Non arriviamo a titolare Il MIUR, i Professori Universitari e la MalaP.A.: tutti “Peppino” di fronte allo sciopero sugli scatti? Ma, come le repliche dei film di Totò che affollano i palinsesti televisivi nella calura agostana, così ROARS ha deciso di ritrasmettere questo brillante resoconto di Nicola Casagli, risalente a più di due anni fa, che merita di essere letto e/o riletto da quanti vogliano avere ben chiara la vicenda sottostante allo sciopero degli appelli dei professori universitari proclamato a settembre.

Il contributo fotografa fedelmente cosa è accaduto, contestualizzando con grande accuratezza i fatti che hanno costretto alla protesta (oggi, quando sono trascorsi altri 2 anni e mezzo di inerzia da parte del Governo). Va letto lentamente, grassetto dopo grassetto.

E si conclude producendosi in una ragionevole proposta di modifica costituzionale, che, in effetti, si presterebbe ad interpretare assai bene il tentativo di giustificare sul piano giuridico la situazione venutasi a creare, a dispetto degli scivolosi distinguo operati dalla Corte Costituzionale.

Trattati in questa vicenda come Peppino nella celebre scena delle 40.000 lire scambiate fra i fratelli Capone, in Totò, Peppino e la Malafemmina, i professori universitari sfrutteranno a settembre l’occasione per dimostrare di essere stanchi della parte che hanno recitato finora? O continueranno a ripetere sommessamente: “e abbiamo detto tutto”? 

Post scriptum: nei commenti all’articolo sono stati pubblicati i grafici che descrivono e quantificano gli effetti reali che il blocco degli scatti manifesterà nel tempo sulla retribuzione dei professori universitari.

Gli scatti e la risposta

Non è bello parlare di soldi – lo so – però la storia degli scatti stipendiali dei professori universitari è talmente interessante, nella sua straordinaria assurdità, che voglio provare a ricostruirla passo per passo.

La materia è complicatissima e lo studio della questione richiede capacità giuridiche – che certamente non ho – per orientarsi nel ginepraio delle norme, dei cavilli e delle eccezioni. Mi scuso in anticipo per eventuali errori e imprecisioni.

Siamo nell’anno 2010, la crisi economico-finanziaria del 2008 sembra acqua passata e l’ottimismo del Governo è alle stelle.

Lo rimarrà ancora per molto, tanto che nel novembre dell’anno successivo il Presidente del Consiglio rilascerà la celebre dichiarazione sui “ristoranti sempre pieni”.

Eppure nel maggio del 2010 il Governo sente il bisogno di bloccare gli scatti stipendiali di tutti, ma proprio tutti, gli impiegati statali.

Sono quasi 3,5 milioni gli interessati e il risparmio per la spesa pubblica ammonterebbe a circa 3 miliardi di Euro per ciascun anno.

Il 31 maggio 2010 viene conseguentemente emanato il decreto-legge n. 78 Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica, poi convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122.

È uno dei soliti guazzabugli di norme disparate che si riveleranno evidentemente inutili per gli scopi prefissati, ovvero per la stabilizzazione finanziaria e la competitività economica del nostro sciagurato Paese.

Il decreto-legge blocca gli incrementi stipendiali del pubblico impiego per gli anni 2011, 2012 e 2013.

MA VA BENE COSI’. Esperti e illustri economisti già prospettano scenari ben peggiori e il calmieramento degli stipendi degli statali è da molti considerato una misura di buon senso.

Uno però potrebbe pensare: “Sì, ma che c’entrano i professori e i ricercatori universitari?”.

L’Università gode infatti di autonomia garantita dalla Costituzione e ben definita dalla legge n.168/1989:

Nel rispetto dei principi di autonomia stabiliti dall’articolo 33 della Costituzione e specificati dalla legge, le università sono disciplinate, oltre che dai rispettivi statuti e regolamenti, esclusivamente da norme legislative che vi operino espresso riferimento.

Un decreto-legge concernente la stabilizzazione finanziaria e la competitività economica non è, fino a prova contraria, una norma legislativa che opera espresso riferimento all’Università.

Sembra però che già con la Sentenza n.22/1996 la Corte costituzionale avesse precisato che l’autonomia dell’art. 33 della Costituzione non attiene allo stato giuridico dei professori universitari, i quali sono legati da uno specifico rapporto di impiego con lo Stato e sono, di conseguenza, genericamente soggetti alla legge statale.

MA VA BENE COSI’. La situazione delle finanze dissestate del nostro Paese richiede il contributo di tutti e, quindi, è giusto accettare un piccolo sacrificio senza troppi sofismi.

Se poi si va a leggere bene il decreto-legge si scopre che vengono stanziate ingenti risorse per infrastrutture, grandi opere, Expo di Milano, sussidi alle imprese e così via.

MA VA BENE COSI’. È giusto sacrificare gli incrementi stipendiali degli statali per finanziare gli investimenti strategici per la ripresa.

Alla fine di quell’anno 2010 arriva poi la controversa riforma universitaria, la legge 240/2010 che, tra le altre cose, disciplina gli scatti stipendiali dei professori e dei ricercatori universitari.

L’art. 8 comma 1 della legge dispone che la progressione di classi e scatti stipendiali dei docenti universitari passi da biennale a triennale.

Le progressioni economiche vengono inoltre condizionate a una valutazione di merito e non sono più assegnate automaticamente in base all’anzianità in ruolo.

Sarebbe logico pensare che la nuova norma specifica (L. 240/2010) sostituisca quella vecchia generica (DL 78/2010) sulla base del principio del Diritto: lex specialis derogat generali.

Invece no. Le nuove disposizioni sugli scatti e sulla valutazione restano inapplicate – e lo sono tutt’oggi – perché, contrariamente alla ragionevolezza, questa volta la norma più vecchia e generica prevale su quella più nuova e specifica.

Il comma 19 dell’art.29 della legge 240/2010 si premura infatti di specificare la salvaguardia del DL 78/2010, seppur individuando le risorse per elargire un incentivo una tantum, sulla base di rigorosi criteri di merito stabiliti dalle singole Università.

La storia dell’incentivo e delle stravaganze burocratiche che gli Atenei sono riusciti a mettere in piedi per la sua distribuzione è stata già discussa in più riprese.

Si tratta nella sostanza di una mancia estemporanea per distogliere l’attenzione dalla vera questione delle progressioni stipendiali.

MA VA BENE COSI’. Non sarebbe bello che gli universitari venissero visti come dei privilegiati perché beneficiati da una riforma ad hoc così specifica.

Non tutti però ci stanno ad accettare passivamente il sacrificio nel supremo interesse del risanamento dei conti pubblici nazionali. E infatti c’è chi fa ricorso al TAR.

In particolare, a seguito dei ricorsi di un gruppo di magistrati ordinari in servizio negli uffici giudiziari, ben 15 ordinanze di rimessione vengono sottoposte all’esame della Consulta dai TAR della Campania, Piemonte, Sicilia, Abruzzo, Veneto, Trento, Umbria, Sardegna, Liguria, Calabria, Emilia-Romagna e Lombardia.

Pare proprio che tutta l’Italia giuridica si sia unita, nel nome della giurisprudenza, per pretendere giustizia.

In data 8 ottobre 2012, la Corte costituzionale emette la Sentenza n.223/2012 che riconosce l’illegittimità costituzionale degli articoli 9, commi 2, 21 e 22 e 12, commi 7 e 10 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 – ovvero del blocco delle progressioni e degli adeguamenti stipendiali – ma solo e soltanto per il personale di Magistratura.

MA VA BENE COSI’. La Magistratura è un ordinamento cardine dello Stato repubblicano ed è giusto che sia preservata dai sacrifici richiesti al resto del Paese per il risanamento delle finanze pubbliche.

Ma alcuni professori non trovano giusta tale eccezione e allora ci provano anche loro con i ricorsi e le questioni di legittimità costituzionale.

Questa volta le ordinanze di remissione sono solo 9, emesse dai tribunali amministrativi di Calabria, Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Umbria e Puglia.

La Consulta a questo giro risponde picche: la sentenza n.310/2013 del 10 dicembre 2013 dichiara infatti la “manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale”.

Nelle motivazioni i giudici della Corte costituzionale si arrampicano invero sugli specchi per giustificare la diversità di trattamento fra i loro colleghi magistrati e tutti gli altri pubblici impiegati:

La dichiarazione di illegittimità costituzionale del comma 22, anche nella parte in cui non esclude che a detto personale sia applicato il primo periodo del comma 21, va quindi ricondotta alle specificità dell’ordinamento della magistratura, specificità non sussistenti nella fattispecie in esame.

Cioè sarebbe a dire che l’ordinamento della Magistratura, essendo specifico, è specificatamente protetto dalla Costituzione repubblicana dalle conseguenze di una norma generica rivolta genericamente al pubblico impiego.

Tutti gli altri, non essendo specifici, ma palesemente generici, non possono godere della specifica protezione costituzionale.

MA VA BENE COSI’. Sarebbe di cattivo gusto allargare troppo la rosa degli esonerati in un momento come questo di drammatica crisi economica e finanziaria del nostro Paese.

Poi si viene a sapere che anche gli avvocati dello Stato sono equiparati ai magistrati nell’esenzione dal blocco delle progressioni stipendiali.

MA VA BENE COSI’. È pur vero che essi sono dei privilegiati – e non solo per questa piccola cosa – ma sono molto specifici e sono in tutto solo poche centinaia, non come noi generici professori e ricercatori universitari che siamo quasi 60 mila.

Nel nostro straordinario Paese sembra però che non ci sia limite all’incredibile.

Nel 2013, 45 mila genericissimi insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado si trovano a sorpresa riconosciuto in busta paga lo scatto stipendiale.

È un pasticcio del Ministero e la faccenda diventa argomento di discussione politica.

Il MEF non vuol sentire ragioni: pretende i soldi indietro, o dagli insegnanti o dal MIUR.

La Ministra del MIUR difende a spada tratta gli insegnanti.

Il segretario del partito di maggioranza è perentorio:

Se il Ministero dell’Economia richiede indietro 150 euro agli insegnanti, io mi arrabbio. Non stiamo su ‘Scherzi a parte’. Non puoi dare dei soldi e poi chiederli indietro.

Risolve il Presidente del Consiglio e lo scatto stipendiale viene definitivamente riconosciuto, pare per circa un milione di generici insegnanti.

MA VA BENE COSI’. Gli insegnanti delle scuole superiori sono notoriamente sottopagati e, seppur evidentemente generici, svolgono un lavoro specifico di importanza cruciale nel nostro Paese. È quindi giusto esentarli dai sacrifici ineluttabili richiesti dal difficile momento di crisi.

Alla fine del 2013 gli effetti del blocco triennale stabilito dal famigerato decreto-legge 78/2010 dovrebbero cessare.

Il Governo però si accorge che la crisi economica e finanziaria non è affatto terminata e si affretta – con il DPR del 4 settembre 2013 n. 122 – a prorogare fino al 31 dicembre 2014 le disposizioni in materia di scatti stipendiali.

MA VA BENE COSI’. Che volete che sia un altro anno di pazienza se l’obiettivo comune è così importante per la prosperità della Nazione?

All’inizio del 2014 cambia il Governo e pare che la Scuola e l’istruzione superiore siano finalmente fra le somme priorità dell’esecutivo, anche per il rilancio della nostra stentata economia.

Verso settembre il Ministro per la Pubblica Amministrazione si accorge però che non ci sono i soldi per gli statali. Annuncia quindi che gli scatti stipendiali per il pubblico impiego resteranno congelati anche per tutto il 2015, cioè per il quinto anno consecutivo.

Esplode allora vigorosa la protesta delle forze di Polizia, con grande eco su tutti i mezzi di comunicazione.

Il Presidente del Consiglio sbotta irritato che non accetta ricatti da nessuno.

Ma con la legge di stabilità 2015 vengono ripristinati gli scatti automatici di stipendio legati all’anzianità di servizio, nonché le promozioni, per circa mezzo milione di militari e forze di Polizia.

Il Ministro degli Interni giustifica:

Agli operatori di Polizia è riconosciuta una specificità.

Tutti gli altri statali che rimarranno con lo stipendio bloccato – difficile quantificarne il numero a questo punto – iniziano a chiedersi se nel nostro Paese non ce ne siano un po’ troppe di queste specificità.

MA VA BENE COSI’. La Sicurezza Nazionale è un bene di tutti ed è giusto riconoscere la peculiarità delle nostre Forze Armate e di Polizia. Non possiamo continuare a chiedere anche a loro i terribili sacrifici indispensabili per il riassetto delle finanze della Repubblica.

Nel frattempo si scopre che sfuggono al blocco degli scatti stipendiali anche i medici delle Aziende Sanitarie e il personale delle carriere prefettizia e diplomatica.

Per queste categorie sono infatti mantenuti invariati i rispettivi trattamenti contrattuali.

MA VA BENE COSI’. Medici, prefetti, ambasciatori e consoli hanno, ognuno nel suo genere, una propria specificità e non sarebbe giusto accomunarli ai generici statali del grande e generico calderone del pubblico impiego. Solo a questi ultimi devono essere riservati gli specifici sacrifici essenziali per la salvezza del Paese.

Alla fine del 2014 poi scoppia un nuovo caso sul tetto degli stipendi dei dipendenti della Camera e del Senato: commessi, barbieri, baristi, stenografi, uscieri, elettricisti, centralinisti.

Si sapeva già che avevano stipendi fuori ogni misura e logica e che i nuovi Presidenti del Parlamento erano intenzionati a rivedere sostanzialmente il loro trattamento economico, perché oggi – come ripetono – non è più tempo di privilegi.

Si scopre che i dipendenti delle Camere beneficiano di scatti di anzianità e adeguamenti all’inflazione, che sono incredibilmente passati indenni ad ogni blocco.

Pare infatti che le Camere, in quanto organi costituzionali, godano di piena e totale autonomia e che, essendo così specifiche, non possano essere genericamente assimilate al pubblico impiego.

Mi torna per un attimo in mente quel passaggio dell’art.33 della Costituzione sull’autonomia dell’Università, ma capisco subito che nel nostro caso deve trattarsi di autonomia generica mentre, nel loro, è certamente un’autonomia specifica.

Si assiste anche alle proteste dei loro numerosi sindacati per fare presenti le specificità del loro mestiere.

Sull’esito della vicenda è calata una fitta cappa di silenzio. Ma c’è da scommettere che le progressioni stipendiali per anzianità del personale di Camera e Senato sopravvivranno all’ennesimo tentativo di razionalizzazione.

MA VA BENE COSI’

Anzi no. No, collega… mai stato così lontano dallo stare bene. BENE COSI’ NON VA…

Non è bello parlare di soldi – lo so – però aderisco lo stesso all’appello promosso dai colleghi del Politecnico di Torino e di Roma Tre:

https://sites.google.com/site/controbloccoscatti

Tanto questo Paese di furbi e di azzeccagarbugli, di caste e di corporazioni, di specifici e di generici, non uscirà mai dalla crisi in cui è sprofondato, proprio perché non è capace di darsi una regola semplice e comprensibile, e di farla rispettare da tutti.

Firenze, 24 gennaio 2015

Nicola Casagli

(professore ordinario e, in quanto tale, orgogliosamente generico)

P.S. Proposta di modifica dell’art.3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, ad eccezione di quelli per cui sussistono specifiche specificità non meglio specificate.

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45 Commenti

  1. Non ce li hanno riconosciuti no…
    Per tutti gli altri statali “generici”, nel momento in cui e’ terminato il blocco, in busta paga si sono cominciati a ritrovare il corrispettivo degli scatti maturati durante il periodo di blocco. Quindi, al di la’ della durata del periodo di blocco, per loro la busta paga attuale e’ la stessa che se il blocco non ci fosse stato. Han perso soldi negli anni di blocco, e nessuno glieli restituira’ mai, ma poi la loro retribuzione e’ tornata ad essere quella prevista dal loro contratto, come se il blocco non ci fosse stato.
    Invece a noi permane il mancato avanzamento degli scatti che sarebbero maturati durante il periodo di blocco, e tale mancato avanzamento si ripercuotera’ per tutte le nostre future buste paga, TFR e pensioni!
    Noi continueremo a pagare lo scotto degli scatti mancati da qui all’eternita’…
    Con un danno cumulato che per me, che ho 58 anni, ha un valore attualizzato di circa 108.000 euro. Ma per un giovane di 32 due anni vale oltre 150.000 Euro!
    Al confronto, il mancato pagamento degli scatti per 5 o 6 anni e’ una bazzecola, il vero danno e’ il taglio PERMANENTE che stiamo subendo tuttora, e che durera’ per sempre!
    E’ per questo che stiamo tuttora protestando vivacemente, ed e’ questa la vera anomalia che differenzia gli universitari da tutti gli altri dipendenti pubblici.

  2. La domanda di fondo diventa a questo punto perché l’università è stata discriminata e continua ad esserlo. Una specie di risposta proveniente dal ‘buon sensi comune’ ce l’avrai anche, sebbene questa ‘scoperta’ mi abbia lasciata di sasso. Ho avuto la netta impressione in quell’occasione che la gente comune non abbia idea a cosa serve l’università se non per compiere una sorta di specializzazione post-scuola. Cosa sia la ricerca, la speculazione, il rivoltare le cose, il cosiddetto pensiero critico, tutto questo è reso impentrabile anche dalla cortina burocratica che è stata eretta, per cui lo studente ( e la sua famiglia) ha a che fare soprattutto con moduli, comunicazione attraverso i siti, manager didattici che comunicano altra burocrazia ancora, piani di studio prefabbricati ecc. Per cui quello universitario non è un mondo reale, non ne fa parte, è un non so cosa che serve a non si sa cosa, dove la gente farebbe finta di lavorare.

  3. Farina ahimè dice cose giuste. Però se non ho capito male c è anche il fatto che gli universitari hanno ripreso a maturare anzianità di servizio dal 2016 e altri dal 2015.
    Ahimè anche Marinella dice cose verissime …

  4. “Non vedo il perche’ di tutto questo stupore. La P.A. italiana e’ il cancro di questo paese. Eserciti di dipendenti pubblici strapagati per non lavorare e farlo nei ritagli di tempo. Ve la prendete solo con camera e senato? E le partecipate? E i ministeri? E le municipalizzate? Ogni anno solo di partecipate inutili questo paese spende 25 miliardi di euro. La cosa triste e’ che qui dentro a commentare ci sara’ anche qualche parassita della P.A., magari dipendente ATAC o del Poligrafico dello stato..vergognatevi, tutti.”

    Commento di un lettore, che dimentica l’università e la scuola e altri dipendenti “strapagati”, sul Fatto Quotidiano, a margine dell’articolo intitolato

    “Camere, salta il tetto agli stipendi d’oro: il barbiere torna ai suoi 136mila euro. I dirigenti guadagneranno più della Merkel.”

    Da aggiungere: tutto fatto ad agosto…

    • È andato perso il senso dello stato e da un ventennio dicono che studiare non serve. Un bilancio abbastanza fallimentare, mi sembra.

  5. Questo grafico spiega in modo molto visibile la differenza di trattamento dei docenti universitari rispetto agli altri dipendenti pubblici…
    Il problema non e’ lo sblocco un anno dopo rispetto agli altri (che vale si’ e no 2500 euro), e’ il mancato recupero degli anni trascorsi (che ne vale 100.000 e piu’, tanto piu’ uno e’ giovane e tanto piu’ campera’ a lungo).
    http://asinupress.altervista.org/wp-content/uploads/2017/08/grafico_progressione_stipendi.png

    • A volte, temo anch’io che molti colleghi non abbiano capito l’entità della cifra che hanno perso. Nel 2010 erano stati fatti dei calcoli precisi sulla base di uno stop di tre anni (poi sono diventati cinque). Riporto di seguito alcune figure che parlano da sole. Per il ricercatore (SENZA tener conto di pensione e buona uscita) sono più di 80.000 Euro e per il professore ordinario sono più di 160.000 Euro. Naturalmente, le cifre cambiano da caso a caso, ma gli esempi mostrano che non sono spiccioli. Da ricordare che, essendo state disegnate sulla base di “soli” tre anni di scatti, la realtà è significativamente peggiore.
      _____________





  6. Per quanto riguarda la cifra persa, vorrei aggiungere un’ulteriore riflessione. Il danno economico è molto variabile in base alle situazioni personali. Le cifre di cui parla Giuseppe De Nicolao non tengono conto di eventuali passaggi di ruolo. Con le nuove regole, chi passa di ruolo inizia di fatto una nuova progressione di carriera. Il ricercatore che è diventato associato dopo il blocco non riceve un danno consistente, quello che invece non passa le soglie ANVUR lo paga molto di più. Ricordo che non esiste più la ricostruzione di carriera. Con gli assegni ad personam il discorso diventa un po’ più complesso, ma le conclusioni non cambiano sostanzialmente: il modo più semplice per “sterilizzare” il blocco sembra essere proprio un passaggio di ruolo. Quindi, proprio chi non pensa di riceve l’idoneità alla fascia superiore (per non parlare degli ordinari pre-blocco che ovviamente non potranno progredire in nessun modo) o chi per logiche interne non sarà mai chiamato dovrebbe essere il più attivo nello sciopero, perché non solo non progredirà nella carriera, ma riceverà anche un danno economico superiore a quello di tutti i colleghi. Queste persone sarebbero dovute essere in primissima linea nella lotta “#stopVQR”.

  7. Non è vero. Ciò che abbiamo perduto non lo recuperemo più se lo sciopero annunciato non sortisce alcun effetto. Quello di cui parla, a proposito di UniFi, Repubblica si riferisce al futuro, ai futuri scatti, che da biennali automatici diventeranno triennali e salvo valutazione positiva(evidentemente anche da parte degli studenti)delle attività didattiche, di ricerca e gestionali

  8. Abbiamo ragione, noi docenti, ragione da vendere. Ma io non sciopero

    No, non penso proprio che i colleghi che aderiscono o aderiranno allo sciopero contro il blocco degli scatti stipendiali possano essere tacciati di corporativismo. Di corporativismo, piuttosto, potrebbero essere sospettati quei magistrati che hanno fatto ricorso contro il decreto legge del maggio 2010 che bloccava gli incrementi stipendiali del pubblico impiego per gli anni 2011, 2012 e 2013 e la sentenza della Consulta dell’ottobre 2012 che ha affermato che i tagli per i magistrati e solo per essi erano incostituzionali.
    Poi, la zattera dei salvati si è fatta più affollata, salvando dal blocco avvocati dello Stato, insegnanti, personale di polizia, medici, prefetti, ambasciatori e consoli. Di più; per gli altri impiegati pubblici lo sblocco è partito dal 1° gennaio 2015, per i docenti universitari dall’anno successivo, docenti per i quali, caso unico nel pubblico impiego, a oggi permane il mancato avanzamento degli scatti che sarebbero maturati durante il periodo di blocco, cosa che si riverbererà su tutte le future buste paga e sull’ammontare della pensione.
    Abbiamo ragione, quindi, eppure io non sciopererò.
    Che il diritto di sciopero, infatti, comprovi dell’umana gente
    le magnifiche sorti e progressive è affermazione che oggi non può facilmente essere messa in dubbio. Ma, ahimè, mia stella polare è quella ormai esigua tradizione liberale di ottocentesca memoria, che, comprendo bene, non può che muovere al sorriso e forse al compatimento gli alfieri del progresso, tradizione liberale che non concedeva agli impiegati pubblici, proprio perché tali, la facoltà di astenersi dal lavoro.
    A questo si aggiunge una constatazione del tutto personale. Lo scippo mi impedirà forse di mantenere un tenore di vita presumibilmente superiore alla media dei miei colleghi del pubblico impiego? Di coltivare i miei interessi e i miei svaghi piccolo-borghesi? Di abitare in una casa decorosa? Di concedermi d’estate con il solleone qualche giornata sotto l’ombrellone? Non penso. Quando, malgré moi, mi rivolgo a un ufficio amministrativo (per quanto cortese e competente possa esserne il personale) mi consolo al pensiero che, uscito di lì, potrò tornare alle mie biblioteche, ai miei archivi o, se vorrò, a casa, a scrivere, leggere o anche semplicemente oziare, senza badge all’entrata, senza badge all’uscita, senza niente. Se così è, vuol dire che sto continuando a godere dei favori di Tyche, anche senza scatti.
    Ma forse la ragione per cui non sciopererò è un’altra.
    È che proprio non ce la faccio, domani, a fare il latitante, a non presentarmi all’appello, a spegnere il cellulare per non dover rispondere all’impiegata della segreteria, tempestata dalle richieste di chiarimento degli studenti.
    Non ce la faccio neanche a presentarmi all’appello, comunicare agli studenti che hanno perso il loro tempo ma che lo sciopero lo faccio non solo per il mio portafogli ma anche per loro, che quello è il primo passo per la presa della Bastiglia, del Palazzo d’Inverno (e sorbirmi gli sguardi increduli di chi immancabilmente penserà: «ma questo mi fa saltare l’esame e mi vuole anche convincere che lo fa per il mio bene. Ma vada a fare in c….»).
    No, non ce la faccio. Abbiamo ragione noi docenti, ragione da vendere, non c’è dubbio. Domani, però, farò il mio bravo appello. Ciò che perderò nel conto in banca guadagnerò in gratitudine da parte dei miei studenti. Non è, in fondo, cosa da poco…

    Luca Tedesco
    un docente di Roma Tre

    • Un collega di altri tempi diceva:
      ___________
      “Chi si fa verme non può lamentarsi di essere schiacciato” (I. Kant)

    • Caro Collega,
      anch’io ero e sono tuttora molto in dubbio sullo scioperare o meno. Penso che sia un errore lo sciopero per gli scatti, in un momento (momento che dura da almeno 8 anni) in cui l’Università pubblica è sotto attacco da mille fronti (ANVUR e la sua idea burlesca di valutazione; cronico sottofinanziamento; precarizzazione totale del ruolo d’ingresso; forzata competizione al ribasso tra Atenei, con la conseguente sostanziale limitazione del diritto allo studio e drastica riduzione delle chances di mobilità sociale per i giovani non abbienti; desertificazione dell’idea stessa di cultura umanistica). Questi, uno qualsiasi di questi o questi tutti insieme, sono ed erano a mio avviso motivi ben più importanti per scioperare. Poi varie prese di posizione che sento in giro, ad esempio una dichiarazione come la sua, mi fanno dubitare seriamente: forse siamo davvero al punto di non ritorno, e se l’Università vuole anche solo sperare di continuare ad esistere, come Universitas e non come corporazione o sommatoria di monadi in cerca di legittimazioni varie al loro essere sostanzialmente cieche e sorde al mondo, chiuse nelle loro “biblioteche” (purché, ovviamente, “senza badge”), aderire a questo sciopero potrebbe essere davvero l’ultima occasione di manifestarci come categoria pensante. Ci sto pensando.

    • Non si penalizzano gli studenti.Basta fare l’esame, prendere nota del voto e verbalizzarlo in data successiva.

    • Indicazione n. 16
      D. Posso scioperare, ma fare l’esame e registrarlo al secondo appello oppure 15 giorni dopo? R. No, non è lo sciopero autorizzato e si può configurare un reato.

  9. ltedesco, entriamo pure nel merito dei dettagli. Quali biblioteche? Quelle aggiornate con le più recenti pubblicazioni risalenti a 15 anni fa? E non credi che prima o poi anche l ebiblioteche verranno esternalizzate, e forse qualcuna è già una fondazione? E sei daccero sicuro che prima o poi non ti constringeranno ad usare il badge?
    Eppoi, cosa gli dirai, quando incontrerai un tuo ex studente, phd, post doc, postpostdoc, quando riconoserai che è brillante quanto te, se non di più, e ti dirà che spera vivamente che gli diano una supplenza alle superiori?

  10. Al collega (!?) che definisce chi, come il sottoscritto, si permette di esprimere valutazioni non coincidenti con le sue, un “verme” non ho veramente nulla da replicare (ma ho solamente da auspicare che l’atteggiamento che riserva ai suoi studenti sia di altro tenore). Rimango solo attonito, senza fiato, senza parole e alzo bandiera bianca. Ha vinto lui, chapeau.
    A Fausto e Franco che, pur critici nei confronti del mio intervento non mi hanno fatto oggetto di squadrismo verbale (e di questo li ringrazio), ciò che mi sento di dire è questo: dubito che creare un disagio agli studenti sia funzionale alla soluzione di tutti i mali che essi giustamente elencano. Arrossirei poi dalla vergogna se dovessi dire allo studente che mi rifiuto di esaminarlo perché in questo modo allontano lo spettro che un domani venga imposto il badge anche a me; e che in fondo deve essere contento anche lui, che impedendogli oggi di fare l’esame, creo le CONDIZIONI STORICHE affinché domani lui possa fare non il supplente alle superiori ma il docente universitario.
    No, come dicevo nel mio contributo, un tale pelo sullo stomaco proprio non ce l’ho ( – verme, verme! – esclamerà De Nicolao – schiacciatelo, schiacciatelo! -).
    – Va beh… – si potrà replicare – e allora che si fa? Cosa proponi al posto dello sciopero? – Boh, non so cosa proporre e la mia non è ignavia ma ammissione di inadeguatezza ma quel che so è che due torti (il primo fatto a noi e il secondo fatto da noi agli studenti) non fanno una ragione…

    • Kant non poteva certo riferirsi a ltedesco, ma faceva una considerazione generale. Che chi subisce soprusi senza reagire, è destinato a subirne altri. Scelta del tutto legittima e anche rispettabile, a suo modo.
      Riguardo al disagio degli studenti, va dato atto agli organizzatori che è stato contenuto il più possibile. E mostrare agli studenti che di fronte ad un ingiustizia si reagisce, dando la precedenza a proteste che non danneggiano nessuno (lettera con 21.000 firme, boicottaggio della VQR, richieste di dialogo con esponenti della politica e del MIUR) per arrivare solo dopo tre anni ad uno sciopero, potrebbe persino essere una lezione che torna più utile di un esame perso.
      Sapere che l’equità non è qualcosa di garantito e che qualche volta tocca lottare per ripristinarla e che, anche quando si arriva allo sciopero, esso va organizzato con senso di responsabilità e nel pieno rispetto delle regole: ecco, questa mi sembra un’altra lezione non da poco.
      Anche la Ministra che non risponde all’invito del Presidente della Commissione di garanzia per gli scioperi che le chiedeva di convocare una rappresentanza dei docenti e poi a Radio 24 finge che le modalità (la cui civiltà deve riconoscere ella stessa) siano state ammorbidite dai Garanti (e non è vero perché erano esattamente quelle proposte da Ferraro): ecco anche questa è una lezione su cosa puoi aspettarti quando combatti un’ingiustizia e lo fai nel binario delle regole.
      Un appello in meno non è la fine del mondo, se in cambio impari come la politica colpisce dove vede meno amor proprio e capacità di reazione e capisci quanto sia faticoso ricostruire la coesione di una categoria fatta di monadi impaurite.

    • In realtà abbiamo danneggiato molto di più gli studenti noi ricercatori quando per protestare contro la “riforma” Gelmini ci siamo rifiutati di tenere le supplenze… Ma non mi sembra che nessuno se ne fosse lamentato.
      Viviamo in un mondo in cui contano di più gli specchietti per le allodole che la sostanza. Io potevo, e ho fissato un appello completamente inutile per poter scioperare. Non danneggio nessun studente, danneggio solo me stesso, e anzi regalo un po’ di soldi alle casse del mio ateneo.
      Non danneggio i miei alleati (gli studenti) e nemmeno la controparte (anzi gli faccio un regalo), ma cosìva il mondo, e almeno della questione se ne parla. Mi pare un buon investimento. Non mi sottometto certo all’idea che “contano solo gli specchietti per le allodole”, ma in questo caso un po’ di pragmatismo non mi pare niente male.
      Ma, ltedesco, non svicolare. Hai il dovere morale di affrontare il problema dello studente bravo come te (o magari di più) che finisce, e solo se gli va bene, a insegnare alle superiori. Non ti va bene lo sciopero? Opinione lecitissima, Ma non accetto la scusa “io non so cosa fare”. Come dice Maria Chiara sotto, hai dei doveri, a cui non è bello abdicare.
      (DeNicolao, si spera che il boicottaggio VQR abbia, se non danneggiato, almeno rotto le scatole all’ANVUR, e magari anche CRUI 😉

    • “DeNicolao, si spera che il boicottaggio VQR abbia, se non danneggiato, almeno rotto le scatole all’ANVUR, e magari anche CRUI”
      _____________
      Non è una speranza, è una certezza, se, a un anno e mezzo di distanza, il presidente CRUI, Gaetano Manfredi nelle sue interviste non riesce a fare a meno di infierire stizzosamente su chi si asteneva (“Quelli che non si sono sottoposti alla valutazione per metà erano inattivi dal punto di vista scientifico”: http://tinyurl.com/y78hhn25). Gli brucia ancora, evidentemente. Come pure gli bruciano i tavoli tecnici sventolati in cambio della collaborazione alla VQR (http://tinyurl.com/y8v6sv34), tavoli che non sono nemmeno mai partiti. Come pure brucia il flop della Primavera dell’Università che ha visto contestatazioni dei colleghi persino nel suo ateneo (https://www.roars.it/online/a-napoli-la-primavera-inizia-male-politici-assenti-docenti-contestati-e-qualche-refuso-nel-video-crui/). In occasione dello #stopVQR, la CRUI – e in particolare il suo presidente – ha bruciato ogni credibilità nei confronti della docenza che ormai percepisce la Conferenza dei Rettori non come una rappresentanza, ma come una controparte, schierata su posizioni acriticamente filogovernative, sempre pronta a rispondere all’appello:
      https://www.roars.it/online/gaudeamus-igitur-iuvenes-dum-sumus-ecco-il-comunicato-crui-sullasn-2-0/
      https://www.roars.it/online/manfredi-crui-su-cattedre-natta-iniziativa-che-va-nella-giusta-direzione-di-premiare-merito-ed-eccellenza/
      https://www.roars.it/online/sui-ludi-manfredi-pres-crui-crede-a-babbo-natale-somme-aggiuntive-che-non-andranno-a-intaccare-ffo/

    • Caro LTedesco
      un forum non è un posto adatto allo scambio di opinioni, dialogo, discussione costruttiva, bensì un luogo dove virtualmente si riuniscono persone attratte da comuni opinioni, idee, convinzioni. Un luogo dove in coro ci si possa lamentare del sistema e dei poteri forti, dove insieme ci si possa esaltare dei successi leggendo a favore numeri e statistiche. Guai a sollevare dubbi nel forum, ad argomentare controcorrente, sei la pecora nera, finalmente il crumiro verso cui indirizzare le invettive.
      Un forum di docenti poco si discosta da tanti altri, prova ad argomentare a favore di vaccini in un forum antivax, raccontare di astronomia presso i terrapiattisti. Toni diversi, forse, qui per darti del Verme si è scomodato Kant, nientedimeno.
      Mica per offenderti, non sia mai, semmai per legittimare il tuo schiacciamento in quanto pavido non ribelle… al Sistema, ovviamente. Ma attieniti alle regole del Gruppo, non sia mai (mi ricorda “the Lobster”).
      Devi difendere la tua dignità di docente universitario, per te e per gli altri… Un dubbio: ma per difendere la mia Dignità è ammesso avvisare prima gli studenti o è meglio che li faccio venire di fronte all’aula vuota? (eh lo fanno, lo fanno). Ma che ci devo rimettere un giorno di paga? anche se lavoro? (eh lo chiedono, lo chiedono).
      Speriamo funzioni e che insieme con gli scatti perduti ci arrivi una medaglietta con scritto Docente Degno, da portare con orgoglio.
      Però rimango scettico e con amarezza penso che la dignità e il rispetto si guadagnano, non si pretendono.

  11. De Nicolao ha citato un passo della Metafisica dei costumi di Kant, e precisamente l’appendice casistica di una sezione della Dottrina della virtù dedicata al servilismo.

    Una cosa è considerare l’essere umano come oggetto naturale e riconoscergli un valore solo se e finché è utile. Un’altra è invece vederlo come un essere libero e razionale, capace di proporsi dei fini propri anziché asservirsi a quelli altrui. Nel primo caso il suo valore si misura con un prezzo, nel secondo gli si deve riconoscere una dignità.

    Dal riconoscimento di questa dignità deriva anche il dovere di non lasciar calpestare il proprio diritto senza reagire: chi rimane passivo non si limita a permettere che gli altri gli manchino di rispetto, ma disconosce anche personalmente la propria dignità.

    “Wer sich aber zum Wurm macht, kann nachher nicht klagen, daß er mit Füßen getreten wird” non è dunque una tesi pragmatica – o un insulto – bensì una considerazione etica: non è coerente lamentarsi perché gli altri ci mettono i piedi in testa se noi, per primi, non rispettiamo noi stessi e ci comportiamo servilmente.

    Se questa frase viene compresa nel suo contesto, non mi sembra fuori luogo richiamarla a sostegno della validità etica di uno sciopero “per la dignità”, indipendentemente dalle sue possibilità di successo.

    • Ringrazio la collega Maria Chiara Pievatolo, che ha chiarito a noi tutti come la qualifica di verme affibbiatami non fosse un insulto ma solo una “considerazione etica”.
      No, non penso proprio di non aver reagito né di essere rimasto passivo. Ho per l’appunto con il mio intervento tentato di spiegare, penso in termini civilissimi, che per far valere un proprio diritto non fosse moralmente lecito “calpestare” (poco o tanto non ha importanza) quello di altri.
      No, non penso proprio di poter guadagnare in dignità se a una “mancanza di rispetto” nei miei confronti rispondessi con una mancanza di rispetto nei confronti di chi della prima non porta responsabilità alcuna.
      Luca Tedesco

    • Rispondo a Ltedesco, qui sotto.

      Il diritto dello studente a fare l’esame non viene calpestato, ma solo differito di 14 giorni. Invece il nostro diritto a essere trattati come gli altri dipendenti pubblici viene semplicemente negato. Può un differimento di due settimane essere moralmente più odioso di una discriminazione che dura tutta la vita?

      Si può replicare che non se ne deve fare una questione di quantità perché gli studenti sono incolpevoli e il docente che sciopera viola, sia pure per quattordici giorni, un loro diritto.

      Da dove deriva, però, questo diritto?

      Gli studenti non concludono contratti con i docenti, bensì sottoscrivono un “patto” formativo con l’istituzione universitaria. Sono gli statuti e i regolamenti dell’istituzione a mediare i loro rapporti. Un docente può umanamente sentirsi vincolato nei confronti degli studenti, ma il suo impegno formale diretto – in quanto non è un docente privato – è con l’università e non con loro.

      Quindi: quando un docente universitario sciopera, non sta scioperando “contro gli studenti”. Sta scioperando contro il suo datore di lavoro, vale a dire l’università.

      Gli studenti, è vero, ne subiscono un danno: ma non lo subiscono perché il docente ha violato un (inesistente) contratto con loro. Lo subiscono, nel nostro caso, perché l’istituzione risulta incapace di assicurare ai suoi funzionari una condizione di lavoro non discriminatoria. Possono, certo, provar risentimento verso il docente: ma, meno stenograficamente, dovrebbero prendersela con l’università.

      A meno che non si assuma che lo sciopero, anche quando è riconosciuto dalla costituzione e dalla legge e si oppone a un’evidente discriminazione, è sempre immorale. Solo in questo caso il datore di lavoro non sarebbe una parte in causa con il suo concorso di colpa, bensì una povera vittima che subisce, come lo studente, un sopruso esecrabile da parte di un dipendente infedele. Qui, però, dovremmo iniziare un’altra discussione…

  12. Al post di Franco del 3 settembre, in cui mi si chiede cosa dire allo studente più bravo di me destinato, se gli va bene, ad insegnare alle superiori, non posso che rispondere ripetendo quanto detto e cioè che dirgli che «impedendogli oggi di fare l’esame, creo le CONDIZIONI STORICHE affinché domani lui possa fare non il supplente alle superiori ma il docente universitario» sarebbe un comportamento indecente, da baro.
    Franco ritiene poi che la mancanza di proposte alternative da parte mia non sia, come ho scritto, “ammissione di inadeguatezza” ma una scusa. Non mi crede. Mi dispiace ma non posso farci proprio nulla.
    Mi chiede, infine, di rispondere alla collega Pievatolo, cosa che ho fatto.
    Cordialmente,
    Luca Tedesco.

    • Posso anche ritirare l’asserzione che si tratta di una “scusa” ma ritengo che hai il dovere morale (come tutti noi, del resto) di affrontare il problema.
      Le “condizioni storiche” per qualunque accadimento sono sempre create da una molteplicità di fattori; cosa ci riserva il futuro è difficile dirlo, io suggerisco comunque almeno un po’ di “ottimismo della volontà”.
      Anche l’inerzia può creare condizioni storiche particolari. Che però non riterrei particolarmente auspicabili…

  13. Cara collega Pievatolo,
    la ringrazio del suo intervento, veramente, perché ha contributo a rendere ancora più nitide, più chiare a me stesso le ragioni della mia scelta. Sì, penso che, anche se non formalmente, esista un vincolo morale che mi lega ai miei studenti, vincolo che ritengo non rientri nelle mie disponibilità violare.
    Essi hanno bisogno di me, che io eserciti i miei doveri istituzionali, senza differimenti, più di quanto io abbia bisogno di recuperare gli scatti indebitamente sottratti.
    Rimane però tutta intatta la questione, ribadita da Franco nel suo ultimo post, di come reagire a un torto subito, che non reagire sarebbe comunque viltà. Ho l’obbligo morale di (tentare di) prospettare una soluzione, non c’è dubbio, ma non di aderire a una proposta che ritengo moralmente non sostenibile solo perché non sono stato capace nel frattempo di proporne un’altra.
    Grazie, nuovamente,
    Luca.

    • Caro collega, ma non le sembra che il tono che usa parlando dei “suoi” studenti sia un tantino troppo paternalista? Stiamo parlando di persone adulte, che pensano, giudicano, votano.

    • Caro collega,

      penso che la parola “verme”, apparsa sopra ipocritamente in una citazione, sia stata usata contro di lei in modo scorretto. Ritengo si sia di fatto trattato di un esempio, pur mascherato, di attacco alla persona e non alle argomentazioni.

      Detto ciò, osservo che lei parla di “vincolo morale” che la lega ai suoi studenti, ma non menziona alcun vincolo morale verso i suoi colleghi. Lei dice che i bisogni dei suoi studenti sono più grandi dei suoi come se stesse parlando di una questione che riguarda solo lei e loro. In realtà non è così. Questa è una causa collettiva, e lei, volente o nolente, fa parte di una comunità verso la quale ha dei doveri morali, se non altro per il semplice fatto di farne parte. Detto più esplicitamente: lei è ovviamente libero di non scioperare, ma il non farlo può avere un impatto sui suoi colleghi, e dovrebbe quindi avere qualche rilevanza nella considerazione dei “vincoli morali”.

      Penso che, come l’uso della parola “verme”, anche il suo parlare del problema come se i suoi colleghi non esistessero sia scorretto; mi fa venire da chiedermi se sarebbe corretto usare, riferendosi a lei, la parola “crumiro”.

    • ltedesco, grazie a lei. Certo, non è obbligato a scioperare, e anch’io ho avuto molti dubbi. Non avevo dubbi invece quando si trattava di azioni anche dure contro la riforma Gelmini (devo comunque soggiungere che, nel caso presente, le prese di posizione di Ministra Crui etc. mi hanno convinto senza dubbi ad aderire). Quando e se riuscirà a “prospettare una soluzione”, mi raccomando, ce lo faccia sapere. Sono le idee, ad essere importanti, e non sempre è facile averle. Basta con gli schematismi.

    • Non c’è di che, siamo qui per servire 🙂

      Però: qual è il grado di libertà, e dunque di eticità, del nostro rapporto con gli studenti?

      Gli studenti universitari non sono discepoli che liberamente si aggregano attorno a un filosofo, come Platone e Fedone con Socrate: la loro relazione con noi, finalizzata anche al conferimento di un titolo, è istituzionalmente stabilita e amministrativamente definita. Io posso, certo, criticare e attenuare, a mio rischio, alcuni dei suoi vincoli, ma non posso evitarli del tutto: come docente universitario indosso un vestito tessuto strettamente da norme amministrative.

      E si può pure dare il caso che questo abito, come una camicia di forza, condizioni pesantemente la libertà – e dunque la qualità etica – del mio rapporto con lo studente, per esempio inducendomi a trascurare la didattica perché l’ANVUR pretende che pubblichi articoli su riviste appartenenti a una lista stilata d’autorità, o che sprechi il mio tempo a compilare noiosi formulari, o altro ancora di quanto ci è noto.

      Se Socrate in carcere, prima di bere la cicuta, fosse sceso in sciopero e avesse rifiutato di discutere dell’immortalità dell’anima, avrebbe tradito le aspettative dei suoi amici, che avevano con lui un vincolo informale. Gli Ateniesi, però, pur decisi a giustiziarlo, non imponevano alle sue conversazioni nessuna camicia di forza amministrativa. Un suo “sciopero” dalla discussione sarebbe stato effettivamente e insensatamente solo a danno di ascoltatori che non avevano con lui nessun rapporto istituzionale e con i quali poteva parlare come preferiva, finché rimaneva vivo.
      Senza voler affrontare la questione dell’efficacia dello sciopero, mi chiedo però: fino a che punto la situazione del docente universitario italiano è paragonabile a quella di Socrate in carcere? L’attuale sistema, come nell’antica Atene, ci impone di bere la cicuta al tramonto del sole, oppure preferisce costringere il nostro uso istituzionale della ragione e dunque il nostro rapporto con gli studenti, in quanto, anch’esso, istituzionalmente definito? E se è vera questa seconda opzione, fino a che punto possiamo permetterci di isolare eticamente il nostro rapporto con gli studenti dal suo contesto istituzionale?

  14. Davvero commovente. Viene voglia di rinunciare del tutto allo stipendio e di devolverlo agli studenti più bisognosi (magari l’ANVUR potrebbe aiutarci a individuarli, istituendo un certamen, con commissione di esperti internazionali). Dobbiamo tutti essere grati al Ministero, per averci tagliato questo odioso privilegio e averci consentito di riscoprire valori più autentici del vil denaro …