Sarà pure vero che i docenti italiani sono sotto-pagati, ma c’è un motivo. Infatti, i dati Ocse mostrerebbero che, in confronto alla media OCSE, “le ore d’insegnamento nette dei docenti italiani sono, invece, più basse. […] si sta in classe […] alle superiori 667 ore (Italia) contro 1.629 ore (media Ocse).” Questo è il succo di un articolo apparso sul Sole 24 Ore a firma di Claudio Tucci. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Possibile che gli insegnanti italiani lavorino in classe quasi due volte e mezzo in meno dei loro colleghi tedeschi, olandesi e francesi? Se si ha la pazienza di andare sul sito dell’OCSE a controllare i dati grezzi, si scopre che la notizia del Sole 24 Ore rientra a pieno diritto nella categoria delle fake news. Infatti, il confronto è basato su numeri due volte sbagliati. Prima di tutto, Tucci non ha nemmeno riportato correttamente le ore nette di insegnamento italiane perché ha letto la colonna sbagliata nella Country Note dell’OCSE relativa all’Italia. Ma l’errore più grave e decisivo è stato quello di confrontare le mele con le pere. Invece di confrontare le ore di insegnamento nette (net teaching hours) italiane con quelle degli altri paesi, Tucci ha confrontato le net teaching hours italiane col total statutory working time* degli altri paesi, un dato che nelle scuole superiori dei paesi OCSE è 2,4 volte maggiore delle net teaching hours, perché include anche il tempo dedicato alla preparazione delle lezioni, alla correzione dei compiti, alle riunioni, ai colloqui con i genitori e così via. Dal che si capisce che all’origine della clamorosa statistica denunciata dal Sole 24 Ore non c’erano gli insegnanti sfaccendati ma un giornalista che aveva preso fischi per fiaschi.

*Total statutory working time refers to the number of hours that a full-time teacher is expected to work as set by policy. It can be defined on a weekly or annual basis. It does not include paid overtime. According to a country’s formal policy, working time can refer to:

  • the time directly associated with teaching and other curricular activities for students, such as assignments and tests
  • the time directly associated with teaching and other activities related to teaching, such as preparing lessons, counselling students, correcting assignments and tests, professional development, meetings with parents, staff meetings, and general school tasks.

(Education at a Glance 2019, p. 425)

____________

1. Docenti lavorano poco, OCSE dixit (?)

In un recente articolo comparso sul prestigioso Sole 24 ore [1] del 10 u.s. Claudio Tucci tocca l’annoso e irrisolto tema delle retribuzioni degli insegnanti italiani (che, en passant e senza che sia necessario valicare i confini nazionali, da anni si contendono con i dipendenti di regioni e autonomie locali – per un pugno di euro – la palma di lavoratori peggio retribuiti dell’intera PA [2]: considerando che l’insegnamento richiede di norma una laurea e una o più abilitazioni alla professione, proporrei di assegnare comunque il poco invidiabile primato ai docenti).

Ammette sì Tucci, facendo riferimento ai “dati OCSE”, che l’Italia sfiguri nettamente nel confronto con altri Paesi, europei e no, in materia di trattamento economico dei propri insegnanti: “Che le retribuzioni dei professori siano basse, nel confronto internazionale, lo dicono da tempo le principali statistiche sulla scuola.” Se lo dice l’Ocse… d’altro canto, facendo nostro il sano pragmatismo confindustriale, diciamocelo: i numeri sono numeri e contra factum non est argumentum. Per fortuna, tale misera figura nel confronto internazionale non sembra avere mai particolarmente turbato i governanti nostrani: tutti accomunati, qualunque sia la collocazione politica, da una strepitosa prodigalità nell’elargire reboanti promesse, cui puntualmente fa seguito il nulla.

L’opinionista del quotidiano confindustriale, tuttavia, lodevolmente non manca di fornire immediata interpretazione dello stato di cose (d’altronde, Aristotele nel I libro della Metafisica ci ammonisce: il vero sapere è conoscere le cause): i docenti italiani sono pagati poco, perché lavorano poco (oltre a mostrare una scandalosa renitenza ad avvalersi delle splendide occasioni di aggiornamento offerte dalla piattaforma ministeriale SOFIA – ma questa è un’altra storia [3]).

A inoppugnabile sostegno del proprio conato interpretativo scrive infatti testualmente Tucci:

 

Lasciamo pure da parte il riferimento alla fallimentare ed antifrastica “Buona scuola” (al riguardo, ex multis, cfr. [4]). Restiamo ai numeri, di fronte ai quali ci immaginiamo il lettore del Sole 24 ore colto da un soprassalto, squassato da un legittimo moto di profonda indignazione: ma come? Nei Paesi OCSE si lavora per ben 1629 ore annue e un nostrano professore di liceo è impegnato la miseria di 667 ore? Quasi due volte e mezzo in meno? Abbassarli, si dovrebbe, gli stipendi di questi sfaccendati, altro che aumentarli! [5]

NdR: Come si vedrà in seguito, le ore di insegnamento nette dei docenti italiani riportate da Claudio Tucci sono in contrasto con i dati OCSE. Il lettore interessato può trovare la verosimile genesi di questo errore nell’Appendice.

2. Cosa dice veramente l’OCSE

A scopo terapeutico, all’indignato lettore suggeriremmo allora di andarseli a vedere, questi famosi e quasi mitologici “dati Ocse”: la fatica potrebbe essere ricompensata addirittura da una qualche soddisfazione intellettuale.

Ma nella fondata ipotesi che all’uopo il tempo gli manchi, i “dati Ocse” andiamo a vederceli noi, cominciando con la tabella 1, che pone a confronto, per Paese e grado di istruzione: (a) la durata in settimane di insegnamento dell’anno scolastico; (b) il numero di giorni di insegnamento; (c) il numero di ore di insegnamento previste da norme di legge o da contratto (insomma: quanto “si sta in classe”); (d) le ore richieste più in generale di permanenza a scuola; (e) l’ammontare complessivo di ore di lavoro previste da norme di legge o da contratto. In alcune caselline figura un ND, che sta per “dato non disponibile”; in altre, compare invece un NA, acronimo di “non applicabile”.

Si guardi ora con attenzione la riga, evidenziata, corrispondente al nostro Paese: alle voci relative al tempo contrattualmente previsto di permanenza a scuola o di lavoro totale annuo per l’Italia figura sempre “non applicabile”. Il motivo è semplice: il CCNL italiano [6] parametra le retribuzioni con riferimento al numero di ore di insegnamento (25 ore settimanali nella scuola dell’infanzia, 24 nella primaria e 18 nella secondaria) ma tace, per quanto attiene agli aspetti retributivi, su tutto il resto. Ogni attività, come si dice “funzionale all’insegnamento”, semplicemente non è riconosciuta, dunque non è retribuita in quanto tale, ma è fatta rientrare in un’elastica e onnicomprensiva “funzione docente”, con gran vantaggio per le casse dello Stato: tale voce comprende infatti una quantità di incombenze (rapporti con le famiglie, partecipazione alle riunioni degli organi collegiali, preparazione delle lezioni e degli elaborati scritti, almeno limitatamente alle discipline che prevedono tale modalità di verifica, correzione degli elaborati stessi, formazione, aggiornamento, incombenze burocratico-amministrative di ogni sorta, ecc.) che fondamentalmente vengono ad essere svolte a titolo gratuito: semplicemente, lavoro sommerso. Passi centinaia di ore all’anno a correggere centinaia di scritti? Affari tuoi: io Stato-datore di lavoro questo impegno non te lo riconosco. D’altronde, non lo sapevi? insegnare non è una professione: è una “missione”.

Ove per davvero si tenesse invece conto analitico di tutti gli impegni connessi alla funzione docente, è parere di chi scrive che la situazione italiana sarebbe nel complesso del tutto in linea con quel “valore medio” dei Paesi in cui il datore di lavoro riconosce in toto, senza comode furbizie ma con onestà la prestazione lavorativa dei propri dipendenti.

Che cosa fa invece Tucci? Pone a confronto il tempo di lavoro contrattuale medio complessivo per i Paesi che prevedono tale voce, con il numero di ore di attività “frontale”, ossia di insegnamento in aula: come avrebbe detto la maestra del buon tempo antico, confronta le pere con le mele, contribuendo in tal modo ad alimentare il mito dell’insegnante italiano sfaccendato rispetto ai ben più operosi colleghi di molti altri Paesi nostri “competitori” (e già: se l’incremento del PIL nazionale – vera divinità del nostro tempo – è sistematicamente il più pietoso dell’Occidente sviluppato, è perché nella scuola italiana si lavora poco e male. Non un fiato sull’inesistenza di serie politiche industriali, sull’incapacità del Paese di “fare sistema”, sull’inefficienza più generale della PA, sui tempi biblici della giustizia penale e civile, sull’insufficienza delle infrastrutture, sulla capacità o volontà degli imprenditori italici di investire e innovare in prodotti o in processi, sulla disastrosa corrosione del tessuto sociale operata dalla criminalità più o meno organizzata in larghe aree del Paese, sull’elusione e sull’evasione fiscale, sulla corruzione endemica, sulla libertà di stampa – che nel 2019 ci vedeva dietro, ad esempio, a Giamaica, Costa Rica, Burkina Faso, Namibia, Uruguay e Ghana [7] –, sul livello culturale e sulla preparazione della classe dirigente italiana di ogni ordine e grado. Macché. La prima cosa è sempre riformare la scuola, principio e cagion d’ogni sventura, magari cominciando a far lavorare veramente quegli sfaccendati – i dati Ocse non mentono! – dei professori: i meno retribuiti dell’italica amministrazione pubblica, ma in compenso ben più esposti, rispetto a quanto accade per il complesso della popolazione, al rischio di neoplasie, patologie psichiatriche, depressione, burn out [8]).

3. Qualche confronto basato sui dati giusti

Per rendere il confronto ancora più semplice e incisivo, la tabella 2 estrae i dati oggettivi, per davvero comparabili in materia di impegno lavorativo: il numero di ore di insegnamento previste contrattualmente o per legge, il numero di giorni di scuola per anno scolastico, la durata dell’anno scolastico in settimane. Per brevità, si sono scelti i dati riguardanti la scuola secondaria superiore, ma confronti analoghi possono essere facilmente effettuati per gli altri gradi scolastici, con esiti in fondo non dissimili.

In questo modo il lettore del Sole 24 ore (a questo punto si spera un poco rabbonito) potrà farsi un’idea personale di quanta differenza intercorra davvero tra i vari Paesi, magari ponendo particolare attenzione a quanto accade in Paesi geograficamente e culturalmente più prossimi all’Italia (ad esempio, i Paesi dell’Unione Europea).

Infine, per quel che riguarda i livelli retributivi, la tabella 3 riporta i dati OCSE (di nuovo, per la secondaria superiore) relativi alle retribuzioni annue medie per docenti di scuole pubbliche in USD equivalenti a parità di potere d’acquisto, mentre la tabella 4 esprime la retribuzione media per ora di insegnamento, ottenuta dividendo la retribuzione annua media per il numero di ore di insegnamento previste contrattualmente. Potrebbe così scoprire, il nostro ormai famoso lettore del Sole 24 ore, che – ad esempio – Stati quali Polonia, Belgio, Norvegia, Portogallo, Islanda e Slovenia (che non siedono al tavolo dei “Grandi della Terra” – G7 o G8 che sia – e che non partecipano a costosissime missioni militari all’estero) trattano i propri professori assai meglio di quanto faccia lo Stato italiano (le cui Forze Armate nel 2019 sono però state impegnate in ben 45 missioni militari all’estero, per un costo di oltre 1,13 miliardi di euro [9]. In questo ambito, a differenza di altri, chissà perché il decisore politico di turno, quale che sia, non può mai sfigurare: che sia il prezzo da pagare per sedersi al “tavolo dei Grandi”?).

4. “Aumenti di busta paga non proprio secondari”

Però, una cosa occorre ammetterla: Tucci chiude con generosità il proprio pezzo, regalando a tutti una nota di speranza:

 

Gli si potrebbe rammentare che il taglio del cuneo fiscale, sui cui si dovrebbero basare i citati aumenti, rappresenterà un sacrosanto beneficio generale: la nota di speranza è dunque da estendere, per onestà intellettuale, a tutte le numerosissime categorie di lavoratori malpagati di questo Paese, che giustamente riceveranno forse (staremo infatti a vedere come andranno in realtà le cose) qualcosa in più.

Per quanto riguarda invece la specifica situazione dei docenti italiani, c’è da scommettere che – anche dopo la caduta della manna dal cielo data per imminente da Tucci  – resteranno i peggio pagati della Pubblica Amministrazione nazionale.

Ma in fondo poco importa.

Buona parte della pubblica opinione, anche e soprattutto grazie al battage pluridecennale dei nostri liberi mass media nazionali, ha finito per far proprio il miserabile dogma di un altrettanto miserabile neoliberismo d’accatto: “un uomo vale in proporzione a quanto guadagna”. A questo dogma opporremo sempre le parole che l’immenso Aristotele ha scolpito una volta per tutte nella Metafisica: “il carattere che distingue chi sa rispetto a chi non sa, è l’essere capace di insegnare.”

[1] http://scuola24.ilsole24ore.com/art/scuola/2020-02-08/quanto-guadagnano-insegnanti-italia-e-europa-161126.php?uuid=ACehr9HB

http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/quanto-guadagnano-gli-insegnanti-in-italia-e-in-europa.flc

[2] http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCSC_RETRCASSCOMPPA

[3] https://www.roars.it/online/fondazione-agnelli-e-sole-24-ore-insegnanti-sfaccendati-non-si-aggiornano-nel-modo-giusto/

[4] Monello G., La fuffo scuola, Scepsi& Mattana Editori (2019)

[5]  si segnala peraltro una evidente discrepanza tra i valori della tabella 1, scaricati dal sito OECD, e i valori riportati dal Sole 24 ore: ad esempio, secondo il quotidiano confindustriale le ore di insegnamento annuo alle “medie” (secondaria di I grado) in Italia sarebbero 709, contro il dato OECD di 617. Ammettiamo di buon grado di non essere in grado di giustificare tale discrepanza, tutto sommato di rilievo marginale rispetto all’enormità degli errori di informazione presi in considerazione in queste pagine.

[6] CCNL 2016-2018 art. 28, che richiama integralmente gli art. 28 e 29 del precedente CCNL 2006-2009

[7] https://rsf.org/en/ranking/2019

[8] Lodolo d’Oria V., Insegnanti, salute negata e verità nascoste, Edises (2019);  Pazzi per la scuola. Il burn out degli insegnanti a 360°, Alpes Italia (2010)

[9] https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1161188.pdf?_1562179399911#page=3

Appendice (a cura della Redazione)

La probabile genesi della fake news

L’origine della fake news del Sole 24 Ore sembra essere stata una lettura  sbagliata della Country Note dedicata all’Italia, che l’OCSE aveva pubblicato in occasione dell’uscita del rapporto Education at a Glance 2019. I numeri  riportati dal Sole compaiono in una tabella a pagina 8 della Country Note, che per comodità riproduciamo qui sotto.

 

Esaminando la tabella, è immediato constatare che Tucci ha commesso due errori:

  1. Ha riportato erroneamente come Net teaching time italiano quello che è in realtà il valore medio OCSE. Questo errore non ha grandi effetti sui numeri, in quanto le due colonne (verde e rossa) non sono troppo diverse tra loro.
  2. Ha confrontato  Net teaching time con il valore medio OCSE del Total statutory working time, effettuando una comparazione priva di significato, dato che il Total statutory working time comprende anche il tempo dedicato alla preparazione delle lezioni, alla correzione dei compiti, alle riunioni, ai colloqui con i genitori e così via.

Come ciò possa essere accaduto è un mistero, data la relativa semplicità della tabella.

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12 Commenti

  1. Italia Oggi, 22.02.2020
    L’università italiana va verso il fallimento
    di MARCELLO GUALTIERI

    L’Università italiana è una foresta pietrificata, totalmente scollegata dalla realtà del Paese. Ad esempio, da anni mancano medici ed infermieri, ma le facoltà di medicina e scienze infermieristiche sono a numero chiuso, mentre le iscrizioni a facoltà che producono solo disoccupati non hanno limiti di iscrizioni. I docenti hanno contestato recentemente, con un appello che ha raccolto oltre 800 firme, l’eccessiva burocratizzazione e l’assoggettamento di ricerca ed insegnamento alla logica della misurazione dei risultati.

    Con il dovuto rispetto, credo che siamo lontani dai problemi del sistema, che provo a sintetizzare.

    1) L’introduzione della laurea triennale è stato un fallimento, anzi una beffa per gli studenti che alla fine del corso di laurea si ritrovano con un titolo in mano che non vale niente: tra un laureato triennale in economia e un diplomato con tre anni di esperienza si sceglie sempre il diplomato.

    2) Il sistema di abilitazione dei docenti è fallimentare. Per renderlo il più oggettivo possibile, è stato sostanzialmente messo nelle mani dei responsabili delle riviste scientifiche, che, decidendo chi e cosa pubblicare, decidono, di fatto, chi prende l’abilitazione e chi no. Le Commissioni addette alla valutazione giudicano un pacchetto preselezionato da altri.

    3) Scegliere chi e cosa pubblicare influisce anche sulla ripartizione dei fondi per la ricerca, che sfociano spesso in elaborati fini a sé stessi, cioè ad essere pubblicati su quelle stesse riviste. Un circolo vizioso e autoreferenziale.

    4) Occorre fondere nell’insegnamento, con le giuste proporzioni, ricerca e didattica. Un ricercatore scientifico raramente ha una buona capacità didattica e un bravo divulgatore raramente ha una propensione per la ricerca scientifica. E la natura umana che rende praticamente incompatibili questi due skills, che però servono entrambi. Ma l’argomento è tabù.

    5) L’Università deve aprirsi alla realtà esterna, moltiplicando gli stage, portando in aula esperienze operative, adeguando i programmi di studio ai cambiamenti in corso. Altrimenti, e senza peccare di lesa maestà, continueremo ad avere laureati in economia che conoscono il modello IS-LM, ma non sanno cos’è lo spread.

    Alcuni commenti.

    “L’Università italiana è una foresta pietrificata, totalmente scollegata dalla realtà del Paese.”
    Chi ben inizia è già a metà dell’opera… Gli esempi portati sono circoscritti e ci si sta ponendo rimedio. Il fatto che l’autore parli di “facoltà” (peraltro fatte sparire dalla “legge Gelmini”) invece di “corsi di studio” aiuta a comprendere quale sia la autorevolezza dell’autore.

    “le iscrizioni a facoltà che producono solo disoccupati non hanno limiti di iscrizioni”
    L’Università italiana sarebbe una foresta pietrificata perché non obbliga ad iscriversi a corsi di studio che non portino a difficoltà nella ricerca dell’occupazione? Anche prescindendo dalla ragionevolezza dell’idea (e ci sono molte ragioni per contestare quest’idea), un obbligo del genere dovrebbe forzarlo l’Università? Anche questo contribuisce a comprendere quale sia la autorevolezza dell’autore.

    “1) L’introduzione della laurea triennale è stato un fallimento, anzi una beffa per gli studenti che alla fine del corso di laurea si ritrovano con un titolo in mano che non vale niente: tra un laureato triennale in economia e un diplomato con tre anni di esperienza si sceglie sempre il diplomato.”
    Gli sovverrà, all’autore, che assieme alla laurea triennale in economia, su cui non mi esprimo perché non conosco, ci sono invece altri ambiti in cui la laurea triennale è molto efficace? Nel resto del mondo (che ci si chiede se l’autore conosce) ci sono 3 livelli di studi universitari, il primo è di 3 anni… Che follie fanno, questi stranieri!

    “2) Il sistema di abilitazione dei docenti è fallimentare. Per renderlo il più oggettivo possibile, è stato sostanzialmente messo nelle mani dei responsabili delle riviste scientifiche, che, decidendo chi e cosa pubblicare, decidono, di fatto, chi prende l’abilitazione e chi no. Le Commissioni addette alla valutazione giudicano un pacchetto preselezionato da altri.”
    Concordo sul fatto che il sistema di abilitazione sia fallimentare, ma per ragioni legate al fatto in sé di usare dei “dati oggettivi”. Invece il dire che i responsabili delle riviste scientifiche decidono chi prende l’abilitazione italiana è solo un altro segno della autorevolezza dell’autore, a meno che l’autore si riferisca a delle riviste italiane (ma in economia si pubblica su riviste italiane? mah…).

    “Un ricercatore scientifico raramente ha una buona capacità didattica e un bravo divulgatore raramente ha una propensione per la ricerca scientifica. E la natura umana che rende praticamente incompatibili questi due skills, che però servono entrambi. Ma l’argomento è tabù.”
    Che nei concorsi sia tabù l’argomento “altre capacità”, oltre a “chi ce l’ha più lungo o grosso” (l’elenco pubblicazioni) è verissimo, ma che un bravo docente universitario debba essere “un divulgatore” conferma il livello di autorevolezza dell’autore.

    “5) L’Università deve aprirsi alla realtà esterna, moltiplicando gli stage, portando in aula esperienze operative, adeguando i programmi di studio ai cambiamenti in corso. Altrimenti, e senza peccare di lesa maestà, continueremo ad avere laureati in economia che conoscono il modello IS-LM, ma non sanno cos’è lo spread.”
    Sembra che l’Università non si adegui ai cambiamenti in corso (ma dove vive l’autore?). Più stage di adesso mi sembra francamente fornire mano d’opera gratuita. “Portare in aula esperienze operative”, non commento. Forse voleva intendere che l’Università dovrebbe fare ricerca applicata conto terzi gratis, colmando così le carenze di preparazione degli “imprenditori”?

    Per completare il quadro sono andato a vedere su internet: l’autore ha un sito personale in cui afferma di insegnare all’Università di Torino (ma sul sito del MIUR non risulta nei ruoli dell’Università italiana).

    Adesso sappiamo con quale competenza il giornale “Italia Oggi” seleziona i suoi articolisti.

  2. Ringrazio Cervesato per il bel saggio. Volevo aggiungere che non è vero che il tempo per la preparazione delle lezioni non sia fissato: un docente di scuola secondaria ha un obbligo settimanale di 18 ore di lezione, se però l’insegnante passasse ad un incarico al MIUR sarebbe tenuto a farne 35. Dunque basta fare la sottrazione cosa che all’OCSE sembra non sappiano.

    • Giusto, ma solo sul piano dell’interpretazione/dell’analogia. Su quello puramente giuridico, no.

    • @marinella Se dovessimo chiedere correzioni per tutte le balle che sono state raccontate sull’università dovremmo affittare una equipe di avvocati e consulenti. Sciocchezze falsità distorsioni rispetto alle quali roars benemeritamente cerca di fare campagna di verità. L’errore secondo me è cercare di farla sul corrierino meneghino e sui giornali di “regime”. Io nel mio nulla da anni ho cacciato via i giovani editori che volevano regalare ai miei studenti le palle sulla università scritte sui loro giornali. Corriere e 24ore etc. dovrebbero pagare o dare gratuitamente perchè la gente si beva le loro fake. Unipubblica non ha soluzioni purtroppo, come non ha soluzioni questa campagna sul coranavirus. I giornaletti tirano il sasso e poi nascondono la mano, i politici (che compatisco e non disprezzo a priori) agiscono di conseguenza, devono chiudere per tutelare la popolazione. Come hanno dovuto contenere l’università pubblica popolata da ignobili baroni… la ricerca è importante, la società della conoscenza etc etc, ma non possiamo finanziare un mondo così perverso e baronale.

  3. Messa da parte la volontà o la consapevolezza di danneggiare, o di screditare, una categoria importante di lavoratori, la quale dovrebbe essere l’ipotesi peggiore, rimane la superficialità o l’incapacità di leggere dati, sommate alla fretta di ‘produrre’. Andiamo, però, oltre. Anche se arrivasse la ritrattazione, con tanto di sentite scuse, non è detto che questa venga letta dagli stessi lettori. E allora cosa potrebbe succedere, anzi succederà? Questi lettori trasmettono ai loro interlocutori, familiari o non, che gli insegnanti sono degli sfaccendati, e quindi, a mo’ di virus, diffondono l’essenza di una informazione deformata, deformandola ancor di più. Un danno irreparabile, perché la trasmissione della correzione non avverrà allo stesso modo, sempre che ci sia correzione e che questa venga letta e diffusa. Non so se valga per una categoria di persone, ma assomiglia alla diffamazione.

  4. Per quel che vivo io, non facciamo altro che lavorare, troppo. Non otteniamo i risultati che dovremo avere. Siamo frustrati e . Se non fosse per gli studenti meritevoli, non varrebbe la pena.
    Tuttavia, questo sistema perverso si può cambiare e devono essere docenti e ricercatori a protestare e ‘liberarsi’… Un’altra riforma dei politici, suggerita da questa o quella lobby, non sarebbe mai nel nome della ricerca e della didattica.

  5. Gentile Cervesato,

    può chiedere al Sole di pubblicare la sua critica agli argomenti di Tucci?
    Se il Sole rifiutasse, si potrebbe tentare a largo raggio con gli altri organi di stampa (l’altro pomeriggio, alla trasmissione radiofonica “Fahrenheit” hanno ospitato un dibattito sull’appello “disintossichiamoci”).
    Grazie per la lucida analisi.
    Hans Ranalli

  6. Buongiorno, vi seguo sempre con interesse e rilevo che proprio stamattina (29 febbraio) sul profilo FB de Il Sole 24 ORE è stato pubblicato un post che recita:
    Quante bufale girano in rete? Troppe. Segnalacele…
    Potrebbe essere un’occasione per segnalare l’articolo del Tucci. Saluti

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