Il diritto allo studio viene spesso menzionato come rimedio per incrementare la quota di laureati in Italia, una delle più basse tra i paesi UE nella fascia di età 30-34 anni. L’impressione è che nessun governo si sia posto concretamente la domanda: in che modo è possibile raggiungere la quota del 40% di laureati nella popolazione 30-34enne (en passant, entro il 2020), come fissato dalla Commissione Europea? Piuttosto, sembra che sia prevalso il meccanismo inverso: prima sono stati decisi gli interventi, poi sono stati fatti ricadere sotto un determinato obiettivo, senza che si ravveda sempre un legame funzionale tra gli uni e gli altri. Questo articolo si focalizza sul sistema di sostegno in senso stretto o piuttosto sulle sue criticità, poiché finiscono per minarne l’efficacia. Se ne evidenziano i limiti, che emergono con particolare risalto nella comparazione con il sistema di supporto agli studenti francese e tedesco. Si dà quindi conto delle ultime misure intraprese per ampliare l’accesso agli studi e favorire la transizione scuola-università delle fasce di studenti meno abbienti. La tesi che si sostiene è che è indispensabile introdurre dei correttivi, senza buttare via il bambino con l’acqua sporca. 

Il diritto allo studio viene spesso menzionato da studiosi e policy makers come rimedio per incrementare la quota di laureati in Italia (una delle più basse tra i paesi UE nella fascia di età 30-34 anni). Sebbene questo diritto sia richiamato di frequente quale leva per aumentare la partecipazione agli studi (quasi fosse un mantra), al di là di qualche sporadica eccezione, raramente si va oltre una mera citazione. Un caso esemplificativo, l’ultimo in ordine temporale, è quello del Programma Nazionale di Riforma (PNR) approvato a luglio 2020. Si tratta di un documento rilevante poiché parte integrante del Documento di Economia e Finanza (DEF), nel quale il governo illustra lo stato di avanzamento delle riforme e il contesto macroeconomico, definisce le priorità del Paese anche sulla scorta delle Raccomandazioni espresse dal Consiglio dell’Unione Europea, e chiarisce quali politiche intende attuare per conseguire gli obiettivi prefissi.

Ebbene, in risposta alla raccomandazione europea di migliorare le “performance” del sistema di istruzione, incluso quella terziaria, e del rilievo del Consiglio secondo cui i progressi raggiunti dall’Italia sono limitati in tale ambito, nel PNR si legge[1]:

«Il PNR 2020 si sofferma anche sulle misure riguardanti l’università e gli enti pubblici di ricerca ricordando che il numero di laureati è inferiore alla maggior parte dei Paesi OCSE. Occorre dunque:

  • Aumentare il numero dei laureati anche mediante il potenziamento del diritto allo studio;
  • Aumentare le interazioni con il mondo del lavoro; […]
  • Coordinare le attività di ricerca, anche mediante l’istituenda Agenzia Nazionale per la Ricerca.

Il Governo punta a “preservare, potenziare e valorizzare” l’alta formazione artistica, musicale e coreutica (AFAM)».

Come è stato potenziato il diritto allo studio per aumentare il numero di laureati? Nel PNR il governo ha previsto, quale misura per favorire l’accesso alla formazione universitaria, l’aumento del Fondo integrativo statale (FIS) per la concessione di borse di studio agli studenti universitari di 31 milioni di euro nel 2020[2].

Un’iniezione di risorse nel sistema del diritto allo studio non può che essere accolta positivamente, stante soprattutto lo storico sottofinanziamento del FIS. Tuttavia, emerge in modo netto dalla lettura del PNR 2020 (come da quella dei PNR precedenti) lo scostamento tra l’obiettivo – elevare il livello di istruzione della popolazione– e gli strumenti messi in campo per conseguirlo. L’impressione è che nessun governo si sia posto concretamente la domanda: in che modo è possibile raggiungere la quota del 40% di laureati nella popolazione 30-34enne (en passant, entro il 2020), come fissato dalla Commissione Europea? Piuttosto, sembra che sia prevalso il meccanismo inverso: prima sono stati decisi gli interventi, poi sono stati fatti ricadere sotto un determinato obiettivo, senza che si ravveda sempre un legame funzionale tra gli uni e gli altri.

La politica per il diritto allo studio, come noto, si fonda sul principio di consentire a tutti di partecipare agli studi fino ai più alti gradi, rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che possano impedirne la prosecuzione (art. 34 della Costituzione), quindi lecitamente si considera uno dei principali strumenti per elevare il livello di istruzione della popolazione (o meglio di quegli strati della popolazione che potrebbero interrompere gli studi a causa di barriere economiche). Non è il solo strumento, e molto opportunamente Manuela Ghizzoni e Luciano Modica, in questo volume, mettono l’accento sulla necessità di attribuire al diritto allo studio un significato “a tuttotondo” rispetto all’accezione costituzionale di provvidenze e servizi.

Questo articolo, tuttavia, si focalizza sul sistema di sostegno in senso stretto o piuttosto sulle sue criticità, poiché finiscono per minarne l’efficacia. Da un lato, se ne evidenziano i limiti, che emergono con particolare risalto nella comparazione con il sistema di supporto agli studenti francese e tedesco, dall’altro, si dà conto delle ultime misure intraprese per ampliare l’accesso agli studi e favorire la transizione scuola-università delle fasce di studenti meno abbienti.

La tesi che si sostiene è che è indispensabile introdurre dei correttivi (senza buttare via il bambino con l’acqua sporca). Si può fare. La condizione sine qua non è che esista (o si formi) la volontà politica di investire in questa policy mentre il più delle volte è solo blandita.

Italia, Francia e Germania: stessi interventi di sostegno ma numeri diversi

La politica per il diritto allo studio in Italia, sulla carta, sostiene appieno gli studenti universitari poiché prevede la concessione di una borsa di studio agli studenti meritevoli (ovvero che hanno conseguito un certo numero di crediti in relazione all’anno di iscrizione), in condizione economica svantaggiata[3]. I beneficiari di borsa hanno diritto a:

  • un importo monetario (a parziale copertura delle spese di mantenimento)
  • l’esonero totale delle tasse universitarie
  • l’assegnazione di un posto letto se sono fuori sede
  • il servizio di ristorazione a tariffe agevolate

Questo sistema di sostegno è assolutamente analogo a quello di Francia e Germania[4]. Ciò che li differenzia sono innanzitutto i numeri, vale a dire la platea di studenti che ne beneficia. In Italia appena il 12% degli iscritti universitari è beneficiario di borsa, rispetto a uno studente su tre in Francia e a uno su cinque in Germania (Fig. 1). Nonostante l’incremento di borsisti verificatosi a partire dal 2016/17, dopo 15 anni in cui il numero di borsisti è rimasto pressoché invariato, la quota di studenti che accede al beneficio resta assolutamente minoritaria nel nostro Paese.

Figura 1 – Percentuale di studenti beneficiari di borsa su iscritti a corsi di primo livello, a.a. 2017/18

 

28%
32,5%
12%
22%

Nota: il dato italiano si riferisce all’a.a. 2018/19 e include tutti gli studenti, anche gli iscritti AFAM.

Fonte: National Student Fee and Support Systems in European Higher Education 2018/19, Eurydice.

Figura 2 – Numero di borsisti in Italia, Germania e Francia, a.a. 2006/07-2018/19

Nota: il dato della Germania è relativo all’anno solare 2018.

Fonte: Uff. Stat. MIUR, www.destatis.de, www.education.gouv.fr.

Il divario numerico tra l’Italia, da un lato, e la Germania e soprattutto la Francia, dall’altro, dove si registra una costante crescita di borsisti (+51% tra il 2006/07 e il 2018/19), è mostrato in modo netto dalla figura 2. Lo stesso grafico evidenzia l’esistenza in Italia di due figure: l’avente diritto alla borsa (o idoneo) e il beneficiario di borsa.

Non tutti gli aventi diritto beneficiano di borsa in Italia

L’anomalia tutta italiana è che gli aventi diritto non necessariamente ottengono la borsa di studio, con l’aggravante che lo studente conosce l’esito del concorso solo ad anno accademico iniziato (a seconda degli enti di gestione tra ottobre e dicembre). Fino al 2014/15, il gap tra aventi diritto e borsisti era piuttosto ampio: in media, quasi un quarto degli idonei non beneficiava di borsa. A partire dal 2016/17, la percentuale di copertura degli idonei sfiora il 98% (Fig. 3)[5].

Questo risultato è l’effetto combinato dell’aumento delle risorse finanziarie, come vedremo subito oltre, e della revisione dei criteri di riparto del FIS avvenuta nel 2017[6]. Nel nuovo meccanismo di riparto è stabilita una corresponsabilità precisa di Stato e Regioni al finanziamento delle borse: considerata pari a 100 la spesa per borse di studio, è a carico del primo il 71% circa, mentre la restante quota deve essere coperta da risorse proprie regionali. Inoltre lo stanziamento delle Regioni non può essere inferiore al 40% dell’assegnazione ricevuta attraverso il FIS.

Ciononostante, il 2% degli studenti aventi diritto, ancora nel 2019/20 è rimasto escluso dal beneficio, pari in valore assoluto a quasi 5.500 studenti.

Figura 3 – Numero aventi diritto alla borsa e numero di borsisti in Italia, a.a. 2002/03-2019/20

Fonte: Ufficio VIII – MIUR fino al 2013/14; UFF. STAT. MIUR a partire dal 2014/15.

La percentuale di borsisti su aventi diritto differisce tra regioni e all’interno delle regioni stesse

In cinque regioni su venti non è stata garantita l’erogazione della borsa a tutti gli idonei (Tab. 1), tuttavia al loro interno la situazione non è uniforme. Nello specifico:

  • in Calabria, la copertura è stata totale in tutti gli atenei/istituti di formazione terziaria eccetto che presso l’Università per Stranieri dove quasi un terzo degli idonei non ha ottenuto la borsa;
  • nel Veneto, a Padova, all’Università “Cà Foscari” di Venezia e all’Università di Verona, avente diritto è equivalso a borsista mentre lo stesso non è stato presso l’ESU di Venezia, l’ESU di Verona e lo IUAV;
  • in Lombardia, all’Università Bocconi, all’Università San Raffaele e in diversi Istituti di Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM), una quota di idonei non ha percepito la borsa in misura che varia da istituto a istituto;
  • in Sicilia, presso l’ERSU di Catania e l’ERSU di Messina nessun idoneo è rimasto senza borsa mentre presso l’ERSU di Palermo e di Enna, rispettivamente, solo il 57% e il 53% degli aventi diritto ha beneficiato di borsa.

 

Tabella 1 – Regioni in cui non tutti gli idonei hanno percepito la borsa, a.a. 2019/20

% di borsisti su aventi diritto
Sicilia 78,8
Molise 93,3
Lombardia 98,2
Veneto 98,4
Calabria 99,5
ITALIA 97,6

Fonte: UFF. STAT. MIUR.

La mancata garanzia del diritto si verifica in regioni del Nord come del Sud Italia. Il comun denominatore di queste realtà sembra piuttosto essere la frammentarietà gestionale degli interventi (fatta eccezione per il Molise). In Lombardia, ad esempio, vi sono 38 istituti di formazione terziaria ed ognuno ha un proprio ufficio DSU. In Veneto, gli atenei gestiscono l’erogazione delle borse mentre è di competenza degli ESU di Padova, Venezia e Verona, la gestione delle borse per i rispettivi AFAM territoriali.

Parcellizzare l’amministrazione del DSU, attribuendola a ogni singolo ateneo/istituto di formazione terziaria, porta al paradosso che nella stessa regione, o financo nella stessa sede universitaria, alcuni studenti abbiano assicurato il diritto allo studio e altri no.

Oltre 40 bandi di concorso in Italia vs uno in Francia e Germania

Nel nostro Paese, l’uniformità di trattamento – benché il DPCM 9 aprile 2001 che disciplina la materia sia titolato “Uniformità di trattamento sul diritto agli studi universitari” -, è più sulla carta che nella pratica, non soltanto per quel che concerne l’ottenimento del beneficio (a parità di diritto) ma per i criteri di accesso e le modalità di erogazione.

Difformità nei requisiti, perché le regioni hanno facoltà di fissare le soglie ISEE e ISPE di accesso entro un range stabilito dallo Stato[7]. Sebbene molte, a partire dall’a.a. 2016/17[8], si siano attestate sui limiti massimi possibili, l’esito di questa norma è che, nel 2020/21, in Molise si può beneficiare di borsa entro i 17.300 euro di ISEE, a Palermo entro i 20.600 euro circa[9], in Campania e nelle Marche con massimo 21.000 euro, e nelle altre regioni con 23.000 o 23.600 euro (Tab. 2). Si tratta di una disparità immotivata, cui si sarebbe potuto, o meglio dovuto ovviare nel d.lgs. 68/2012, o nel DM n. 174/2016, ma hanno prevalso sugli interessi degli studenti logiche che attengono ai rapporti Stato-Regioni.

 

Tabella 2 – I limiti ISEE e ISPE per accedere alla borsa, per regione, a.a. 2020/21

Limite ISEE

(euro)

Limite ISPE

(euro)

D.M.(max) 23.626 51.362
Abruzzo 23.626 51.362
Basilicata
Calabria
Friuli Venezia Giulia
Lazio
Liguria
Piemonte
Sardegna
Sicilia*
Umbria
Valle d’Aosta
Veneto 36.400
Toscana 23.600 51.300
Emilia Romagna 23.000 50.000
Lombardia
Puglia
Campania 21.000 40.000
Marche 21.000 38.000
Molise 17.324 32.321
D.M.(min) 15.749 27.560

*Nel 2020/21, l’ERSU di Palermo ha stabilito una soglia ISEE differente dagli altri enti siciliani, pari a 20.626,32 euro.

Fonte: Rilevazione IRES Piemonte-Osservatorio DSU dai Bandi degli enti per il diritto allo studio pubblicati sui siti Internet.

 

Difformità nelle procedure di erogazione: come potrebbe essere diversamente considerato che si contano oltre 40 bandi di concorso (peraltro non sempre di agevole lettura)? Vi sono: tredici bandi regionali[10]; un bando per ogni sede universitaria in Abruzzo, Calabria, Sardegna, Sicilia e Trentino Alto Adige; uno per ogni ateneo ed uno per gli AFAM (raggruppati per sede universitaria) in Veneto; un bando di concorso per ogni istituto di formazione terziaria in Lombardia.

In Francia e Germania non è neanche appropriato parlare di bando. In ambedue i Paesi vi è una normativa che disciplina, nel primo caso, le bourses sur critères sociaux, nel secondo il BAföG. Agli studenti vengono fornite delle informazioni pratiche (circa i requisiti necessari per ottenere il beneficio, le modalità del pagamento, gli importi, e altro ancora), attraverso un sito istituzionale[11]. Le informazioni sono valevoli per tutti gli studenti su tutto il territorio nazionale (e di facile comprensione anche per chi è esterno al sistema, come la scrivente). In Francia, la stessa richiesta di borsa avviene attraverso una sola modalità, ovvero tramite un unico portale online.

Il pagamento della borsa: mensile in Francia e Germania, tardivo in Italia

L’importo della borsa, infine, è erogato su base mensile e soprattutto in concomitanza con l’avvio dell’anno accademico: in Francia è pagata prima del 5 di ogni mese a partire da settembre[12], in Germania il finanziamento inizia dal mese in cui è presentata la richiesta[13]. In breve, non esiste – né probabilmente è concepibile – un’attuazione differenziata territorialmente del sistema di sostegno, tanto in un paese di tradizione centralistica come la Francia, quanto in un sistema federale come quello tedesco.

In Italia, le modalità di pagamento differiscono da ente a ente ma tendenzialmente la borsa è pagata in due tranche, la prima a dicembre, la seconda è erogata tra giugno e novembre dell’anno accademico successivo, in base anche alla situazione curriculare. A titolo esemplificativo, nella tabella 3, è indicato quando viene trasferito l’importo di borsa in quattro diversi enti regionali di gestione del DSU. A seconda di dove si studia vigono delle regole diverse di pagamento, ma a qualsiasi ente lo studente afferisca, deve essere in grado di provvedere autonomamente e interamente al mantenimento degli studi nel lasso di tempo in cui non percepisce la borsa, la quale finisce per assumere la forma di un rimborso spese.

Tabella 3 – Il pagamento della borsa in alcuni enti regionali di gestione del DSU, a.a. 2020/21

EDISU Piemonte

(iscritti al 1° anno)

DSU Toscana ALISEO Liguria ADISURC Campania
1° rata Da fine dicembre 25% importo totale 20 dicembre 50% importo totale In un’unica soluzione al conseguimento di 20 crediti entro il 10 agosto, registrati in carriera Entro il 31 dicembre 50% importo totale
2° rata Da fine giugno 2021* Se lo studente consegue 20 crediti entro il 30 aprile Entro il 30 giugno Se lo studente consegue 20 crediti entro il 31 maggio autocertificati Dopo la verifica del conseguimento di 20 crediti entro il 10 agosto
Da fine novembre Se lo studente consegue 20 crediti entro il 10 agosto Entro il 31 ottobre Se lo studente consegue 20 crediti entro il 10 agosto autocertificati

*Ricevono un anticipo della 2° rata a fine giugno, pari al 25% dell’importo totale, anche gli studenti che conseguono 10 crediti entro il 28 febbraio.

Fonte: Bando di concorso EDISU Piemonte; DSU Toscana; ALISEO Liguria; ADISURC Campania, a.a. 2020/21.

 

In conclusione, il sistema di sostegno in Italia sembra essere guidato per lo più da logiche burocratico-amministrative-localistiche anziché essere orientato alle necessità degli studenti. Eppure istituire un unico punto di accesso online per la presentazione della domanda di borsa non richiederebbe particolari costi di realizzazione, faciliterebbe gli studenti e consentirebbe al Ministero di disporre in tempo reale dei dati relativi al numero di richiedenti e di idonei al beneficio (senza le lungaggini connesse alle rilevazioni dati e alle relative risposte da parte degli enti di gestione). Si ricorda che è stata resa obbligatoria l’iscrizione online per le scuole di ogni ordine e grado, alcuni anni fa, attraverso il portale del Ministero dell’Istruzione. Il “modello” è già collaudato.

L’offerta abitativa è insufficiente

La distanza che ci separa dai Paesi cugini è considerevole anche sul fronte dei servizi. I dati dell’Indagine Eurostudent[14] ci dicono che il 3% degli studenti universitari in Italia alloggia in una residenza universitaria, rispetto al 12% in Germania e il 14% in Francia. In valore assoluto, sommando i posti gestiti dagli organismi regionali per il DSU, a quelli in capo agli atenei e a quelli dei collegi non statali legalmente riconosciuti, si arriva a sfiorare i 52mila posti alloggio, meno di un terzo dell’offerta residenziale di Francia e Germania (Fig. 4).

Ma guardiamo al bicchiere mezzo pieno, c’è stato un aumento dei posti del 51% tra il 2001 e il 2019, grazie soprattutto alla previsione della legge 338/00 che cofinanzia progetti finalizzati all’acquisto, ristrutturazione o costruzione di immobili da adibire a residenze universitarie, attraverso dei bandi cui è ammesso un elenco di soggetti (senza scopo di lucro). Per la precisione, gli effetti di questa legge dovrebbero essere “misurati” a partire dal 2005, ovvero dall’anno in cui è stato pubblicato il primo elenco di interventi cofinanziati: ebbene, negli ultimi 14 anni, l’offerta abitativa è cresciuta di circa 13.700 posti alloggio.

Figura 4 – Numero di posti letto nelle residenze universitarie in Italia, Francia e Germania, 2019

Nota: i dati dell’Italia si riferiscono al 2019, quelli di Francia e Germania al 2018/19.

Fonte: ustat.miur.it, CROUS, Studentenwerke.

La legge 338/00 è stata ed è un tassello fondamentale nello sviluppo della residenzialità universitaria ma non si può sottacerne le criticità:

  • tempistiche lunghe, sia nell’espletamento delle procedure (basti ricordare che gli esiti del IV° bando emanato nel 2016 sono stati pubblicati due anni dopo), sia nella fase realizzativa degli interventi[15];
  • squilibrata partecipazione regionale ai bandi, per cui si contano sulle dita di una mano le regioni che ne hanno particolarmente giovato (Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Toscana).

Nonostante i progressi, siamo lontani dall’obiettivo verso cui lo Stato italiano dovrebbe tendere, ovvero disporre di almeno 150mila posti alloggio a fronte dei quasi 100mila borsisti fuori sede, nel 2019/20.

L’investimento nel servizio abitativo trova la sua ragione d’essere non soltanto nella necessità di soddisfare la domanda (ampiamente inevasa) ma per motivi di ordine economico e sociale. Le residenze universitarie, da un lato, rendono possibile la mobilità per studio degli studenti in condizioni disagiate poiché riducono significativamente le spese di mantenimento, su cui incide in misura preponderante la voce “alloggio”; dall’altro, favoriscono l’acquisizione di quella indipendenza e autonomia (citata giustamente da Luciano Modica tra i punti dolens della società italiana nel suo contributo) indispensabili nel processo di maturazione e crescita. Ma c’è di più, il valore aggiunto delle residenze è la comunità che si crea, una comunità di persone magari di origine e cultura differente, in cui vi è scambio e supporto reciproco nello studio e nella vita da fuori sede.

Incremento del finanziamento statale per le borse

Dal quadro fin qui tracciato emergono diverse falle del sistema di supporto agli studenti. Pur tuttavia non si può disconoscere che l’Italia ha fatto dei passi in avanti, in particolare sul fronte delle risorse statali, sia in termini di ammontare che di criteri di ripartizione tra le regioni, come già accennato, che hanno portato a sfiorare ciò che fino a non molto tempo fa appariva un miraggio: l’erogazione della borsa a tutti gli aventi diritto[16].

In venti anni l’ammontare del FIS è triplicato, raggiungendo negli anni 2020-2021 la cifra record di 308 milioni di euro (Fig. 5). Questo stanziamento, insieme al gettito della tassa regionale per il DSU e alle risorse proprie delle regioni, hanno determinato una spesa per borse di studio pari a circa 800 milioni di euro nel 2020. Purtroppo non è ancora abbastanza. Affinché lo Stato copra il fabbisogno finanziario regionale nella misura del 71%, come prevede la normativa, il FIS dovrebbe essere aumentato di ulteriori 50 milioni di euro[17]. Non è un impegno finanziario impossibile e pur sempre molto lontano dai 2 miliardi di euro messi a bilancio da Francia e Germania per il pagamento delle borse[18].

Figura 5 – Fondo Integrativo Statale per borse di studio, 2000-2021 (valori in milioni di euro)

Fonte: Decreti di riparto e Legge di bilancio 30 dicembre 2020, n. 178.

Una “nuova” misura: la no tax area

Oltre all’aumento delle risorse, l’altro elemento di rilievo che connota il sistema di sostegno agli studenti negli anni recenti, è la no tax area: istituita con la Legge di Bilancio per l’anno finanziario 2017, vigente dall’a.a. 2017/18, prevede l’esenzione totale dal pagamento delle tasse universitarie per gli studenti con ISEE fino a 13mila euro. La soglia è stata elevata a 20mila euro nel cosiddetto decreto Rilancio (prima relativamente al solo a.a. 2020/21, successivamente in modo permanente)[19].

Per il carattere innovativo di questa misura, si può osare definirla rivoluzionaria: è l’unica nuova politica pensata per ampliare l’accesso all’istruzione terziaria degli studenti in condizioni disagiate. Non bisogna peraltro dimenticare che è stata innestata all’interno di un sistema di contribuzione studentesca autonomamente definito dagli atenei, ciò che non era scontato. Questo, d’altro canto, non sarebbe stato probabilmente possibile se alle università non fosse stata riconosciuta una compensazione finanziaria per il mancato gettito, attraverso un apposito fondo che ammonta a 270 milioni di euro nel 2020.

Questo intervento è stato efficace? È servito allo scopo per cui è stato introdotto? Per rispondere in modo adeguato occorrerebbe fare un’analisi ad hoc, tuttavia, si possono osservare due effetti direttamente o indirettamente derivanti dalla no tax area:

  • in primo luogo, è duplicato il numero di studenti totalmente esonerati dalle tasse universitarie: dal 13% sul totale iscritti, nel 2016/17, al 27% nel 2018/19[20];
  • in secondo luogo, è aumentato il numero di aventi diritto alla borsa del 29% nel periodo 2016/17-2019/20, a fronte di un trend piatto nella precedente dozzina di anni e a criteri di accesso alla borsa immutati.

Sono esiti cui si deve guardare con favore perché ci avvicinano – leggerissimamente – a quei Paesi europei in cui l’accesso alla formazione universitaria è totalmente gratuito (Danimarca, Finlandia, Germania, Svezia, Norvegia) o poco oneroso (200-300 euro, come in Francia), e nei quali, allo stesso tempo, è significativa la platea di studenti che beneficia di sostegno economico[21].

Perché la no tax area esplichi appieno l’effetto atteso – ovvero favorire la transizione scuola-università in specie degli studenti provenienti da contesti socio-economici più svantaggiati, e quindi principalmente dei diplomati tecnico-professionali – occorrerebbe, tuttavia, una campagna informativa nelle scuole secondarie superiori. Se gli studenti ne vengono a conoscenza dopo che hanno già deciso di iscriversi all’università, quindi all’atto dell’iscrizione, si è persa quella “quota” di studenti che se avessero saputo di essere esentati dalla contribuzione studentesca, forse si sarebbero iscritti. Invece la no tax area è passata mediaticamente sotto silenzio né gli atenei ne danno adeguato rilievo sui siti o nei Manifesti delle tasse e contributi. Solo nel 2020 sono apparse delle dichiarazioni al riguardo da parte dell’ex ministro Gaetano Manfredi, gli va riconosciuto.

L’obiettivo di elevare il livello di istruzione del nostro Paese non si raggiunge con un’intenzione di facciata ma con una forte volontà politica, a tutti i livelli. Ci si chiede come possa essere diversamente, di fronte al 27% di 30-34enni che nel 2019, in Italia, possiedono al massimo il diploma di scuola secondaria inferiore (la media UE è del 16%) e ad un’analoga percentuale di giovani laureati, che di contro nei Paesi UE, in media, è pari al 40% (Tab. 4). Quale ulteriore dato bisogna aspettare per sobbalzare sulla sedia?

 

Tabella 4 – Popolazione di età compresa tra 30-34 anni, per livello di istruzione, 2019

Non diplomati Diplomati Laureati
ITALIA 26,7% 45,7% 27,6%
Media UE 16,2% 43,5% 40,3%

Fonte: Eurostat, 2020.

* Questo articolo è stato originariamente pubblicato con il titolo: “Come rendere il sistema di “diritto alle competenze” efficace e mirato a diversi tipi di destinatari?” nel numero Come costruire un sistema di “diritto alle competenze” efficace e mirato a diversi tipi di destinatari? della collana “UNIMI 2040 Discussion Papers”. Il numero è scaricabile a questo link https://libri.unimi.it/index.php/unimi2040/catalog/book/47

[1] Programma Nazionale di Riforma 2020, (Sez. III del DEF 2020), Dossier luglio 2020, XVIII Legislatura, Senato della Repubblica, Camera dei deputati, pag. 41.

[2] Documento di Economia e Finanza 2020, Appendice al Programma Nazionale di Riforma 2020, Deliberata dal Consiglio dei Ministri il 6 luglio 2020, pag. 120.

[3] La condizione di svantaggio economico è attestata attraverso l’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) e l’ISPE (Indicatore della Situazione Patrimoniale Equivalente). Nel 2020/21, i limiti ISEE e ISPE massimi stabiliti dal Ministero, entro i quali gli studenti possono aver diritto alla borsa sono, rispettivamente, 23.626 euro e 51.362 euro.

[4] Il sistema tedesco, più precisamente, prevede il BAföG, un importo monetario erogato per metà a fondo perduto e per metà sotto forma di prestito a tasso zero. Esiste una soglia massima di restituzione del debito, per cui lo studente non restituisce più di 10mila euro del totale del prestito.

[5] Nel 2015/16, il 93,6% degli idonei ha ottenuto la borsa ma questo non fu l’effetto dell’aumento dei borsisti ma del crollo del numero di aventi diritto, come si può osservare dal grafico, avvenuto a seguito della riforma dell’ISEE per cui a parità di situazione economico-patrimoniale familiare, il valore ISEE è risultato più alto.

[6] DI MIUR-MEF 11 ottobre 2017 n. 798.

[7] DPCM 9 aprile 2001, art. 5, co. 9.

[8] Questo è attribuibile all’emanazione del DM 23 marzo 2016 n. 174, Aggiornamento soglie ISEE e ISPE 2016/17 che ha elevato le soglie economico-patrimoniali in misura superiore all’inflazione per far fronte alla contrazione del numero di idonei registratasi nel 2015/16, a sua volta conseguente alla riforma dell’ISEE.

[9] L’ERSU di Palermo, nel 2020/21, ha fissato un valore ISEE inferiore a quello che aveva stabilito nel 2019/20, pari a 23.509 euro, e differente rispetto agli altri ERSU siciliani.

[10] Le regioni nelle quali vi è un’unica azienda regionale per il DSU, e di conseguenza un unico bando, sono: Campania, Basilicata, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria e Valle d’Aosta.

[11] Si veda www.etudiant.gouv.fr e www.bafog.de.

[12] Gli studenti che intendono iscriversi nell’a.a. 2021/22, in Francia, devono presentare domanda di borsa dal 20 gennaio al 15 maggio 2021; è possibile presentare domanda anche dopo il 15 maggio ma questo può determinare dei ritardi nel pagamento di borsa, che di norma è erogata prima del 5 di ogni mese.

[13] Se lo studente fa domanda di BAföG in ritardo, ovvero nei mesi successivi all’inizio del corso di laurea, non ottiene l’importo per i mesi passati, per questo gli studenti sono sollecitati a fare richiesta nel mese in cui ha inizio la formazione.

[14] Cfr. DZHW, Social and Economic Conditions of Student Life in Europe, Eurostudent VI, 2016-2018, eurostudent.eu.

[15] Nel 2012, successivamente alla pubblicazione della graduatoria del III° bando, erano ancora in corso di realizzazione posti alloggio cofinanziati attraverso il I° e II° bando (i cui esiti sono stati pubblicati, rispettivamente, nel 2005 e nel 2008). Cfr. Gestire le residenze universitarie, a cura di G. Catalano, il Mulino, Bologna 2013.

[16] Si rimanda all’articolo di Manuela Ghizzoni, in questo stesso numero, per una panoramica più ampia sulle novità introdotte in materia negli ultimi anni e sulle modalità di funzionamento del sistema di finanziamento.

[17] Questo valore si basa sul calcolo del fabbisogno finanziario regionale relativo al 2020, effettuato dal Ministero ai fini del riparto del FIS. Il fabbisogno finanziario regionale è pari alla somma della spesa per: pagare la borsa alla totalità degli idonei, contributi di mobilità internazionale, contributi per studenti disabili e per i posti alloggio (in quest’ultimo caso la spesa è calcolata moltiplicando il numero di posti per un costo figurativo di 1.300 euro).

[18] Lo stanziamento della Francia per aiuti diretti agli studenti sale a 3,7 miliardi di euro se si aggiunge nel computo, oltre alla spesa per borse di studio, quella per contributi affitto e per borse per merito.

[19] Luciano Modica, nel suo articolo in questo numero, illustra dettagliatamente le specifiche della no tax area, qui solo accennate.

[20] Cfr. La contribuzione studentesca negli Atenei e negli istituti AFAM nell’anno accademico 2018-2019, a cura di C. Pizzella, Ministero dell’Istruzione, agosto 2020.

[21] European Commission/EACEA, National Student Fee and Support Systems in European Higher Education, 2018/19, Eurydice, Luxembourg, 2018.

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