E’ stato opportunamente rilevato[1] come il discorso sul merito  si sia affermato assieme ad un atteggiamento populistico di rifiuto dei meccanismi di redistribuzione di beni, servizi, salari e opportunità. L’idea che questi fossero attuati secondo criteri particolaristici ed escludenti ha proposto il criterio della competenza come dispositivo di compensazione democratico di equità e giustizia. La crisi dello Stato nell’epoca della globalizzazione e l’individualizzazione e multiculturalizzazione dell’esperienza sociale – veniva fatto altresì notare da Federica Giardini – portavano tuttavia con sè anche una “crisi della misura”, che ha favorito l’adozione di criteri di valutazione presuntamente oggettivi basati sulla calcolabilità e la “modellistica protocollabile”: le classifiche, il calcolo delle abilità e dei costi-benefici etc. La vita umana è cioè ricondotta a dati quantitativi considerati comparabili ed oggettivi, in cui il miglior sovrano e giudice possibile è l’algoritmo. Si pensi al recente progetto di Renato Brunetta di stabilire le nuove assunzioni finanziate dal Recovery Plan con un database che valuti i curriculum più adatti[2]. Dalla ricerca della misura consegue infatti il passaggio dalle statistiche alle classifiche in cui però si sconta una riduzione di complessità e soprattutto dell’eccedenza e della differenza di ogni soggetto che viene così sottoposto ad una valutazione rispetto a cui si dispone una gerarchia dal meritevole all’immeritevole, fra chi è in credito e chi in debito. Tale gerarchia però non funziona con una semplice frattura fra incluso ed escluso bensì ingiungendo continuamente a chi è in debito di emulare il modello di eccellenza. “Eccellenza” è quindi “superiorità di grado all’interno di una scala, costruita secondo un valore-indicatore, che rende intelligibile la classe e gli elementi che la costituiscono” e che orienta comportamenti non disdegnando l’inclusione di nuovi soggetti. L’apparenza, insomma, è “liberale” e differenzialista, ma l’opposta sostanza si svela disciplinare e omologante. A questo punto Giardini collega questa analisi alla sfera della politica, mostrando come il livello di “eccellenza” possa essere rideclinato politicamente come spazio di assegnazione di diritti particolari e privilegi. In tal senso l’eccellenza non appare compatibile con la democrazia. A quest’ultima è invece propria un’idea non gerarchizzante di eccellenza diffusa tra pari.

      In effetti il mito dell’ eccellenza si afferma nel momento in cui è necessario legittimare la diseguaglianza determinata dalle politiche di disinvestimento pubblico e aziendalizzazione seguite alla crisi del welfarismo stigmatizzato come assistenzialismo paternalistico.  Non a caso il termine meritocrazia, “inventato” nel 1958 in chiave distopica da Michael Young nel romanzo sociologico The rise of meritocracy, ha mantenuto un significato prevalentemente negativo in Europa fino agli anni novanta del secolo scorso, mentre negli Stati Uniti è fin da subito recepito in chiave anche positiva, ad esempio nel fortunato volume di John Gardner intitolato appunto Exellence (1961)[3], che tuttavia doveva confrontarsi con le coeve spinte democratiche e socialiste nel quadro di una società affluente. Come ha sostenuto Thomas Piketty la meritocrazia entra invece in gioco come paradigma egemonico in un’epoca in cui, pur vigendo un sistema formalmente democratico, le diseguaglianze sostanziali aumentano[4].   In questi contesti conviene allora giustificare la diminuzione della spesa pubblica sostenendo l’inefficienza e inaffidabilità delle strutture destinatarie, che vengono quindi sottoposte ad un regime di austerità e controllo rendicontabile. La spesa residua deve essere giustificata mostrando come essa non funzioni da ammortizzatore sociale assistenzialistico ma da “premio” appunto per competenze di eccellenza. Denigrare l’immagine dell’istituzione pubblica aiuta a legittimarne il definanziamento che poi finisce per inverare l’immagine denigratoria. Nel libro del 2007 Il liberismo è di sinistra di Alesina e Giavazzi[5] – che riprendeva interventi dal “Sole 24 ore” e dal “Corriere della sera” –  i due autori sostenevano come non fosse utile aumentare l’investimento di risorse nell’università pubblica, bensì bisognasse orientare quelle esistenti ad incentivare il merito mettendo in concorrenza le università fra di loro, abolendo il valore legale del titolo di studio. Anziché sprecare risorse sui dipartimenti in difficoltà era preferibile puntare sull’eccellenza, introducendo dispositivi per licenziare i docenti “incapaci” o per pagarli meno. Stesse posizioni avrebbe poi espresso l’anno dopo Roger Abravanel, nel noto best seller Meritocrazia, uscito con la prefazione dello stesso Giavazzi[6] (l’attuale consigliere del Presidente Draghi). Il tentativo era quello di introdurre nella politica italiana un senso comune diffuso di tipo meritocratico e neo-liberale, che sganciasse il centrosinistra dalle matrici popolari e sindacali.  Questa pubblicistica di stampo neo-liberale, non rimase priva di conseguenze sul piano politico. La legge Brunetta del 2009 disciplinava i bonus nella pubblica amministrazione e nell’università veniva istituita l’agenzia Anvur, varata dal ministro Mussi e poi attivata dalla Gelmini, volta a realizzare l’utopia della qualità totale[7], in cui i Dipartimenti vengono finanziati più o meno a seconda delle loro performance. Gli effetti darwinistici della legge sono stati sottolineati da Gianfranco Viesti, che ha rilevato – statistiche alla mano – come le università collocate nei territori più ricchi e cioè quelle di una ampia fetta del Nord, si siano ulteriormente arricchite a fronte di una sofferenza del centro-Sud e soprattutto delle isole[8]. Questo anche perché diverso è il gettito fiscale nei vari territori, che va a finanziare la spesa universitaria senza dispositivi compensativi. Ma la stessa logica la ritroviamo ora con il recovery plan che anziché la ricerca di base e il reclutamento stabile, finanzierà progetti più facilmente premiabili se nati in sinergia con le imprese del territorio, andando a favorire le aree con maggiore imprenditorialità diffusa: quindi darwinisticamente vincenti[9].

Un altro meccanismo introdotto dall’Anvur nell’epoca Gelmini è inoltre, ad esempio, quello che valuta la produzione dei docenti sulla base della distinzione fra riviste di “eccellenza” (fascia A) e tutte le altre,  gerarchizzando i codici linguistici e mentali e producendo paradossi come quello secondo cui una rivista ha più possibilità di diventare di fascia A se gli articoli che pubblica sono stati ben valutati: ma questi sono più facilmente ben valutati se sono pubblicati in fascia A. Nel regolamento dei concorsi per i progetti di ricerca finanziati dal Ministero (PRIN) del 2019 veniva premiato nel punteggio il capofila che aveva già fatto il capofila, in una sorta di cristallizzazione del merito in privilegio.

L’ ideologia dell’eccellenza avrebbe trovato il suo cavallo di Troia nel campo democratico in Matteo Renzi. Il modello era ovviamente la Terza via di Tony Blair, secondo cui la sinistra non doveva denigrare l’eccellenza, bensì renderla disponibile per tutti[10]: ma dato che poi i nuovi inclusi erano soli i pochi che vincevano la gara della “giusta” concorrenza alla base della piramide, il risultato è stato quello di “rinforzare” le classi privilegiate, come avrebbe denunciato il vecchio Michael Young, in un articolo su “The guardian” del 2001[11]. È il governo Renzi che (con scarso successo) prova ad applicare il provvedimento delle cattedre Natta che, in linea con le indicazioni di Alesina, Giavazzi e Abravanel, mirava a sottrarre risorse ai già definanziati canali di reclutamento ordinario, per direzionarle a un percorso riservato ad “eccellenze”, proprio nel clima fosco di austerità dettato dalla crisi finanziaria, in cui precari giovani e meno giovani affondavano disperati nella disoccupazione intellettuale più nera.

Il governo dell’università, dunque, nel quadro del sempre più trionfante ordoliberismo dell’Unione europea, non era ormai più volto a soddisfare il bisogno dei singoli contesti, bensì a mettere questi in competizione fra loro per massimizzare gli indicatori. Come ha sottolineato Valeria Pinto, per la governance Il problema non è infatti ridurre le diseguaglianze socio-economiche e territoriali, ma individuare zone di eccellenza utili alla competizione internazionale. Lo European research council punta tutto sulle giovani eccellenze e non sull’eguaglianza, principio ispiratore dell’università di massa[12].

 

  • 2. Ma l’università italiana è davvero in debito di eccellenza?

Difficilmente si fa riferimento alle classifiche delle università, ricordando l’arbitrarietà dei criteri con cui esse vengono stilate. Sono infatti fondamentali due fattori: la dotazione economica degli atenei e la loro grandezza in termini di iscritti e docenti. Le tante piccole e medie università italiane non potrebbero mai competere e quelle grandi hanno difficoltà anche perché caratterizzate da una forte missione di tipo “pubblico”. Forse varrebbe la pena di considerare se l’Università italiana non sia nei primi posti delle classifiche dei vari ranking non solo a causa delle questioni materiali a cui si accennava, ma anche in quanto spalmata su un territorio storicamente policentrico dal punto di vista istituzionale-culturale e costituzionalmente votato all’innalzamento del livello di istruzione di tutto il corpo sociale, tanto che se risultano poche le università italiane fra le top 100, molte sono invece, ad esempio rispetto alle spagnole e francesi, fra le top 500 e le top 1000[13].  Ecco perciò che, se guardiamo altri dati, l’immagine dell’università italiana cambia radicalmente: scopriamo cioè che l’Italia è uno dei paesi in cui università e ricerca sono meno finanziati in Europa e con un maggior rapporto studenti-docenti eppure gli studiosi sono fra i primi per produttività e circolazione delle loro opere[14]. La fortuna all’estero dei cervelli in fuga è del resto – a ben vedere – la più evidente cartina di tornasole del livello medio dell’Università italiana.

Di recente Tito Boeri e Roberto Perotti hanno sollevato un certo dibattito sostenendo che andrebbe aumentata la quota pro-capite di finanziamento premiale ai ricercatori, per incentivare la ricerca[15]. Condivido la posizione di chi – oltre a mostrare gli errori empirici e analitici della loro analisi comparativa fra il sistema inglese e quello italiano – ha loro risposto che non è di questo che l’Università italiana ha bisogno, bensì di essere rifinanziata a livello di base[16], dato che, persino dal punto di vista dei parametri quantitativi su cui si basano i ranking, è proprio tale fattore a dimostrarsi statisticamente decisivo[17]. E’ noto come la sola Università di Harvard abbia un bilancio che da solo è pari al 44 per cento di quello di tutta l’Università italiana nel suo complesso. Anch’io ho avuto modo di intervenire nel dibattito[18], ma i due bocconiani hanno sostenuto che il mio intervento non era costruttivo in quanto non proponeva nulla di alternativo per migliorare la situazione[19]. A ben vedere l’incomprensione era dovuta al fatto che a mio avviso non c’è e forse non c’è mai stato in Italia un problema di qualità della ricerca e della docenza, bensì quello di uno scarso investimento pubblico, aggravato dai provvedimenti della Gelmini nel 2011, a cui oggi si aggiunge un assedio sempre crescente dei processi di aziendalizzazione burocratica che erodono (spesso inutilmente)  il tempo e le energie di tutti i lavoratori impegnati negli atenei. Boeri e Perotti – nella loro replica al mio intervento – hanno anche ritenuto che fossero “infantili” le mie considerazioni sulla natura “neo-liberale” della loro proposta. In realtà sono stato spinto a soffermarmi sulle questioni teoriche (da loro definite “voli pindarici”) proprio per mostrare da dove derivasse il nostro dissidio a fronte della loro riluttanza ad accettare di ricondurre le proprie argomentazioni all’ordoliberismo (che essi considerano, non ho capito perché, un “neologismo”). Ho cercato in ultima analisi di mostrare da un lato come i meccanismi premiali da essi promossi producano ciò che – come abbiamo accennato prima – Gianfranco Viesti ha ben messo in evidenza: una selezione naturale in cui i forti diventano sempre più forti spesso senza alcun “merito” evidente nonostante la pretesa di “eccellenza”; e altresì  come la loro argomentazione rientri nel depistaggio cognitivo degli ultimi decenni, per cui a fronte di un problema politico-economico e politico-sociale (i tagli alla spesa pubblica con la conseguenze diminuzione dei diritti e aumento della disoccupazione), l’attenzione venga spostata sulla scarsa selettività dei finanziamenti e quindi sulla deficitaria attenzione per l’eccellenza oltre che sulla moralità dei destinatari: chi non è d’accordo con le loro posizioni – sostengono infatti – fa il gioco dei favoritismi dei “baroni”. Le pur spesso sacrosante campagne antibaronali finiscono così per essere sussunte dallo spirito del nuovo capitalismo, che da decenni scredita le istituzioni pubbliche per poter trovare poi la giusta legittimazione per effettuare i tagli e le riforme aziendalistiche. In realtà i casi con rilievo penale, spesso giustamente denunciati dalla stampa, non si identificano con il sistema di cooptazione generalizzato (su cui tuttavia sarebbe oltremodo necessario aprire un ampio dibattito per riportare il sistema di reclutamento a una legalità più condivisa) e questo a sua volta non sembra incidere sulla qualità della ricerca dato che in genere il cooptato presenta i requisiti richiesti (valutati in modo necessariamente soggettivo e, altrettanto necessariamente, da una comunità scientifica ristretta e caratterizzata da intense relazioni interpersonali), come ebbe modo di argomentare lucidamente Umberto Eco[20].

Quel che va inoltre rilevato è che il discorso sull’eccellenza nell’università italiana è anche legato a un movimento di tipo globale, che dura da qualche decennio, di riaristocratizzazione della struttura sociale e della sovrastruttura culturale. Non a caso il succitato Roger Abravanel, ascoltato consulente del Ministro Gelmini, ha pubblicato di recente un nuovo libro intitolato Aristocrazia 2.0. Una nuova élite per salvare l’Italia in cui auspica un “governo dei migliori”[21] che è parte del clima, anche terminologico, in cui è nato recentemente il governo Draghi (con Renzi, non a caso, come grande facilitatore) in polemica con le venature “assistenzialistiche” e “populistiche” della coalizione giallo-rossa. L’idea è che al paese non urga infondere nuovi stimoli di democrazia, redistribuendo le risorse dalle rendite e i patrimoni privati alla ricchezza collettiva, elevando il livello culturale e sociale dell’intero corpo sociale, bensì giovi individuare quelle individualità che più legittimamente possano costituire la guida dello stesso, premiandole e riconoscendogli pubblicamente tale ruolo.

Si tratta del resto di una “reazione” elitaria che rimonta ormai al passaggio fra anni settanta e ottanta del secolo scorso e che ha avuto un’accelerazione con la caduta del muro di Berlino, trovando di recente i suoi illustri cantori (di eccellenza) in due colleghi di Princeton: Jason Brennan e Daniel Bell, che hanno decretato il declino del suffragio universale invocando un’ epistocrazia che il secondo vede ben rispecchiata nel sistema cinese e che, a ben vedere, ricorda anche alcuni tratti del pensiero liberale successivo alla Restaurazione[22].

*Si tratta del testo di una relazione svolta il 7 giugno 2021, all’interno del ciclo “pensieri universitari” organizzato dal CIPUR

 

[1] F.Giardini, Eccellenza, in F.Zappino, L.Coccoli, M.Tabacchini, Genealogie del presente- Lessico politico per tempi interessanti, Milano, Mimesi, 2014, pp.95-103.

[2] Non so se la cosa abbia a che fare anche con la storia vera narrata nel film The sturtup (Regia di Alessandro D’Alatri, ITA, 2017), su cui rimando a questa mia analisi: https://www.doppiozero.com/materiali/meritocrazia-come-eugenetica

 

[3] Su ciò S. Cingari, La meritocrazia, Roma, Ediesse, 2020, pp.23-40.

[4] T.Piketty, Capital et ideologie, ed. Du Seuil, Paris, 2019, pp.825-829.

[5] A.Alesina, F.Giavazzi, Il liberismo è di sinistra, Milano, Il saggiatore, pp.27-43.

[6][6] R.Abravanel, Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto,

[7] D.Borrelli, Contro l’ideologia della valutazione. L’Anvur e l’arte della rottamazione dell’Università, Jouvence, Milano, 2015.

[8] G.Viesti, Università in declino. Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud, Napoli, Donzelli, 2016; La laurea negata. Le politiche contro l’istruzione universitaria, Roma-Bari, Laterza, 2018.

[9] Cfr. ad es. https://www.facebook.com/1084197728/videos/10221789427899945.

[10] Su ciò cfr. S.Cingari, op.cit., pp.129-130.

[11] M.Young, Down with meritocracy, “The guardian”, 29 giugno 2001.

[12] V.Pinto, Valutare e punire, Napoli, Cronopio, 2015, pp.68-69, 92.

[13] https://www.corriere.it/scuola/universita/21_marzo_18/universita-no-atenei-serie-ma-servono-centri-eccellenza-5dfe47ba-87f0-11eb-b36f-34a1dcf4e6aa.shtml.

[14]https://www.roars.it/online/classifica-arwu-14-universita-italiane-meglio-di-harvard-e-stanford-come-value-for-money/https://ilbolive.unipd.it/it/news/ricercatori-italiani-pochi-buoni

 

[15] Cfr. i loro interventi del 17 e del 31 marzo: https://www.lavoce.info/archives/72920/luniversita-italiana-continua-a-non-premiare-la-ricerca/http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/universita-e-ricerca-premiare-il-merito-per-difendere-i-diritti-di-chi-studia.flc

[16] https://www.roars.it/online/la-ricetta-di-boeri-e-perotti-per-luniversita-i-numeri-sono-giusti/

[17] Cfr.M.Ciavarella, meglio finanziare di più tutte le università, RobinsonUniversità, 22 marzo 2021

[18] https://ilmanifesto.it/lo-spirito-neoliberale-e-caritatevole-di-boeri-e-perotti/. Cfr. anch il pezzo di E.Cattaneo su “Repubblica”:https://rep.repubblica.it/pwa/commento/2021/03/18/news/universita_ricerca_pnrr-292853096/ ; e questo su “Il fatto quotidiano”: https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/03/22/fondi-a-ricerca-e-universita-perche-le-ricette-ordoliberiste-di-perotti-e-boeri-non-funzionano/6140139

[19] https://ilmanifesto.it/universita-e-ricerca-da-noi-nessuna-logica-neo-liberale/

 

[20] https://www.youtube.com/watch?v=kmx3jih_PUY. Questa conferenza di Eco mi trova d’accordo su tutto tranne che sull’idea che una delle soluzioni possibili possa essere l’abolizione legale del titolo di studio.

[21] R.Abravanel, Aristocrazia 2.0. Una nuova élite per salvare l’Italia, Solferino, Milano, 2021.

[22] Su ciò S.Cingari, op.cit., pp.196-204.

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1 commento

  1. È istruttivo. Condivisibile, ma l’amarezza è che tutto sia già accaduto. Alle nostre identità svilite, al lavoro ed impegno sbeffeggiato, alla serietà rimasta in coda ad aspettare e vedere persone dai curricoli non irreprensibili ai posti più importanti, ai capelli bianchi subire l’arroganza del giovane che sa di essere ben appoggiato, cosa rimane?
    Non solo si è instaurato un clima che è contrario all’onesto, puntiglioso nel proprio lavoro, ma si propagano insegnamenti sbagliati agli studenti: parlo dei voti regalati, di università che premia il lecchinaggio…

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