Delle otto “competenze europee”, quella di imprenditorialità è stata recentemente caratterizzata dal quadro  europeo “Entrecomp: the enterpreunership competence framework” del 2016, che il MIUR esorta ad assumere come riferimento teorico anche per la scuola italiana. La competenza di imprenditorialità si presenta come la competenza delle competenze. Una vera e propria cosmologia di attitudini ritenute indispensabili in tutte le sfere della vita e che potremmo -in maniera semplicistica – tradurre come: se sai fare una cosa, non farla gratis. In base al modello Entrecomp, la competenza di imprenditorialità si posiziona al cuore di un novello sistema tolemaico da cui si dipartono 15 settori circolari. Le 15 sotto-competenze sono interdipendenti: non si tratta di una tassonomia, ci avvertono, ma di una vera e propria “Teoria del Tutto”. La costruzione non finisce qui. Ciascuna delle 15 sotto-competenze del nostro sistema tolemaico-imprenditoriale si sviluppa in una progressione di 8 livelli di proficiency, generando un totale di 442 risultati di apprendimento.  Le centinaia di “celle” scompongono in unità di comportamento, azioni che suonano come una sorta di esortazione, del tipo: “Focalizzati sulla sfida!”, “Sviluppa idee!”, “Sii innovativo!”, “Immagina!”, “Valuta l’impatto!”, “Disegna il tuo futuro!”.

Questo post è la prima di tre parti che analizzano i recenti documenti con cui il MIUR ha invitato le scuole italiane a promuovere “Percorsi di Educazione all’imprenditorialità”:

  1. il modello teorico europeo che definisce la competenza imprenditoriale;
  2. la certificazione ministeriale delle competenze per le scuole elementari e medie;
  3. il sillabo per le scuole superiori.

Link alla seconda parte:
Piccoli imprenditori crescono: i modelli MIUR per le scuole elementari e medie

Link alla terza parte:
Il sillabo imprenditoriale del MIUR: “Oggi spieghiamo: il Business Model Canvas”

Piccoli imprenditori crescono / Prima parte

Di recente il MIUR ha invitato le scuole secondarie italiane a promuovere “Percorsi di Educazione all’imprenditorialità”, pubblicando tre documenti significativi:  una circolare, il quadro di riferimento europeo “Eurocomp” 2016 sintetizzato e tradotto e il Sillabo sull’imprenditorialità.  Con essi gli istituti potranno orientarsi nella costruzione di itinerari per giovani imprenditori. Quello sull’educazione all’imprenditorialità non è l’unico sillabo ministeriale che le scuole stanno studiando e discutendo.  Sono stati emanati di recente il Sillabo di Filosofia per le scuole superiori, il documento orientativo per la prova di italiano a chiusura del primo ciclo,  il curriculum per l’educazione civica digitale, corredato anche dall’allegro decalogo  #bastabufale.  Ultimo in ordine di tempo, “il tagliando” alle Indicazioni Nazionali del 2012 per la scuola dell’Infanzia e del primo ciclo: un documento denominato “Nuovi scenari”, che focalizza in maniera decisa l’attività della scuola di base sulle competenze europee “di cittadinanza”. Anche l’INVALSI, viste le novità introdotte dal nuovo decreto sulla valutazione e certificazione delle competenze, ha organizzato  un’intera sezione del sito con esempi di prove computer based (ma non era pedagogicamente insensato l’addestramento?) di Matematica, Italiano e Inglese per i ragazzini di terza media, che per la prima volta dovranno svolgere i test in modalità digitale. “Prossimamente”, si legge nella stessa sezione, verranno pubblicate simulazioni di prove per le scuole superiori. Sebbene da 20 anni si continui a parlare di scuole autonome e a ripetere che “non esistono più i programmi ministeriali”, con sempre maggiore frequenza si susseguono sedicenti documenti “di orientamento” che – di fatto – ridisegnano in modo soft i curricoli scolastici per via “interna” e in maniera incrementale. Il filosofo Roberto Esposito, in un suo recente commento proprio al Sillabo di Filosofia, parla di una vera e propria strategia politico-educativa: “precisamente quella di adeguare tutte le forme di sapere a un unico modello che, proprio in quanto si dichiara neutrale, risponde a determinate logiche non sottoposte a discussione”.  Vediamo con cosa devono confrontarsi stavolta le scuole per quanto riguarda l’educazione all’imprenditorialità. Divideremo la riflessione in tre parti:

1) il modello teorico europeo che definisce la competenza imprenditoriale;

2) la certificazione ministeriale delle competenze per le scuole elementari e medie;

3) il sillabo per le scuole superiori.

 

Parte prima

La competenza imprenditoriale: una cosmologia per il terzo millennio?

L’enfasi sul “modello impresa” e sul valore formativo dell’imprenditorialità non nascono oggi (una delle tre “i” della scuola della riforma Moratti era proprio l’impresa) né rappresentano  uno slogan da manifestazione o un fantasma ideologico di insegnanti tradizionali, quelli – per capirci – con “sinapsi cerebrali[1] ancora saldamente ancorate ad un valore egualitario e disinteressato dell’istruzione pubblica.

L’educazione all’imprenditorialità è uno dei pilastri educativi delle indicazioni comunitarie europee.

Le Comunicazioni della Commissione “Ripensare l’istruzione: investire nelle abilità in vista di migliori risultati socio-economici” del 2012 e la più recente “Nuova agenda per le competenze: lavorare insieme per promuovere il capitale umano, l’occupabilità e la competitività” del 2016, citate in apertura della circolare ministeriale appena pubblicata, sono documenti programmatici rappresentativi del linguaggio e delle argomentazioni con cui il discorso educativo europeo investe la nostra politica di istruzione e formazione da oltre quindici anni. Testi che aiutano ad inquadrare immediatamente il tema in oggetto e a collocarlo in un preciso contesto culturale. Per questo vale la pena sottolinearne alcuni passaggi.

  • In “Ripensare l’istruzione”, del 2012, si afferma che Scuola e Università “continuano a non essere in grado di fornire le abilità adeguate per l’occupabilità e non collaborano adeguatamente con le imprese o i datori di lavoro per avvicinare l’apprendimento alla realtà del mondo del lavoro[2]. Proprio le abilità imprenditoriali, si scrive, “da sviluppare attraverso metodi di insegnamento e apprendimento nuovi e creativi fin dalla scuola elementare” devono costituire una priorità per gli Stati membri. Sebbene molto sia stato fatto per “razionalizzare i curricoli grazie a riforme [basate su] test standardizzati [..] sviluppo professionale continuo e [diffusione di un] approccio basato sui risultati dell’apprendimento [..] questo radicale cambiamento di prospettiva non si è pienamente ripercosso sull’insegnamento e sulla valutazione.”[3] Per questo è necessario che “gli istituti di istruzione e formazione ad ogni livello [si adattino] per accrescere la pertinenza e la qualità del contributo educativo offerto agli studenti ed al mercato del lavoro[4].
  • In “Una nuova agenda per le competenze”, del 2016 si riprende l’ormai noto e collaudato mantra delle competenze, definite fonte di “occupabilità e prosperità”, di “attrazione per gli investimenti e creazione di posti di lavoro”, ma anche dote” di quel tipo di “cittadino attivo e sicuro di sé[5] di cui l’Europa del 2020 aspira a popolarsi. Quel cittadino che esprima “appieno le proprie potenzialità sul posto di lavoro e nella società[6]. Per questo è necessario: a) che i sistemi di istruzione adattino costantemente “la pertinenza e la qualità delle competenze” alle richieste produttive; b) che le competenze non solo formali, ma anche informali, da acquisire “lungo tutto l’arco della vita [iniziando] dalla giovane età” siano visibili e comparabili (attraverso un repertorio di qualifiche, come quello recentemente pubblicato). Non solo competenze specifiche “per le mansioni da svolgere”, ma soprattutto “competenze trasferibili”, proprio quelle che “i datori di lavoro esigono sempre più: [ovvero] competenze digitali, imprenditorialità, pensiero critico, problem solving, alfabetizzazione finanziaria[7].

La retorica e il lessico sono quelli con cui oramai la Scuola è abituata a confrontarsi: contenuti prescritti, “verdetti” che fanno appello ad uno “sforzo comune”(L’Europa è alla prova, l’Europa deve reagire), impiego di formule illogiche (il pensiero critico che diventa una “competenza”) e categorie concettuali vaghe e per questo immuni alla critica (lo sviluppo personale, la cittadinanza attiva, la coesione sociale). Il discorso di base è essenzialmente sempre lo stesso: Scuola e Università non sono sufficientemente adeguate alle richieste del mercato del lavoro, che esige la ridefinizione dei percorsi sulla base di competenze “trasferibili”, ossia abilità immediatamente ri-adattabili alle sue esigenze capricciose. Il nuovo traguardo educativo, ripetuto in più occasioni, è l’occupabilità. Non occupa-zione (termine che ricorre nei documenti ufficiali solo preceduto dal prefisso dis-occupazione, a legittimare l’urgenza di cambiamento), quanto piuttosto quella “capacità delle persone di essere occupate o di saper cercare attivamente, di trovare e di mantenere un lavoro”[8].  In una recente intervista a Presa Diretta[9], l’ex ministro del Lavoro Sacconi afferma che “La vera politica del lavoro oggi sarebbe finalmente una politica per la Scuola e per l’Università’. Il vero problema del lavoro in Italia è la Scuola. Un’ [intera] generazione è stata punita dal disastro educativo». Un pensiero semplice e immediato, da dare in pasto ad un’opinione pubblica impoverita e senza futuro, ripetuto in ogni occasione dai nuovi guru ispiratori delle politiche educative. Claudio Gentili, ad esempio, responsabile Confindustria Education, ha un’idea chiara di come combattere questo disastro educativo quando afferma che “l’Italia si è presa per troppi anni il lusso di iscrivere i propri figli al liceo[10]: bisognerebbe invece iscrivere i propri figli (cosa studierà il figlio di Claudio Gentili?)  a quei percorsi scolastici richiesti dal territorio. Molti ricorderanno la recente lettera aperta del dirigente di Confindustria di Cuneo, Mauro Gola, alle famiglie piemontesi e il suo 104% di fabbisogno di operai. “Scuola e Impresa sono due grandi alleate”, afferma sempre Gentili, “la Scuola è una banca, che detiene il patrimonio di cultura [..] l’Impresa aiuta la Scuola a formare i giovani a quello che è fuori dalla Scuola. Oggi chi ha più successo cambia tanti lavori. Il vero INPS, il vero welfare, sono le competenze.”[11] Tra le centinaia di definizioni di competenze, immateriali e impalpabili, che noi insegnanti ci affanniamo a cercare e misurare, come il vento d’Etere di Michelson e Morely, sicuramente quella di Claudio Gentili è la più chiara nella sua semplicità: la competenza come INPS personale.

 Il quadro Entrecomp 2016, ovvero l’Almagesto della competenza imprenditoriale

Delle 8 competenze europee, quella di imprenditorialità è stata recentemente caratterizzata dal quadro  europeo “Entrecomp: the enterpreunership competence framework” del 2016, che il MIUR esorta ad assumere come riferimento teorico anche per la scuola italiana. La versione originale è un documento di 40 pagine elaborato dal Joint Research Centre dell’Unione europea per conto della Direzione generale per l’Impiego, Affari sociali ed Inclusione, la cui sintesi tradotta in italiano fa parte del pacchetto di materiali inviati alle scuole.

Tra le tante costruzioni e collezioni di indicatori che le scuole sono state progressivamente abituate a digerire, sicuramente quella di Entrecomp è la più colossale. Proveremo qui a descriverla, per quanto possibile per un insegnante medio (l’autrice) di una scuola secondaria italiana.

La competenza di imprenditorialità, che emerge dal quadro concettuale costruito a seguito di uno studio riportato in un corposo report tecnico  del 2015, si presenta come la competenza delle competenze. Una vera e propria cosmologia di attitudini ritenute indispensabili in tutte le sfere della vita e che potremmo -in maniera semplicistica – tradurre come la capacità di saper cogliere l’opportunità di trasformare un’idea in valore. Come dire: se sai fare una cosa, non farla gratis. In base al modello Entrecomp, la competenza di imprenditorialità si posiziona al cuore di un novello sistema tolemaico (vedi Fig.1), da cui si dipartono 15 settori circolari: delle (sotto?) competenze distinte in tre aree di colore diverso, rappresentate da tre cerchi concentrici che ”abbracciano”[12] l’intero universo dell’imprenditorialità, a sottolineare l’interconnessione tra ciascuna sezione. Le 15 sotto-competenze sono interdipendenti: non si tratta di una tassonomia, ci avvertono, ma di una vera e propria “Teoria del Tutto”. Che non si pensi, ad esempio, che la sotto-competenza “Mobilitare gli altri” possa essere messa in azione senza la sotto-competenza “Prendere l’iniziativa”, cosa che possiamo affermare a rigor di logica difficile da realizzarsi; o che la sotto-competenza “Vision” possa essere sviluppata senza la sotto-competenza “Motivazione e perseveranza”.  Pur con le limitazioni legate ad una formazione oramai datata, un insegnante medio riesce ancora a comprendere che non si può “lavorare sulla propria visione del futuro[13] senza un minimo di concentrazione e applicazione.

Fig. 1. La competenza imprenditoriale

La costruzione non finisce qui. Ciascuna delle 15 sotto-competenze del nostro sistema tolemaico-imprenditoriale si sviluppa in una progressione di 8 livelli di proficiency[14], generando un totale di 442 risultati di apprendimento.  La lista impressionante delle quasi 500 occorrenze che, si sottolinea, non sono certo esaustive – avvertimento che genera un senso di ansia e soffocamento – è riportata in appendice come tabella. In 12 pagine, le centinaia di “celle” scompongono in unità di comportamento, azioni associabili a quelli che vengono definiti thread (quinta colonna) e che suonano come una sorta di esortazione, del tipo: “Focalizzati sulla sfida!”, “Sviluppa idee!”, “Sii innovativo!”, “Immagina!”, “Valuta l’impatto!”, “Disegna il tuo futuro!”. Da ciascuna esortazione fioriscono 8 diversi livelli di “abilità” da registrare che, a dispetto della liturgia europea sulla cooperazione e il lavoro in team, curiosamente cominciano con “I can” – “sono capace di..”. Una cosa colpisce: nella traduzione sintetica del ministero inviata alle scuole (a cura dell’ADI, Associazione Docenti e Dirigenti Italiani) si introduce[15] una non ben definita “unità di misura” dell’imprenditorialità. Si scrive infatti: “[il modello] può essere utilizzato per la definizione del parametro TERS per la valutazione delle competenze imprenditoriali degli studenti e dei cittadini”. Stranamente né nel documento originale della Commissione europea, né nel report teorico di riferimento in esso citato, c’è traccia di tale parametro. Cosa vorrà mai indicare il Ministero con questo nuovo acronimo? Sarebbe forse il caso di chiarirlo.

 

[1] Vedi rapporto valutazione progetti PON 07-13, commissionato dal MIUR alla Deloitte Consulting s.r.l., pag 269.

[2] Comunicazione “Ripensare l’istruzione”, pag. 2.

[3] Ivi, pag. 5 e pag. 8.

[4] Ivi, pag.8.

[5] Comunicazione “Nuova agenda per le competenze”, pag. 2.

[6] Ivi, pag. 3. Da notare l’ordine, significativo, dell’orizzonte di collocazione del cittadino europeo: prima il lavoro, poi la società, di cui pure si invoca costantemente il richiamo attraverso la locuzione ripetuta di “coesione sociale”.

[7] Ivi, pag. 5,6.

[8] http://www.treccani.it/enciclopedia/occupabilita_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

[9] Presa Diretta del 17/02/2018, “Lavoratori alla spina”, minuto 144’ circa.

[10] Frase ascoltata dall’autrice durante un dibattito “Alternanza Scuola Lavoro: chi può dare una mano?” tenutosi alla Fiera di Verona in occasione del JOB &ORIENTA, 1/12/2017.

[11] Intervista a Claudio Gentili, https://www.youtube.com/watch?v=t65axmSDs1w pubblicata il 7/3/2018 sul canale Adecco.

[12] Vedi traduzione italiana del quadro Entrecomp, pag.5, scaricabile al link: http://www.miur.gov.it/-/promozione-di-un-percorso-di-educazione-all-imprenditorialita-nelle-scuole-di-ii-grado-statali-e-paritariein-italia-e-all-este-1

[13] Ivi, pag. 6.

[14]  I livelli di proficiency sono: “Base”, “Avanzato” “Intermedio”, “Esperto”, ognuno suddiviso in due sottolivelli, che graduano l’intera gamma di attività umane dall’esplorazione – sotto supervisione- alla trasformazione – autonoma, sostanziale ed in un campo specifico.

[15] Ivi, pag. 2.

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6 Commenti

  1. A caldo: gli imprenditori non possono scaricare sulla scuola ed università la loro incapacità progettuale.
    Il nostro campo è diverso e tale deve rimanere.
    I docenti vengono valutati se sanno attirare investimenti, se sono giovani, e perciò si avranno dei premi, un’università si dà da fare per far passare i concorsi ai ricercatori di tipo a e b, perché altrimenti ha fatto un errore di progettualità, gli altri vanno a mare, dobbiamo pubblicare con case editrici riconosciute, ma poi anche ciò non vale perché ci sarà un altro giudizio in cui verranno ridiscussi i giudizi … dello stesso MIUR!

    Questa confusione a qualcuno giova, diciamo la verità.

  2. Mi sembra di passare dallo scaffale dei libri in Autogrill, libri di psicologia spicciola offerti a chi si crede manager sottovalutato e con questi si consola, oppure si illude di trovare ispirazione per rivoluzionare la sua vita. L’Europa è il più grande esperimento di collezione di fallimenti e stupidaggini che la storia abbia mai conosciuto. Sta in piedi solo perchè le classi dirigenti dei singoli paesi sperano di mantenere il potere assecondando i voleri dei burocrati irresponsabili europei. Diverso e più serio è il discorso che si dovrebbe fare sul ruolo e la funzione della scuola nella società che per forza coinvolge anche una riflessione sulla formazione da dare agli studenti. Formazione che deve basarsi sulle esigenze del mondo esterno e non solo sulle esigenze del personale della scuola come ormai succede da diversi anni.
    Per commentare la bella torta di Fig.1 vorrei far notare che ‘PRENDERE L’INIZIATIVA’ è proprio una cosa da non fare nelle aziende moderne, in cui prevale il conformismo e l’imperativo di assecondare il ‘capo’ e ‘fregare’ il collega. Proprio come nella nostra amata Università. Ormai credo che una certa osmosi tra mondo esterno ed università si sia creata, ma solo per ottenere il peggio.

  3. Nell’interessante campionario di stupidità ministeriali che questo articolo espone criticamente me ne colpisce una in particolare. Alcune sotto-competenze come “mobilitare gli altri” presumono appunto l’esistenza di “altri” che presumibilmente non devono essere i destinatari di questa istruzione scolastica finalizzata a sviluppare le competenze. Ovvero insegnare la competenza di “mobilitare gli altri” ha l’ambizione, probabilmente irrealizzabile, di formare dei mobilitatori e suggerisce immediatamente che il Ministero preveda l’esistenza di una classe subumana di mobilitati o mobilitandi che aspettano di essere reclutati dai mobilitatori. Dobbiamo quindi chiedere al Ministro di chiarire chi sarà mobilitato dai mobilitatori: trattandosi di scuola dell’obbligo tutti i bambini verranno formati come mobilitatori e nessuno come mobilitato o mobilitando. Un vero e proprio esercito di generali!