A che tipo di scuola stiamo andando incontro in Italia con il disegno dell’autonomia differenziata, che ne lega il destino alle scelte di governo politico ed economico di una singola regione?

Il protocollo d’Intesa firmato lo scorso ottobre dal ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e il governatore del Veneto per la formazione di insegnanti di storia e cultura veneta, acclamato da Zaia come “anteprima dell’autonomia regionale che verrà” e definito dal ministro come un’“esperienza che verrà esportata anche in altre regioni perché trova fondamento nel quadro normativo nazionale della scuola dell’autonomia”, induce più di un timore. Se leggiamo l’articolo 10 dell’intesa della Lombardia, perfettamente identico all’articolo 11 della Regione Veneto, vediamo che in queste regioni si chiede un’organizzazione propria del sistema di educazione e formazione, differenziata dal resto d’Italia, si chiede una disciplina autonoma delle modalità di valutazione del sistema scolastico che si aggiungerebbe a quello nazionale (ovvero, un doppio Invalsi, regionale e statale), si chiede, infine, una disciplina autonoma della programmazione dei percorsi per le competenze trasversali.

Il problema, dunque, è culturale, cioè politico. Queste regioni vogliono una scuola in cui ciò che si insegna sia deciso a livello politico, in cui gli insegnanti siano controllati a livello politico, in cui gli studenti siano istruiti, educati e formati secondo precise finalità politiche, decise nella filiera corta della gestione partitica regionale e della governance politica locale.

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A  che punto stanno le intese tra Governo e Regioni che hanno chiesto l’autonomia differenziata? Sulla base della scellerata modifica costituzionale realizzata dal centrosinistra nel 2001, che intendeva avviare dall’alto un processo di trasformazione dello Stato italiano da unitario a federale, oggi Lombardia, Veneto e Emilia Romagna, come ormai tutti sappiamo, pretendono il riconoscimento di ampi poteri legislativi fin ad ora esclusivamente in capo allo Stato.

Tuttavia, all’ultimo incontro a Palazzo Chigi dello scorso giovedì 11 luglio, la maggioranza si è spaccata, segnando una provvidenziale battuta di arresto proprio sulla scuola, determinata dalla proposta leghista di alzare gli stipendi degli insegnanti del Nord, rievocando l’ipotesi di anacronistiche gabbie salariali. L’impossibilità di quantificare gli effetti di questo provvedimento sulla finanza pubblica si somma alle profonde differenze tra nord e sud in termini di capacità fiscale, cui il dispositivo è legato. E’ facile immaginare che l’autonomia differenziata, qualora si trasformasse in legge e qualora fosse richiesta in forme peculiari da ogni singola regione d’Italia, sarebbe destinata a tradursi in drammatiche differenziazioni territoriali nell’esigibilità dei diritti e delle tutele costituzionali di ciascun cittadino italiano: salute, istruzione, lavoro, trasporti, comunicazione, ricerca, ambiente e sviluppo sostenibile. Un insostenibile gap economico e sociale che aumenterebbe iniquità e ingiustizie, potenzialmente esplosivo sotto il profilo della convivenza civile. Che il Presidente del Consiglio Conte sembra seriamente intenzionato a impedire.

Il combinato disposto tra la richiesta di maggiori potestà legislative e organizzative regionali e il federalismo fiscale costituisce in questo momento una vera e propria mina innescata, in grado di compromettere in modo radicale la vita personale e sociale di tutti noi, scardinando dalle fondamenta un ordinamento istituzionale e costituzionale che nasce, nella Carta repubblicana, unitario e non federale. Solidale e non competitivo. In cui il riconoscimento delle autonomie locali e l’attuazione del decentramento amministrativo, previsto all’articolo 5, non si configura certo come possibilità di secessione territoriale e politica in un perimetro nazionale della res publica disegnato come indivisibile.

Tutti gli ambiti di autonomia richiesti dalle intese già firmate con i governi Gentiloni e Conte implicano al contrario una netta differenziazione regionale delle modalità di gestione della cosa pubblica, in termini economici e giuridici, qualitativi e quantitativi.

L’orizzonte dell’interesse nazionale viene annichilito nella ridotta particolaristica dei singoli governi regionali che pretendono di avocare a sé persino i rapporti internazionali e con l’Unione europea. Scorriamo le 23 richieste del Veneto leghista: organizzazione della giustizia di pace; istruzione; norme generali sull’istruzione; tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali; rapporti internazionali e con l’Unione europea; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti nazionali di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

Al netto delle competenze sulla giustizia dei pace e sul credito regionale, il documento è perfettamente sovrapponibile a quello della Lombardia, anch’essa oggi a trazione leghista, e dell’Emilia Romagna, governata dal Partito Democratico. E’ evidente che su questo tema c’è totale convergenza politica tra centrodestra e centrosinistra.

In virtù del novellato articolo 116 del Titolo V, comma terzo, tutte le Regioni che chiedono “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” possono chiedere di intervenire a livello legislativo anche sulle “norme generali dell’istruzione”, sottraendone margini di esclusività allo Stato. Se andiamo a leggere le ultime bozze datate 16 maggio 2019 (Roars.it) su cui si stanno misurando le forze politiche, ci accorgiamo che la proposta delle regioni autonomistiche disegna, in un nuovo assetto federale, un sistema di istruzione del tutto autonomo rispetto al sistema nazionale statale, destinato a mantenere una residuale funzione di cornice.

Cosa accadrebbe se questo disegno di legge passasse? L’esempio lo abbiamo sotto gli occhi: è il modello della Provincia di Trento, autonoma dal 1988. L’ente locale dimensiona le istituzioni scolastiche, razionalizza la rete sul territorio, definisce gli organici, gestisce il personale docente, che è dipendente provinciale, cui impone molto più lavoro a fronte di uno scarno incremento stipendiale. L’organizzazione autonoma della scuola, intesa non più come istituzione dello Stato ma come agenzia di servizio sul territorio, incide direttamente anche sulla programmazione dell’offerta formativa, sottoposta a valutazione locale attraverso il Comitato provinciale di valutazione del sistema scolastico, che mette a disposizione della giunta provinciale i propri indicatori di qualità ed efficienza.

Anche il controllo dei bilanci è sottratto alla verifica statuale, poiché, in luogo dei revisori dei conti, la legge prevede un nucleo di controllo di gestione delle istituzioni scolastiche. Il regolamento attuativo dell’autonomia scolastica trentina esplicita il forte legame con il territorio che le scelte in merito all’offerta formativa devono implicare, anche attraverso patti territoriali con soggetti pubblici e privati che prevedano strategie di sviluppo unitario e obiettivi didattico-pedagogici integrati. Una scuola fortemente delocalizzata in cui non solo si accorcia la filiera che riduce le catene gerarchiche di comando dirigenziale e di controllo genitoriale ma in cui si consente ai politici di prossimità l’intervento diretto nelle sue attività istituzionali e culturali, sulla base dei loro orientamenti politici e delle richieste degli stakeholder.

 

Tutto concorre ad evidenziare le peculiarità della scuola trentina: quel sistema integrato tra scuola pubblica e scuola privata, tra enti pubblici e strutture private, e tra scuole, territorio, famiglie e mondo produttivo di matrice utilitaristica che informa da sempre il sistema scolastico americano e che ha assunto la funzione di modello perfetto nel sistema capitalistico globale contemporaneo. La scuola disegnata nell’ultimo ventennio, da Berlinguer a Renzi.

 

In America politica ed economia governano la didattica. Non esiste una libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione. Gli amministratori locali, periodicamente eletti a tutti i livelli, possono imporre alle scuole dei loro distretti o del loro municipio programmi, contenuti e metodologie. Anzi spesso fanno dei loro progetti di riforma scolastica, sempre sbandierati per il miglioramento dell’efficacia degli apprendimenti ma mai accompagnati da una reale valutazione dei loro contesti, il fiore all’occhiello di feroci competizioni elettorali.

 

Esemplare, in proposito, la vicenda del Balanced Literacy, raccontata da Diane Ravitch nel suo libro intitolato “The death and the life of the great american school system” (2010). una metodologia di lettura intensiva basata sul riconoscimento fonetico e semantico dei singoli lemmi adottata negli anni ’90 nel secondo distretto scolastico di New York. L’incremento dei punteggi in lettura delle scuole di quel distretto impose l’adozione generalizzata e obbligatoria di quel metodo di apprendimento in molte altre scuole di New York nell’era del sindaco Bloomberg, e in altre città degli Stati Uniti, supportata da funzionari  amministrativi che ne avevano fatto un cavallo di battaglia politico nella propria campagna elettorale, nonostante le forti critiche dei docenti. Studi successivi dimostrarono che i punteggi alti conseguiti dagli alunni di Manhattan erano strettamente collegati al loro status socioeconomico e alla loro etnia. Miglioravano infatti gli studenti bianchi e asiatici ma non gli ispanici e gli afroamericani. Il successo delle scuole di quel distretto dipendeva fondamentalmente dal processo di gentrification che in quegli anni aveva caratterizzato Chelsea, Soho, Tribeca, Little Italy: queste zone, infatti, divenute nel frattempo quartieri di lusso, avevano approssimativamente in proporzione il doppio di studenti bianchi, tre volte gli studenti asiatici, metà degli studenti afroamericani e una minuscola percentuale degli studenti ispanici presenti nelle altre scuole della città.

Per non parlare della teoria creazionista, il cui insegnamento negli Stati Uniti, benché osteggiato dalla comunità scientifica internazionale, è particolarmente diffuso in scuole con studenti in difficoltà, coinvolte in progetti di sostegno economico e sociale.

 

A che tipo di scuola stiamo andando incontro in Italia con il disegno dell’autonomia differenziata, che ne lega il destino alle scelte di governo politico ed economico di una singola regione? Scelte particolaristiche inevitabilmente contingenti e mutevoli, ma soprattutto culturalmente e politicamente discrezionali.

Il protocollo d’Intesa firmato lo scorso ottobre dal ministro dell’Istruzione Marco Bussetti e il governatore del Veneto per la formazione di insegnanti di storia e cultura veneta, acclamato da Zaia come “anteprima dell’autonomia regionale che verrà” e definito dal ministro come un’“esperienza che verrà esportata anche in altre regioni perché trova fondamento nel quadro normativo nazionale della scuola dell’autonomia”, induce più di un timore. Se leggiamo l’articolo 10 dell’intesa della Lombardia, perfettamente identico all’articolo 11 della Regione Veneto, vediamo che in queste regioni si chiede una organizzazione propria del sistema di educazione e formazione, differenziata dal resto d’Italia, si chiede una disciplina autonoma delle modalità di valutazione del sistema scolastico che si aggiungerebbe a quello nazionale (ovvero, un doppio Invalsi, regionale e statale), si chiede, infine, una disciplina autonoma della programmazione dei percorsi per le competenze trasversali.

Il problema, dunque, è culturale, cioè politico. Queste regioni vogliono una scuola in cui ciò che si insegna sia deciso a livello politico, in cui gli insegnanti siano controllati a livello politico, in cui gli studenti siano istruiti, educati e formati secondo precise finalità politiche, decise nella filiera corta della gestione partitica regionale e della governance politica locale.

E allora non dobbiamo concentrarci soltanto delle questioni che sembrano dirimenti nella concitata trattativa politica di questi giorni, e cioè le diversificate condizioni di lavoro per i docenti o l’ipotesi di contratti e stipendi diversi a parità di funzione. Occorre ragionare invece proprio sul senso profondo di quella funzione. Del suo irrinunciabile, ampio respiro culturale che è funzione dell’interesse generale e che travalica i confini di un singolo consiglio regionale e della sua provvisoria maggioranza di governo. Quell’ampio respiro culturale e politico che ancora appartiene a ogni docente e a ogni singolo studente e che solo una scuola organo indipendente dello Stato può garantire.

Con l’autonomia scolastica differenziata la posta in gioco non sono i soldi. La posta in gioco è la libertà.

Pubblicato su Orizzonte Scuola (11 Luglio 2019) e parzialmente modificato.

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