Giovanni Pascuzzi mette in guardia dai pericoli insiti nella proposta – lanciata dal Ministro dell’Istruzione Bussetti – di abrogare la norma risalente al 1933 che vieta agli studenti universitari di iscriversi contemporaneamente a diverse Università ovvero a diversi corsi di studio della stessa Università. Il pericolo – sottolinea Pascuzzi – è quello di consentire al discente di perseguire una dispersiva e indistinta multidisciplinarietà,  mentre il vero nodo da sciogliere sarebbe essere in grado di concepire percorsi didattici universitari realmente interdisciplinari, “con i piedi ben saldi in una disciplina”, ma strutturalmente aperti al dialogo con gli altri saperi. Il rischio, in altre parole, è quello di favorire una malsana e incontrollabile bulimia educativa, invece di propiziare una dieta equilibrata, dove il menù dell’istruzione universitaria sia studiato per mettere i saperi in dialogo. Sul serio.

Il Ministro dell’Istruzione Bussetti ha detto di voler abrogare la norma, risalente al 1933, che vieta agli studenti universitari di iscriversi contemporaneamente a diverse Università ovvero a diversi corsi di studio della stessa Università[i]. Secondo il Ministro la rimozione del divieto assicurerebbe una interdisciplinarietà del sapere per creare figure professionali che meglio rispondano alla variabilità e complessità del mondo del lavoro[ii].

Se la riforma dovesse passare non mi straccerei le vesti: mi sembra un dettaglio rispetto ai tanti problemi che dovrebbero essere affrontati. Ma qualche considerazione merita di essere fatta.

Secondo le norme vigenti la quantità media di impegno complessivo di apprendimento svolto in un anno da uno studente a tempo pieno è convenzionalmente fissata in 60 crediti; ed ad ogni credito corrispondono 25 ore complessive di impegno[iii]. Se passasse la riforma, automaticamente si raddoppierebbe la quantità di impegno richiedibile agli studenti. Essi dovrebbero raddoppiare (in media) il numero di ore di lezione da seguire e il numero di esami da sostenere in un anno. È fattibile? Ed inoltre: davvero si pensa sia credibile, sul piano della serietà dell’impegno, l’idea che si possa frequentare a Catania un corso di laurea in fisica e a Milano un corso di laurea in Antropologia culturale?

Il risultato sarebbe: o sminuire il valore della frequenza delle lezioni riducendo i corsi ad esamifici; oppure allungare i tempi di studio. Seguire due lauree triennali in sequenza richiede 6 anni. Seguirne due in parallelo probabilmente allungherebbe e non diminuirebbe i tempi di conseguimento del singolo titolo. E questo andrebbe contro l’obiettivo di far laureare gli studenti nei tempi previsti per consentire loro di giungere il prima possibile sul mercato del lavoro.

Ma esistono anche considerazioni di sostanza. Il Ministro pone giustamente il tema della formazione interdisciplinare. Ma seguire due corsi non significa fare interdisciplinarità, ma multidisciplinarità. Sono concetti molto diversi. Approccio multidisciplinare è accostare materia a materia. Un po’ come avviene a scuola: si studiano, in ore diverse e con insegnanti diversi, la storia, la geografia, la fisica e così via. L’interdisciplinarietà non nasce dalla somma dei saperi, ma dal metodo interdisciplinare. Non si raggiunge frequentando contemporaneamente il corso di lettere e quello di economia, ma costruendo percorsi formativi ad hoc che perseguano una vera formazione interdisciplinare.

Infine l’aspetto più importante. Le molle principali dell’apprendimento sono due: la motivazione e la concentrazione. Quest’ultima non solo permette di focalizzarsi sull’obiettivo ma è la premessa per un apprendimento più profondo e duraturo. È l’ingrediente principale per impadronirsi davvero del sapere che si vuole far proprio. Il pericolo, infatti, è quello di affastellare nozioni, senza riuscire davvero né a dominarle né a rieleborarle.

La riforma può far passare l’idea che si possano fare bene tante cose insieme. Naturalmente ben possono esistere dei talenti in grado di riuscire egregiamente in ogni impresa. Ma le norme devono guardare alla generalità delle persone. E poter seguire tanti corsi contemporaneamente espone al rischio concreto di farli tutti male.

La volontà di formare figure professionali che meglio rispondano alla variabilità e complessità del mondo del lavoro è meritevole. Ma la strada per perseguirla è diversa: costruire dei percorsi formativi non multidisciplinari, bensì interdisciplinari. In ogni caso essi dovrebbero essere intrapresi solo quando si hanno i piedi ben saldi in un sapere disciplinare: ovvero solo dopo aver conseguito una laurea inerente un sapere ben definito.

 


[i] R.d. 31 agosto 1933, n. 1592, Approvazione del testo unico delle leggi sull’istruzione superiore, art. 142:

Nelle Università e negl’Istituti superiori si può ottenere l’iscrizione solo in qualità di studenti.

Salvo il disposto dell’art. 39, lettera c), è vietata l’iscrizione contemporanea a diverse Università e a diversi Istituti di istruzione superiore, a diverse Facoltà o Scuole della stessa Università o dello stesso Istituto e a diversi corsi di laurea o di diploma della stessa Facoltà o Scuola”.

[ii] Il virgolettato è attribuito al Ministro in un articolo dal titolo: Bussetti insiste: via il divieto di doppio titolo, anche per i master, a firma di Eugenio Bruno, apparso su Scuola24 del 31 gennaio 2019 e reperibile all’indirizzo: http://scuola24.ilsole24ore.com/art/universita-e-ricerca/2019-01-30/bussetti-insiste-via-divieto-doppio-titolo-anche-i-master-185405.php?uuid=AFfu6JD.

[iii] D.M. 22/10/2004, n. 270, Modifiche al regolamento recante norme concernenti l’autonomia didattica degli atenei, approvato con D.M. 3 novembre 1999, n. 509 del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, art. 5:

1. Al credito formativo universitario, di seguito denominato credito, corrispondono 25 ore di impegno complessivo per studente; con decreto ministeriale si possono motivatamente determinare variazioni in aumento o in diminuzione delle predette ore per singole classi, entro il limite del 20 per cento.

  1. La quantità media di impegno complessivo di apprendimento svolto in un anno da uno studente a tempo pieno è convenzionalmente fissata in 60 crediti”.

(articolo pubblicato sul quotidiano “Trentino” del 9 febbraio 2019, con il titolo: “Il divieto sui corsi di studio”).

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4 Commenti

  1. Pur apprezzando le considerazioni di Pascuzzi, mi pare che siano di più gli argomenti a favore dell’abolizione della norma del 1933:
    1. Sì, iscriversi a più corsi di laurea può essere controproducente. Io stesso più volte mi sono trovato a consigliare gli studenti di fare alcune cose consecutivamente anziché contemporaneamente. Tuttavia non riesco a togliermi l’impressione che questa motivazione sia un po’ paternalistica. Che uno Stato permetta tranquillamente (puta caso) il gioco d’azzardo e la sua pubblicità e proibisca come pericolosa l’iscrizione contemporanea a due corsi di laurea mi pare curioso.
    2. Esiste una sentenza (se ben ricordo TAR della Lombardia) che riconosce la validità dei titoli conseguito in una condizione di doppia iscrizione, a meno che si dimostri che tale doppia iscrizione abbia portato danni allo Stato (cosa palesemente impossibile: in che modo sarebbe dannoso aver conseguito due lauree superando le relative prove?). Ciò di fatto equivale a dire che si tratta di una norma senza sanzioni. È sensato allora mantenerla?
    3. La questione dell’interdisciplinarietà è seria e proprio per questo concordo sul fatto che è illusorio credere che le doppie iscrizioni portino un decisivo contributo (se non altro perché riguarderebbero un’infima minoranza di studenti: bisognerebbe proprio rallegrarsi se in Italia si scoprissero migliaia di studenti decisi a frequentare contemporaneamente due corsi di laurea, quando è già difficile trovare chi ne vuole frequentare uno!). Ma non sono neppure così sicuro che itinerari interdisciplinari progettati in qualche Dipartimento siano più efficaci di una libera ricerca degli studenti. Molto, molto, molto raramente ho visto ordinamenti che vanno oltre l’accostamento di settori scientifico-disciplinari disparati, di fronte al quale gli studenti si chiedono perplessi: «Sì, cose interessanti: ma che c’entrano?». Uno studente che facesse una doppia iscrizione almeno saprebbe benissimo che il compito di cercare «che cosa c’entrano» è suo.
    4. Il divieto della doppia iscrizione del 1933 ha creato continui problemi di interpretazione relativamente a tutte le cose che non esistevano nel 1933: dottorati, corsi di perfezionamento, master di primo e secondo livello, SSIS, TFA, FIT, percorsi 24 crediti, e forse qualche altra cosa ancora. Ho visto studenti perdere anni di tempo, «congelare» iscrizioni, ricorrere a chissà che cosa, solo per rendere omaggio ad una norma anacronistica. Piuttosto che introdurre continue precisazioni, mi pare più logico abolirla. Forse proprio nel campo dei tanti corsi diversi dalla lauree la doppia iscrizione sarebbe sensata, e in alcuni casi perfino consigliabile.

  2. Direi che la principale applicazione della nuova norma sarà permettere a chi ha abbastanza risorse di investire su più di un master contemporaneamente: i master “all’italiana” sono in moltissimi casi corsi meno impegnativi delle lauree ( e delle lauree magistrali, cioè i “master” nel resto del mondo) . Basterà pagare abbastanza per costruirsi un CV con un bouquet di masters magari di “prestigiosi” atenei privati, in poco tempo. Il riferimento del ministro a medicina+ ingegneria biomedica mi sembra molto improbabile, invece…

  3. Concordo con Pascuzzi quando nel suo pezzo dice che abbiamo problemi ben più gravi. L’abolizione della norma interesserá realmente pochissime persone nonostante i vari strombazzamenti retorici di chi la propone. Personalmente mi pare una triste ruffianata del ministro per darsi un tono di sofisticata modernità internazionale. Inoltre sottointende come sempre il nostro asservimento ideologico ad altri modelli culturali che spesso decontestualizzati dal loro ambiente e trapiantati senza correttivi causano solo danni (vedi 3+2 per esempio).
    Vogliamo parlare invece dell’ASN e degli SSD, questi sono problemi decisamente più complessi che incidono anche sulle carriere degli studiosi a cavallo di più discipline.

  4. In realtà noi che abbiamo una certa età ci ricordiamo che ci fu un tempo in cui era consentito il piano di studi “libero” in base al quale lo studente poteva frequentare e acquisire a libretto perfino esami di altri atenei. A seguito della liberalizzazione dell’accesso all’università rivendicato dai movimenti studenteschi del ’68, successe che corsi abituati ad un loro tranquillo tran tran, si vedessero affollare le aule da centinaia di studenti iscritti ad altri corsi di studio (allora non c’era la limitazione/programmazione degli accessi). Ci si affrettò dunque ad abolire questo diritto conquistato dagli studenti, ma rimase il principio che sia possibile la “libera scelta” almeno per una quota dei cfu dei diversi piani di studio. E’ ancora vigente, anche a livello europeo, ma da noi è ormai fantasiosamente alleggerita nel nome della “qualità” (nel senso: sei libero sì, di fare liberamente quello che ti dico io), tanto che gli studenti non lo sanno, e forse neppure Bussetti.

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