La bufala del giorno

I professori universitari italiani sono i più pagati del mondo? Una bufala dura a morire

La leggenda degli stipendi straordinari narra che i professori universitari italiani siano tra i più pagati del mondo. Dimenticata per qualche anno, la leggenda ha ricominciato ad essere diffusa nei giornali in concomitanza con lo sciopero degli esami. A supportarla, dati “incontrovertibili”, prodotti dall’OCSE nell’edizione 2016 di Education at a Glance 2016 (EaG 2016). I lettori che avranno la pazienza di leggere questo post scopriranno che i dati OCSE sui salari dei professori universitari sono costruiti su fonti opache e non permettono comparazioni sensate: in una parola, sono inutilizzabili. Lo sostiene anche il rapporto della Commissione Europea, Eurydice 2017, secondo cui EaG 2016 ha definitivamente documentato che nell’Unione Europea le autorità nazionali “non hanno dati sui salari degli accademici”. Sarà per questa solenne bocciatura che nell’edizione 2017 di EaG i dati sui salari dei professori universitari sono scomparsi? Comunque sia, è il caso di avvertire giornalisti, frequentatori di blog e di facebook che a Bruxelles non credono ai dati OCSE. E’ anche il caso di avvertirli che anche altre fonti, recentemente riesumate, riportano dati che non stanno in piedi. E’ il caso di un post del 2012 su Noise from Amerika, secondo cui “il salario lordo dei docenti italiani è significativamente superiore a quello dei colleghi di prestigiosissime università americane“. Peccato che per l’Italia venga considerato il salario medio dei professori italiani, comprensivo delle indennità per attività mediche, delle attività libero professionali intra-moenia e dei compensi conto terzi (oltre a varie altre voci). Per gli Stati Uniti, invece, l’80% (!) del salario dei professori, al netto degli stipendi dei medici.  Anche l’affermazione letta recentemente su Wired,  secondo cui “il compenso degli ordinari li rende appena meno ricchi persino rispetto a quanto corrisposto al presidente del Consiglio“, appare destituita di ogni fondamento. Infatti, secondo la banca dati DALIA-MIUR lo stipendio medio (lordo) del professore ordinario a tempo pieno è circa €87 mila; 30 mila € in meno dello stipendio del presidente del consiglio.

1. Terzi al mondo come stipendi. Lo dice l’OCSE

In concomitanza con lo sciopero dei docenti universitari, è risorta nei media la leggenda degli stipendi straordinari dei professori universitari italiani. Si narra che sarebbero i più pagati del mondo. Il salto di qualità rispetto alle bufale diffuse in precedenza è che questa volta la fonte sono dati OCSE, riassunti nella seguente figura, pubblicata nel Box 3.1 di Education at a Glance 2016.

A dire il vero, l’OCSE presenta con estrema cautela sia il box e la figura, parlando di “risultati preliminari”. Malgrado questa cautela, la figura è stata usata per sostenere che gli stipendi dei professori universitari italiani sono “i più alti al mondo“. E di essa qualcuno ha sostenuto che contenga dati “incontrovertibili”.

Eppure già dalla semplice osservazione dovrebbe essere chiaro che c’è qualcosa che non quadra: perché così pochi paesi? Perché mancano per esempio Germania, Spagna, Portogallo, Olanda etc.? E poi avete notato quel numeretto (1) accanto al Belgium (Fr.) che vorrà mai dire? Nella legenda c’è scritto che per il Belgio francese i dati “escludono i salari effettivi pagati nelle università”! Si avete letto bene: per il Belgio francese i salari dei professori universitari escludono i salari pagati nelle università.

2. Ma cosa contengono davvero i dati OCSE?

Cominciamo con una premessa: fare confronti tra salari di paesi diversi è difficile. Ci sono problemi facili sulla cui soluzione c’è diffuso consenso, e ci sono problemi assai meno facili. Cominciamo da quelli facili:

  1. gli stipendi sono definiti in moneta nazionale e quindi per compararli si deve usare una moneta comune di riferimento;
  2. paesi diversi hanno sistemi di prezzi diversi, un diverso costo della vita: ricevere €1.000 in Italia o l’equivalente in dollari negli Stati Uniti non significa avere lo stesso stipendio poiché negli USA con lo stesso ammontare nominale si comprano meno beni.

Per risolvere contemporaneamente questi due problemi si prende l’ammontare del salario in moneta nazionale e lo si converte in dollari a parità di potere d’acquisto ($PPP purchasing power parity). Per farlo, si usano dei coefficienti di conversione che l’OCSE pubblica qui. Tutto bene? Diciamo che è la convenzione più usata, anche se non è esente da critiche. Ma non è questo il punto. Passiamo ai problemi meno facili.

Il terzo problema, quello più complicato da risolvere, è definire quale salario considerare. Salario netto? salario lordo? E quale lordo? quali tasse e contributi devono essere conteggiati e quali non devono esserlo? A quale salario si fa riferimento? Al salario medio annuo “attuale” calcolato sommando i salari di tutti e professori e dividendo per il loro numero? E, in questo caso, se ci sono docenti part-time come si conteggiano? Con il loro salario reale o trasformandolo in equivalente a tempo pieno? Oppure si prendono gli stipendi tabellari? Ed in quest’ultimo caso, cosa si confronta? Salario di ingresso? Salario a metà carriera? Salario a fine carriera? E per quali tipologie di professori? Si considerano i salari dei post-doc e dei precari della ricerca? Esistono tabelle di “conversione” tra tipologie di professori nei vari paesi? Si considerano i contratti a tempo determinato? Si considerano i professori delle università private? E, se i salari hanno una parte variabile (premiale), come se ne tiene conto nei salari tabellari? Questa è una lista, forse nemmeno completa, delle domande cui si deve rispondere prima di fare il confronto.

Come risolve OCSE tutti questi problemi?

In modo approssimativo, diciamolo subito. Da qui le cautele nella presentazione dei dati ed il loro confinamento in un apposito box di EAG 2015 e 2016.

Il salario non si osserva in natura, come gli uccelli o i metalli. Il salario si osserva dopo averlo definito in modo preciso, ed in questo caso la definizione è davvero assai complessa. Ed ancora più complesso è garantire che tutte le condizioni della definizione siano rispettate nell’osservazione dei salari di tutte le nazioni che si vogliono comparare.

Ma, e qui arriva la sorpresa, non è vero che OCSE “osserva” i salari o li “calcola” per i vari paesi. OCSE ricava i dati attraverso una survey (NESLI survey), cioè svolge un esercizio di rilevazione indiretta, che consiste nel chiedere (a chi?) di riempire un questionario (quali sono le domande?) in cui si riportino anche i dati nazionali (calcolati da chi? su quali fonti?). Noi alle domande tra parentesi non siamo riusciti a trovare una risposta nella documentazione. Non escludiamo che quelle risposte ci siano. Se qualcuno le trova, saranno pubblicate in calce a questo post, promesso.

Nella survey, OCSE tenta di raccogliere in modo omogeneo dati riferiti al salario annuale medio effettivo per professori equivalenti a tempo pieno, pagato nelle università pubbliche ed in quelle “private, dipendenti dal governo.

Ma cosa è il salario annuale medio effettivo?

A differenza di quanto accade per i salari degli insegnanti degli altri ordini di scuola, dove OCSE presenta un pacchetto consistente di dati, per l’università OECD si limita a riportare i dati dei salari medi complessivi del personale accademico (“Full time equivalent faculty: All tertiary academic instructional faculty”) e dei full-professors (“Full-time faculty: Full professors (or country equivalent)”). I dati si trovano qui.

3. I dati OCSE sull’Italia. Sono veri?

Per l’Italia, la tabella dell’OCSE riporta per il 2014 i seguenti salari medi:

  • docenti: 80.043 $PPP, corrispondenti a 58.831 € (più o meno un associato in classe 06/4 o un ricercatore in 13° classe);
  • professore ordinario: 117.718 $PPP, corrispondenti a 86.523 € (più o meno il salario lordo di un ordinario in 6° classe stipendiale).

I dati non sono molto diversi da quelli desumibili dal database DALIA del MIUR, relativamente al 2014:

  • 57.000 € in media per tutti i docenti;
  • 88.000 € per gli ordinari a tempo pieno.

Tutto bene dunque? E quindi siamo davvero tra il paese con i professori più pagati del mondo? 

Sia consentito dubitarne.

I problemi sono due. Il primo problema è che i dati medi risentono dell’anzianità lavorativa della popolazione su cui sono rilevati i dati. Tanto più anziani i lavoratori, tanto più elevati, a parità di struttura salariale, i salari medi. E l’Italia è il paese con la presenza più elevata di personale over 50.

Questo significa che a parità di struttura salariale, i salari medi effettivi italiani tenderanno ad essere più elevati data la maggiore anzianità lavorativa. Ma non è questo il punto (che peraltro una rilevazione seria dovrebbe correggere).

4. OCSE compara mele italiane e pere britanniche

Il secondo e ben più grave problema è che i dati italiani sono difficilmente comparabili con quelli delle altre nazioni.

Prendiamo, per illustrare il punto, il Regno Unito. Nel 2014 OECD calcola per il Regno Unito un salario medio di 60.555 $PPP , corrispondente a 40.770 £ (52,500 € al cambio); e di 112.679 $PPP per i full professors corrispondente a 78.087 £ (100.000 €  al cambio). Secondo i dati OCSE, i salari UK sarebbero molto più bassi di quelli italiani.

Se uno ha la pazienza di consultare l’ANNEX 3 di EAG 2016 scopre che per il Regno Unito OCSE considera tutto lo staff accademico, compreso quello con contratto a termine. A pag. 242 dell’Annex 3 si legge:

Pay rates for academic staff below the level of professor are based on the nationally determined 51-point pay scale.

Questo significa che nei calcoli sono comprese figure equivalenti ai nostri assegnisti/precari della ricerca/RTD tipo A. Nella figura riportata qua sotto è contenuta la descrizione di alcuni dei livelli salariali compresi nei calcoli OCSE per il Regno Unito, ma si può vedere a titolo di esempio, anche la “51-point pay scale” dell’università di Exeter.

Non c’è quindi molto da meravigliarsi se il salario medio OCSE calcolato per il Regno Unito è più basso di quello italiano, che tiene accuratamente fuori dal computo i salari dei precari.

“Ok, si dirà, ma che gli ordinari italiani sono pagati più degli omologhi inglese, questo almeno non lo si può negare”. Ma anche qui, chi legge l’Annex 3, scopre che i “professor” britannici considerati dall’OCSE non somigliano molto agli ordinari italiani.

Cosa sono secondo OCSE i “full professor” britannici? Sono una categoria specifica di Faculty, i “professor”. Ecco la definizione:

Quindi OCSE considera solo i professor con un livello contrattuale 5A. Che vuol dire?

L’organizzazione del sistema britannico prevede almeno 8 livelli salariali superiori a quello di “Professor”: si va dal “Senior function head” al “director of a small center” al “head of department” e così via. Questo significa che si sta facendo il confronto tra lo stipendio medio di un ordinario italiano, rispetto al quale non esistono accademici di rango e stipendio superiore, con lo stipendio di un professore britannico “basic”, non necessariamente tenured.

Si noti che nel 2016 i professors rappresentavano appena il 10% dello staff accademico complessivo, mentre in Italia gli ordinari sono circa il 25% dello staff accademico.

Quindi anche per gli stipendi degli ordinari, sia permesso di dubitare della incontrovertibilità dei dati OCSE.

5. OCSE compara le mele italiane con pere e frutta varia

Quando si considerino i dati dei salari degli altri paesi i risultati non sono diversi. Basta una lettura nemmeno troppo approfondita dell’Annex 3 per accorgersi che:

  • per la Finlandia i salari dei Full professors includono quelli degli associate professors. Perché quindi meravigliarsi che quelli finlandesi siano più bassi di quelli italiani?
  • Per il Belgio Belgium (Flemish Community) “the information integrated in this survey refers only to the staff members financed via the lump sum financing of universities and university colleges. Staff who are financed via other sources, such as research, are not included in the salary schedules.” Quindi non si capisce bene cosa si stia comparando;
  • Per il Belgio (French)actual salaries in universities are excluded as they are not managed by the Ministry“(!) Questo il contenuto della nota 1 di cui si diceva in apertura di post. Chissà cosa stanno comparando.
  • Per gli Stati Uniti che ci insidiano il primato dei professori con gli stipendi più straordinari, gli Annex 3 delle edizioni 2015 e 2016 di EAG sono a dir poco laconici. Non si capisce cosa c’è dentro e neanche quali sono le definizioni;
  • La Francia sembra calcolare un salario medio comprensivo di tutto il personale accademico, con la sola eccezione di professori a contratto e doctorants contractuels;
  • La Germania, i cui dati per il 2013 non sono riportati nella figura, ma solo nella tabella, non presenta i dati riferiti ai professori universitari, ma il salario medio degli impiegati pubblici equivalenti a tempo pieno. Poiché questi salari non includono previdenza e pensioni, è applicata una maggiorazione forfetaria del 16,8%.

E si potrebbe continuare così ancora un po’.

6. Morale della storia.

I dati OCSE sui salari presentati nei volumi Education at a Glance 2015 e 2016 sono davvero scivolosi. Fondare qualsiasi ragionamento su quei dati significa costruire una casa su fondamenta di sabbia. Tutto fuorché incontrovertibili. Comparazioni impossibili. Fonti opache. In una parola: dati inutilizzabili.

Non è solo la mia opinione. La Commissione Europea ha pubblicato nel giugno di quest’anno un report Eurydice intitolato: Modernisation of Higher Education in Europe: Academic Staff -2017.

Nel paragrafo 4.3.2 dedicato ai salari degli accademici si dice che il rapporto OCSE 2016 ha definitivamente documentato che

top-level authorities do not always have data on actual salaries of academics.

Quindi, in sostanza, i dati collazionati da OCSE sono inutilizzabili; tanto che che il report della commissione europea preferisce commentare dati autodichiarati dai professori in una ormai vecchissima indagine campionaria (EUROAC), piuttosto che gli incontrovertibili dati OCSE che hanno fatto rumore sui media italiani.

Qualcuno avverta giornalisti, frequentatori di blog e utenti facebook che a Bruxelles non credono ai dati OCSE sui salari dei professori.

Noi ci chiediamo, sarà a causa di questa solenne bocciatura che OCSE ha deciso di far scomparire il box sui salari dei professori dalla nuova edizione di EAG 2017?

POST SCRIPTUM

David Mancino su Wired non si è limitato a rilanciare i dati OCSE un anno dopo la loro uscita, ma ha anche riesumato un post di Francesco Lovecchio su Noise from Amerika risalente al 4 giugno 2012. Vi si fa il confronto tra il salario dei professori italiani e quello dei professori USA. La fonte per l’Italia è DALIA, mentre per gli Stati Uniti è il Report on the Economic Status of the Profession, AAUP (American Association of University Professor).

La tabella centrale del post di Lovecchio è questa:

Dalla tabella si evincerebbe che

in conclusione, salvo gravi errori o omissioni, il salario lordo dei docenti italiani è significativamente superiore a quello dei colleghi di prestigiosissime università americane.

Nella tabella ci sono “errori ed omissioni”. Al lettore giudicarne la gravità. Vediamoli.

Cominciamo da DALIA. Non sono riuscito a ricostruire i calcoli di Lovecchio in dettaglio. Non so se la tabella (relativa ai compensi 2010) che utilizzò nel 2012 sia cambiata in qualche parte rispetto a quella che uso io. L’unico dato che sono riuscito a ricostruire è anche l’unico dato non elaborato, cioè la seconda riga della tabella che riporta “Italia: Italia Università (stipendio base – docenti a tempo pieno)*” che corrisponde perfettamente ai dati ancora in linea.

Infatti, per gli ordinari a tempo pieno 118.755 $PPP corrispondono a 95.770 € (nel 2010, pari allo stipendio tabellare di un ordinario in decima classe stipendiale); per gli associati lo stipendio in euro è 65.760 € (nona classe stipendiale) e per i ricercatori 45.860 € (sesta classe stipendiale). Entrambe le cifre in euro coincidono con quelle leggibili nell’ultima colonna della seguente tabella, fornita da Dalia.

Quei dati non dovevano suonare così bene, perché sono più bassi dei salari americani scelti come termine di paragone. Lovecchio elabora così nuovi dati a partire dalla tabella DALIA, che danno salari medi molto più elevati. Perché costruisce dati “nuovi” e non si accontenta di quanto dice DALIA?

Perché secondo Lovecchio i dati relativi agli assegni fissi ricavati da DALIA non sarebbero comparabili con quelli degli Stati Uniti. I dati DALIA non contengono le remunerazioni aggiuntive dei medici, che invece secondo Lovecchio sarebbero conteggiate nei dati AAUP per gli Stati Uniti. L’affermazione non pare corretta: i dati di confronto per gli Stati Uniti infatti non comprendono i salari dei docenti di medicina. E’ scritto molto chiaramente nelle note esplicative

Questo significa che la correzione introdotta da Lovecchio gonfia i salari italiani al fine di tenere conto delle indennità aggiuntive percepite dai professori di medicina per le attività assistenziali, che sono invece esclusi dalle statistiche statunitensi.

Ma in cosa consiste l’aggiustamento salariale di Lovecchio? Ecco come viene presentato:

Dai dati DALIA, in Italia solo i docenti che svolgono attività medica ricevono un extra specifico alla propria disciplina. Pertanto le medie sulle ritribuzioni lorde dei docenti italiani sono calcolate come la somma delle due voci (assegni+indennità) diviso per il numero medio di docenti appartenenti alla categoria appropriata nell’anno di riferimento, il 2010.

Cosa sta dentro la voce “indennità” di DALIA? Un sacco di cose che non sono comprese nei salari di confronto per gli Stati Uniti: per esempio le indennità per cariche accademiche, i compensi per supplenze, i compensi aggiuntivi per attività conto-terzi. Ma ci stanno soprattutto le indennità ospedaliere. Queste non riguardano soltanto i maggiori compensi previsti dalla normativa De Maria (“indennità De Maria”), ma anche i compensi per le attività libero-professionali dei professori-medici in regime di intra-moenia, che non possono certo essere considerate “salario”.

Quindi nella comparazione di Lovecchio per l’Italia entrano i compensi aggiuntivi per le attività assistenziali dei medici e le remunerazioni derivanti da attività professionali intra-moenia. Nessuno di questi compensi è conteggiato invece per gli Stati Uniti.

Ma non è finita qua. Infatti per gli Stati Uniti i salari non sono riferiti ad un intero anno di lavoro, ma ai 9/11 (81,8%) dell’anno. Il rapporto UUAP ha infatti lo scopo di fornire dati per comparare stipendi sulla stessa base. In molte università statunitensi i contratti non prevedono un compenso per i mesi estivi (possono esserci compensi per summer teaching aggiuntivo rispetto al salario, che non sono conteggiati nel rapporto). Per le università che hanno salari annuali, il rapporto opera una riduzione del salario riducendolo ai 9/11 di quello annuale:

Nelle note si leggono i fattori di conversione usati per le diverse università:

Quindi Lovecchio confronta i salari dei professori italiani comprensivi delle indennità per attività mediche, delle attività intra-moenia e dei compensi conto terzi (oltre a varie altre voci), con l’80% del salario dei professori degli Stati Uniti al netto degli stipendi dei medici.

Confronto davvero poco significativo, per usare un eufemismo.

I dati sono ovviamente scivolosi, ma se proprio si volessero usare, si potrebbero prendere i dati DALIA al netto delle indennità accessorie, ridurli di un fattore 9/11, e confrontarli con i dati per gli Stati Uniti presentati da Lovecchio (di cui non ho controllato la correttezza).

Il confronto dà risultati radicalmente diversi da quelli presentati da Lovecchio:

Resterebbero ancora altri dati da controllare, quelli prodotti da David Mancino su Wired. Qui però getto la spugna. Come Mancino calcoli i dati del salario per qualifica 2015/2016 io proprio non sono riuscito a capirlo. A quanto dice avrebbe anche lui, come Lovecchio, sommato assegni fissi, indennità accessorie (lui ci ha messo anche le altre spese), dividendo poi per il numero di docenti. Procedura, lo abbiamo già detto, che non serve per calcolare il “salario”. In ogni caso: i numeri non riesco a farli tornare (se qualcuno ci riesce può postare nei commenti).

Al solito se si prendono i dati Dalia, ultima colonna, una idea precisa approssimata ce la si può fare. E lo stipendio medio del professore ordinario a tempo pieno è circa 87mila Euro; 30mila in meno dello stipendio del presidente del consiglio che Mancino ha individuato come benchmark. Per cui l’affermazione di Mancino che “il compenso degli ordinari li rende appena meno ricchi persino rispetto a quanto corrisposto al presidente del Consiglio” appare a tutta evidenza destituita di ogni fondamento.

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28 Comments

  1. MarcelloGA says:

    Visto che sono gli italiani ad andare all’estero, e non il viceversa, è chiaro che gli stipendi all’estero sono superiori. Ad esempio, in UK mi avevano offerto 5000 Sterline nette al mese più la ragionevole certezza di divenire a breve fellow della Royal Society per stare lì 6 mesi all’anno senza avere impegni didattici obbligatori. UK è circa 2 volte meglio di una posizione in Italia, e 2 volte peggio di una posizione in Svizzera.

  2. Straricco says:

    Grazie per l’articolo. Io posso solo testimoniare che dopo 10 anni di servizio da PA, grazie alla carriera dimezzata dal blocco degli scatti, percepisco 2500 € netti al mese. Non muoio di fame, per carità, ma non mi si venga a dire che è uno stipendio adeguato al ruolo e al carico di lavoro, soprattutto se lo confrontiamo con l’estero.

    • Tranquillo ora arriva la finanziaria: scatti tiennali ogni due anni…. Timeo Danaos et dona ferentes.

    • Straricco says:

      Più che un dono, è una cambiale a dieci anni che, oltre a non soddisfare di per sé le nostre richieste, sarà certamente revocata dal prossimo governo.
      Una presa in giro totale da respingere al mittente con azioni, mi auguro, molto più incisive di quelle messe in atto finora.

    • Caro collega Straricco, sono nella tua stessa situazione. 10 anni meno 5 di blocco e 3 di conferma fa 2. Senza ricostruzione sarebbe la classe 1 vecchia. I nuovi PA entrano direttamente ad uno stipendio corrispondente alla vecchia classe 2. Il dono, si fa per dire, è per loro che non hanno nulla a che vedere con il blocco. E’ un dono molto velenoso. Per ora siamo in due, io e te, a volere rispedire tutto al mittente e intraprendere una protesta più dura. Chissà se diventiamo di più, magari con il supporto dei nuovi PA e PO se non altro per l’indecenza della proposta.

  3. Come vivono e muoiono i docenti universitari?

    http://www.lastampa.it/2017/10/23/edizioni/novara/condannato-a-morte-il-ricercatore-iraniano-di-novara-IPTmQ881n5dc8YH7GXx1rK/pagina.html

    Il collega iraniano dell’Università del Piemonte orientale, che si è  
    mossa da subito per cercare di salvarlo, è stato purtroppo condannato  
    a morte per spionaggio: Condannato a morte il ricercatore iraniano di Novara. Il giudice di Teheran ha pronunciato la sentenza contro Ahmadreza Djalali, arrestato nell’aprile 2016 quando era ancora un collaboratore dell’Università Upo con l’accusa di spionaggio

  4. Pingback: I professori universitari italiani sono i più pagati del mondo? Una bufala dura a morire | alberto.baccini

  5. In conclusione, l’Anvur sta in buona compagnia?

  6. Francesco Lovecchio says:

    Rispondo alle domande poste nel Post Scriptum del post di Alberto Baccini.

    Baccini: Quei dati non dovevano suonare così bene, perché sono più bassi dei salari americani scelti come termine di paragone. Lovecchio elabora così nuovi dati a partire dalla tabella DALIA, che danno salari medi molto più elevati. Perché costruisce dati “nuovi” e non si accontenta di quanto dice DALIA?

    R: I dati comprendono alcune indennità aggiuntive che sono riportate nella colonna “indennità accessorie”. La lista delle indennità incluse è la seguente:

    • Indennità di amministrazione
    • Indennità di posizione per dirigenti generali l.334/97
    • Indennità di rischio da radiazioni
    • Retribuzione prof.le docenti
    • Retribuzione di posizione
    • Retribuzione di risultato
    • Una tantum professori e ricercatori (legge 240/10 art. 29 co 19)
    • Indennità di posizione
    • Indennità tipo A (come stip. +18%)
    • Indennità di responsabilità
    • Indennità rettorale e altre cariche accademiche
    • Compensi per la remunerazione di particolari condizioni di disagio
    • Indennità di integrazione tabellare e perequative
    • Compensi oneri, rischi e disagi
    • Fondo per la qualità della prestazione individuale
    • Fondo remunerazione di particolari responsabilità
    • Supplenze incarichi
    • Indennità di incentivazione per attività didattica
    • Compensi di produttività
    • Compensi aggiuntivi da convenzioni (legge n. 230 del 2005 co. 13
    • Indennità accessoria mensile (ccnl 27/01/05 art 41 com. 4)
    • Competenze da terzi
    • Trattamento stipendiale integrativo cel

    Non dovrebbe essere difficile capire perché è opportuno includerle, semmai si spieghi perché sarebbe appropriato escluderle. In ogni caso la tabella su nFA riporta i dati sia con le indennità accessorie, sia senza le indennità accessorie. Quindi la frase “non dovevano suonare così bene” è gratuita avendo postato entrambi i casi.

    Baccini: Cosa sta dentro la voce “indennità” di DALIA? …. Queste non riguardano soltanto i maggiori compensi previsti dalla normativa De Maria (“indennità De Maria”), ma anche i compensi per le attività libero-professionali dei professori-medici in regime di intra-moenia, che non possono certo essere considerate “salario”.

    R: Le indennità incluse sono quelle specificate sopra, e non includono le indennità De Maria o i compensi intramoenia. Le indennità incluse nella tabella riportata nell’articolo non sono incluse nel calcolo. La lista delle indennità sono solo quelle con il pallino verde in questa tabella delle indennità accessorie (che poi sono quelle riportate sopra).
    https://dalia.cineca.it/php5/voci_economiche_tabellone.php?anno=2011#INDENNITA_ACCESSORIE

    Il “di cui” riportato nelle colonne in DALIA può essere fuorviante.

    Baccini: Quindi Lovecchio confronta i salari dei professori italiani comprensivi delle indennità per attività mediche, delle attività intra-moenia e dei compensi conto terzi (oltre a varie altre voci), con l’80% del salario dei professori degli Stati Uniti al netto degli stipendi dei medici.

    R: Questa affermazione è completamente falsa per la parte relativa alle indennità. E’ falsa sia nel caso di inclusione dei medici sia di esclusione dei medici. Tema comunque interessane quello della variabilità dei livelli stipendiali tra discipline negli USA e non in Italia. Ma non era l’obiettivo.

    La questione dell’80% del salario è semplice: quello è tutto il salario lordo. Negli USA ci sono 2 mesi extra di tempo libero che può essere impiegato anche in attività remunerate diverse. Quanti docenti sono coinvolti e per quali importi? O sono mesi non pagati di lavoro per mantenere il proprio livello stipendiale. Domanda interessante, ma che va oltre l’obiettivo di stimare i livelli in questione. Ma possiamo aprire la questione del limite massimo di 120 ore di didattica frontale che vale in Italia. Seguendo lo stesso criterio dell’orario effettivo, cosa abbiamo?

    Baccini: A quanto dice avrebbe anche lui, come Lovecchio, sommato assegni fissi, indennità accessorie (lui ci ha messo anche le altre spese), dividendo poi per il numero di docenti. Procedura, lo abbiamo già detto, che non serve per calcolare il “salario”. In ogni caso: i numeri non riesco a farli tornare (se qualcuno ci riesce può postare nei commenti).

    R: Per riprodurre gli stessi dati la procedura è semplice, si prende la colonna “totale costo (senza oneri)” e si divide per il numero medio di dipendenti in quella categoria dato dalla somma della colonna “in servizio al 31/12” dell’anno e il corrispondente dato dell’anno precedente e dividendo per due. La stima dello stipendio lordo medio risulta quindi più basso rispetto a quello calcolato semplicemente dividendo la colonna “totale costo (senza oneri)” per il numero di dipendenti in servizio al 31/12 di quell’anno, per ovvie ragioni.

    Grazie per l’interesse.

    • Alberto Baccini says:

      Scrive Lovecchio:
      “I dati comprendono alcune indennità aggiuntive che sono riportate nella colonna “indennità accessorie”. La lista delle indennità incluse è la seguente: [segue elenco di indennità, comprensive di indennità che non riguardano il personale docente e che non entrano nel calcolo] Non dovrebbe essere difficile capire perché è opportuno includerle, semmai si spieghi perché sarebbe appropriato escluderle.”

      Quando si fa il confronto con gli Stati Uniti, le “indennità accessorie” di DALIA si devono escludere perché i corrispondenti dati AAUP per gli USA (quelli usati da Lovecchio) le escludono. Nell’explanation of statistical data si legge infatti che gli stipendi USA forniti da aaup escludono “extra load or other forms of remuneration” oltreché le indennità per cariche accademiche. Lo si può leggere qua.

      A questo punto a me sia davvero difficile capire perché secondo Lovecchio sarebbe opportuno includerle.

      __________________________________________________________________________________________

      Scrive Lovecchio:
      “In ogni caso la tabella su nFA riporta i dati sia con le indennità accessorie, sia senza le indennità accessorie. Quindi la frase “non dovevano suonare così bene” è gratuita avendo postato entrambi i casi.”

      E’ vero che Lovecchio riporta entrambi i dati su nfa, ma scrive, come riportato nel mio post, che “le retribuzioni base [quelle al netto delle indennità] non sarebbero confrontabili con quelle degli Stati Uniti”. Quindi quei dati “non dovevano suonare così bene”, perciò ne costruisce di nuovi che non sono presenti sulla fonte originale. Ai lettori giudicare sulla “gratuità” della mia frase.
      ___________________________________________________________________________________________

      Scrive Lovecchio:
      “Le indennità incluse sono quelle specificate sopra, e non includono le indennità De Maria o i compensi intramoenia. Le indennità incluse nella tabella riportata nell’articolo non sono incluse nel calcolo. La lista delle indennità sono solo quelle con il pallino verde in questa tabella delle indennità accessorie (che poi sono quelle riportate sopra). Il di cui” riportato nelle colonne in DALIA può essere fuorviante.”

      Qui mi pare che Lovecchio si confonda. Nel suo post su nfa aveva scritto che i suoi dati erano calcolati sommando “assegni fissi e indennità accessorie… che quantitativamente sono dominate dagli arretrati e dai compensi di natura ospedaliera”. Ora quelli che Lovecchio chiama “compensi di natura ospedaliera” altro non sono che le indennità aggiuntive dei professori universitari di area medica chiamate in gergo “indennità De Maria (ART.31 DPR 761/79)”. Indennità che nel commento afferma non essere incluse nelle indennità accessorie.

      A parziale giustificazione della confusione, c’è da dire che la grafica esplicativa di Dalia può essere fuorviante. Non basta guardare i colori dei quadratini (non pallini), si devono anche leggere alcune specifiche tecniche. In particolare c’è una nota che dice che “oltre le precedenti [la lista di indennità accessorie prodotta da Lovecchio nel commento] sono considerate INDENNITA’ ACCESSORIE tutte le voci di spesa che hanno NUM-CAP uguale a OSPE”. E le voci “L421 Ind. De Maria, S627 compensi per attività intramuraria, S628 compensi accessori De Maria” sono tra quelle e quindi comprese nelle indennità accessorie.

      _______________________________________________________________________________________________________

      Scrive Lovecchio:
      “Questa affermazione [di Baccini] è completamente falsa per la parte relativa alle indennità. E’ falsa sia nel caso di inclusione dei medici sia di esclusione dei medici.”

      La mia frase “falsa”, la riporto per comodità, è questa:

      “Quindi Lovecchio confronta i salari dei professori italiani comprensivi delle indennità per attività mediche, delle attività intra-moenia e dei compensi conto terzi (oltre a varie altre voci), con l’80% del salario dei professori degli Stati Uniti al netto degli stipendi dei medici.”

      Quanto ho scritto sopra su De Maria e indennità ospedaliere conferma che Lovecchio ha considerato (senza saperlo?) “i salari dei professori italiani comprensivi delle indennità per attività mediche, delle attività intra-moenia e dei compensi conto terzi (oltre a varie altre voci)”. [Faccio notare che i compensi conto terzi sono i “COMPENSI AGGIUNTIVI DA CONVENZIONI (LEGGE N.230 DEL 04/11/05, COMMA 13)” che proprio Lovecchio elenca tra le voci accessorie nel suo commento.]

      Per gli Stati Uniti ho mostrato nel post che i dati AAUP sono riferiti 1) a stipendi che non includono i medici, 2) a stipendi che non includono i compensi per le attività estive nel caso in cui queste siano corrisposte ai docenti; 3) a stipendi ridotti a 9/11 (circa 80%) per le università che pagano su base annuale i propri docenti.

      Quindi la mia frase è vera in ogni sua parte.

      ______________________________________________________________________________________________________________________________________________
      Scrive Lovecchio:

      “La questione dell’80% del salario è semplice: quello è tutto il salario lordo. Negli USA ci sono 2 mesi extra di tempo libero che può essere impiegato anche in attività remunerate diverse. Quanti docenti sono coinvolti e per quali importi?”

      Concordo con Lovecchio. La questione è davvero semplice. AAUP considera, come ho già scritto, il salario al netto degli eventuali compensi dei mesi estivi. Alcune università pagano però i professori per tutti i 12 mesi dell’anno. Quindi, per rendere comparabili i dati di tutte le università statunitensi, per le università che pagano su base annuale, AAUP riduce i salari di 9/11.
      Ne segue che se si vogliono rendere comparabili i dati dei salari italiani con quelli USA presentati da AAUP, si dovrebbero ridurre anche i salari italiani (quelli giusti) di 9/11. Come ho fatto nell’ultima tabella del mio post.

  7. we are doomed says:

    Nell’antica Atene esisteva la choregía: un cittadino ateniese facoltoso veniva selezionato dalla città e si faceva carico di finanziare l’allestimento degli spettacoli teatrali. Ove il designato si rifiutava poteva indicare il nome di un altro ateniese ritenuto più abbiente di lui. Ove anche quest’ultimo si fosse rifiutato, la legge prevedeva l’istituto giuridico dello “scambio dei beni” tra i due.

    Suggerisco di risolvere la disputa Lovecchio vs. Baccini “alla greca”: invito i lettori di ROARS di scegliersi un pari grado in un’Università USA e proporgli di scambiarsi la cattedra per un periodo sabbatico sufficientemente lungo (inclusivo ovviamente dello stipendio). Secondo voi quanti accetteranno?

    • Sono affascinato dagli argomenti dettagliati (?) di Lovecchio anche se non ho ben capito come si compra le sigarette [cit]. Comunque la disputa “Lovecchio vs. Baccini” si risolve leggendo e riflettendo sugli argomenti. Di colleghi in US che verrebbero a fare un sabbatico qui ne conosco a palate (ovviamente!). Casomai gli si potrebbe proporre di rimanere in US ma di accedere ai progetti di ricerca IT con stipendi IT: nel qual caso ci sarebbe una corsa all’incontrario.

  8. Sacrosante le posizioni di Baccini, ancora una volta roars chiarisce. Peccato che il giornaloni non se ne accorgano..Scusate se aggiungo in merito agli stipendi, ma Ferraro non scrive…Qualcuno ha notizie della vertenza/legge. Se uno non ha accettato le valutazioni anvur o se anziano (come me) si troverà ancora con lo stipendio bloccato?

    • Ultimissime (non confermate):

      Scatti stipendiali dei professori universitari
      1. Con decorrenza dalla classe stipendiale triennale successivamente al 31 dicembre 2017 e conseguente effetto economico a decorrere dall’anno 2020, il regime della progressione stipendiale triennale per classi su base premiale dei docenti universitari previsto dall’articolo 8 della legge 30 dicembre 2010, n. 240 e disciplinato dal decreto del Presidente della Repubblica 15 dicembre 2011, n. 232, è trasformato in regime di progressione biennale per classi su base premiale, utilizzando gli stessi importi definiti per ciascuna classe dallo stesso Decreto. Nell’ipotesi di mancata attribuzione della classe, la somma corrispondente resta nelle disponibilità dell’ateneo. A titolo di cofinanziamento dei maggiori oneri per le Università statali, il fondo per il finanziamento ordinario di cui all’articolo 5 della legge 24 dicembre 1993, n. 537, è incrementato di 80 milioni di euro per l’anno 2020, 120 milioni di euro per l’anno 2021 e 150 milioni euro a decorrere dall’anno 2022

    • Straricco says:

      Le notizie sono senz’altro vere, nel senso che quello è il testo attuale dell’articolo in questione.
      Siamo alla farsa totale: la progressione biennale (soluzione già ampiamente insoddisfacente) è rinviata al 2020.

    • Come volevasi dimostrare, l’ipotesi di partenza (che era qualcosa) si è trasformata strada facendo in un’ulteriore presa in giro. E ancora non siamo alla bozza definitiva.

    • Direi la pietra tombale su ogni residua speranza di recuperare qualcosa.

  9. Straricco says:

    Secondo adkronos il testo definito per l’università sarebbe questo:

    Il Fondo per il finanziamento ordinario delle università “è incrementato di 12 milioni di euro per l’anno 2018 e di 76,5 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2019”. E’ quanto si legge nel testo definitivo della Legge di Bilancio 2018.
    “Al fine di sostenere l’accesso dei giovani alla ricerca, l’autonomia responsabile delle università e la competitività del sistema universitario e della ricerca italiano a livello internazionale a livello internazionale”, il Fondo per il finanziamento ordinario delle università, si legge nella manovra, “è incrementato di 12 milioni di euro per l’anno 2018 e di 76,5 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2019, per l’assunzione di ricercatori e per il conseguente eventuale consolidamento nella posizione di professore di seconda fascia e il Fondo ordinario per il finanziamento degli enti e istituzioni di ricerca, è incrementato di 2 mln di euro per l’anno 2018 e di 13,5 mln di euro annui a decorrere dal 2019 per l’assunzione di ricercatori negli enti pubblici di ricerca”.
    Quindi gli scatti escono completamente fuori, a meno che questo non sia un testo parziale riferito solo alle nuove assunzioni.
    Se confermato, è assolutamente necessario dare una risposta durissima a questo comportamento, altrimenti faremo la figura di Pulcinella.

    • Infatti, nel frattempo 10 miliardi per industria.4,
      eh si se a questo si aggingono amortamenti, super ammortamenti, sabbatini e supe sabbatini etc etc, cuneo fiscale per l’industrie dei privati con denaro pubblico si continua ad investire. Ma sui giornaloni si parla di giovani, cuneo fiscale e soprattutto del rinnovo dei contratti della PA. dei 10 miliardi e delle altre infinite prebende per confindustria si parla davvero poco. Certo ricerca ed innovazione hanno bisogno di denari, ma chi attinge a questi fondi? Confindustria è in tutti i tavoli e tutti i politici (dx sx nord sud isole e penisole) a cercare aiuto e favore da questa vera autentica e unica casta. Magari fossero industriali davvero. Questi sono soprattutto figli nipoti pronipoti degli autentici e formidabili fondatori. Controllano e finanziano com’è noto una stampa 64ma (o 72ma ) al mondo…
      boh viva roars. Forza de nicolao meravigliao, fallo a fettini prezios-anvur 🙂

    • Nella versione finale del testo del ddl di bilancio che arriva in Senato, è confermata la versione derisoria che prevede la biennalizzazione degli scatti solo a partire dal 2020, senza recupero di alcun genere sul pregresso (art. 55):
      https://www.leggioggi.it/wp-content/uploads/2017/10/testo_def_manovra2018.pdf
      Si tratta di una chiara provocazione, l’ultima di mille altre. Se sarà subita passivamente, altre mille ne verranno.

  10. Buongiorno,
    ora è ufficiale e purtroppo quanto anticipato su Roars si è verificato…
    Sapete come considero chi attualmente ci governa e quindi non sono rimasto stupito per quanto accaduto: dopo aver raccontato alla stampa che gli scatti divenivano biennali dal 2016 con decorrenza economica dal 2018 e che venivano stanziati a tale scopo 150 milioni nel 2018, il “governo che racconta bugie” ha stanziato ZERO euro modificando le date… scatti biennali dal 2018 e loro effetto economico dal 2020… che è il primo anno in cui servono gli stanziamenti (vedi testo articolo 55 presentato al parlamento)
    Si estende quindi l’area del non recupero del “maltolto” a tutti i nati negli anni ’50: intendo ovviamente coloro che erano prima del 2011 in un detrminato ruolo e ci resteranno fino alla pensione.
    Per chi ha invece usufruito del passaggio di ruolo negli anni del blocco il recupero avverrà nel 2020 anziche nel 2018 e lo stesso vale per quelli passati di ruolo tra il 2016 e il 2017.
    I “nostri” 150 milioni sono stati assegnati ad altri gruppi di pressione come prebende elettorali anche perché il governo sa che solo ai docenti e ricercatori universitari si possono riservare simili trattamenti senza rischiare nulla. Una volta spentasi l’eco dell’evento, il “governo che racconta bugie” ha dimostrato i valori etici che lo contraddistinguono e occorre anche riconoscere che dal suo punto di vista la scelta è più che motivata.
    In effetti in quale altro ambito lavorativo si possono trovare persone (ad esempio i rettori e “alcuni” PO in tale fascia di ruolo prima del 2011) cui vengono sottratti dagli 80.000 euro in su e non solo non protestano, ma contestano quelli che cercano di recuperare quel denaro proclamando lo sciopero?
    Occorre in proposito considerare che 11.000 scioperanti sono tantissimi visto il contesto dell’accademia italiana, ma rappresentano sempre una minoranza rispetto al totale dei docenti e ricercatori.
    Adesso comunque vediamo se i giornali e le televisioni segnaleranno l’accaduto e ne chiederanno conto al “governo che racconta bugie”. Avevano in effetti chiesto il commento a Ferraro sulla prima versione (che già presentava punti critici) e dovrebbero a maggior ragione farlo adesso.
    Paolo Tedeschi

  11. Gianlorenzo says:

    Buongiorno,

    Perdonatemi se intervengo per una questione personale.

    Insegno in un ateneo estero da parecchi anni. Dei colleghi di un dipartimento italiano mi hanno contattato per propormi di venire in Italia (si tratterebbe di una chiamata diretta, per professore di prima fascia).

    E’ una scelta complicata per molte ragioni. Soprattutto mi scontro con un elemento sconosciuto in terra anglosassone, vale a dire il pudore di affrontare la questione del trattamento.

    Non riesco ad avere una risposta univoca (ma spesso neanche una risposta) a queste semplici questioni che mi sembra pericoloso affrontare a scelta fatta:
    1. Lo stipendio netto di un ordinario a quanto ammonta?
    2. Gli atenei italiani riconoscono l’anzianità maturata all’estero?
    3. Lo stipendio è aumentato in funzione dei figli e della moglie a carico?

    Grazie di cuore a chi, disponendo di notizie precise, sia disposto ad aiutarmi!

    • La legge 240/2010 e i decreti successivi hanno rideterminato le classi stipendiali, abolendo la ricostruzione di carriera: quindi temo che l’anzianità maturata all’estero non sia conteggiabile. Lo stipendio totale annuo lordo per un professore ordinario alla classe d’ingresso è ora di 72.430,64 euro, corrispondenti all’incirca a un mensile netto di 3.400 euro (un po’ meno in realtà, perché si devono togliere le addizionali irpef regionale e comunale, variabili a seconda del luogo di residenza).

    • Negli atenei esteri si deve essere guastato google.

    • 1. Lo stipendio netto di un ordinario a quanto ammonta?
      3000 euro all’inizio carriera. 4500 a fine carriera.
      2. Gli atenei italiani riconoscono l’anzianità maturata all’estero?
      NO!
      3. Lo stipendio è aumentato in funzione dei figli e della moglie a carico?
      Si, ma in modo ridicolo …
      Grazie di cuore a chi, disponendo di notizie precise, sia disposto ad aiutarmi!

  12. In caso di chiamata diretta, il po entra in classe massima oppure con classe determinata con decreto del rettore tenendo conto di vari fattori, tra cui ragionevolmente l’anzianità maturata all’estero.

  13. Francesco Veniali says:

    Beh, se volevamo confondere le idee al potenziale collega Gianlorenzo penso che ci siamo riusciti in pieno.
    Infatti
    _____________________________________
    Ernest scrive
    “Gli atenei italiani riconoscono l’anzianità maturata all’estero?
    NO!”
    _____________________________________
    e ff48 ribatte:
    “tenendo conto di vari fattori, tra cui ragionevolmente l’anzianità maturata all’estero.”

    • Tutto dipende dalla forma utilizzata per la chiamata. Se non è un semplice procedimento di chiamata riservato ad esterni (ex art. 18, comma 4 della legge 240/2010), al quale potrebbero partecipare anche altri candidati, ma una chiamata diretta rivolta a un docente che insegna all’estero (ex articolo 1, comma 9 della Legge 230/2005), l’Ateneo ha effettivamente la facoltà – non l’obbligo – di riconoscergli uno stipendio maggiore di quello iniziale (quello massimo è attribuito, dallo stesso comma, solo ai docenti chiamati per “chiara fama”). Sta a lui “contrattare” adeguatamente, prima di accettare la proposta.

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