Dopo la pandemia, la  formazione e il lavoro non saranno più quelli di una volta… stando così le cose dovrà cambiare anche l’orientamento e la gamma dei supporti che andrebbero offerti a quanti (persone, imprese, istituzioni, agenzie e contesti) potrebbero incontrare difficoltà nello scegliere e nel progettare il proprio futuro formativo e professionale. L’orientamento che viene generalmente praticato in Italia, e che continua a basarsi essenzialmente sul profiling, sulla valutazione dei requisiti di accesso alla formazione e al lavoro, appare ormai decisamente obsoleto e non più in grado di contribuire significativamente alla costruzione di futuri di soddisfacenti per tutti. C’è bisogno di nuovi paradigmi teorici di riferimento, di nuove pratiche e di tanta ricerca per la diffusione, anche in Italia, di un orientamento inteso come dispositivo di prevenzione e come presidio di giustizia sociale. E’ questa la strada che viene ormai indicata anche dalla più recente e specialistica letteratura internazionale alla quale anche gli amministratori, le agenzie e i servizi di orientamento italiani dovrebbero ispirarsi.

Ho letto con piacere in corriereuniv.it che il nostro governo è intenzionato ad inserire l’orientamento tra i temi del Recovery Fund e che, di esso, se ne occuperà il MIUR insieme al Ministero dell’Istruzione e del Lavoro e delle politiche sociali. Si tratta di un compito certamente impegnativo, che potrà essere ricordato come meritorio se riuscirà effettivamente ad avviare significativi cambiamenti sulle modalità con le quali, in Italia, l’orientamento viene generalmente trattato e, soprattutto, praticato.

A proposito di questa preoccupazione, basti ricordare che da noi, a differenza di tanti altri paesi europei, non esiste ancora una laurea in scienze dell’orientamento, che il numero dei ricercatori universitari  che si occupano di esso è particolarmente sparuto e che, a livello professionale, sono decisamente pochi coloro che operano nelle nostre scuole, università e centri per l’impiego, possedendo quei requisiti minimi che consentirebbero loro di iscriversi alla Società Italiana per l’Orientamento (laurea quinquennale e formazione post lauream specifica) o di partecipare, in Europa, a qualche importante gara di selezione di orientatori.

L’assenza di un ancoraggio ad una seria cultura dell’orientamento traspare, di fatto e in tutta evidenza, in gran parte di quei documenti, anche ministeriali, che parlano di competenze più o meno trasversali, di smart e soft skills e che, con un linguaggio burocratico-amministrativo auspicano pure  l’impiego di sempre più sofisticati algoritmi, indici di idoneità, di impiegabilità ed adattabilità delle persone alle aspettative di efficienza e ‘fedeltà’ dei diversi contesti formativi e lavorativi. In effetti, anche se non dichiarato, il modello dell’orientamento che continua di fatto ad essere utilizzato anche da tanta ‘psicologia del lavoro e delle organizzazioni’, ricorda ancora l’opera di Parsons (1909), che indicava come selezionare gli operai, e l’esagono di Holland (1973) di quel famoso psicologo dell’esercito statunitense che, magari senza ricordarlo e citarlo,  continua ad ispirare e realizzare tutta quella ‘profilazione’ che viene prodotta per orientare-individuare ‘l’uomo giusto al posto giusto’ senza al contempo dedicare analoghe attenzioni alla ‘bontà’ e vivibilità dei contesti formativi e lavorativi all’interno dei quali collocarlo.

E ciò che continuano a fare da noi molti Centri per l’impiego, l’ANPAL, Alma Laurea, la Fondazione Agnelli, e tanti servizi universitari che dichiarano di ‘occuparsi, ‘in entrata’, di tante matricole e, in uscita, con specifici servizi di placement di tanti nostri neolaureati. In tutte queste occasioni le azioni di orientamento si ispirano ancora a quelle visioni delle professioni e delle attività lavorative che, dagli Stati Uniti, dal Bureau of Labor e dal 1939 fino all’edizione del 2020  del sistema O*NET[1], continuano a suggerire di approcciarsi alle professioni in termini di conoscenze, abilità, capacità e competenze ritenute valide allo svolgimento di mansioni, funzioni ed attività lavorative precedentemente esistenti, conosciute e descritte in modo più o meno operazionale da ‘esperti’ del lavoro e di job analysis.

In poche parole, sebbene si continui a dire che i lavori del futuro saranno decisamente diversi da quelli conosciuti, sembra che si continui ad orientare con visioni e metodologie di un passato piuttosto lontano sia da un punto di vista teorico che metodologico. Ne fa fede il fatto che nei portali dell’orientamento a cui molti giovani vengono incoraggiati a rivolgersi e in molti dei documenti che questi stessi producono,  non c’è traccia dell’esistenza di altri possibili orientamenti di cui la letteratura internazionale si è da tempo occupata: non si fa cenno, ad esempio, alla visione evolutiva dell’orientamento di Super, o a quella socio-cognitiva che con Lent e Brown ha applicato alle tematiche della scelta e della progettazione professione il costrutto delle credenze di efficacia di Bandura, né, tanto meno, a quelle che si interessano degli stili (appresi) di decision making e problem solving professionale  (Mann e Friedman, Paterson,  Gati), o alla visione costruttivista di Savickas e, tanto meno, a quegli studiosi del futuro, della complessità e della cosiddetta ‘pianificazione casuale’ che, tra l’altro, rifiutando visioni lineari e riduttivistiche dello sviluppo e della ‘maturazione professionale’, risulterebbero particolarmente adatti ai tempi di crisi che stiamo vivendo.

Se il governo e i ministeri coinvolti saranno effettivamente interessati a promuovere l’orientamento riconoscendogli spessore di tipo scientifico e una significativa rilevanza sociale[2] dovranno, innanzitutto, promuovere una nuova (almeno per l’Italia) concezione dell’orientamento che oltre a valorizzare i contributi offerti dalle prospettive di cui sopra,  dovrà già, da ora, caratterizzarsi soprattutto in termini di presidio di giustizia sociale e di dispositivo in favore di uno sviluppo, di una crescita o, meglio di un progresso, effettivamente sostenibile, soddisfacente ed inclusivo per tutti.

Espressioni come giustizia sociale, sviluppo ed inclusione dovrebbero, in altri termini, essere utilizzate più spesso anche dagli orientatori, stando anche a quanto sembrerebbe trasparire dai documenti che accompagnano il Recovery plan for Europe che, oltre ad auspicare un’unione economica e monetaria più equa, invitano a considerare, proprio nella stesura dei progetti per far fronte alle emergenze post covid, quel ‘pilastro europeo dei diritti sociali’ che, con estrema facilità, potremmo considerare anche come altrettanti ancoraggi per un nuovo orientamento effettivamente interessato ad operare in favore:

a) delle ‘pari opportunità anche a proposito dell’accesso alla formazione ribadendo il diritto di tutti di riceverne di buona qualità e in contesti inclusivi anche per partecipare pienamente alla società e per gestire con successo le transizioni nel mercato del lavoro (almeno legale e dignitoso);

b) delle ‘condizioni eque di lavoro’ che debbono garantire flessibilità e sicurezza, equilibrio tra attività professionale e vita familiare, ambienti di lavoro sani e sicuri anche a proposito della protezione di tutti i dati sensibili delle persone[3];

c) di ‘protezione sociale e inclusione’ che, per essere effettivamente tali, dovrebbero essere, senza se e senza ma, e non necessitare di particolari ed ulteriori specificazioni e differenziazioni (v. Soresi, 2020).

Si tratta di tre pilastri importanti che chi fa orientamento dovrebbe tenere presenti soprattutto quando si propone di stimolare l’analisi delle criticità, delle emergenze che già caratterizzano il presente e di invitare a pensare a modi possibili per affrontarle e ridimensionarle cercando di coglierne, come sostengono anche Facioni (2018) e Poli (2017), senza pregiudizi e luoghi comuni, i segnali  per avviare possibili sviluppi e per puntare ai cambiamenti auspicati come suggerisce ormai tanta psicologia della scelta e della progettazione professionale (per una rassegna v. Nota et al. 2020).

All’orientamento, per far sì che si trasformi effettivamente in un dispositivo di prevenzione in favore del benessere e della soddisfazione professionale,  non gli si può però chiedere di intervenire in modo sbrigativo ed esclusivamente nelle fasi di transizione quando le pressioni temporali di tipo essenzialmente amministrativo (scadenze per le iscrizioni a scuole e prove di ammissione, per l’inclusione in elenchi per l’accompagnamento e l’occupazione, ecc.) sono particolarmente insistenti. Gli deve essere concesso il tempo necessario per insegnare ad  aspirare, per con-dividere e con-vincere, per riflettere e prendersi cura del futuro in modo che sia proprio quest’ultimo e non solo il passato o le determinazioni socio-economiche, ad indicare i comportamenti e le scelte da attivare. E’ ciò che da tempo, d’altra parte, suggeriscono quanti si occupano della tematica della ‘previsione’ e dell’anticipazione del futuro, che incoraggiano a ‘ragionare’ ricorrendo al ‘what…if’, al ‘cosa potrebbe accedere  se’ e ad immaginare tanti e diversi scenari possibili considerando sia i ‘dati disponibili’ ed osservabili, ma anche e soprattutto, come aveva detto De Maria (2011) prima che il  Covid-19 facesse la sua comparsa, quelli non visibili, non reali, ma dotati di senso per coloro che li hanno immaginati come fatti emergenti dalle condizioni future che potrebbero verificarsi.

Qui, in questi luoghi di ‘pratica dell’orientamento al futuro’ sarebbe pertanto opportuno dare tanto tempo ai tempi della riflessività e della partecipazione all’orientamento al futuro, garantire libertà di visioni e partecipazione, dar voce a nuove aspirazioni, come direbbe Appadurai[4],  e a coinvolgenti processi di coscientizzazione, come, al riguardo, potrebbe dire anche Freire (1974; 2002) , o come suggerirebbero Foucault (1971) e Deluze (1989), parlando di dispositivi di prevenzione e promozione di benesseri comuni.[5] Tutto questo in quanto è necessario che l’orientamento, da dispositivo di valutazione dell’adattamento, dell’impiegabilità, delle congruenze tra domande ed offerte, di neutrale mediatore delle possibili relazioni persona-ambiente, dovrà presentarsi come dispositivo di esplorazione, di produzione di desideri, di visioni, di immagini e scenari difficili da codificare, afferrare e inserire in processi di profiling o all’interno di qualche diversa tipologia di candidati a tutte quelle competizioni che pretendono di decretare le idoneità di persone e gruppi, le vittorie e le sconfitte, gli accessi e i respingimenti a proposito di questo o a quel ‘posto’ di formazione o lavoro. Attenzione, però: i presidi e i dispositivi possono essere progettati e posti in essere con finalità molto diverse, anche per esercitare controlli e promuovere assoggettamenti. Ne fanno fede i tempi che stiamo vivendo che, come ha osservato Agamben (2006), si presentano proprio come “una gigantesca accumulazione e proliferazione di dispositivi” interessati a garantire lo status quo, il conformismo e quell’accentuato individualismo presente anche nelle più recenti rivisitazioni di concezioni di tipo neo o ordoliberalismo[6].

L’orientamento, per trasformarsi in dispositivo  di giustizia e liberazione, necessita anche di luoghi idonei al confronto e all’interazione interpersonale, luoghi di apprendimento condiviso, non di uffici che, con i loro standard e tempi amministrativo-burocratici, non facilitano il lavoro di gruppo e attenzioni human centered in grado di realizzare  quel partecipatory design che sin dai ‘ruggenti’ anni Settanta veniva invocato per mobilitare gruppi ed avanzare richieste di cambiamento. In quegli uffici e in quei centri che valutano le diverse ammissibilità è difficile che venga riconosciuto e sostenuto il ‘diritto’ di scegliere e di dedicarsi ad un lavoro che, oltre ad essere legale, dovrebbe essere anche ‘sensato’ a tal punto da essere ritenuto, sotto varie angolazioni, un ‘buon lavoro’, un ‘lavoro buono’ che non può più essere considerato un lusso che solo pochi possono concedersi.

Così, come alla Pedagogia degli oppressi di Freire è stata riconosciuta un’enorme valenza politica, lo stesso si dovrebbe fare verso quella sorta di orientamento della liberazione  a cui si incomincia ad aspirare e che, privilegiando le fasce più deboli della popolazione, oltre a dimostrare il possesso di strategie di intervento e di strumenti particolarmente sofisticati e robusti da un punto di vista tecnico e metodologico, porta con sé implicitamente ed esplicitamente il desiderio e la volontà di denunciare le situazioni sociali maggiormente problematiche e di operare in favore di un radicale cambiamento

Forse, parafrasando anche Bell Hooks (2020) che a proposito di come fronteggiare le massicce tendenze all’esclusione che si constatano ancora all’interno dei sistemi educativi e formativi, anche noi potremmo invocare un ‘orientamento impegnato’, in grado, cioè, non solo di aiutare le persone a scegliere ciò che potrebbe risultare utile per un proprio futuro formativo e lavorativo soddisfacente, ma capace di avviare anche, con gli strumenti di analisi e di stimolazione della riflessività a proposito di ciò che sta accadendo e che probabilmente accadrà, occasioni di ‘apertura ed impegno’ nei confronti  di ciò che potrebbe essere considerato ‘comune’, pubblico e non solo individuale e privato. Si tratta di un’importante raccomandazione, molto pertinente quando, come orientatori, siamo portati a promuovere, con un linguaggio prettamente economico e neoliberalistico, bilanci, entrate, ‘capitali umani’, punti di forza, competenze chiave, correndo il rischio che l’orientamento, si trasformi di fatto in un dispositivo di narcisistica ed egoistica lotta, di competizione ed affermazione di sé, dell’essere imprenditori di se stessi.

Favorire, con l’orientamento, la consapevolezza e il senso critico, proprio nell’accezione di Freire, non è semplicemente un invito a ‘conoscere se stessi’ e il mondo circostante; si tratta di mettere in azione dispositivi di emancipazione e pratiche di anticipazione di scenari futuri più equi ed inclusi per tutti ribellandosi a quanti si attendono indicazioni per la scelta di studenti particolarmente idonei o di lavatori ‘fedeli’ e altamente produttivi.

Se sarà diverso, l’orientamento riuscirà a proporre valori diversi da quelli dell’impiegabilità e del gareggiare ad ogni costo, facendo proprie anche le parole che Martin Luther King indirizzava agli americani, quando li invitava dar corpo ad una vera e propria rivoluzione di valori per ‘passare al più presto da una società orientata verso le “cose” ad una società orientata alle persone. Quando le macchine e i computer, le ragioni del profitto e i diritti di proprietà sono considerati più importanti delle persone, allora diventa impossibile sconfiggere – aggiungeva Martin Luther King – tre giganti: il razzismo, il materialismo e il militarismo…’ (1968). Per testimoniare questi valori, le discipline dell’orientamento dovrebbero imparare ad abbattere i confini che ancora le caratterizzano (psicologia, pedagogia, economia, sociologia, antropologia, ecc.) in quanto i futuri e ‘l’apprendimento di quelli possibili’ richiedono ibridità, sconfinamenti, divergenze; c’è bisogno, forse, di meno algoritmi, meno economia matematica, meno psicometria in favore di un numero decisamente più consistente di analisi personalizzate, di procedure qualitative, di più economia etica e sociale, di più ‘psicologia positiva e coraggiosa’, di più (in una sola espressione) filosofia della condivisione che faccia effettivamente parlare assieme, ricercare ed operare e non solo per il proprio e prossimo vantaggio.

Non è questa la sede per descrivere e presentare attività, procedure, strumenti ed azioni da porre in essere in questa direzione. Può essere qui sufficiente ricordare che nei progetti di orientamento che si ispirano alla giustizia sociale (Nota et al. 2020; Hooley, Sultana e Thomsen (2018) si invitano i partecipanti/utenti ad aspirare a svolgere lavori dignitosi e prestigiosi, pensando, ad esempio, agli obiettivi 2030 dell’ONU o all’ ‘Economia della ciambella’ di Kate Raworth che, tra l’altro, richiama anche tutti i saperi che concorrono a definire tanti e diversi settori scientifico-disciplinari così cari al nostro MIUR e all’ANVUR  e, al contempo, gli ambiti di lavoro sui quali i nostri studenti dovrebbero essere chiamati a riflettere e ad operare nel corso delle attività di orientamento. Si pensi, ad esempio, quanto “buon” orientamento, quanta “buona” formazione e quanto “buon” lavoro può generarsi, sollecitando gli studenti a misurarsi con i problemi connessi alla difesa della biodiversità, alla riduzione di tutte le forme di inquinamento, ma anche, alle formazioni e alle occupazioni possibili in favore della qualità della salute, dell’istruzione, del lavoro dignitoso, della pace, dell’equità, dell’inclusione, della diffusione delle nuove strumentazioni digitali,  della vivibilità degli ambienti di vita (abitazioni, città…), etc. etc.

Si tratta, in poche parole, di non chiedere più ‘Cosa vuoi fare da grande?’, ma ‘Di quali emergenze intendi pre-occuparti?’; ‘Verso quali valori nutri passioni ed interessi?’;Di quali problemi intendi occuparti, a quale missione 2030 intendi partecipare?”; “Cosa vorresti apprendere ancora e di nuovo, in cosa vorresti perfezionarti, affinché il tuo lavoro, anche in tempi di crisi, possa essere riconosciuto importante, indispensabile, prestigioso’ .

Sostenendo l’aspirare a ridurre disagi, ingiustizie e disuguaglianze, la pianificazione di azioni, e la precisazione di quelle che, in  altre sedi, sono state  definite intenzioni formative e professionali (Soresi e Nota, 2020) l’orientamento, oltre a promuovere l’agency individuale, diventa anche sociale e solidale, per interessarsi anche a tutti quei ragazzi e quelle ragazze che stavano a cuore a don Milani, a quei lavoratori a cui pensava spesso Olivetti nell’immaginare l’organizzazione e la gestione delle imprese e del lavoro, a quegli oppressi a cui si dedicava Freire, e a tutte le persone a rischio di emarginazione e malesseri che stavano a cuore ad Appadurai o, ancora, a tutte le vittime di ogni forma di razzismo e disparità che stanno a cuore a Bell Hooks. Si tratta, pertanto, di un orientamento che respira meno finanza e meno economia, meno pedagogia interessata alla meritocrazia e ai talentuosi, meno psicologia interessata alla certificazione speciale delle differenze, ma, di contro, che è deciso a riservare più attenzioni ai più poveri, a quelli che la scuola espelle, a quella psicopedagogia che si occupa di come insegnare ad aspirare e a prepararsi ad affrontare incertezze e minacce e, perché no, a come manifestare la propria indignazione per come a volte vanno le cose.

L’orientamento non può più stare in mezzo, non può più essere quel neutrale trattino che tanta letteratura internazionale poneva tra le necessità delle persone e quelle degli ambienti, dovrà dichiarare da che parte sta ed avere il coraggio di dirlo chiaramente.

Riusciranno i nostri, ritornando al Recovery Fund, a sostenerlo? Speriamo…

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Bibliografia

Agamben, G. (2006). Che cos’è un dispositivo, Nottetempo, Roma.

Appadurai A. (2013). The Future as Cultural Fact. Essays on the Global Condition, Verso, New York.

Bell Hooks (2020). Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà. Milano: Meltemi

De Maria, G.M. (2011). Prefazione. In Volli, U., Leone, M, Ieri, oggi, domani. Studi sulla previsione nelle scienze umane. Roma: Aracne.

Deluze, G. (1989).  Qu’est-ce qu’un dispositif? Paris: Edition du Seuil.

Facioni, C. (2018). L’utopia possibile: perché riscoprire il contributo di Adriano Olivetti, Futuri, 10, 2018)

Foucault, M. (1971). L’Ordre du discours, Paris: Gallimard.

Freire, P. (1974).Teoria e pratica della liberazione, Roma, Ave,

Freire, P. (2002). Pedagogia degli oppressi, Torino, EGA, 2002).

Holland, J.L. (1973). Making Vocational Choices: A Theory of Careers. Englewoods Cliffs, NJ, Prentice-Hall.

Hooley, T., Sultana, R. Thomsen, R. (2018). Career Guidance for Social Justice: Contesting Neiliberalism. London: Routledge

King, M.L. (1968). Where Do We Go From Here? Chaos or Community. Boston: Beacon Press.

Nota, L., Soresi, S., Di Maggio, I., Santilli, S., Ginevra, MC. (2020). Sustainable Development, Career Counselling and Career Education, London: Springer International Publishing,

Parsons, F. (1909). Choosing a Vocation. Boston: Houghton Mifflin.

Poli R. (2017), Introduction to Anticipation Studies, London: Springer International Publishing,

Soresi, S. (2020) Dire le diversità, Padova: Messagero.

Soresi, S., Nota, L. (2020). L’orientamento e la progettazione professionale. Bologna: il Mulino.

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[1] Si tratta del famoso Occupational Information Network che, in modo gratuito, propone centinaia di definizioni di attività occupazionali per aiutare sia studenti che persone in cerca di lavorio, ma anche aziende e professionisti a comprendere il mondo del lavoro contemporaneo. L’O*Net, ed analoghi dispositivi europei, esistono già e vengono per lo più annualmente aggiornati… non c’è bisogno che L’Anpal o altre agenzie ‘ne inventino di nuovi’!

[2] La rilevanza sociale dell’orientamento potrebbe essere misurata considerando anche il numero di situazioni di disagio che riesce effettivamente e precocemente ad intercettare, evitando di limitarsi ad attendere che siano esse a presentarsi ‘spontaneamente’ ai propri sportelli. Molti  studenti, i Neet e gli Elet – i giovani che non studiano e non lavorano e quelli che anni che dopo la Scuola Secondaria di I° grado non si sono avviati ad alcun tipo di tipo di formazione professionale – come molti disoccupati e precari, non necessitano solo di uffici territoriali di orientamento che li attendano e che dichiarano di essere disposti ad accoglierli, ma, forse, anche di una sorta di ‘orientatori di strada’, interessati ad intercettare più precocemente possibile le situazioni di maggior rischio di disagio ed esclusione.

[3]Questo soprattutto in un’epoca in cui, col dilagare del profiling, e non solo nell’orientamento, ma anche e soprattutto in ambito sia economico-commerciale che di controllo socio-politico, dove, questa ‘profanazione’ appare sempre più frequente ed intrusiva.

[4] Le aspirazioni, però, anche a detta di Appadurai, NON maturano nella solitudine o nell’isolamento, ma hanno bisogno di interazioni tra persone e contesti, richiedono partecipazione, pazienza e volontà di manifestare assieme ad altri contro le ingiustizie e in difesa dei propri diritti.

[5] Nell’accezione attribuitagli da Michel Foucault un dispositivo è ‘un insieme assolutamente eterogeneo che implica discorsi, istituzioni (…), leggi, misure amministrative, enunciati scientifici, proposizioni filosofiche, morali e filantropiche (…). Questo viene ribadito anche da Deluze (1989) che, al riguardo, usa la metafora della matassa, ‘un insieme multilineare, composto di linee di natura diversa. (…) di vettori o tensori ‘ (p. 11). Sembra, quasi, che parlino dell’orientamento e della sua complessità e multidisciplinarietà!

[6] Anche l’orientamento, purtroppo, può essere ancora utilizzato come dispositivo di controllo e, nello specifico, dei processi di inserimento scolastico e professionale. Si pensi, ad esempio, a come può essere strumentalizzato nei cosiddetti consigli di orientamento, nelle valutazioni normative cui sistematicamente, ormai, fa ricorso l’Invalsi, in tutto quel profiling che continua ad essere utilizzato per stimare l’impiegabilità delle persone, la loro disponibilità ad adattarsi alle richieste proventi dai mercati della formazione e del lavoro e a produrre consumatori sempre più ingordi ed insaziabili. Non consola constatare che si tratti di un rischio che l’orientamento condivide con molti dispositivi digitali, imposti di fatto dalla nota globalizzazione economico-finanziaria e dal primato dell’economia su pressoché tutti gli ambiti di vita delle persone e dei loro contesti.

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8 Commenti

  1. L’orientamento come qui proposto richiederebbe di … orientare ad investire sulla società futura chi orienta i fondi. Recovery fund o altro che sia.
    Dovremmo fornire un cannocchiale (o un navigatore?) che permetta di intravedere la meta finale – giustizia sociale, capitale “umano” – che è nascosta dalla contingente attrazione del “neoliberismo che crea sviluppo” e dell’orientamento come placement dell’uomo giusto al posto giusto, superato da teorie come quelle esposte nell’articolo ma purtroppo non dalla pratica.
    Riusciranno i nostri “eroi” di politica economica a far prevalere i bisogni non delle lobbies che li sostengono, ma di tutte le persone che dovrebbero rappresentare e garantire?
    Qualcuno ha un navigatore adeguato da prestargli (ammesso che poi vogliano usarlo)?

    Santo Di Nuovo

  2. L’idea che il “profiling è lo strumento di orientamento per affrontare il problema della disoccupazione” è stata immediatamente etichettata come fallimentare, da chiunque avesse una minima conoscenza di queste tematiche, per almeno due motivi. Il secondo è che si basa sull’idea che in Italia esistono professionisti che fanno fatica a mettersi in contatto con le aziende che li cercano, e viceversa, quando in realtà l’attuale situazione di criticità del mercato del lavoro è più correttamente spiegabile in termini di “skill mismatch”. Il primo motivo è che il profiling non è orientamento. Non demonizzerei il profiling “tout court” (anche se per esprimere questo concetto ho dovuto usare tre lingue diverse). Non penso che tutti abbiano bisogno di orientamento per cui, se una persona ha una buona coscienza della propria professionalità e idee chiare sulla sua spendibilità, un sistema elettronico di incrocio domanda e offerta di lavoro potrebbe essergli d’aiuto. Queste, però, sono persone solitamente già autonome nel trovare opportunità lavorative e nell’utilizzo delle banche dati informatiche private che esistono già da diversi anni.
    Il vero problema è come essere di supporto a chi ha una professionalità debole, ha scarsa capacità di conoscersi e valorizzarsi, di conoscere il mercato del lavoro e capitalizzarne le opportunità: per queste persone sono fondamentali interventi di orientamento veri e propri, cioè finalizzati a sviluppare competenze orientative e a supportare in un processo di scelta e riqualificazione, prima che di ricerca di un’occupazione. Interventi che si fatica a trovare nei servizi pubblici e che, se presenti, sono collocati in progetti occasionali o garantiti dall’iniziativa del singolo operatore: ho scoperto che alcuni “navigator” stanno utilizzando, anche con autoctoni, un mio manuale per la consulenza di carriera con migranti, fortunatamente ritenuto più utile delle istruzioni su come inserire i dati del disoccupato nell’apposita piattaforma. Non c’è niente di più facile che confrontarsi con chi è a diretto contatto con i disoccupati, assetati di formazione specifica e sempre più insofferenti verso lo spreco di tempo dettato dalla burocrazia.
    Come rispondere alle domande “Riusciranno i nostri, ritornando al Recovery Fund, a sostenerlo?” e “Qualcuno ha un navigatore adeguato da prestargli (ammesso che poi vogliano usarlo)?”? Onestamente non sono molto ottimista. L’unico motivo per cui sono stato intercettato dal Ministero del lavoro e da INAPP è stata la mia attività con il target dei migranti, mentre non ho mai avuto spazi per confrontarmi sull’orientamento nei servizi per l’impiego e tanto meno con il Ministero dell’istruzione. Mi sono chiesto perché in questi anni non hanno mai cercato esperti in grado di prestargli un navigatore, e la risposta è stata che se l’obiettivo del loro viaggio è il “giro dell’isolato” della riduzione del tasso abbandono a scuola e del tasso di disoccupazione nel mercato del lavoro, capisco che non ne sentano il bisogno. Considerando che entrambi i tassi sono scarsamente impattati da questi interventi, ho l’impressione che il viaggio si limiti ad affacciarsi sulla soglia, guardare se piove e, anche se c’è il sole, rientrare al riparo delle eleganti e rassicuranti procedure standardizzate.
    Se qualcuno volesse imbarcarsi per raggiungere gli obiettivi ben più sfidanti citati da Salvatore Soresi, io ci sono.

  3. Nel condividere appieno questo bel pezzo di Salvatore Soresi, ci tengo a sottolineare che stiamo vivendo tempi che in modo marcato hanno favorito e promosso la costruzione di una sorta di mind-set, di struttura mentale, incentrata sull’individualismo, sull’egoismo, su una idea di essere umano materialista, poco capace di fare meditate analisi contestuali, proteso verso un miglioramento continuo e verso il successo, concentrato sul proprio benessere, sulla propria felicità, sul proprio status, sopra tutto, o, in caso di difficoltà, sulla sopravvivenza.. Alcuni colleghi arrivano ad affermare che si è operato con azioni di ingegneria sociale, grazie anche alle discipline sociali, alla scuola, all’università, ai mass media, e purtroppo all’orientamento. L’orientamento, o per mancanza di formazione, o per scelta, nella maggioranza dei casi ha agito come cinghia di trasmissione delle disuguaglianze.
    Cosa può fare l’orientamento? Come è già stato detto è necessario prendere atto che se si vuole contribuire a creare dei futuri migliori per tutti e tutte e per questa terra in cui viviamo non possiamo pensare che l’orientamento possa continuare così, in ossequio a visioni marcatamente individualiste e neoliberaliste, ad operare ritenendo di fatto ancora possibile sbandierare il motto dell’uomo giusto al posto giusto, della competizione e della valorizzazione dei propri talenti individuali, ad incentrarsi sull’idea di matching e di profiling o dando vita ad azioni finalizzate a far sì che le persone diventino ‘imprenditori di se stesse’, responsabili, proattive, capaci di stabilire network, di controllare le emozioni, tramite corsi e attività su smart skill, employability, creativity, teamworking, che più che ‘promuovere la persona’ sembrano sempre più vicine ai sistemi di selezione di studenti, di candidati, di persone. Così continueremo ad essere componenti della macchina della vulnerabilità. E non siamo neppure dalla parte della terra, del nostro ambiente di vita, delle nostre possibilità di sopravvivenza. Continuare così sembra essere il frutto di due condizioni, entrambe negative, come ho anticipato: a) ignoranza e superficialità: mancanza di studio, di riflessione, di approfondimento, del fare ciò che si è sempre fatto senza riflettere; b) una scelta deliberata per creare illusioni, aumentare l’insicurezza, la vulnerabilità, che torna sempre comoda per scambiare ‘pane con i diritti’.
    Nell’ambito del Laboratorio Larios (Unipd) dove svolgiamo le nostre ricerche in materia di orientamento, organizziamo e implementiamo azioni formative, di sensibilizzazione, di divulgazione della conoscenza, diamo vita a laboratori per le giovani generazioni e azioni di consulenza, siamo dell’idea che l’orientamento deve uscire dall’impasse in cui si trova, deve diventare capace di ritrovare la sua mission originale, la sua valenza sociale. Per fare questo deve partecipare alla promozione di nuove mentalità, di nuove Weltanschauung, sistemi di credenze, atteggiamenti, visioni, per una crescita trasformativa e reali sviluppi inclusivi e sostenibili, democratici, in presenza di forze che tendono a conservare le iniquità esistenti, con nuove strade professionali. Deve puntare a processi preventivi ed educativi, a partire dalla scuola materna fino alle scuole secondarie di secondo grado, con le giovani generazioni, incentrate sulla promozione delle capacità di progettare dei futuri dove risulti evidente e forte il contributo alla costruzione di nuove società, dando corpo a valori di giustizia, uguaglianza, solidarietà, inclusione, sostenibilità, pensiero critico. Allo stesso tempo l’orientamento deve puntare a costruire dei processi di transizione per coloro che stanno portando a termine il percorso scolastico o che si trovano a fronteggiare momenti di difficoltà professionale a considerare con riflessività e consapevolezza le barriere strutturali e le condizioni socio-economiche che caratterizzano la loro vita, ad analizzare la realtà evitando forme di colpevolizzazione personale, riconoscendo fake news e manipolazioni, a ricercare soluzioni coraggiose e nuove mission, liberando la mente e il cuore, fin dove possibile, da lacci e lacciuoli sociali che tendono a mantenere le persone in ‘trappole per lo sfruttamento’. E allo stesso tempo l’orientamento, insieme ad altre discipline, gli orientatori e le orientatrici, insieme ad altri professionisti, ricercatrici, persone interessate profondamente al bene comune, deve darsi da fare per convincere coloro che occupano posti decisionali che è arrivato il tempo di investire seriamente nei processi di costruzione di futuri migliori e di qualità per tutti e tutte. E per questo ringrazio, anche a nome del Direttivo della Società Italiana Orientamento, lo sforzo del collega Salvatore Soresi di smuovere gli animi e le coscienze, di dare forma a processi di attivismo e azione collettiva, verso questa direzione.

  4. Ringrazio il prof. Soresi per aver dato voce con il suo pezzo a tanti professionisti e tante professioniste dell’Orientamento e della Progettazione Professionale che credono che l’orientamento possa e debba fare la differenza nel presente come nel futuro.
    Oggi 27/01, forse più che mai, non possiamo non accettare l’invito di dichiarare “da che parte stiamo!”
    E bene si! Dichiaro che come orientatrice non posso e non voglio rimanere “indifferente” di fronte alle sfide che caratterizzano i nostri tempi e di fronte a procedure e interventi di orientamento obsolete che implementano e “proteggono” sistemi economici, politici e sociali che rinforzano atteggiamenti e comportamenti focalizzati sull’individualismo, sull’egoismo, sulla competizione e su una idea di essere umano materialista e arrivista. A tal fine, ritengo che gli orientatori e le orientatrici dovrebbero essere in grado di compiere vere e proprie azioni di denuncia, di attivismo in difesa di modelli e procedure di orientamento nuove, volte a promuovere la costruzione di società maggiormente inclusive e sostenibili. Inoltre penso che l’attivismo dovrebbe divenire anche oggetto delle nuove pratiche di intervento in materia di un orientamento precoce e preventivo. In altre parole, credo ormai che sia necessario che gli orientatori e le orientatrici si impegnino nella costruzione di laboratori volti a stimolare nelle nuove generazioni la propensione all’attivismo del singolo e del gruppo. Ad esempio come ci ricorda Watts e collaboratori, gli adolescenti potrebbero essere stimolati di fronte a problemi sociali a intraprendere un dialogo socratico e collaborativo al fine di mettere in discussione le conoscenze comunemente e stereotipicamente assimilate, di facilitare la presa di distanza dalle concezioni individualistiche con cui si possono interpretare fenomeni come quello della povertà e delle disuguaglianze e di riconoscere quelle che possono essere considerate le barriere strutturali alla risoluzione dei problemi sociali.

    Concludo citando le parole di Liliana Segre “…quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori”.

    “I CARE”

  5. Grazie per lo stimolante contributo che ha suscitato in me alcune domande e risposte che vorrei condividere in questo prezioso spazio di riflessione.

    Di chi dovrebbe occuparsi l’orientamento?: delle vittime della questione sociale, coloro cioè che hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita e che hanno perso la speranza per il futuro, anzi hanno paura di un futuro che non sono in grado di comprendere perché non sono stati in grado di acquisire gli strumenti per poter vivere nel mondo che si sta disegnando. Di quelle persone che si sono convinte che le istituzioni siano da una parte responsabili di quanto accaduto, dall’altra complici di chi è uscito vincitore dalla grande globalizzazione degli ultimi decenni, che ha prodotto ricchezze strabilianti, ma per pochi. Se questa convinzione si diffonde allora ci si fa l’idea che per poter migliorare la propria sorte l’unica soluzione è quella di abbattere quelle istituzioni (vds. ad esempio l’assalto al campidoglio degli stati uniti; Nunziante Matrolia, https://stroncature.substack.com) e dare il potere a chi prometter un futuro, che non è altro che un ritorno al passato (es.Trump). Ecco perché per chi è rimasto indietro quel mondo nuovo nel quale solo pochi riescono a prosperare, è un terra straniera che non capisce e nella quale percepisce che per lui/lei non vi è alcun posto.
    Di cosa dovrebbe occuparsi l’orientamento? L’orientamento a mio avviso dovrebbe occuparsi di futuro e scelta, intesi entrambi come diritti sociali.
    Se il futuro è ostile, incomprensibile ed è un posto nel quale non ho alcun diritto di cittadinanza, allora l’unica via percorribile è quella del ritorno al passato, che è l’unico luogo che considero in grado di comprendere e nel quale posso davvero sentirmi a casa. Il processo della Grande Trasformazione genera ricchezze senza precedenti e tecnologie strabilianti, ma genera anche questioni sociali, vale a dire masse di individui che hanno paura di un futuro che non capiscono e nel quale sentono che per loro non c’è posto. La paura è un sentimento che nessuno può tollerare a lungo, pertanto è naturale che si provi a liberarsene quanto prima. Come? Cedendo i propri stessi diritti a chiunque promette di far sparire quelle paure. Così sul banco degli imputati finiscono la globalizzazione e i liberi commerci, la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, il culto della ragione e lo stesso Stato di diritto e aggiungere…l’orientamento che esce dall’ottica di matching. Di qui il ritorno a tutto ciò che è il loro contrario, vale a dire i confini nazionali e l’ancoraggio alle patrie, i sentimenti e i legami di sangue, focolare domestico (con annessi stereotipi di genere relativamente ai ruoli di genere), il culto del capo (lo Stato, il partito, la nazione), il bene collettivo che prevale sui diritti individuali, il tribalismo, il razzismo, il culto di un passato mitizzato che non è mai esistito ( e che soprattutto i più giovani non conoscono nemmeno se non dalle narrazioni delle generazioni precedenti) e del match tra domanda e offerta.
    Come si potrebbe a mio avviso fare orientamento? Rendendo consapevoli i cittadini del diritto alla libertà di scelta, e supportandoli a pensare e progettare un futuro libero dalla competizione e concorrenza del mercato.
    Non vi è diritto alla scelta se la più forte di tutte le circostanza determinanti è la nascita. La grande maggioranza delle persone sono ciò che erano nati per essere, afferma Piketty (2014). Alcuni sono nati ricchi senza dover lavorare, altri sono nati in una posizione in cui possono diventare ricchi con il lavoro, la maggioranza sono nati per fare un duro lavoro ed essere poveri nella vita, un certo numero per essere completamente indigenti. Dopo la nascita, la principale causa di successo nella vita è l’accidente e l’opportunità». Pertanto, le disuguaglianze, si accrescono anziché ridursi. E l’orientamento dovrebbe essere considerato quell’accidente e opportunità che può cambiare i “finali” delle storie di vita.
    Analogamente, il diritto alla libertà di parola è privo in gran parte di sostanza, se, per mancanza di istruzione, non vi è niente che valga la pena di dire, né si hanno i mezzi per far sentire le nostre parole. Si tratta, in altre parole di andare oltre una concezione dell’uguaglianza di tipo formale, si tratta di sostituire «la concezione di un’uguaglianza di dignità sociale» alla «semplice eguaglianza dei diritti naturali»
    Per questo credo che la strada maestra dell’orientamento sia connessa a sviluppare nelle persone una maggiore consapevolezza del contesto (globalizzazione, economia, politica, cultura), del sé (desideri, interessi, atteggiamenti verso sostenibilità, inclusione, abilità relazionali), dei diritti sociali, dell’indignazione, ma anche di orientamento al futuro, resilienza, speranza, coraggio, problem solving, decision making sulle sfide da affrontare, opzioni/opportunità. Allo stesso tempo i professionisti dell’orientamento dovrebbero occuparsi di questi temi e cosrutti in ottica multidisciplinare, uscendo dai confini dettati da ordini che intrappolano le professionalità a settori disciplinari rigidi.
    Quando? Ieri….
    La cultura di orientamento, ossia di diritto sociale a pensare ad un futuro e alla libertà di scelta, potrebbe essere concepito un po’ come quegli integratori che si chiede di assumere alle donne non ancora incinte ma che programmano una gravidanza…non può essere pensato e programmato a ridosso di fasi di transizione e scelta ma dovrebbe essere sviluppato e sedimentato negli anni, a partire dalla scuola dell’infanzia.
    Dove? All’interno del sistema pubblico di istruzione e di servizi sociali di supporto pubblico.

  6. Grazie al Prof. Soresi per il suo contributo, e per la sua voce, forte e decisa su da che parte stare. Grazie ai colleghi per aver dichiarato la loro, di posizione. Credo che la difficoltà più grande, di questi tempi, sia schierarsi, non solo con le parole, ma anche con i fatti. Abbiamo (io, almeno, forse un po’ ingenuamente) pensato, sperato, immaginato che la pandemia e la conseguente crisi, non solo economica, ma soprattutto personale, interpersonale e sociale potesse far sentire le persone accomunate in una nuova e inaspettata condizione che non ha fatto distinzioni di classe sociale, razza, etnia o religione; che da questa condivisione potesse nascere un nuovo umanesimo e una nuova solidarietà. Io per qualche momento ci ho creduto, ma purtroppo mi sono presto ri-creduta. E allora noi professionisti dell’orientamento non possiamo non occuparci delle questioni legate alla giustizia sociale, alle opportunità – sempre meno e sempre meno diffuse – per tutte e tutti, alla inclusione, alla sostenibilità. Perché le marginalità purtroppo sono aumentate e aumenteranno, e lo stesso non può dirsi riguardo alle sensibilità. E allora non ci resta che partire dal nostro micro, dall’impegno individuale nel prendere posizioni coraggiose ancorché scomode, per instillare processi di cambiamento che, a macchia d’olio, possono avere effetti sugli altri, singoli, piccoli o grandi gruppi, comunità. Per me significa avere – e insegnare – il coraggio di seguire i propri valori di solidarietà e condivisione, supporto ed equità per tutti e tutte, soprattutto per coloro che da soli non ce la fanno; per questo credo come Sara Santilli che “la strada maestra dell’orientamento sia connessa a sviluppare nelle persone una maggiore consapevolezza del contesto (globalizzazione, economia, politica, cultura), del sé (desideri, interessi, atteggiamenti verso sostenibilità, inclusione, abilità relazionali), dei diritti sociali, dell’indignazione, ma anche di orientamento al futuro, resilienza, speranza, coraggio, problem solving, decision making sulle sfide da affrontare, opzioni/opportunità”. Per questo credo che oggi i professionisti dell’orientamento dovrebbero avere il coraggio di uscire dalle ristrette visioni che li hanno guidati fino alla fine dello scorso millennio, quando sembrava che ci fossero opportunità per tutti e tutte – bastava guardarsi intorno per trovarle -, e occuparsi di queste questioni (perdonate il bisticcio!) perché confinare le proprie azioni in nome del ‘non è di mia competenza’ non rende i problemi meno importanti, ma, semplicisticamente, allevia temporaneamente le nostre coscienze e ci fa passare oltre.

  7. Ringrazio il prof. Soresi per aver ribadito, ancora una volta, la missione sociale dell’orientamento. E ringrazio i colleghi e le colleghe che, in qualità di esperti ed esperte di orientamento, hanno fatto sentire la loro voce rispetto ad un tema spesso confuso con forme di marketing delle offerte formative, con azioni di profilazione e matching, con i ‘consigli orientativi’ rispetto alle opzioni formative da intraprendere…

    Sebbene in Italia l’orientamento continuai ad esempio a basarsi essenzialmente sul profiling, la letteratura internazionale in materia di orientamento vi dedica un’attenzione esigua, tanto che utilizzando come keywords nella principale banca dati di psicologia, ‘profiling’ e ‘career counseling or career development or vocational guidance or vocational counseling or occupational guidance’ si riscontrano solamente 7 pubblicazioni a fronte di oltre 62.000 contributi in materia di orientamento (0.009%).

    E allora c’è da chiedersi perché in Italia le cose vanno in questo modo… Il problema di fondo temo sia legato al fatto che spesso gli amministratori e le persone che operano nelle agenzie e nei servizi di orientamento italiani non hanno una formazione accurata e aggiornata sull’orientamento… è un problema ampiamente conosciuto nel nostro paese e già da tempo gli studi denunciano l’elevata frequenza con cui i servizi di orientamento sono affidati a personale scarsamente preparato in materia di orientamento, con evidenti conseguenze sulla qualità dei servizi offerti. La stessa Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI, 2005) nel 2005 evidenziava, ad esempio, una serie di perplessità in merito alla qualità dei servizi di orientamento offerti dalle università italiane. Dalla loro indagine era emerso che i servizi di orientamento universitario sono generalmente erogati da personale amministrativo con la collaborazione di docenti e ricercatori universitari afferenti a diversi dipartimenti, spesso senza una formazione specifica in orientamento. Si avvalgono anche della collaborazione occasionale di laureandi e laureati, anche se non sono note la formazione ricevuta e le competenze maturate nell’ambito dell’orientamento.

    Tutto ciò in contrasto con le linee guida per la formazione in materia di orientamento, a livello europeo, del Network for Innovation in Career Guidance & Counselling (NICE, 2012, 2015), che vede il coinvolgimento di 44 università europee, e a livello nazionale, della Società Italiana di Orientamento (SIO) e del Network Universitario per il conseling (Uni.Co), che chiaramente sottolineano che la formazione deve essere realizzata in ambito universitario tramite la frequenza di corsi di formazione post-universitaria di alta qualità. Una formazione che si proponga di formare professionisti dell’orientamento e del career counselling in grado di leggere in modo attento le minacce e le sfide dei contesti attuali e individuare procedure e metodologie di orientamento scientificamente fondate che, all’interno di modelli teorici inclusivi e sostenibili e improntati alla giustizia sociale, possano supportare la costruzione del futuro professionale nell’arco della vita, soprattutto in coloro che sperimentano condizioni di vulnerabilità.

    Solo attraverso una formazione di qualità possiamo, a mio parere, riposizionare al centro dell’attenzione pubblica e accademica la missione sociale dell’orientamento, la sua valenza sociale ed etica, la sua attenzione alle condizioni di maggiore vulnerabilità… ed evitare che venga ‘ridicolizzata’ ad azioni senza alcun fondamento scientifico.

  8. L’orientamento andrebbe offerto in un periodo post-lauream forse. O solo a chi si approssima alla laurea.
    Nel periodo precedente gli studenti dovrebbero essere coinvolti solo sull’apprendimento.
    Ho l’impressione che si chieda troppo a loro e nella consapevolezza di ciò poi si accetti la scarsa preparazione.

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