Hai i requisiti contributivi minimi? Allora, sei candidabile al prepensionamento forzato. Il relatore di maggioranza alla Camera dei Deputati ha recentemente proposto, in sede di conversione in legge, un emendamento all’art. 1 comma 5 del DL 90/2014, relativo alla facoltà delle università di porre in quiescenza coloro che fossero in possesso dei requisiti contributivi minimi. Pubblichiamo di seguito la mozione CUN che ne chiede il ritiro.
All’On.le Ministro
S E D E
OGGETTO: Mozione su trattamento di quiescenza dei professori e dei ricercatori universitari.
Adunanza del 23/7/2014
IL CONSIGLIO UNIVERSITARIO NAZIONALE
ha constatato che il relatore di maggioranza alla Camera dei Deputati ha recentemente proposto, in sede di conversione in legge, un emendamento all’art. 1 comma 5 del DL 90/2014, relativo alla facoltà delle Amministrazioni di porre in quiescenza coloro che fossero in possesso dei requisiti contributivi minimi. Nella nuova formulazione il testo concerne anche il sistema universitario senza tener conto delle sue specificità funzionali e delle peculiarità normative che ne sostengono l’architettura di sistema e le finalità istituzionali e di servizio.
Ancora una volta si pensa di poter intervenire in modo disorganico sul sistema universitario, all’interno di un D.L. e non in un quadro di programmazione, senza tener conto dello stato di grave depauperamento numerico del personale universitario (più volte evidenziato anche da questo consesso), che richiederebbe logiche espansive e non ulteriormente riduttive.
Le criticità che tale provvedimento può comportare sono numerose.
La natura facoltativa della misura impedisce di effettuare un’analisi di impatto e di previsione dei risparmi di spesa per il bilancio dello stato. Inoltre l’attuale situazione finanziaria e il blocco del turnover vanificano quasi completamente qualsiasi potenziale effetto che possa favorite I’ingresso di giovani nel sistema.
La messa in quiescenza di un significativo numero di docenti avverrebbe in un contesto di già grave sottodimensionamento degli organici degli atenei, rischiando di pregiudicare ulteriormente la sostenibilità dell’offerta formativa ovvero di danneggiare la qualità della didattica ed esporrebbe il sistema anche al grave rischio di perdere significativi contributi sul piano delle competenze scientifiche e culturali e dell’indispensabile trasmissione di tali competenze ai giovani studiosi.
In secondo luogo, il CUN rimarca che l’eventuale applicazione della norma rischia di diventare uno strumento surrettizio per ridurre il costo del personale, in ragione delle difficili condizioni finanziarie degli atenei; ciò a dispetto di valutazioni di opportunità, di merito scientifico, di qualità e tenuta della attività didattica. ll CUN sottolinea anche che l’adozione di una tale opzione, inducendo nei fatti una riduzione dell’offerta formativa, produrrebbe opportunità del tutto marginali per gli studiosi più giovani, favorendo semmai esclusivamente un modesto ampliamento delle risorse per le carriere inteme.
II CUN sottolinea poi che si potrebbero introdurre gravi elementi disparità di trattamento tra dipendenti della stessa amministrazione e/o di amministrazioni diverse: le singole università potrebbero adottare il provvedimento di collocazione in quiescenza secondo criteri differenziati, ma soprattutto di assoluta discrezionalità, con ciò mettendo a rischio anche alcune garanzie costituzionali relative all’autonomia della didattica e della ricerca dei docenti.
L’applicazione di tale norma nell‘ambito universitario potrebbe inoltre comportare un’anticipazione, anche di numerosi anni, sul previsto pensionamento per coloro che in passato hanno riscattato onerosamente periodi precedenti l’effettivo servizio prestato, con una duplice penalizzazione derivante dal danno economico e dalla perdita di anni di attività nel ruolo raggiunto.
Per tali ragioni il CUN chiede il ritiro dell’emendamento in oggetto.
Versione pdf: Mozione CUN su prepensionamento



Ma quelli che verrebbero pre-pensionati forzatamente sono gli stessi che erano entrati con le varie ope legis? La legge del contrappasso?
Sembra l’ennesima variante di “lo fanno lo fanno” https://www.youtube.com/watch?v=t_pbOV5GO4Y
Nel suo programma Renzi aveva messo al primo posto Scuola, Università e Ricerca. Nel suo simpatico toscano, ragionava riguardo la necessità di aumentare da subito il salario degli insegnanti. Aveva ragione di ragionare a tal guisa, in effetti il loro salario è risibile,
andrebbe raddoppiato.
La proposta recente di Reggi aveva in effetti un 2 come fattore moltiplicativo, ma, sicuramente per una svista, un typo, non moltiplicava il salario bensì le ore lavorative. Quindi, sempre per colpa del refuso beninteso, rispetto alle aspettative la proposta di Reggi aveva un bel fattore 4 pieno pieno, ma, haimé, al denominatore del salario orario. Per fortuna sembra che sia intervenuta la Giannini.
Veniamo all’Università. Dopo la dispendiosissima catastrofe che è stata l’ASN, i politici continuano a
proporci, operativamente, le loro brillanti idee. Diciamo che “si propongono” con l’ansia, molto apprezzata, di palesarsi. Sembra di vivere in un mondo disconnesso dalla realtà. Da una parte si sentono i dibattiti e si leggono le risoluzioni della Commissione Cultura, in qualche modo ispirate da un minimo di buon senso. Poi, di operativo, si vede una demenziale mostruosità come il prepensionamento forzato.
Cosa succede? Il paziente ha mal di testa e lo curano con una martellata nei denti? Hanno le allucinazioni, o c’è qualche manina che manovra in silenzio lasciando i dibattiti, le varie audizioni alla Camera, i buoni propositi, come passatempo per i peones e parenti? Il piano di eliminazione dell’Università di cui qualcuno parla è solo dietrologia o c’è qualcosa di vero? In effetti tutto indicherebbe che questo piano esista, e forse sarebbe meglio di quello che in realtà è la probabile motivazione di fondo: una devastante incompetenza.
L’auspicio del mondo universitario rispetto a questi colpi di genio è probabilmente unanime, e consiste
nella forte speranza che taluni politici scelgano altre metodologie a loro più consone per proporsi, dal girotondo tra amici, a mosca cieca per finire con una bella partita a rubamazzo.
Certo che una misura di questo tipo, avulsa da un progetto di più ampio respiro, creerebbe molti danni e pochi benefici. Non ne abbiamo sinceramente bisogno, anche tenuto conto che di difficoltà in questo momento, nelle università italiane, ne abbiamo fin troppe: riduzione dei fondi,riduzione del turn over, AVA, ASN, Teco e via via con questa epifania di acronimi.Tra l’altro non si può dire che si manifestino segnali di miglioramento e di riduzione dello stato confusionale.
Giusto per fare un esempio che mi tocca da vicino, operando io in una Facoltà di Medicina: a fine ottobre è prevista la prova di ammissione alle scuole di specializzazione di area medica. Non sappiamo se il bando, scaduto lo scorso 4 giugno, per l’attribuzione ad una agenzia dell’istruzione dei test sia stato assegnato, non sappiamo dove e come, stante che è prevista una prova telematica, la prova avrà luogo, non sappiamo con certezza quante borse verranno attribuite, non è ancora pubblicato il decreto per le modalità d’esame e per la nomina della commissione nazionale. Il tutto a due mesi dalla prova e con agosto di mezzo. Scusate lo sfogo, ma è difficile non essere amareggiati e preoccupati.Dette queste cose, tuttavia,e fatto salvo che un prepensionamento, a giudizio dei singoli Atenei sembrerebbe, sia assurdo e dannoso mi domando per quale motivo i professori d’università che nei paesi europei vanno fuori ruolo a 65 anni debbano da noi restare sino a settanta. No solo, ma gli esempi dei Colleghi che una volta fuori ruolo esercitano pressioni per mantenere spazi, controllo della struttura nella quale operavano, in pratica per continuare informalmente nelle loro attività sono veramente numerosi.
Abbiamo bisogno di interventi, abbiamo necessità di una rivisitazione critica della 240/2010, ma per cortesia facciamolo seriamente e senza improvvisazioni.
Se le misure di prepensionamento fossero ben programmate e non abusate dagli Atenei, mi pare potrebbero portare dei benefici al mondo universitario, al netto di un turnover non alterato da blocchi e di assunzioni mirate a giovani, in particolare a ricercatori a tempo determinato e professori associati non già provenienti dai ruoli dei ricercatori a tempo indeterminato (cioè assunzioni vere e non promozioni).
Attenzione ai paragoni con l’estero. Prima di tutto va detto che in alcuni paesi, come negli USA, chi è ancora attivo può scegliere di rimanere. Questo perché l’età media sta aumentando considerevolmente e non di rado ci sono colleghi “maturi” che, a dispetto dell’età, sono ancora molto attivi.
In Italia c’è il vizio di voler copiare di sana pianta dagli altri paesi senza considerare i vari contesti. Per questo si propongono i tempi di lavoro tedeschi, i salari della Grecia, la mobilità USA, il costo dei treni inglesi ecc.
Per quanto riguarda l’età pensionabile: di fatto fino a qualche anno gli ordinari potevano andare in pensione a 75 anni, in altri settori della pubblica amministrazione l’eta pensionabile era intorno ai 55. 20 anni di differenza. Ora nel pubblico si va intorno ai 65, in un futuro vicino verso i 70 e oltre, mentre nell’università si vorrebbe mettere il limite dei 65. Quindi, da un gap di 20 si passa ad uno di -5. E questo quando le competenze e abilità medie di un docente “maturo” sono senz’altro migliorate rispetto ad anni fa. Ovviamente non ha senso.
Scusate se vado in controtendenza. Il decreto “Ve ne dovete anna’” a me piace. Anzi essendo io già da qualche anno in servizio direi “Se ne dovemo anna’”. Ricordo che (al netto di sorprese legislative) il turn-over l’anno prossimo ritorna al 100%. I requisiti minimi di pensione da qualche tempo sono duri da raggiungere. Quindi chi li raggiunge in questi anni partecipa al vecchio sistema retributivo. Stiamo parlando di sessantasette-sessantaottenni. Per quanto riguarda me, spero che fra un paio di decenni io a quell’età, se ci campo, saprò vedere oltre la vita accademica (fra l’altro conosco personalmente ex docenti sessantacinquenni statunitensi o inglesi con mega produzioni scientifiche che vivono benissimo, e vi assicuro, i loro dipartimenti non sono stati sigillati subito dopo il loro pensionamento)
up: “Il decreto “Ve ne dovete anna’” a me piace. Anzi essendo io già da qualche anno in servizio direi “Se ne dovemo anna’”. Ricordo che (al netto di sorprese legislative) il turn-over l’anno prossimo ritorna al 100%.”
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Troppo ottimista. Prima di stappare lo spumante, è bene ricordare che, se tutto va bene, il turn-over torna al 100% solo nel 2018. Le “sorprese legislative” ci sono già state, come visibile anche nell’ultima tabella dell’articolo pubblicato a suo tempo da Roars (https://www.roars.it/breve-storia-della-normativa-dei-blocchi-parziali-del-turnover-universitario/) e dalla seguente infografica presa dal sito del MIUR.
Nulla toglie che si possa fare un decreto “Ve ne dovete anna e ve redamo e sordi al 100%”
Qualcosa mi dice che non lo faranno. “Ve ne dovete anna’”. Punto.
il turnover al 100% è per ora fuori discussione anche se è stato agitato da qualche signore dalle parti della camera.
Il decereto “Ve ne dovete annà” o, in modo più coattemente incisivo, “ve ne dovete da annà”, rappresenta il comprensibile stato d’animo di alcuni colleghi succubi di pressioni baronali. Non è comunque generalizzabile, la realtà è diversa.
In certi settori, in certi atenei, la docenza e la ricerca raggiunge livelli di eccellenza. Con i pensionamenti degli ultimi anni e l’assenza di turn over, questa eccellenza sta “vieppiù scemando”. Che senso ha incrementare il danno
e dare la generalizzata patente di unwelcome a colleghi
che non di rado sono di ottimo livello?
Mio zio era uno straordinario metalmeccanico iperspecializzato. Dopo 35 anni di lavoro lo hanno mandato comunque in pensione. Adesso ripara torni per hobby e si gode i nipoti.
Il CUN (non) ha già fatto abbastanza… In pensione chi ci deve andare e turn over economico. Fuori tanti ordinari, molti dei quali di fatto in pensione già da qualche lustro, e dentro tantissimi ricercatori. E buona notte a tutti.
Pessimo Elemento: “Il CUN (non) ha già fatto abbastanza… In pensione chi ci deve andare e turn over economico. Fuori tanti ordinari, molti dei quali di fatto in pensione già da qualche lustro, e dentro tantissimi ricercatori. E buona notte a tutti.”
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Sarà un caso, ma Pessimo Elemento fa rima con Pessimo Commento: un pizzico di qualunquismo e nessuna argomentazione documentata. Naturalmente, senza metterci la faccia, visto che il coraggio delle proprie idee (beh, in certi casi è una parola grossa, lo riconosco) non abbonda nei Savonarola da tastiera.
Veniamo ai fatti: il prepensionamento non riguarderebbe esclusivamente gli ordinari e nemmeno sarebbe possibile reclutare tantissimi ricercatori. Come ricordato pochi commenti sopra, le cessazioni anticipate ridurrebbero ulteriormente l’organico almeno fino al 2018 (sempre che venga mantenuta la promessa di riportare il turn over al 100%).
@denicolao
Sul qualunquismo tralasciamo.
Per il resto non c’é bisogno di argomentare nulla: la mia è solo un’idea, condivisibile o meno. Visto che il ritorno al 100% del turn over è solo una lontana speranza (ricordo che il blocco degli scatti è prorogato da anni), non vedo che problema ci sia nel pensionare chi è in età pensionabile (ordinario, associato o ricercatore che sia e comunque a fine carriera, quindi con il massimo degli scatti) e applicare un turn over economico, anziché per punti organico. Se De Nicolao non la condivide me ne farò una ragione.
Visto che il ritorno al 100% del turn over è solo una lontana speranza (ricordo che il blocco degli scatti è prorogato da anni)
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Bastano nozioni base di aritmetica per capire che prolungando a tempo indeterminato la riduzione del turn-over il sistema tende all’estinzione. Facciamo nostra questa premessa e poi evviva il cannibalismo dei sopravvissuti delle Ande. Il segnale giusto da dare alla politica e all’opinione pubblica è che si può procedere con lo smantellamento, dato che invece di pensare a salvare il sistema dell’istruzione e della ricerca, i diretti interessati sono ben contenti di sbranarsi tra loro, fosse anche solo per un paio di salme incartapecorite. Forse piuttosto che prepensionare chi ha raggiunto i requisiti minimi pensionistici bisognerebbe prepensionare chi non raggiunge i requisiti minimi argomentativi.
@denicolao
Intanto nessuno, io men che meno, spera in un turn over prolungato all’infinito: ricordo a DeNicolao che ho frequentato la terza elementare e qualche calcolo lo so fare anch’io. Per il resto del post, su qualunquismo e mancanza di argomentazioni mi sembra di essere in buona compagnia.
Detto questo, ci vorrebbe anche un po’ di rispetto per chi la pensa diversamente. Un po’ meno matematica e un po’ più di educazione.
Pessimo Elemento: “ci vorrebbe anche un po’ di rispetto per chi la pensa diversamente. Un po’ meno matematica e un po’ più di educazione.”
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Sono d’accordo. Ci vuole un po’più di educazione. Si potrebbe cominciare a non sparare nel mucchio contro il CUN (senza motivare) e contro una categoria, stando dietro lo schermo di un nickname. Tutti leoni quando si tratta di sparare nel mucchio senza metterci la faccia:
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Pessimo Elemento: “Il CUN (non) ha già fatto abbastanza… In pensione chi ci deve andare e turn over economico. Fuori tanti ordinari, molti dei quali di fatto in pensione già da qualche lustro, e dentro tantissimi ricercatori. E buona notte a tutti.”
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Per quanto riguarda la matematica e la logica, non possono che far bene, visti i numeri in libertà che girano (il Corriere che si inventa il numero di università, il prorettore alla ricerca della Bocconi che sbaglia di un ordine di grandezza le dimensioni della VQR, i quotidiani che favoleggiano di stipendi da 13.000 Euro al mese, …).
https://www.roars.it/il-corriere-la-spara-grossa-in-italia-ci-sarebbero-oltre-400-atenei/
https://www.roars.it/tito-boeri-allattacco-del-cnr-ma-i-suoi-numeri-sono-giusti/
https://www.roars.it/la-bufala-13-000-euro-al-mese-dei-nostri-prof-inciampa-italia-oggi-e-il-giornale-segue-a-ruota/
Vedo che De Nicolao, portatore del Verbo, se la canta e se la suona da solo. Più che Savonarola mi sembra Marzullo. Io non ho ‘sparato nel muccio contro il CUN’, semplicemente non condivido quello che ha scritto nella lettera e sono fvorevole ai prepensionamenti. E’ in questo senso, per me, che il CUN ‘ha già fatto abbastanza’.
Questo però non significa che sia favorevole al blocco del turn over o che desideri la fine dell’Università. Chissà quale logica sta alla base dei sillogismi di DeNicolao. O è la capacità di leggere nella mente di chi scrive?
Pessimo Elemento: “Più che Savonarola mi sembra Marzullo. Io non ho ‘sparato nel muccio contro il CUN’,…”

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ma certo, ma certo …
Pessimo Elemento, ma perché visto che esprime giudizi tanto tranchant (anzi tanto taglia-e-cuci, o forse “abbigliamento pronto”) non si firma con nome e cognome?
@DeNicolao e Banfi
Siete proprio bravi, complimenti. Basta non essere d’accordo con voi e subito vi scatenate con numeri e argomentazioni. La prossima volta, quando vorrò esprimere un’opinione, allegherò anche il codice fiscale; ma tanto a voi di Roars non serve per sapere chi scrive.
ma tanto a voi di Roars non serve per sapere chi scrive.

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La Stasi non era nulla in confronto a Roars.
Oltre che indagare sulla vita personale dei commentatori, in due anni e mezzo abbiamo imparato che diversi nostri colleghi hanno qualche difficoltà a maneggiare numeri ed argomentazioni ed abbiamo cercato di aiutarli a portare un po’ ordine nella loro confusione:
https://www.roars.it/universita-cio-che-bisin-e-de-nicola-non-sanno-o-fingono-di-non-sapere/
https://www.roars.it/quanta-ricerca-produce-luniversita-italiana-risposta-a-bisin/
https://www.roars.it/michele-boldrin-e-i-turchi-mutande-in-fiamme/
https://www.roars.it/francesco-giavazzi-e-la-sua-magnifica-ossessione/
https://www.roars.it/tito-boeri-allattacco-del-cnr-ma-i-suoi-numeri-sono-giusti/
https://www.roars.it/bocconis-sympathy-for-destruction-una-vqr-a-doppio-taglio/
https://www.roars.it/universita-miti-leggende-e-realta-collectors-edition/
Per qualche ragione non ancora spiegata, buona parte dei soggetti ha legami con un’università commerciale lombarda, ma potrebbe essere solo una coincidenza dovuta all’elevata percentuale di opinionisti che provengono da quell’ambiente.
Comunque sia, l’accanimento con cui noi di Roars esigiamo numeri ed argomentazioni è una deplorevole pratica che sfiora la crudeltà mentale. Ma come si sa, in Italia il reato di tortura non esiste (manca l’approvazione della Camera, se non erro).
Caro De Nicolao, l’ultimo suo post conferma quanto ho scritto in precedenza. Le auguro tante buone cose.
Io penso che questa misura sia rivolta soprattutto a professori e ricercatori over 60 e improduttivi, che come sappiamo sono molti. In tal caso (anche se non è dichiarato in modo esplicito) direi che l’iniziativa è meritoria. E forse è l’unico modo per lasciare spazio a qualche giovane abilitato.
Provo a suggerire un esercizio di alta politica, diciamo così. Immaginiamo il Rettore Pippo dell’Università di RoccaCannuccia. Pippo ha un nemico storico che si è candidato a succedergli, Tizio. Tizio, ha i requisiti contributivi minimi. Cosa fa Pippo?
Ecco, inviterei a riflettere su situazioni di questo genere. Inoltre, nessun rettore di buon senso pensionerebbe con un turnover al 50%, come è stato già più volte rilevato.
E’ vero, caro Banfi, che si potrebbero verificare situazioni disdicevoli. Ma non è forse disdicevole la situazione in cui si trova il mio ateneo, con un rettore che ha superato i limiti di età nel 2013 e che non vuole saperne di mollare i comandi prima dell’autunno 2015? Purtroppo queste cose il cun e la crui non le vedono mai. Sarebbe il caso di vietare la candidatura a rettore di chiunque non abbia davanti a sé una aspettativa di vita accademica di (diciamo) dieci anni.
Il mandato di rettore è – se non erro – di sei anni e non è rinnovabile.
@Banfi
Probabilmente Tizio, visto che ha i requisiti minimi per la pensione, potrebbe non essere in grado di assicurare un numero di anni di servizio almeno pari alla durata del mandato e, pertanto, non potrebbe candidarsi come rettore. Detto questo: c’é qualcuno che conosce il numero dei pensionabili tra i docenti universitari? Nella mia sono un paio, entrambi ordinari e privi del requisito suddetto.
Non è vero. Ci sono ancora numerosi colleghi che maturano i requisiti poco dopo i 60 anni, anche perché hanno riscattato laurea, eventuale servizio militare, ecc. I numeri, per quanto ne so, sono pari a circa 2000-2500 soggetti. Quindi il 4-5% degli strutturati (vado a spanne).
@Banfi
Grazie. Numeri che non conoscevo.
ad Antonio Banfi: io ho parlato di soggetti IMPRODUTTIVI, quindi la storia fantasiosa dell’elezione del rettore è poco calzante. Scusa, ma se nel tuo dipartimento ci fosse un ricercatore o un professore “pensionabile” che non pubblica e non fa ricerca e allo stesso tempo ci fosse un abilitato non strutturato che fa ricerca di livello internazionale, tu cosa preferisci? Mantenere in servizio il collega inconcludente o il giovane abilitato brillante?
Un’ultima osservazione: se voi della redazione di ROARS fate sempre notare l’inopportunità di usare un nickname, perché (in qualità di amministratori del sito) lo consentite? Vi do atto che Roars è qualcosa di meritorio, permettete infatti di poter discutere liberamente del nostro contesto lavorativo (l’Università e il CNR), però dovete accettare, senza ironizzare troppo o irridere, anche la voce di chi ha idee diverse dalle vostre, fatta eccezione – ovviamente – per ingiurie e/o turpiloquio, che però penso siano casi rari e comunque sempre condannabili.
Tolleriamo i nickname, anche se preferiremmo che le persone si firmassero. Questo è un sito dove la maggior parte dei commentatori sono accademici o aspiranti tali, dove si discutono temi di interesse di quella che dovrebbe essere una elite intellettuale del paese: possibile che tanti (troppi) si debbano nascondere dietro un nickname? A mio parere è davvero stravagante questa abitudine. In ogni caso i commenti dei ick sono tollerati fin tanto che non entrano in polemica con una serie di botta e risposta: questo è davvero intollerabile soprattutto se l’interlocutore ha nome e cognome. Dunque nick con moderazione molta moderazione.
“però dovete accettare, senza ironizzare troppo o irridere, anche la voce di chi ha idee diverse dalle vostre”
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Vabbè, magari non troppo, però almeno un pochino dovete lasciarci la licenza di ironizzare e irridere i nicknames di chiaro stampo freudiano. Dopo tutto, per noi Roars è un secondo lavoro e tante volte quando rispondiamo a certi commenti (un po ‘provocatorii) siamo così sfiniti ed esasperati dal nostro primo lavoro che ci viene in mente quello che diceva Gunny:
DE NICOLAO: Le parole di Clint Eastwood te le rigiro con tanti saluti. Io nei miei commenti non ho usato turpiloquio, presente invece nel video che mi hai dedicato. Non sei molto simpatico (né tantomeno educato), ti consiglio di tornare a fare il professore nella tua università…
Se non si coglie il registro ironico e sopra le righe di Gunny (che non è Full Metal Jacket) è meglio non frequentare Roars. Tra un po’ verremo accusati di turpiloquio se postiamo la reazione di Fantozzi alla proiezione della Corazzata Potemkin (“per me è una ca…ta pazzesca”). Per non dire che Green Baron non è abbastanza freudiano come pseudonimo. In effetti, è più facile superare le mediane che decodificare l’intreccio semantico di Roars. Come rimediare? Potremmo rilasciare delle abilitazioni a sportello (con successiva valutazione ex-post naturalmente).
@green_baron
Mi permetto di dire la mia, con rispetto, come cerco di fare sempre utilizzando un nickname (anche se solo per scrivere, dato che in redazione mi sono presentata) ma in genere anche nella vita.
In merito al prepensionamento, il “fuori tutti i vecchi improduttivi” è, se ci si riflette solo un secondo (tanto basta), una reazione molto generalista, ingiusta e, essa stessa, improduttiva.
C’è un attacco all’università, il più delle volte mascherato male con la retorica di parole come “merito” e “giovani”, che è iniziato già in preparazione del decreto Gelmini. L’attacco ha un fine meno altisonante, che è quello di strozzare il sistema con tagli corrispondenti ad una linea politica ben precisa, quella dell’austerity, condta di neoliberismo. Si è detto da più parti che è una linea politica che nel medio-lungo termine non paga, perché il risultato è la degenerazione dell’Italia in un sistema paese incolto (sia in materie umanistiche che scientifiche), povero di opportunità e poco competitivo. Nonostante questo, stiamo assistendo ad uno smantellamento del centro culturale del sapere, l’Università, a colpi di “sistemi qualità”, leggi premio-punitive, blocco stipendiale e del turn-over, tagli continui del FFO, sparizione di bandi nazionali di ricerca e ora prepensionamenti arbitrari.
Questo:
– senza una vera valutazione e premio del merito (che, ripeto, benvenga casomai): i “sistemi qualità” si sono rivelati come tagliole arbitrarie applicate a persone e accademie, e ora ai dipartimenti, per l’uso incompetente e improprio di numeri e indicatori inutilizzabili o addirittura sbagliati;
– senza una politica per i giovani: la legge Gelmini ha cancellato la figura dell’RTI e ha introtto l’RTDa che è un assegnista nobile (ma sono stati fatti molti più assegni di ricerca che RTDa) ma totalmente precario, e l’RTDb che costa attualmente alle università 1 punto organico: un’enormità: di RTDb ne esistono di fatto pochissimi;
– aumentando in maniera impressionante il carico burocratico dei docenti e delle amministrazioni;
– annullando i diritti stipendiali e anche il recupero degli stessi in maniera incostituzionale;
– imponendo una moneta, il punto organico, che rende il cambio con lo Stato del tutto sfavorevole per le università, depauperandole di fatto da anni;
– tagliando il FFO, che mina alla base il funzionamento minimo sia di didattica che di ricerca universitaria;
– abbassando da anni, in percentuali oscillanti tra il 20 e il 50% il turn over, il che, in punti organico, vuol dire che per ogni risorsa dell’università (sottolineo dell’università: risorsa sulla quale si è investito) in uscita, all’università si dà indietro meno del 20 fino a meno del 50% di essa: questo impoverisce e continua a impoverire le università di soldi e persone da anni, di fatto continuando a bloccare anche l’ingresso di giovani.
Ma quale persona anche di solo buon senso può sostenere che una politica del genere possa premiare e incentivare il merito o favorire l’ingresso dei giovani?
Di fatto? I meritevoli, che ripetiamo, anche fra i “vecchi”, sono tantissimi e non meritano il calderone del “tutti a casa” casomai, sono stati malpagati, calpestati nei loro diritti, sommersi di carte da riempire, valutati in base a numeri arbitrari e resi incapaci di tenersi i propri allievi migliori, per i quali si sono sbattuti in tutti i modi nonostante, e questo si dica, nonostante le leggi approvate fino ad oggi. E i giovani? Dal 2008 non è entrato stabilmente quasi nessuno: una generazione bruciata e un’altra in serio pericolo. Di quali giovani si riempiono la bocca tutti questi soloni?
Nota finale: Giuseppe si firma e ci mette la faccia (c’è proprio una foto!), si spende, lui con gli altri da anni, per dar voce alle persone di cui sopra, 24/24 e 7/7, e credo che poi si riferisse a Pessimo Elemento. Comunque sia: penso sia giusto almeno firmarsi quando si arriva a far critiche pesanti, non argomentate e soprattutto ad personam.
Ok. Buona notte!
… and good luck

Mi pare che la infografica indichi che si tratta del decreto: “ve ne dovete anna’ ed è mejo che ve n’annate adesso che ve ridamo er 50%”.
E’ il metodo Totò sulla divisione delle risorse:
http://youtu.be/BSGqrrk9kxI
Quale investitore venderebbe oggi le proprie azioni a meno della metà del loro valore (tornano indietro in punti organico) invece di insistere nel rivenderle al loro valore intero ma soprattutto effettivo (chiedendo l’eliminazione dei punti organico)? Non c’è bisogno neanche di essere un imprenditore al top, come direbbe Briatore.
Miii, ci azzecco sempre ai quesiti che bisogna rispondere per accedere a Roars. Sono proprio bravo in matematica … :-) quasi quasi mi prendo anche questa idoneità e provo a mandare in pensione qualche veccio barone di mate.
La mia prima proposta semiseria come prof di mate è la seguente:
visto che le università stanno facendo le valutazioni per distribuire l’unatantum , se c’è qualche prof che ha i requisiti minimi per andare in pensione e non è fra quelli che possono prendere l’unatantum gli applichiamo il decreto “te ne devi annà”
Se non meriti l’una tantum, SEI FUORI!,anzi “te ne devi annà”
Cavolo, non so se ho sbagliato la password ho il calcolo complesso, ma ho avuto difficoltà ad entrare in Roars stamattina …. mi sa che “me ne devo annà” anche io :-)
Firmato
Il cappone n.3
Ogni tanto dovremmo prenderci meno sul serio e affrontare la giornata con una sana … risata.
Buon lavoro a tutti
Paolo l’amico di Lilli.
Paolo, cappone vecchio fa buon brodo :-)
Che almeno il Barone Gianbastardo Fellonis del Casato di Bicocca piuttosto che Granlupo De’ Mannari del Piemonte Orientale ci lascino tutta l’eredità!
Il tema dei prepensionamenti è una trappola. se negli altri comparti si allunga l’età lavorativa, nell’università la si accorcia, perchè?
Perchè non si vogliono mettere risorse economiche sull’università, ovviamente. E allora niente di meglio (come sta accadendo nel dibattito proprio su roars) che mettere i giovani “contro i vecchi”, i non strutturati contro gli strutturati (vedi dibattito su mobilità obbligatoria), i non abilitati contro gli abilitati, i cittadini contro i baroni che “guadagnano 13.000 euro al mese netti”, ecc. ecc.
Ma se come ampiamente documentato da Roars l’Italia è agli ultimi posti in Europa per rapporto docenti/studenti e per spesa pubblica in Università e ricerca, è evidente che il tema dei prepensionamenti è un diversivo, visto che poi la pensione sempre l’INPS la paga…
Viviamo in un paese in cui l’effetto “quadrupla sponda” dei comunicati e delle proposte politiche (e di legge) è articolatissimo e per nulla improvvisato. Non perdiamo di vista la palla, ed evitiamo una guerra fra poveri.
Veramente la policy dei prepensionamenti riguarda tutta la PA, non solo l’Università.
mii ho anche sbagliato la congiunzione …. Ciao vado in pre-vacanza o in pre-pens(?)
Il dibattito, così come si sta sviluppando su giovani “contro i vecchi”, non strutturati contro strutturati, non abilitati contro abilitati, è veramente triste e comincio a pensare che coloro che denigrano l’Accademia e l’Università potrebbero avere ragione. Possibile che non si comprende che con i prepensionamenti non si ottiene nulla se non il depauperamento del nostro sistema universitario. Qualcuno mi dice perché un metalmeccanico deve (dico deve) andare in pensione a 67/68 anni ed un professore/ricercatore a 61/62 ribaltando il buon senso e la logica? Poi le semplificazioni sono sempre menzognere e la realtà è più articolata di come qualcuno crede. @Pessimo Elemento. Sarei interessato a conoscere come Pessimo Elemento mi colloca. Sono un ordinario ed ho superato i 61 anni. Sono un barone da rottamare che per principio è inattivo? Pur avendo riscattato la laurea (sei anni), avendo un buco contributivo di 13 anni (il precariato durante gli anni di formazione è sempre esistito con una differenza tra il pre e post 382/80 per quanto riguarda la sua durata), mi ritrovo che raggiungerò all’età di 70 anni i 39 anni di contribuzione (per i 3/4 di tipo contributivo). Visto che è così interessato a mandarmi in pensione, in quanto ordinario barone e quant’altro, perché non mi copre i 13 anni di mancata contribuzione? (sono sufficiente circa 200.000 Euro). Mi impegno a andare in pensione subito se è disponibile a finanziare la mia pensione. Un saluto
Nicola Ferrara
Ragazzi, credo che ogni cosa in Italia diventi una battaglia ideologica con posizioni da estremisti condite quasi sempre dall’esempio da “coda di distribuzione” che ci mette tutti sull’attenti dicendo: “attenzione, guarda che dobbiamo salvaguardare la foca monaca bianca con la cresta viola che abita nella grotta di granito della Kamchatka sud-orientale”. Io sono convinto, quando dico “se ne dovemo annà”, che non è una tragedia. Oggi in Italia la perdita dell’identità professionale (che, è inutile negarlo, per un prof significa anche potere nel micro e nel macro [sempre al netto del Prof foca-monaca-bianca che a sessantanove anni ha una competenza che nessuno ha, che non ha mai gestito un concorso, neanche un contratto integrativo di 3 ore a titolo gratuito e che la mattina porta la colazione a tutti i dottorandi del Dipartimento) rappresenta la morte fisica e sociale. E’ questa cultura che va combattuta. Soprattutto a livello politico. Quando la politica prende delle decisioni deve impegnarsi a dare un indirizzo basato su quello che accade di norma (vi prego non fate l’esempio degli esodati, quelli non erano politici). E la norma la conosciamo tutti. E state sicuri, c’è un nesso fra crescita economica di un paese ed età media dei prof universitari: la prima in europa è infatti la Turchia (41% dei prof con meno di 34 anni, l’Italia è al 4%!!!!!) che ha una crescita media del PIL del 5 % nell’ultimo decennio. In ogni caso consiglio a tutti: ironia e indulgenza. Il dibattito diventa più leggero e costruttivo
Mi viene in mente un famoso apologo. Molto in sintesi, quando prepensioneranno up (con o senza contributi) si guarderà intorno e si sentirà dire che non è una tragedia. La tragedia è che, a fronte della distruzione di università e ricerca, manchi persino la capacità non dico di reagire ma di leggere il senso complessivo degli interventi legislativi. Senza tragedie hanno segato i precari, tagliato gli stipendi reali, denigrato l’istituzione. Però adesso agitiamo come specchietto la rottamabilità dei colleghi e chi brama la sua briciola applaude grato senza nemmeno rendersi conto che prima o poi tocca a lui. Le allodole pensano alle salme dei PO. I lupi hanno già messo gli occhi sui RTI (vedi nostro gruppo fb). Si parla già di simulazioni sulla rottamazione dei ricercatori.
Caro Giuseppe, quando andrò in pensione spero che il mio mondo non sia infestato nè da allodole nè tanto meno da lupi. Spero lo stesso anche per te. Magari con un pò di soldi in meno nel cedolino (ma tanto questo è un destino di tutti noi) ma con qualche anno in meno (l’effetto collaterale è questo, e non è poco) insegnerò a mio nipote a pescare i ricci come ho già fatto con i miei figli. E magari mi verrà a trovare un mio studente o qualcuno che ha lavorato con me e che il destino ha voluto restasse all’università con cui berrò un bicchiere di malvasia, come capita a me per adesso con qualcuno che ha trovato bello vivere un’altra vita oltre a quella accademica. Avrò anche la consapevolezza di non aver direttamente agevolato la sua permanenza con il mio pensionamento, ma sicuramente non l’avrò ostacolata (sarà dopo il 2018, quindi turnover al 100%!!). Spesso siamo convinti che i nostri comportamenti si disperdano nella massa. Non è così, secondo me.
Cioè chi si è laureato a 24 anni e ha riscattato tutto, anche i punti del supermercato, lo mandano a casa a 57 anni?
A me pare che, vista la drammaticità senza precedenti della situazione che stiamo vivendo, un provvedimento che pur mortifica oggettivamente i diritti acquisiti di vari indivisui, quale quello del pensionamento obbligatorio di chi ne ha i requisiti, non costituirebbe un vulnus inanabile, ma potrebbe essere addirittura auspicabile e tornare a vantaggio dell’istituzione pubblica, della comunità che ne fruisce e di soggetti che attualmente sono enormemente svantaggiati (i precari della ricerca) e per i quali non esistono prospettive. Tutto ciò, a patto che il provvedimento di pensionamento obbligatorio di chi ne ha i requisiti si accompagni: a) all’immediato ripristino al 100% del turnover; b) a un piano straordinario di reclutamento di ricercatori, nel quale far confluire le risorse reperite; c) a precise norme che non lascino all’arbitrio dei singoli atenei la decisone in merito all’applicazione del provvedimento. In mancanza di queste tre condizioni – o anche di una sola di esse -, secondo me è solo vergognosa retorica, fumo negli occhi, divide et impera.