Procede, con andamento ormai routinario, lo smantellamento progressivo dell’Istruzione pubblica che rischia di perdere un altro dei suoi puntelli, vale a dire il suo carattere nazionale. All’”autonomia differenziata” e, dunque, alla possibilità di un passaggio alle regioni a statuto ordinario di alcuni servizi erogati sino ad adesso dallo Stato, fa riferimento anche il DEF 2019, richiamandosi alla necessità di dare piena attuazione alla riforma costituzionale del 2001 che modificò il Titolo V. Il rischio di una scuola a due velocità, sintetizzata nell’immagine di un Nord che corre sui binari ben oliati dall’afflusso di risorse sempre rinnovate e di un Sud che arranca faticosamente in un ‘impossibile rincorsa, è sicuramente reale ed inaccettabile, ma non esaurisce la questione, perché non pone la domanda essenziale. Dove corre, infatti, il Nord? Presumibilmente accelera verso una formazione per competenze, attenta alle richieste delle imprese locali. La regionalizzazione funzionerà da leva eversiva sul binario parallelo percorsi formativi degli studenti e del profilo professionale e giuridico dei docenti a favore di interessi privatistici, in continuità con gli interventi legislativi in materia scolastica degli ultimi venti anni.

Procede, con andamento ormai routinario, lo smantellamento progressivo dell’Istruzione pubblica che rischia di perdere un altro dei suoi puntelli, vale a dire il suo carattere nazionale. Nell’indifferenza pressoché generale, la regionalizzazione del sistema scolastico sta compiendo piccoli, ma significativi passi, ultimo dei quali una altisonante intervista rilasciata dall’assessore all’Istruzione e Lavoro del Veneto che rivendica per una regione virtuosa, con i conti in ordine e buoni servizi, la possibilità di gestire autonomamente organici e stipendi. Il ministro Bussetti che, a pochi giorni dalla sua nomina, aveva dichiarato la sua intenzione di evitare di intervenire sul tessuto della scuola con nuove riforme ed ulteriori strappi, in un’intervista rilasciata al Corriere definisce la regionalizzazione un’opportunità, ma precisa che i tempi saranno lunghi e che si dovrà rimanere nei limiti della Costituzione. Le dichiarazioni dei due politici fanno seguito ad un’iniziativa della regione Veneto (di cui Roars si è già occupato) che, in nome dell’ “autonomia differenziata”, prevede la sostanziale regionalizzazione di scuola ed università, in concomitanza con la richiesta di attribuzione di maggiori risorse finanziarie in base a parametri che prendono in considerazione il maggior gettito fiscale del Veneto rispetto ad altre regioni italiane.

All’”autonomia differenziata” e, dunque, alla possibilità di un passaggio alle regioni a statuto ordinario di alcuni servizi erogati sino ad adesso dallo Stato, fa riferimento anche il DEF 2019, richiamandosi alla necessità di dare piena attuazione all’articolo 116, terzo comma, frutto della riforma costituzionale del 2001 che modificò il Titolo V. Sul finire del 2006, durante il governo Prodi e su sollecitazione di due sentenze della Corte costituzionale, fu varato dalla Conferenza Stato Regioni il Master Plan, piano delle azioni per l’attuazione del titolo V della Costituzione in materia di istruzione. Le travagliate vicende politiche susseguitesi, con frequenti cambi di governo e di legislatura, hanno ritardato fino ai giorni nostri l’attuazione dell’articolo 116. Nel corso del 2017, primo ministro Gentiloni, tre regioni (Veneto, Lombardia ed Emilia) hanno avviato un percorso in tale direzione, creando i presupposti per il rilancio e la realizzazione di un progetto che l’attuale governo sembra interessato a portare a termine, tanto da inserirlo nel DEF.

Se il passaggio alle regioni di ambiti tradizionalmente di competenza dello Stato centrale è nel DNA della Lega, formatasi sul finire del secolo scorso intorno alle bandiere dell’autonomismo se non della secessione, non si può, tuttavia, nascondere che la matrice legislativa di tale passaggio è da ricercarsi nel Decreto Bassanini del 2001 che già contemplava un decentramento dei servizi, ivi compreso quello scolastico. Per non parlare dell’autonomia introdotta nel 1998 dalla riforma Berlinguer, incunabolo di tutte le successive destrutturazioni del sistema scolastico in senso aziendalistico.

La “buona scuola”, che di tale tendenza rappresenta il più compiuto ed organico sviluppo, si è mostrata particolarmente sensibile alle sollecitazioni provenienti “dal mondo dell’impresa e dalle comunità territoriali” (si veda qui p. 88), fino ad invitare le scuole a “produrre un’offerta più rispondente alle esigenze delle famiglie e dei territori”. (si veda qui p. 115).

Il nesso fra gettito fiscale ed erogazione di un servizio pubblico di qualità che emerge dalla via veneta all’“autonomia differenziata” rivela una più generale concezione aberrante che esautora il carattere di diritto sociale dell’istruzione (o della salute) a vantaggio di una sua riconfigurazione come ricompensa morale dovuta ad una comunità virtuosa ed è, quindi, foriero di ulteriori attacchi a quello che resta di welfare, con forte impatto negativo sull’intero tessuto sociale, oltre che sulla scuola.

Il rischio, già denunciato da alcuni esponenti sindacali, di una scuola a due velocità, sintetizzata nell’immagine di un Nord che corre sui binari ben oliati dall’afflusso di risorse sempre rinnovate e di un Sud che arranca faticosamente in un ‘impossibile rincorsa, è sicuramente reale ed inaccettabile, ma non esaurisce la questione, perché non pone la domanda essenziale. Dove corre, infatti, il Nord? Presumibilmente, sic stantibus rebus, accelera verso una formazione per competenze, attenta alle richieste delle imprese locali. Non sfugga che il Veneto, nella bozza sottoposta all’attenzione del governo centrale, chiede di intervenire anche in merito alla programmazione dell’offerta formativa, dell’orientamento e dell’Alternanza scuola-lavoro. E’ facilmente ipotizzabile, sulla scia dei percorsi resi possibili dalla L.107, la realizzazione di quello stretto raccordo tra “scopi e metodi della scuola con il mondo del lavoro e l’impresa” (si veda qui p. 8), che rappresenta l’”asse formativo” della buona scuola. Tradotto: le imprese del Veneto (e, domani, di qualsiasi altra regione che vanti parametri di efficienza economica) intendono essere parte attiva e propositiva in merito alla definizione dei curricula degli studenti. Non è casuale che da anni l’Associazione TreeLLLe, un think thank che si occupa della qualità dell’education e che conta fra i soci fondatori e i garanti noti imprenditori e fondazioni bancarie, insista nelle sue pubblicazioni sulla necessità per la scuola di “farsi interprete dei bisogni formativi locali” (si veda qui  p.31).

La regionalizzazione favorirà una maggiore apertura del sistema dell’istruzione verso le richieste del mercato, affrettando la liquidazione di quella formazione generale, attraverso i saperi disciplinari, dell’uomo e del cittadino che spetterebbe alla scuola curare. Lo stesso ruolo istituzionale – di strumento precipuo di formazione alla cittadinanza- che ad essa assegna la nostra Costituzione (non a caso oggetto di attacchi ripetuti da parte di schieramenti politici diversi) si trova fortemente compromesso da un’impostazione mirante ad adattare l’impianto scolastico ad esigenze privatistiche. Malgrado le prudenti parole del ministro Bussetti, che ha tutto l’interesse ad evitare per ora uno scontro aperto all’interno del governo su un tema che potrebbe divenire scottante, è il carattere nazionale e unitario di tutto il sistema che “l’autonomia differenziata” rischia di fare saltare.

Programmi scolastici e modalità di reclutamento del personale sono gli obiettivi principali della possibile destrutturazione. La regione Veneto ha già ottenuto di insegnare storia e cultura veneta. Si potrebbe, quindi, assistere nei prossimi anni ad una progressiva introduzione nei percorsi disciplinari di materie e temi legati a particolarismi comunitari, privi di qualsiasi fondamento epistemologico e ai quali verrebbe sacrificata una visione più complessa e di ispirazione universalistica. E’, qui, presente in nuce il rischio di una deriva culturale che va ben oltre il caso preso in esame, le cui conseguenze sul lungo periodo potrebbero essere devastanti.

Relativamente agli organici, la bozza messa a punto dal Veneto prevede non tanto che i docenti e gli Ata passino alle dirette dipendenze della Regione , ma che le regioni possano assumerli direttamente, pagandoli con propri fondi. L’assessore all’Istruzione , nella sua intervista, assicura che ciò comporterà una rivalutazione del trattamento economico dei beneficiari delle assunzioni regionali. Rimangono aperte perlomeno tre questioni fondamentali: quali saranno i criteri di reclutamento, quale sarà l’inquadramento giuridico di questi lavoratori e quale la loro posizione rispetto al contratto nazionale.

Non sono questioni di poco conto, soprattutto se vengono rapportate ai suggerimenti in merito forniti dal think thank di matrice confindustriale Treelle ai “decisori politici” e da questi prontamente recepiti nella ideazione della buona scuola. In un quaderno uscito nel 2014, si denuncia la (presunta) inadeguatezza della scuola italiana rispetto a quella anglosassone, indicandone le cause

“nelle vetuste e inadeguate regole del gioco entro le quali il personale scolastico è costretto ad operare (stato giuridico, contratto di lavoro, formazione iniziale e in servizio, reclutamento, assenza di valutazione esterna”) (p. 18).

La soluzione proposta per creare nuove “regole del gioco” all’insegna dell’efficienza e della sinergia fra mondo della scuola e mondo del lavoro risiede nell’inserimento, soprattutto nell’ambito della formazione professionale, di “personale esterno, non ruolizzato” (p. 143), cioè con contratti a tempo determinato. Ancora, non ben chiaro quali modalità concrete saranno messe in atto relativamente ad assunzioni e retribuzioni dei docenti scelti dalla regione, ma il rischio che , assieme ai programmi, saltino anche i contratti nazionali non sembra poi così infondato.

Pertanto, la regionalizzazione funzionerà da leva eversiva sul binario parallelo (e spesso intersecantesi) dei percorsi formativi degli studenti e del profilo professionale e giuridico dei docenti a favore di interessi privatistici, in continuità con gli interventi legislativi in materia scolastica degli ultimi venti anni. Ispirati alla razionalità neoliberista, tali interventi hanno trasformato la scuola in un’azienda incaricata di reperire e gestire risorse – fondi di varia provenienza e “capitale umano”- e il dialettico processo di insegnamento-apprendimento in una performance riconducibile a predeterminate procedure e misurabile nell’immediato quanto ai risultati ottenuti.

L’architrave su cui poggia tutto l’edificio è l’assunzione della concorrenza come principio fondante dell’ordinamento scolastico: concorrenza fra regioni, concorrenza fra scuole della stessa regione, concorrenza fra docenti all’interno della stessa scuola, nel pieno sviluppo di quella logica aziendalistica che dall’autonomia varata da Berlinguer fino al bonus per gli insegnanti “migliori” introdotto dalla L.107 sta svuotando la scuola della sua dimensione culturale, formativa ed etica.

Non sappiamo, ad oggi, quale risposta il Parlamento darà alla bozza di disegno di legge delega presentato dalla regione Veneto; è possibile che, sulla scia delle preoccupazioni del ministro, si opti per una soluzione prudente che resti entro i limiti formali della Costituzione ( a meno che non si modifichi la Costituzione stessa , come già è avvenuto per il titolo V o l’articolo 81…). Resta che la logica sottesa alla regionalizzazione va in direzione opposta allo spirito del dettato costituzionale , poiché si pone in palese contrasto con l’articolo 3, minando la possibilità di un effettivo accesso alla cittadinanza garantito dall’ istruzione per tutti, a prescindere da sesso, razza, lingua, religione e gettito fiscale.
Se le richieste del Veneto saranno sostanzialmente accolte, altre regioni seguiranno e non è difficile prevedere l’esito, in termini culturali ed istituzionali, di una progressiva ma inarrestabile frammentazione del sistema scolastico nazionale che, dato l’attuale assetto socio-economico, non può che favorire l’affermazione di forti interessi privati nel campo dell’istruzione.

Informare e aprire un ampio dibattito pubblico sulla questione è prioritario, coinvolgendo i docenti innanzitutto, molti dei quali sono all’oscuro di questa nuova controriforma che non suona la grancassa della buona scuola, ma indossa i panni anonimi e rassicuranti dei bravi cittadini che pagano di più e pretendono di più. Studenti e famiglie dovrebbero sapere che dietro le sirene dell’efficienza e del merito si nascondono gli avvoltoi della diseguaglianza e della concorrenza, terreno infido dove , di fronte a pochissimi che vincono, i più perdono.
Ci sono ancora margini di manovra, l’accordo fra la regione Veneto e il Parlamento non è ancora stato siglato: attraverso prese di posizione pubblica, appelli, petizioni (in rete ne circola già una), cittadini e organizzazioni culturali, politiche, sindacali potrebbero e dovrebbero fare pressione sul governo, approfittando delle evidenti contraddizioni e dei crescenti contrasti in seno alla compagine governativa.

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13 Commenti

  1. Ben venga l’autonomia, ben venga anche un diverso modo d’insegnare ed imparare. Che, come i risultati dei test PISA dimostrano, sarà estraneo alla mentalità di una parte del paese ma risuona invece con la mentalità della restante parte. I “particolarismi comunitari” sono “privi di ogni fondamento epistemologico”? Con tutto il rispetto, l’autrice dell’articolo in questione qui sfiora il delirio. Se anche si volesse ridurre la “cultura locale” allo studio dei “dialetti” e del folklore, la dialettologia, l’etnologia o l’antropologia sarebbero prive di ogni fondamento epistemologico? Sarebbe priva di ogni fondamento epistemologico la storia delle entità statuali inferiori ad una certa dimensione (stabilita da chi e come)? Sarebbero prive di ogni fondamento epistemologico la storia e l’archeologia delle civiltà “barbariche”?

    • Anche io penso che i test PISA risuonino con la mentalità di una parte del paese che è antropologicamente, etnologicamente ed anche epistemologicamente diversa dal resto del paese. Per la Toscana, che ritengo far parte della parte del paese per cui PISA risuona, proporrei di introdurre fin dalla scuola dell’infanzia corsi di storia, etnologia e dialetti dei popoli pisani per i pisani; ovviamente storia, etnologia e dialetti dei popoli livornesi nelle scuole di Livorno; per firenze forse andrebbero distinte le scuole della città da quelle del contado fiorentino…

    • SMS@ Sono totalmente d’accordo con te. Ben venga l’autonomia, è l’unico passo tattico percorribile per costringere le regioni a accettare una competizione di investimenti sull’istruzione. Se Zaia (che verrà fatto fuori molto presto da Salvini) vuole pagare di più gli insegnanti, investire in ricerca e nelle università locali perchè non farglielo fare. Meglo tutti sfigati in compagnia che qualcuno che si riscatta. Preferite che spendano i denari in scuole professionali ??!!
      La ricerca caro Baccini e cara Mazzoli non è veneta è internazionale. Sono quelle meschinerie regionalistiche che fanno si che si veda il poco o il niente e si sia distratti nel confronti del tanto (Provincie autonome in primis: Bolzano, Trento Aosta etc). Putroppo la lungimiranza dei Professori Universitari è nota ed è concausa del casino nel quale siamo. Sia chiaro onore e merito assoluto a Roars e alla battaglia che fa da anni, ma per favore cerchiamo di vedere i passi in una scacchiera. Se Zaia investe allora lo faranno anche altri. Attualmente l’emila già fa molto grazie a Patrizio bianchi. Ps non ho verità in tasca, ma per favore tiriamo fuori la testa dal secchio delle ovvietà e dei pregiudizi.

    • Baccini@ il dibattito riguarda anche l’università, forse ti sei dimenticato che c’è un unico ministero e se hai letto documenti speicifici, c’è intenzione anche su università

    • Entro ottobre avremo la regionalizzazione di scuola e università? leggiti questo pubblicato da roars 18 dicembre un po’ distratto vero ?!
      viva roars comunque

    • SMS consulting? quale? ce ne sono parecchie…e comunque sono tutte ditte di consulenza privata a privati! Diciamo che il giudizio positivo dato da una agenzia di consulenza ad una riforma di tipo aziendalistico è assolutamente coerente, ma non aggiunge nulla alla discussione. Lo sappiamo: siete contenti. Ci saremmo stupiti del contrario!

  2. 0. alcuni link risultano irraggiungibili. prego di controllarli chi … deve! (magari al tempo dello “scritto” erano funzionanti, adesso … non esistono proprio più le pagine “linkate”!)

    1. l’articolo mette in guardia da pericolose (ed eversive, a mio avviso) richieste di regionalismo differenziato/rafforzato. Tra l’altro, anche regioni “povere”, i loro presidenti, intendo, potrebbero trovare MOOOLTO conveniente, pur pagando il dazio di un po’ di soldi in meno, il poter mettere le mani direttamente su tante cose, e, nel nostro caso, su assunzioni nella scuola, su programmi, materie, corsi di laurea di interesse elettor … oooops, regionale, interesse regionale volevo dire. Ma poi, sposo in pieno il corretto e rigoroso commento di Alberto Baccini, (tra l’altro storicamente da noi non ha quasi mai attecchito una dimensione regionale, bensì siamo stati i campioni di una dimensione cittadino-comunale), programmi e materie e assunzioni andrebbero correttamente, storicamente, politicamente, fatte comune per comune!

    • @laccetti
      mi permetta, le segnalo che nelle province autonome si sta investendo in ricerca con ottimi risultati, ottimi anche gli stipendi. A bolzano bisonga conoscere anche il tedesco. Quando mi capita con colleghi ed amici di quelle parti di segnalare il fatto che ci costano un sacco di soldi (in tasse mantenute localmente o addirittura in finanziamenti che arrivano in più) rispondono che l’investimento dà ottimi risultati e questi portano benessere all’intero sistema. Ora perchè in lombardia o in altri posti non si può investire di più lasciando più soldi localmente per l’unviersità la ricerca o altro? Tenga in più presente che ad esempio a Padova c’è una università che ha sempre risultati eccellenti. Capisco il suo ragionamento, am secondo me è sbagliato. Intriso di pregiudizi e luoghi comuni, mi scusi se sono un pò puntuto, non ho verità in tasca, ma l’autonomia di alcune regioni ci farebbe un gran bene, costringerebbe ad esempio i vari governi regionali ad investire di più o ad assumersi delle maggiori responsabilità..

  3. Se i risultati dei test PISA dividono il paese in maniera così netta, una ragione ci sarà. Suggerisco, a tal proposito, la lettura e meditazione di Robert Putnam che non è un seguace di Salvini. Con tutto il rispetto, le argomentazioni contro la impropriamente detta “cultura locale” sono trite, ritrite e banali. Solo gli italiani e i francesi praticano un tale ottuso centralismo, nel resto d’Europa si guarda al mondo a partire dalla propria piccola realtà. A prescindere dal fatto che non si tratta solo di qualche ora alla settimana di “cultura locale” (richiesta per me sacrosanta e che non è minimamente in contrasto con l’essere “cittadini del mondo”) ma di un diverso modo di insegnare ed apprendere. Qualcuno può affermare che paesi come la Scozia o la Svizzera siano scientificamente sottosviluppati? Che svizzeri e scozzesi corrano ad iscriversi nelle università italiane, disgustati dal localismo estremo del loro paese?

  4. Direi ottimo articolo, che fa anche il punto storico su quanti hanno operato per condurre la scuola a luogo di formazione professionale, più che di educazione di cittadini consapevoli. A partire, come citato, dalle riforme Berlinguer e Bassanini.

  5. Anche se il thread non e’ su universita’ e ricerca, ne approfitto per segnalare una tematica che non ho visto altrimenti riportata su ROARS …. non e’ che rischiamo di avere addirittura non la regionalizzazione ma la provincializzazione del personale di enti di ricerca e universita’ ?

    In questi giorni e’ caldo p.es. sulle mailing list interne dell’INAF, dell’INFN ma anche di Unilex il tema di un presunto obbligo di iscrizione a ordini professionali. Questo parte dalla legge 3 2018 che nel titolo regolamenta le “professioni sanitarie” (e poi con un decreto del Ministro della Salute di marzo), che fra l’altro pone gli ordini dei Chimici sotto la sorveglianza del ministero della Salute e li trasforma in ordini dei Chimici e dei Fisici (senza precisare “sanitari”).

    Ora cosa c’entrano gli astrofisici dell’INAF o i particellari dell’INFN (enti vigilati dal MIUR) con la salute ? E che senso ha imporre un obbligo (con pagamento di cospicua tassa di iscrizione) a chi lavora in enti di ricerca e universita’ ? Poi se ben capisco questi ordini hanno una articolazione provinciale o multiprovinciale con una federazione nazionale. Che senso ha per dei ricercatori il cui riferimento e’ la comunita’ internazionale dover aderire a simili organismi ? Io non sono iscritto nemmeno alle societa’ nazionali tipo SAIt o SIF (ma sono membro della International Astronomical Union … e senza pagare dato che INAF e’ ora il National Member, in sostituzione del CNR membro fondatore nel 1922).

    Forse di questi tempi dovremmo invece prepararci ad afferire all’Ordine Albertiano di Leibowitz !

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