E’ stato recentemente pubblicato uno studio della Banca d’Italia, firmato da Vincenzo Mariani e Roberto Torrini, che analizza in chiave comparativa la domanda e l’offerta di istruzione terziaria nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno e le conseguenze che ne derivano per la formazione universitaria e la disponibilità di laureati nel nostro Paese. Il lavoro, corredato da un’attenzione a dir poco selettiva per le fonti e i dati oggetto di citazione, accredita una lettura consolatoria sugli effetti positivi della riforma Gelmini e sull’adozione di efficaci strumenti di valutazione amministrativa. Mariani e Torrini non possono negare l’evidenza e sono costretti a riportare alcuni dati impietosi sulla situazione delle università meridionali, ma consolano il lettore, sposando tutta la narrazione ministerial-anvuriana sulla convergenza delle università del Sud, sui meccanismi virtuosi che sarebbero finalmente innestati anche nelle università meridionali dagli incentivi previsti dalle riforme e dal FFO premiale. L’obiettivo finale è mostrare che per le università del Sud non c’è stata la “contrazione selettiva e cumulativa” delle risorse documentata da Viesti e coautori. La riduzione delle risorse è stata commisurata alla contrazione del numero degli immatricolati. Questa riduzione ha permesso alle università del Sud di diventare più efficienti. Poiché la legge Gelmini e i provvedimenti che l’hanno implementata hanno finalmente definito in modo chiaro incentivi e disincentivi, è venuto finalmente il momento di riaprire i cordoni della borsa anche per le università meridionali. Che si meritano risorse aggiuntive perché hanno imparato la lezione e sono riuscite a sopravvivere alla cura. Se si spoglia il lavoro di Mariani e Torrini della lettura consolatoria proposta, dai dati emerge una deriva che rende tangibile l’inaccettabile idea di un Paese che – a Costituzione invariata – ha finito per sposare nei dati e nei fatti il deprecabile, miope e insostenibile modello di una istruzione universitaria differenziata. Chissà se il grande Pasquale Saraceno si sorprenderebbe di aver peccato di ottimismo nel 1972.

E’ stato appena pubblicato uno studio della Banca d’Italia, firmato da Vincenzo Mariani e Roberto Torrini, che analizza in chiave comparativa la domanda e l’offerta di istruzione terziaria nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno. Lo studio è condotto con una scelta selettiva di dati per i quali, in generale, non sono descritte indicazioni specifiche per permettere al lettore il controllo e la riproduzione dei calcoli.

La dinamica delle immatricolazioni

Con riferimento alla domanda, lo studio si limita a descrivere l’andamento delle sole immatricolazioni e non anche delle iscrizioni. Dal grafico riprodotto qui sotto emerge in modo netto la caduta di immatricolati nel Meridione a partire dal 2003. L’inversione di tendenza successiva al 2013 permette al Centro-Nord di recuperare i livelli precedenti al 2003. Il Meridione a fine periodo, dopo la ripresa, esibisce il 15% in meno di immatricolati rispetto ad inizio periodo. Considerando che tra 2013 e 2019 la caduta demografica della popolazione tra 18 e 20 anni è stata pari all’8% (nota 8), non si capisce come gli autori possano sostenere la consolatoria tesi che “la minore crescita degli immatricolati residenti nel Mezzogiorno è interamente riconducibile alla riduzione della popolazione”. Risultato peraltro in contrasto con le analisi di Viesti e coautori.

La fuga degli studenti dal Sud al Nord

Il calo delle immatricolazioni dei giovani meridionali è stato accompagnato dalla fuga degli studenti dalle università del Sud. Dal 2004 ogni anno circa un quarto (!) dei giovani meridionali che si immatricolano all’università lo fanno negli atenei del Centro-Nord, soprattutto negli atenei del Nord-Ovest, generando annualmente un flusso di 20-25 mila giovani emigrati che alla valigia di cartone hanno sostituito il loro laptop.

Secondo Mariani e Torrini:

si immatricolano alle università del sud gli studenti meno preparati e provenienti dalle famiglie con più sfavorevoli condizioni socio-economiche.

Mariani e Torrini accompagnano il riscontro abbellendo la narrazione con una vernice meritocratica:

“Sono gli studenti meridionali più preparati e provenienti dalle famiglie con più favorevoli condizioni socio economiche a scegliere gli atenei del Centro Nord”.

Su quali basi gli Autori svolgano una simile affermazione non è dato saperlo. Perché il ricco è più bravo? Lo studio rinvia a una Tavola A1 in appendice che esplicita i risultati di un esercizio econometrico del tutto inintelligibile per i lettori: non si capisce di quale tipo di modelli si stia ragionando, non si capisce come sono costruiti i campioni, mancano le definizioni delle variabili indipendenti. Allo stato, l’affermazione resta del tutto priva di evidenze a supporto.

Perché gli studenti meridionali vanno a studiare al Nord? Secondo gli autori “su tale scelta incidono numerosi fattori, non limitati alla sola capacità delle famiglie di sostenere i costi della mobilità”. I lettori interessati potranno seguire in autonomia l’intreccio di spiegazioni più o meno plausibili che finiscono sempre per ruotare intorno all’idea che gli studenti si spostano al Nord perché la qualità della ricerca è migliore, come certificato da ANVUR.

Anche i risultati dei “Ludi dipartimentali”  sono letti dagli autori come un risultato inevitabile della selezione meritocratica realizzata finalmente da ANVUR, anziché come un meccanismo che ha finito per redistribuire risorse dalle università del Sud a quelle del Nord:

“Dei 320 dipartimenti selezionati sulla base dell’ultima VQR per poter partecipare all’attribuzione dei fondi per i cosiddetti dipartimenti di eccellenza, solo il 13 per cento era collocato in un’università del Sud, dove operano il 27 per cento dei dipartimenti universitari italiani”.

I risultati degli studenti

La parte sui maggiori tassi di abbandono e sui minori tassi di successo nelle università del Sud è un capolavoro.

Gli Autori svolgono una prima elaborazione considerando i voti di diploma. I risultati non sono quelli desiderati perché, come ormai noto, i docenti meridionali sono più generosi dei loro colleghi settentrionali nel giudicare i risultati degli studenti. Ricorrono così a una complessa (e del tutto opaca e irriproducibile) analisi dei risultati delle prove INVALSI, ottenendo il risultato funzionale alla loro storia:

la minore qualità degli immatricolati negli atenei del Mezzogiorno misurata dai test standardizzati, contrariamente al voto di diploma, è in grado di dare conto della quasi totalità del divario nel tasso di abbandono e del 70 % circa di quello nella probabilità di successo.

Il risultato netto più notevole di questa dinamica è così presentato da Mariani/Torrini:

“Limitando il confronto alle fasce di età più giovani, mentre nel 2020 al Centro-Nord poco meno del 33 per cento delle persone tra i 25 e 34 anni aveva conseguito un titolo universitario, nel Mezzogiorno la quota di laureati si attestava al 23 per cento, nonostante, come già ampiamente sottolineato, non vi siano differenze nella quota di giovani che avviano un percorso di laurea nelle due aree”

Ancora una volta, anziché notare l’allargarsi del differenziale territoriale della quota di laureati che ha accompagnato le “riforme di successo” degli ultimi 12 anni, Mariani e Torrini suggeriscono implicitamente al lettore che il Sud sta ricevendo quel che merita.

La scarsità delle risorse umane e finanziarie

Resterebbe un ultimo elemento da considerare. Quale relazione esiste tra il peggioramento delle università meridionali e la contrazione delle risorse loro destinate? Perché il quadro nazionale nazionale è disastroso, come il grafico seguente mette in piena evidenza.

Mariani e Torrini evidenziano anche che

“Sul piano territoriale, il calo dei trasferimenti alle università statali da parte delle amministrazioni centrali tra il biennio 2008-09 e il 2015-16 è stato di circa il 14 per cento al Nord, di circa 20 al Centro e di quasi il 23 per cento nel Mezzogiorno. La ripresa delle entrate tra il biennio 2015-16 e quello 2019-20 è stata più intensa al Nord e nel Mezzogiorno e più debole al Centro”

Questa modificazione dei flussi di finanziamento a sfavore delle università del Meridione è per Mariani/Torrini del tutto giustificabile:

“Nell’insieme, una quota crescente delle risorse e del personale docente e non docente è stata allocata verso gli atenei del Nord, dove è cresciuta la popolazione studentesca, riducendo la quota destinata al Centro e al Mezzogiorno”

In sintesi, per gli Autori, la riduzione delle università del Sud è il risultato ineluttabile delle carenze esibite dagli atenei del Meridione. La università del Sud sono scelte da sempre meno studenti e di qualità peggiore di quelli che si trasferiscono al Nord. Per di più i peggiori studenti che restano al Sud sono anche più poveri e quindi contribuiscono meno in termini di tasse universitarie:

“I nuovi criteri hanno indirizzato i finanziamenti verso gli atenei con la maggiore crescita relativa degli studenti (perché legati al numero di studenti regolari) e che esprimono una migliore qualità della ricerca (attraverso la componente premiale) e hanno limitato gli elementi di arbitrarietà nell’allocazione dei fondi, creando chiari incentivi per il perseguimento di strategie di miglioramento anche, ad esempio, nelle politiche di assunzione.”

Al Sud hanno imparato la lezione

Il passaggio chiave della citazione precedente è quello finale: le politiche adottate dai governi italiani a partire dalla Gelmini hanno indicato chiaramente gli incentivi. Le università del Sud sono state meritoriamente penalizzate per aver seguito quella “deriva localistica” che ha favorito “l’affermarsi di modalità di utilizzo delle risorse e nella selezione del personale poco virtuose”.

Tra le macerie lasciate da 15 anni di riduzione selettiva delle risorse – e questo lo scriviamo noi, non certo gli Autori – si possono comunque intravedere “segni di miglioramento e convergenza tra gli atenei del Mezzogiorno e il resto del paese”. In particolare, nelle analisi di ANVUR

Le evidenze mostrano tuttavia come i meccanismi premiali abbiano favorito una convergenza nei risultati tra atenei, che ne testimoniano l’efficacia nell’incentivare comportamenti virtuosi.

Pertanto, è finalmente arrivato il momento di allentare i cordoni della borsa, anche per le università del Sud. I particolare secondo gli autori è

“evidente l’urgenza di un aumento significativo delle risorse per l’intero sistema universitario, che contribuisca a ridurre il ritardo rispetto agli altri paesi avanzati. Per portare la spesa italiana in rapporto al PIL in linea con quella media europea, occorrerebbero oltre 5 miliardi di finanziamenti aggiuntivi. Nell’ultimo triennio si è registrata un’inversione di tendenza rispetto al periodo di contrazione avviato nel 2009, con un aumento dei fondi e la predisposizione di piani di ingresso di giovani ricercatori. Nel 2020 è stato finanziato il reclutamento di circa 1.600 ricercatori, che potranno sostenere il recupero dei posti persi avviatosi nel 2018. Occorre tuttavia ricordare che ancora nel 2019, il numero di professori e ricercatori era inferiore di 7.800 unità rispetto al 2008. Negli anni a venire sarà importante proseguire con un rafforzamento della dotazione di risorse umane, anche per dare credibilmente corso agli impegni del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che prevede un ampliamento della platea degli studenti e dei dottorati di ricerca e un forte coinvolgimento del sistema della ricerca pubblica nel trasferimento tecnologico e in progetti di ricerca e sviluppo in collaborazione con il sistema produttivo”

Verrebbe da dire: finalmente qualcuno in Banca d’Italia si accorge delle disastrose politiche bipartisan su università e ricerca adottate dall’Italia negli ultimi 15 anni. In realtà Mariani e Torrini non fanno altro che dar credito, sulla base di una attenta selezione di dati, alla versione ufficiale della storia recente delle politiche universitarie italiane, quella, per intendersi, contenuta nei rapporti di ANVUR, di cui non a caso Torrini è stato direttore.

In questa versione ufficiale non c’è spazio per le famiglie impoverite che rinunciano a far studiare i figli anche a causa delle tasse universitarie più alte d’Europa; non c’è spazio per la fallimentare gestione del diritto allo studio; non c’è spazio per la crescente precarizzazione del lavoro accademico e per la fuga all’estero dei laureati e dei dottori di ricerca del Sud; non c’è spazio per un farraginoso sistema di reclutamento che non solo non è riuscito ad arginare clientelismo e malaffare, ma ha fornito un potente incentivo a comportamenti scientifici opportunisti e a cattive condotte accademiche.

Soprattutto, la ricostruzione giustificazionista di Mariani e Torrini nega che con le riforme degli ultimi anni si sia radicata una deriva che rende ormai tangibile e reale l’inaccettabile idea di un Paese che – a Costituzione invariata – ha finito per sposare nei dati e nei fatti il modello di una istruzione universitaria differenziata.

Chissà se mezzo secolo dopo il grande Pasquale Saraceno mostrerebbe sorpresa nello scoprire che la sua lungimirante e pessimistica previsione del 1972 ha finito per peccare di ottimismo.

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