Recentemente è stato sottoposto ad un questionario pubblico l’impianto dell’imminente Programma Nazionale per la Ricerca PNR2021-2027. Era possibile inviare un riscontro come singoli o come rappresentanti di organizzazioni. Dati i tempi, il background minimo necessario per orientarsi, la struttura del questionario orientato ad una valutazione del tutto “interna” alla cornice preordinata e all’impostazione strategica generale, la consultazione proposta pare destinata a compiacere il ministero e gli estensori del pnr. L’impressione è di una apertura alla partecipazione più asserita che reale, molto “top-down”, paternalistica, in cui si lasciano proporre alcune modifiche di dettaglio senza alcuna possibilità di discutere l’impianto generale.

Recentemente è stato sottoposto ad un questionario pubblico l’impianto dell’imminente Programma Nazionale per la Ricerca 2021-2027. Era possibile inviare un riscontro come singoli o come rappresentanti di organizzazioni. Alcune considerazioni di merito e di metodo.

Tempi

L’invio dei commenti era possibile tra l’11 di Agosto e l’11 di Settembre. La notizia è comparsa direttamente l’11 Agosto sul sito del MUR.

Come a dire, il giorno più adatto per bandire un concorso “pilotato”,  sperando che non lo noti nessuno e nessuno partecipi a parte il predestinato…

Background richiesto

Il questionario presuppone la lettura di due allegati, che a loro volta presuppongono padronanza del gergo della pianificazione della ricerca “lato pianificatori”.  Il quadro che se ne evince, rimane quello di una struttura estremamente articolata, ma ad un livello di astrazione fortissimo che è familiare solo a chi questa pianificazione la mastica da tempo, e ne ha seguito l’evoluzione nei lustri, tipicamente con incremento di complessità, astrazione e, viste dalla parte del ricercatore medio, vacuità di parole “contenitore universale”.

Struttura del questionario.

Il questionario richiede principalmente di attribuire una aspettativa di impatto ad una serie di elementi del PNR di cui manca una definizione di dettaglio e che difficilmente possono essere bollati come “irrilevanti”.  La tentazione nel compilarlo è di fatto, di attribuire tutti voti tra il 4 s il 5. Solo alla domanda sull’impatto di analoghe caratteristiche del piano precedente, si è tentati di dare voti genericamente bassi, in quanto alcune non pare nemmeno che siano state messe in pratica, e, in generale, pare che nessuna abbia sortito effetti taumaturgici.

Parlamenti e plebisciti

La ricerca Italiana avrebbe il suo organo di rappresentanza, elettivo, nel CUN. Persone elette, che dedicano a questi temi una parte significativa delle loro competenze e della loro attenzione durante il loro mandato,  e ragionevolmente anche prima. Non è chiaro a chi scrive, quale, quanto profondo, e quanto prolungato nel tempo sia stato il coinvolgimento del CUN nella definizione del PNR. Ci pare che trattandosi di un piano settennale, sia lecito aspettarsi un dialogo esteso nel tempo e con il CUN in un ruolo non meramente consultivo, ma di autorevole referente. Disponendo di un “Parlamento” dei ricercatori, pronto a un coinvolgimento prolungato su un tema tanto importante, pare singolare il ricorso, un po’ plebiscitario e un po’ populista, a un parere diretto dei ricercatori, magari distrattamente elaborato sotto l’ombrellone.

Cavalli a briglia sciolta e cavalli da calesse.

Il quadro generale del PNR è ispirato a una pianificazione estremamente complessa e articolata, che si sforza di coprire la vastità degli ambiti di ricerca e delle modalità di sviluppo connaturate ad essi, spesso assai eterogenee anche all’interno delle medesime aree disciplinari. Oltre a disorientare il lettore con una struttura che finisce per essere labirintica, il tutto sembra creare tutta una serie abbastanza complicata di approcci, che finiscono di irreggimentare l’attività in una moltitudine vasta, ma non per questo meno priva di scomodità di letti di Procuste. La prospettiva è quella di una ricerca molto pianificata, di ispirazione aziendale. Per differenza spicca il noto e sospirato approccio “libertario” alla Vannevar Bush, consolidato nel rapporto The endless frontier” fornito al presidente Truman subito dopo la seconda guerra mondiale. In quello, c’è una visione di una ricerca da lasciar galoppare libera e autodeterminata, come un cavallo “a briglia sciolta”. L’impressione di qua è quella di una nutrita varietà di calessi a cui aggiogarsi, cercando faticosamente quello più comodo.

I grandi ambiti di ricerca

Un intero allegato punta alla definizione dei grandi ambiti di ricerca.  Da un lato, questi grandi ambiti di ricerca paiono un condensato di slogan alla moda, con una sovraesposizione di certi ambiti disciplinari e una completa obliterazione di altri. Dall’altro, sfugge, anche dal punto di vista sia qualitativo che quantitativo, in cosa si distinguano questi grandi ambiti. Tutto quello che sta fuori è finanziato meno, e quanto meno? O ha accesso a una pianificazione e una progettualità diversa, e in cosa?

Un clone della struttura europea

Come in molte occasioni precedenti (sia per i PRIN Nazionali, sia per progetti regionali) c’è un chiaro schiacciamento delle strutture sulle omologhe della pianificazione europea. Da un lato questo risponde  anche a due esigenze ispirate a pragmatismo, ossia (i) evitare di creare un ambito divergente rispetto a quello europeo aumentando ancora il  disorientamento nei ricercatori; (ii) allenare nel contesto locale enti e ricercatori alla competizione europea.

Dall’altro si abdica alla possibilità (in molti ambiti, alla necessità) di specializzare il PNR per le esigenze esclusive di un sistema come quello italiano, che non è sovrapponibile agli standard europei per molti aspetti strutturali e cronicamente patologici. Il nostro sistema paese ha d’altro canto, alcune esigenze specifiche poco sentite nel resto d’europa, che dovrebbero essere curate e valorizzate in autonomia.

Esempi?  Il patologico sottodimensionamento (strutturale e di organici) e sottofinanziamento strutturale del sistema italiano, che coinvolge sia il personale di ricerca, che quello amministrativo, chiamato a districare con forze ridotte una complessa varietà di mansioni, come ad esempio su acquisti e rendicontazione dei progetti stessi, che poi finiscono, in maniera poco efficiente, per ricadere per quanto eccede le loro forze, sui ricercatori, specialmente quelli alla base della piramide.

Si potrebbe pensare  di consolidare una parte dei fondi del PNR per dare respiro al FFO/FOE. Sarebbe una riparazione del miliardo negato a Fioramonti, che giustamente lo vedeva come un primo, necessario passo di normalizzazione. Su questo punto forse era opportuno interrogare la comunità.

La progettualità funziona bene in un contesto dove l’ordinario  e il quotidiano si reggono sulle proprie gambe (vero in altri paesi, non qui) e i progetti sono figli di un percorso ideativo maturo, non di un disperato annaspare alla ricerca di rivoli di denaro indispensabili per scongiurare la paralisi. Un po’ di benzina “ordinaria” nel serbatoio perennemente in riserva favorirebbe progettazione di qualità e scongiurerebbe gli avventurismi.

Tra gli ambiti di ricerca di specificità italiana vengono in mente esempi grandi e piccoli,solo per farne qualcuno:

  • la sismologia e tutto quanto ruota attorno ai terremoti (prevenzione del danno, previsione, gestione a posteriori) importanti per noi (e dove infatti siamo all’avanguardia), ma molto assenti nella ottica EU;
  • il riequilibrio urbanistico e socio-economico dei territori, che vede una progressiva polarizzazione tra metropoli in congestione e aree rurali e montane in spopolamento;
  • le applicazioni della fisica e della chimica alla conservazione del patrimonio artistico e architettonico, un ambito che per ovvie ragioni parla molto italiano, e che ad esempio nei sottosettori ERC è introvabile, complicando la vita a chi volesse proporre progetti nell’ambito.

Un’operazione “populista”

Dati i tempi il background minimo necessario per orientarsi, la struttura del questionario orientato ad una valutazione del tutto “interna” alla cornice preordinata e all’impostazione strategica generale, la consultazione proposta pare destinata a compiacere il ministero e gli estensori del pnr.

L’impressione è di una apertura alla partecipazione più asserita che reale, molto “top-down”, paternalistica, in cui si lasciano proporre alcune modifiche di dettaglio senza alcuna possibilità di discutere l’impianto generale.

 

Send to Kindle

2 Commenti

  1. Grazie per l’interessante articolo circa l’ennesimo episodio di marchesite del grillo da parte di quella porzione di scienza italica più abituata a blandire e soddisfare il potente di turno che a far crescere la ricerca italiana.
    Il nuovo corso della ricerca dell’accademia fin dal 2010, tutto improntato alla meritocrazia cialtrona dei numerini anvur (che scientificamente hanno la stesso valore della caffeomanzia), già si presentava come il magico sol dell’avvenire che avrebbe spazzato via tutte le brutture (molte innegabili per la verità) del passato improntate al conservatorismo dei soli mezzi (posti, risorse, carriere etc.), sostituendole, attraverso l’innovazione meritocratica di stampo neodarwinista dei processi e della missione universitaria, con il migliore dei mondi possibili; mondo basato sulla ipercompetizione selvaggia, dove stranamente spesso sopravvivono non i più adatti ma i più -diciamo- malleabili (anche grazie al richiamo periodico, da parte di chi ha i capelli bianchi pieni di saggezza, alla precarietà della carriera dei più giovani).
    Abbiamo ingoiato di tutto pur di ricevere un raggio di quel sole; molti si sono trovati a loro agio ed alcuni hanno trovato addirittura la loro ragion d’essere nel precariato selvaggio pluriennale, nei regolamenti che distribuiscono solo al 50% degli aventi diritto le risorse (semplicemente abominevole), nei blocchi pluriennali degli scatti stipendiali, nello svilimento del diritto allo studio, nel dimezzamento delle borse di dottorato, nelle valutazioni arbitrarie e pseudoscientifiche, nell’avere un datore di lavoro al posto di un rettore, nei dipartimenti di (Sua) eccellenza, insomma nell’essere attaccato al calesse piuttosto che correre a briglia sciolta.

    P.S. il termine populista mi pare poco appropriato. Sia nel significato originario, dove si fa riferimento alla rappresentazione dei valori e desideri delle masse popolari, sia nel significato più moderno e spregiativo di populista, quello che fa leva sul rapporto diretto e carismatico del leader con le masse popolari, non c’è nulla in questa vicenda a favore del popolo (della ricerca), ma tanto a favore del marchese del grillo e di chi giace docile ai suoi piedi.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.