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Come in un film recente di Ken Loach… Una esemplare lettera di dimissioni in una università invivibile

Per aiutare la gestione dei Corsi di studio, per valutarli ciclicamente, si chiede ai loro responsabili di compilare protocolli e di studiare tabelle; di condurre inchieste e compulsare statistiche; di lodare i percorsi di studio e le performance degli stessi, dichiarando al tempo stesso le criticità didattiche, le carenze, le “azioni” intraprese o da intraprendere per superarle, i tempi e le fasi di tali processi, i relativi responsabili. Si forniscono dati e tabelle (naturalmente on-line) già ben presenti sulle scrivanie dei valutatori, per far dire ai Presidenti e ai gruppi AQ le cose che i committenti già sanno: quanti studenti, quante studentesse, quanti anni per la laurea, quali voti, quali medie, quali miglioramenti, quali peggioramenti. Si pretende che Dipartimenti e Corsi interpellino la Confindustria o, in mancanza, l’associazione caciottari locale, sull’importanza del corso di laurea in Semiologia e Linguistica, o in Scienze della Mercatanzia: sulla congruenza del suo piano di studi col Mercato. Chiedono come si posizioni il Corso rispetto a knowledge and understanding, con particolare riferimento ad applying knowledge and understanding, soprattutto; vogliono che si sappia quanto sia importante la capacità degli studenti nell’arte del making judgements nonché delle communication skills; il tutto al fine, naturalmente, di soddisfacenti learning skills. Gli investimenti sono a secco. La spesa pubblica langue, invischiata nel Debito. La ricerca, manco a parlarne. Ma i docenti debbono “accompagnare” al lavoro che non c’è: mobilitando all’uopo le solite Forze Sociali dell’imprenditoria e delle professioni. Guai se non rispondi a questa esigenza. In questo dilagare del Nulla rivestito di burocratiche incombenze, adornato con un gergo in “inglish” e di parole d’ordine in didattichese, i docenti più consapevoli prendono l’unica decisione possibile per non arrendersi e rendersi complici di un disfacimento progressivo: dimettersi dai propri carichi direttivi. Così come ha fatto il collega Felice Rappazzo scrivendo questa lettera alla comunità accademica di appartenenza, quella dell’università di Catania.

«…chi con dolcezza guida al niente…»

Come in un film recente di Ken Loach (I, Daniel Black): su uno schermo ancora scuro, una voce femminile, suadente ma decisa, invita il paziente che si immagina di fronte a lei: che alzi le braccia a formare una corona sulla sua testa: può? – Sì che posso, risponde il malcapitato; adesso mi dica: può contare fino a dodici senza interrompersi? Ma certo! Riesce ad allacciarsi la scarpa destra? – Ce la faccio, certo, ma il mio problema è il cuore, ho avuto un infarto…

La voce femminile si fa ora più secca, compaiono le prime immagini del volto del vecchio infartuato: – Si faccia aiutare, se vuole, rispondendo alle mie domande: – può evacuare liberamente? Riesce a fischiettare? Può inforcare gli occhiali? …

Chi ha visto questo bel film sulla gestione della sanità e dell’assistenza inglese (inglese?) conosce il seguito. L’”aiuto” è fornito da una società privata americana, in outsourcing, com’è giusto. L’infartuato, per avere l’erogazione dovuta a chi non può più lavorare, deve … cercarsi un nuovo lavoro, e dimostrarlo. Se non può farlo non può avere assistenza. E via di questo passo. Alla fine, naturalmente, quando il suo calvario forse sta per risolversi, l’ammalato muore.

Meno tragica di questa è certo la situazione dei Corsi di Studio in Italia, ma altrettanto grottesca; e l’esito è prevedibilmente lo stesso. Per aiutare la gestione dei Corsi stessi, per valutarli ciclicamente, si chiede ai loro responsabili di compilare protocolli e di studiare tabelle; di condurre inchieste e compulsare statistiche; di lodare i percorsi di studio e le performance degli stessi, dichiarando al tempo stesso le criticità didattiche, le carenze, le “azioni” intraprese o da intraprendere per superarle, i tempi e le fasi di tali processi, i relativi responsabili. Si forniscono dati e tabelle (naturalmente on-line) già ben presenti sulle scrivanie dei valutatori, per far dire ai Presidenti e ai gruppi AQ [Assicurazione della Qualità] le cose che i committenti già sanno: quanti studenti, quante studentesse, quanti anni per la laurea, quali voti, quali medie, quali miglioramenti, quali peggioramenti. Si pretende che Dipartimenti e Corsi interpellino la Confindustria o, in mancanza, l’associazione caciottari locale, sull’importanza del corso di laurea in Semiologia e Linguistica, o in Scienze della Mercatanzia: sulla congruenza del suo piano di studi col Mercato. Chiedono come si posizioni il Corso rispetto a knowledge and understanding, con particolare riferimento ad applying knowledge and understanding, soprattutto; vogliono che si sappia quanto sia importante la capacità degli studenti nell’arte del making judgements nonché delle communication skills; il tutto al fine, naturalmente, di soddisfacenti learning skills.

Hanno poca dimestichezza con le dinamiche della mente umana i valutatori, lo sappiamo o lo sospettiamo, ma certo hanno ben compreso, anche senza leggere Frederick Taylor o Talcott Parsons, un principio: che il dover fare (tanto più se con scarso successo) instilla il senso di colpa; che il senso di colpa stimola all’affannosa ricerca della giustificazione; o della Grazia: dichiararsi dunque inadeguati e insufficienti, fragili o imperiti; ricercare con angoscia la giustificazione; confessare la colpa; disporsi alla riprovazione o alla magnanima remissione del peccato: o quanto meno alla dilazione nella inevitabile punizione; faticare alla ricerca di fragili attenuanti nella incapacità. Questo, insomma è il rituale masochistico cui l’ANVUR costringe di fatto i responsabili AQ dei Corsi, i Presidenti in primo luogo.

E se nella descrizione, nella programmazione, nell’analisi dei dati, nell’abisso fra proponimenti e realizzazioni didattiche può servire talvolta la retorica, la manipolazione, la promessa, c’è poi un punto sul quale la ghigliottina non può non cadere, o almeno stare lì, appesa a un filo magnanimamente tenuto, da l’uno dei capi, dal Burocrate ANVUR: l’accompagnamento al mondo del lavoro. Sì, i docenti, un gruppo scelto fra loro, dovrà pur “accompagnare” i giovani da qualche parte. Dove siano stati scritti questi compiti (in quale contratto di lavoro o in quale stato giuridico) nessuno lo sa. Uno crede di aver studiato e di dover insegnato analisi matematica o filologia slava. No, deve “accompagnare” i giovani al lavoro. Governo, Ministeri, Regioni, Imprese non creano lavoro. Gli investimenti sono a secco. La spesa pubblica langue, invischiata nel Debito. La ricerca, manco a parlarne. Ma i docenti debbono “accompagnare” al lavoro che non c’è: mobilitando all’uopo le solite Forze Sociali dell’imprenditoria e delle professioni. Guai se non rispondi a questa esigenza. A te non vale merito didattico, quadrilustre studio; non c’è attenuante per il dilagare del Nulla; nessuna nemmeno per il lavoro nero, per i voucher (appena deceduti e posti a concimare, temiamo, più gravi forme di sfruttamento del lavoro precario) per i co.co.co. e co.co.pro., quando ci sono, per il lavoro a chiamata o a fischio. Accompagna al lavoro: contatta il panettiere; contatta gli organizzatori di corsi di accompagnamento al lavoro; contatta gli spingitori al lavoro; progetta il vacuo. Accompagna, se vuoi, – dice un amico – i tuoi ex studenti all’aeroporto: per garantirsi nel già pingue profondo Nord, o ancor più su, nella Germania dei minijob, un prestigioso lavoro precario – o a vita precaria – presso un retail, come sales assistant.

Sappiamo quale sia la verità che si nasconde dietro il velame del Verbo Burocratico. Poiché vige il Nulla, cerchiamone da qualche parte un responsabile. Predichiamo le meraviglie del Mercato, pazienza se è solo un mercatino rionale cui “accompagnare” lo studente. Il Burocrate perfetto ci s’ingrassa, in compenso: al centro e in periferia.

Questo c’è dietro la rigorosa composizione annua del RAR (Rapporto di Riesame) e delle altre procedure burocratiche: angoscia per i bravi, disciplinati compilatori nei mesi fra ottobre e novembre, e in altre settimane sparse; questo dietro le altre periodiche redazioni di quadri e progetti, di elenchi di responsabili e di Azioni. Ma, gratta gratta, si trova anche altro. Where’s the beef? Qual è il sacro Irminsul da abbattere e da distruggere, onde disperdere e terrorizzare la comunità che s’ aduna ai suoi piedi? Lo sappiamo da tempo, e con più chiarezza dalla approvazione della Legge 240: cancellare Corsi; ridurre le Università, concentrarle; soprattutto, costruire una graduatoria, suddividerle per merito e per efficienza. Secondo criteri, naturalmente, sui quali non val la pena neanche stare a soffermarsi.

Per eliminare una persona, così come per far scomparire una istituzione, tuttavia, non è necessario un assalto all’arma bianca. Basta attendere, con appena un po’ di pazienza, che il carciofo sia consumato foglia a foglia; che l’organismo defunga per inedia; che il metabolismo sia soffocato, il ricambio di nutrienti impedito. La vecchia tattica degli assedi: non occorre, come i Mongoli a Pechino o i Romani a Masada, scagliare contro le mura della fortezza i corpi dei prigionieri di guerra. Basta aspettare, come i mercenari all’assedio di Cartagine: abbattiamo l’acquedotto, prima o poi l’acqua finirà. Qualche anno e metà dei docenti saranno in pensione. E siccome senza docenti non si possono tenere i corsi, anziché riempire i vuoti attendiamo che il Tempo faccia il suo lavoro. Signori, abbiamo scherzato, si dirà allora: non c’è più quasi nessuno in casa, svendetela, chiudetela, andate altrove: colpa vostra, peraltro, non siete stati in grado di trovare le risorse. Basta aspettare: l’ANVUR e i suoi scherani (o mandanti, chissà) abituano allo stillicidio di notizie cattive (tante) e notizie buone (poche). Da ultimo il gioco delle tre carte dell’adozione di nuovi parametri di misurazione ha rivelato che le Università del Mezzogiorno hanno recuperato in parte il gap da quelle virtuose del Nord. Tutte le torture, per essere efficaci, abbisognano di una pausa per il torturato. Attendiamoci dunque, fra un po’, la controsmentita: non avete saputo approfittare di un buon momento, avete sbadigliato e adesso, Zac! vi tagliamo le gambe. Basta aspettare, dicevo: osservare i corridoi di qualunque università italiana è altamente istruttivo: caterve di sessantenni affaticati seguiti da manipoli di giovani precari, sempre più disperati e disillusi. Questa è la scena che la dice lunga sul futuro: un futuro di corrosione lenta ma ormai giunta al punto decisivo; un futuro di accorpamenti, di degrado culturale e di servizi, di Serie A, B e C nei vari territori; un futuro segnato dal marchio d’infamia delle “bocciature” dei corsi e delle sedi, per di più.

Personalmente sono legato alla Costituzione della Repubblica e al suo dettato. Negli articoli 3, 9, 33, 34 (in parte più e meno altrove) si disegna un modello di diffusione della formazione, che comprende l’Università, che non può essere basato sul criterio della concorrenza e sulla competizione e deve, al contrario, prevedere un equilibrato sistema di servizi potenzialmente uguale per tutti i cittadini (lo steso vale per trasporti, sanità, assistenza sociale). Certo, questi principi sono stati dimenticati o messi in frigorifero. Ma, fortunatamente, sono ancora validi, sulla carta, anzi sulla Carta. E non è poco. Visto che la Carta è appena stata salvata, e con essa rimossi anche alcuni occulti progetti di dare ai governi mano libera nella gestione delle Università. Ma è solo una pausa, un sorso di speranza.

Per questa ragione mi rifiuto di accettare la logica che sta sotto (ma che ormai si vede chiaramente anche in superficie, tranne che per chi si ostini a non voler vedere) il sistema di valutazione: non si tratta di rifiutare il principio, se questo è orientato veramente alla erogazione di un “servizio” (la cultura, la formazione) potenzialmente uguale per tutti i cittadini. Si tratta di riconoscere che questo principio è tutt’altro che volto al miglioramento della didattica e dell’organizzazione: ma ha invece come obbiettivo non tanto nascosto quello dell’amputazione delle strutture più deboli. Mi sono laureato “naturalmente” presso la “mia” Università, quella sotto casa, e ciò non ha comportato alcun gap né alcun complesso di inferiorità di fronte ai laureati delle Università più prestigiose. Il sistema pubblico nazionale ancora sufficientemente equilibrato, e molto più pieno di scambi di quanto oggi non avvenga, me lo ha garantito. Nella mia attività di ricerca collaboro con colleghi e amici di tutt’Italia: e non competo né concorro, partecipo. Ora si vorrebbe, con la mia collaborazione in quanto Presidente di un Corso di Laurea, e con la surrettizia diffusione di criteri e informazioni “trasparenti”, con la masochistica profferta della testa sul vassoio dell’Erode di turno, che questa situazione, già duramente compromessa da anni e anni di definanziamento, di burocratizzazione, di “miglioramenti” (di carte) e di fatiche di tanti colleghi, con il sacrificio di tanti giovani laureati e studiosi, costretti a defatiganti slalom fra mille lavori e viaggi della speranza, ora si vorrebbe che gli umilianti percorsi fra i template inviatoci dal MIUR o da chissà chi, e magari prontamente e entusiasticamente recepiti anche in sede locale, diventassero strumento per la “selezione”, per il taglio e in primo luogo per il degrado culturale. Vedere per divertirsi questa pagina.

Sono queste le ragioni che mi inducono a un passo indietro, che è innanzi tutto politico, e per questo irrinunciabile, dimettendomi da Presidente del corso di Laurea in LCEEO [Lingue e culture europee euroamericane e orientali]. Anche perché, avendo deciso, dopo un primo annuncio di pensionamento anticipato, di soprassedere, ed avendo in prospettiva impegni didattici ancor più gravosi, e volendo, nell’anno che segue, dar corso ad alcuni progetti di studio e ricerca cui tengo molto, penso di aver diritto a una sorta di allentamento della pressione. Se anche mi si assicurasse l’esonero dai compiti più fastidiosi, qualora continuassi nel mio ruolo verrebbe a mancare il significato “politico” del mio gesto, che lascio in eredità a chi mi succederà.

Nel corso degli anni passati credo di aver fatto il mio dovere di Presidente del consiglio di Corso, non so se con successo ma con impegno e – mi dicono – con qualche risultato positivo. Ora è maturata una nuova generazione, dalla quale si può ben sperare. Il lavoro è avviato, assicuro, come si dice, il disbrigo degli affari correnti, poi qualcun altro prenderà il mio posto.

Saluti e ringraziamenti a tutte e tutti i colleghi e le colleghe.

       Felice Rappazzo

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17 Comments

  1. Giuseppe Mele says:

    Chapeau!

  2. StefanoP says:

    Bravo!
    E bravo anche a chi ha inserito la locandina del film “Non si uccidono così anche i cavalli?”, metafora perfetta dell’Università dell’ANVUR.

  3. Se lo facessero o l’avessero fatto tutti e tutte! Dieci anni fa, ricordo il fatidico per me anno 2007, quando ho fatto parte di (presieduto … modestamente) una commissione per la valutazione di CdL. Dopo aver compilato le carte, mi sono dimessa, perché era tutto un macinare il nulla o l’ovvio o il noto, mentre ci addossavano responsabilità anche per cose che non ci competevano. L’anno successivo le carte sono raddoppiate. Sulla valutazione di questa valutazione mi mordo la lingua.

  4. Onore a questo grande collega, intanto il giornalino meneghino ha rilanciato. parentopoli nelle università italiane, fenomeno più elevato che in tute le altre. Scritto dalla moglie di Letta…che giornalaio….

  5. aristotele says:

    forse possiamo cominciare a contare quelli che non ne possono più in vari modi:
    http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/06/25/news/universita_perche_mi_sono_arreso-169065430/

  6. ps:«Io, vittima di Woodcock»: l’ex sindaco assolto dopo 16 anni” Altro articolo del giornalino meneghino…E si i magistrati che indagono Renzik sono ingiusti e persecutori..hahah De Bortoli se ne va e dice che il loro è un giornale scomodo..per chi per banchieri ed industriali??
    Ecco perchè mi stupisco ogni volta che qua citate Gas (gian antono stella)..grande cacciatore di professori universitari…Io il corriere non lo compro più..trovo più serio il giornale (non avrei mai pensato di arrivare a tanto…)

    • Ma infatti è vero, concordo: il giornale e, direi, anche il quotidiano che porta il titolo semplicemente grottesco di “la verità” sono ampiamente meno disgustosi del corrieraccio (che occupa forse il punto più basso in assoluto, spuntandola persino su repubblica). Ma naturalmente lo sono solamente pro tempore, solo perché sono indirettamente e non direttamente al potere, insomma non hanno un pupazzo formalmente-ufficialmente loro a palazzo chigi; insomma stanno sì tuttora, nei fatti, al manganello, ma da tre-quattro anni governano solo per interposto pupazzo piddino (peraltro imbattibile, molto più efficiente di loro, nell’attuare i programmi di estrema destra neoliberista, cioè i loro programmi). E il dolore (o forse sarebbe meglio dire: la rabbia, la stizza), si sa, rende più seri…e addirittura più onesti

    • Tutti i quotidiani sono sempre più “seri” quando sono all’opposizione!

    • @franco hai ragione, infatti da sempre il giornalino meneghino sta con chi governa, berlusca prima, il bomba, i democristiani, craxi etc.
      Da quale pulpito vengono le continue prediche…La serietà non gli appartiene e coloro che vi scrivono sopra? Moralisti forti con i deboli e deboli con i forti..boicottiamo il giornalino menenghino!!!? 😉

    • Per poterlo boicottare, occorrerebbe averlo acquistato almeno una volta nella vita…

    • @proietti io addirittura ci scrivevo…
      Per qualche merito?! no cooptato… Editoriali in una edizione regionale Da anni non scrivo più e anche di fronte ad una richesta recente ho detto no..

  7. Sono sicuro che l’avete già capito, ma comunque ve lo ricordo: l’università deve essere affamata e poi costretta alla resa. Siamo stto assedio da parte dei politici e dei sindacati. Non a caso al MIUR hanno messo una sindacalista. Non hanno mai mandato giù che non possono dirigere i concorsi universitari. Allora 520mila assunzione nelle scuole e a noi nemmeno rispondono dopo una minaccia di sciopero ed i nostri giovani non li cagano nemmeno …. se non ci ribelliamo siamo morti!

  8. … si in effetti fra politci e alcuni sindacati nel 2017 non c’è nessuna differenza. FSL voleva dire questo? qui qualcuno non ha capito una beata …

  9. guardamagna says:

    SPLENDIDA lettera. Complimenti al collega. Sono stata Presidente di CdL dal 1999 al 2005 (quando non c’erano questi orrori, ma c’era la riforma), poi direttore di Dipartimento, poi Coordinatore di CdL. Dimettersi mi pare un gesto politico fondamentale. Di nuovo, complimenti! Mi piacerebbe conoscerti.
    Daniela Guardamagna (Università di Roma “Tor Vergata”)

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