gli uomini decidono, agiscono intenzionalmente e quindi non sono atomi o particelle allora forse il metodo matematico non e´ l´ideale o per lo meno spetterebbe agli economisti spiegare perche´lo sia

    Cmq gli austriaci non esisteranno ma che Boldrin ricorra a Minsky (M I N S K Y) per dire che gli economisti riconoscono l´esistenza delle crisi…behh…bello stomaco!

  10. La colpa è nostra. Abbiamo ridotto l’università a una specie di liceo, per cui qualsiasi scalzacane (senza offesa per nessuno, nemmeno per i cani) può imparare a memoria un capitolo e andare a ripetere a pappagallo la lezioncina; gli studenti sono stracontenti se possono studiare la lezioncina e superare i quizzettini per prendersi la lodina … e siamo tutti felici e contenti.
    Allora che bisogno c’è di finanziare la ricerca in modo che chi insegna la disciplina sia uno dei massimi esperti del settore? In modo che la lezione diventi un momento di discussione viva … nella carne della disciplina in evoluzione?
    Se l’università fosse fatta di ricercatori che vivono la loro ricerca anche in aula, che pretendesse dagli studenti qualcosa in più di quello che possono trovare sui libri, allora forse si capirebbe l’importanza di finanziare la ricerca per avere la migliore didattica universitaria possibile. E ovviamente non sarebbe sufficiente perché ci sarebbe comunque bisogno di tutti gli ausili e supporti per una didattica d’avanguardia. La ricerca e la didattica dovrebbero andare a braccetto ed essere entrambe finanziate adeguatamente dallo stato. I soldi dei privati ben vengano, ma lo stato non si può permettere di de-finanziare nella speranza dei soldi dei privati.

  11. […] Il fallimento della gran parte degli economisti nel prevedere la grande recessione del 2008-09 è stata giustamente e aspramente criticato da tanti osservatori. Illustri economisti – tra i quali il premio Nobel Paul Krugman – hanno accusato gli sviluppi dei modelli macroeconomici negli ultimi 30 anni e in particolare l’uso di modelli dinamici stocastici di equilibrio generale (Dsge) per questo fallimento. Ne abbiamo discusso in dettaglio in questo articolo. […]

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