Docenti e studenti prendono sempre più spesso posizioni «scomode» dentro le Università, ma rischiano di rimanere soli di fronte ad atteggiamenti facilmente definibili come repressivi. Occorre tornare a riflettere sul valore della libertà accademica, troppo spesso data per scontata.

Negli ultimi mesi, in reazione alla tragica escalation nel conflitto israelo-palestinese nella Striscia di Gaza, il mondo degli studenti universitari italiani si è mostrato attivo nella produzione di prese di posizione, in azioni di protesta e anche nella ricerca di un confronto col resto del mondo universitario. Lo scorso novembre, mentre aveva luogo un ciclo di manifestazioni sfociato anche in temporanee occupazioni da Roma a Napoli, dalla Statale di Milano a Venezia, un gruppo di studenti della Scuola Normale di Pisa aveva redatto un documento, firmato anche da diversi docenti, che chiedeva uno sforzo di riflessione e reazione di fronte alla scelta del governo israeliano di reagire in forze e fin da subito praticamente senza limiti all’attentato del 7 ottobre. Dopo quella fiammata le azioni dimostrative non si sono spente, ma hanno coinvolto anche gli studenti liceali, vittime a Firenze e Pisa di un’inopinata azione repressiva da parte delle forze dell’ordine che ha suscitato una certa sensazione.

L’onda lunga di questa mobilitazione non sembra ancora conclusa. In alcuni casi, essa ha trovato spazi di ascolto significativi nelle altre componenti accademiche e finanche a livello istituzionale, come nel processo che ha condotto il Senato accademico dell’Università di Torino a rinunciare alla collaborazione scientifica con Israele negli ambiti a potenziale applicazione militare compresi nell’accordo di cooperazione italo-israeliano del 21 novembre scorso. Altrove il confronto è stato più problematico, come ancora alla Normale, dove il documento del Senato che chiede ai ministeri competenti di «riconsiderare» i termini dell’accordo di cooperazione, e annuncia «la massima cautela e diligenza nel valutare accordi istituzionali e proposte di collaborazione scientifica che possano attenere allo sviluppo di tecnologie utilizzabili per scopi militari e alla messa in atto di forme di oppressione, discriminazione o aggressione a danno della popolazione civile, come avviene in questo momento nella striscia di Gaza», ha trovato approvazione dopo alcuni giorni di agitazione anche di parte del corpo docente, o a Bologna, dove hanno suscitato sensazione le immagini di una studentessa che, ottenuta la parola per esprimere con veemenza la posizione dei manifestanti filopalestinesi e denunciare con veemenza la supposta inerzia dei vertici del suo ateneo, si è vista togliere il microfono all’inaugurazione dell’anno accademico.

Nel frattempo, nuove proteste studentesche di fronte all’invito di alcuni atenei a parlare in incontri e conferenze speaker favorevoli alle politiche repressive del governo israeliano, come il direttore della «Repubblica» Maurizio Molinari e il conduttore televisivo e radiofonico David Parenzo, hanno portato oltre alla rapida decisione degli ospiti di rinunciare al loro intervento, a denunce di un supposto clima di censura da parte di esponenti del mondo dell’informazione e delle istituzioni, condite da paragoni con le derive violente degli anni Settanta che invero dovrebbero risultare piuttosto fuori luogo agli occhi di chi ha presente quel contesto per studio o esperienza diretta.

e docenti sotto osservazione

Non sono gli studenti l’unica componente della comunità accademica a suscitare la preoccupata attenzione della stampa in occasione dell’espressione del proprio pensiero per le ragioni più disparate. Non si è ancora giunti, se non sui fogli più aggressivi e sulle pagine internet di livello peggiore, a parlare esplicitamente di un possibile tragico incontro tra studenti inquieti e «cattivi maestri» come mezzo secolo fa. Tuttavia le accuse di odio antiebraico al docente della Luiss Alessandro Orsini, sul quale è stato aperto anche un fascicolo dalla Procura di Roma, giungono dopo che una improvvida uscita della professoressa ordinaria di Filosofia teoretica della Sapienza Donatella Di Cesare in ricordo dell’ex brigatista Barbara Balzerani ha condotto la rettrice della sua università a considerare azioni disciplinari nei suoi confronti. A questi casi si aggiunge, per restare a quelli più noti, la querela con cui – scelta che ha rari precedenti in una democrazia – la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha reagito alle dure critiche dell’antichista Luciano Canfora.

Al di là delle valutazioni sui singoli casi, questo clima in cui pare montare una certa insofferenza per le manifestazioni di dissenso nel mondo universitario, fino a richiedere di «silenziarle» ravvisandone una sorta di minaccia alla serenità del clima accademico e delle sue istituzioni, spinge a riflettere in modo più profondo sia sulle ragioni di queste tensioni emergenti tra ampi settori della comunità degli studi e opinione pubblica che si vuole mainstream, sia più in generale sui contorni, sui motivi di esistenza e sull’attuale solidità delle garanzie di libertà accademica.

Agitazioni che vengono da lontano

In primo luogo, è bene considerare che questa eccitazione negli atenei non è specifica dell’attualità italiana, come ci ricordano le cronache – che spesso giungono a noi decisamente distorte – delle culture wars statunitensi. Neanche a livello nazionale, poi, essa è una novità originata dalla tragica catena di violenze maturata in seguito al 7 ottobre. Si tratta di un clima che è montato nel tempo, e – come spesso accade nella fisiologia delle proteste universitarie – in cui ragioni ideali di ampio respiro si innestano su condizioni di insoddisfazione e disagio più immediate.

Ormai da oltre due anni, dal ritorno alla piena attività in presenza dopo la fine delle restrizioni dovute al Covid-19, le principali sedi universitarie italiane vivono intensi momenti di protesta per il rincaro degli affitti, sintomo di problemi sempre più evidenti a districarsi nelle storture del  mercato immobiliare ma anche di una più generale difficoltà a sostenere lo sforzo economico necessario a garantire la frequenza da fuorisede da parte di sempre più numerose fasce sociali.

Alla radice di questa ritrovata voglia degli studenti di confrontarsi con temi politici generali sembra dunque essere il tentativo di porre in un quadro più generale disagi di sistema, tentativo sicuramente caratterizzato da qualche ingenuità ma che ci si aspetterebbe fosse preso in considerazione con interesse visto che denuncia storture reali. Eppure fin dall’inizio si è cercato da più parti di mettere questi potenziali interlocutori, rappresentanti di generazioni giovanili troppo frettolosamente etichettate come apatiche e individualiste, nell’angolo, come accaduto prima coi tentativi di sminuire la portata della denuncia elaborata dai rappresentanti del corpo studentesco della Normale in occasione della cerimonia di consegna dei diplomi del luglio 2021, poi con episodi di repressione delle manifestazioni che già pochi mesi dopo non risparmiavano nemmeno i liceali in protesta per il deficit di sicurezza nelle esperienze di stage e di scuola-lavoro che aveva condotto anche a fatti tragici.

A una fibrillazione studentesca iniziata ben prima di assumere il carattere di contrapposizione al  governo di estrema destra i cui esponenti confondono costitutivamente la restrizione della libertà di espressione con la difesa di quello Stato di diritto che dovrebbe garantirne i più ampi possibile, si accompagna una situazione della comunità docente delle università sempre più delicata.

Il corpo professorale italiano, storicamente piuttosto debole e diviso, ha subito nell’ultimo ventennio i contraccolpi delle politiche di bilancio e di disciplinamento neoliberali, che tendono a trasformare quelli che per Paolo Prodi avrebbero dovuto essere i detentori di un quarto (o quinto) potere dello Stato – quello della legittimazione culturale e dell’espressione istituzionalizzata del sapere critico – in semplici impiegati statali, riservando al massimo posizioni individuali di una qualche influenza a chi mostra sufficiente acquiescenza nei confronti degli interessi politici ed economici costituiti. Negli ultimi anni, nonostante alcune vistose eccezioni come quella di Tomaso Montanari, la pressione sui vertici accademici più che dal basso, come paventato da alcuni giornali, sembra venire dall’alto, e sembra spingere rettori e rettrici ad affrettarsi a prendere le distanze a volte in modo imbarazzato da posizioni percepibili come «fuori dal coro», e a interpretare spesso il potere di intervento riconosciuto dai codici etici soprattutto come strumento finalizzato a evitare problemi con i centri del potere politico ed economico o con singole figure che li rappresentano. Anche in questo caso, il tremendo acuirsi del conflitto israelo-palestinese, e prima l’occasione dell’invasione russa dei territori orientali dell’Ucraina, hanno costituito un momento di amplificazione di dinamiche ormai consolidate, rese possibili da un utilizzo universale dei social network che spesso permette di intervenire nel dibattito pubblico senza l’intermediazione dei media più tradizionali.

Proprio di fronte a questo scenario complesso, occorre riaffermare la libertà come carattere costitutivo dell’istituzione accademica, e ricostruire attorno a essa le relazioni tra le varie componenti della vita degli atenei e tra esse e i vertici istituzionali.

Le istituzioni accademiche, spazio regolato di libertà

L’art. 33 della nostra Costituzione, recependo un carattere costitutivo dell’istituzione universitaria nella società europea, stabilisce in estrema sintesi alcuni punti fermi che è bene riprendere. In primo luogo, che la libertà di espressione di cui gode il personale universitario è ancora più solida di quella garantita in una democrazia liberale all’intera cittadinanza. Nella sua attività di insegnamento, di apprendimento e di studio, un esponente della comunità accademica ha il diritto di esporre apertamente i risultati delle sue riflessioni anche fondando su di essi posizioni ritenute sbagliate e pericolose sul piano sociale, e di utilizzare per questo tutte le infrastrutture messe a disposizione dal sistema accademico senza dover temere conseguenze per la propria posizione. Lo scopo precipuo degli alti studi è del resto proprio quello di esplorare la conoscenza fino a limiti che la società potrebbe non essere pronta ad accettare, e mettere in discussione nelle sue contraddizioni ciò che è normalmente ritenuto accettabile senza supplementi d’indagine.

I limiti e i rimedi a eventuali eccessi dovrebbero trovarsi – ed è questo un secondo aspetto fondamentale – nell’esercizio collettivo di questa stessa libertà. Il lavoro di critica e di decostruzione delle prese di posizione attraverso i canali controllati del dibattito intellettuale, dagli interventi scientifici e pubblicistici ai convegni, e la garanzia degli spazi necessari a svolgere interventi critici nelle aule di lezione, hanno appunto lo scopo e l’effetto di vagliare e all’occorrenza correggere posizioni con fondamenti deboli e difficili da sostenere.

In questo contesto, fine fondamentale delle istituzioni di governo locale e generale della comunità accademica dovrebbe essere da un lato rappresentare verso l’esterno gli interessi di chi le esprime, garantendo il profondo legame tra il pieno esercizio della libertà da parte dei singoli attori e l’autonomia che caratterizza le università; dall’altro, verso l’interno del proprio mondo, svolgere un ruolo di mediazione e arbitrato tra le diverse componenti che partecipano al dibattito. Spetta insomma al governo degli atenei garantire l’efficienza degli spazi di libertà e di confronto tra studiosi e tra docenti e studenti di cui si innerva l’esercizio di critica di cui si è appena detto. Un’efficienza conseguita, tra l’altro, ponendo precisi paletti alle influenze esterne, e mantenendo relazioni serene tra tutti i soggetti, con un rispetto dei ruoli che però non consenta alcuna forma di prevaricazione.

All’atto pratico, per rettori e delegati seguire nel governo del dibattito accademico la rotta qui segnata non può tradursi nell’interpretare i codici etici e le norme di comportamento come manuali di buone maniere, soprattutto se li si tira in ballo per evitare problemi con personaggi pubblici di un qualche rilievo che esplicitamente o implicitamente premono per ritorsioni. D’altro canto, essa non può tradursi nemmeno nella completa inerzia di fronte a qualsiasi comportamento, specie trincerandosi dietro il fatto che esso si sia verificato al di fuori della sfera didattica strettamente intesa: la professione accademica implica che non se ne smettano i panni al di fuori degli orari d’ufficio.

In conclusione, è vero che da tempo l’esercizio della libertà accademica e la sua garanzia con l’autogoverno degli atenei sono sempre più difficili, a causa dell’invadenza delle istituzioni politiche e della sempre più forte dipendenza delle università dal sostegno economico pubblico e privato. Ed è vero che in situazioni particolarmente delicate, come quella che stiamo vivendo, la tentazione di rinunciarvi per disciplinarsi a ciò che il mainstream si aspetta è sensibile. Tuttavia, è proprio in momenti di crisi come quello che viviamo che c’è maggior bisogno di lanciare e vagliare idee e proposte interpretative «irregolari», lontane da quelle comunemente battute, e di immaginare un mondo diverso da quello che sembra impantanato in equilibri sociali e internazionali senza uscita. Allora il miglior servizio che le istituzioni accademiche possono offrire alla società e all’opinione pubblica, in Italia e non solo, è proprio quello di riserve istituzionalizzate – e protette – di pensiero critico e di uso spregiudicato della conoscenza verso una nuova interpretazione della realtà, con la riaffermazione di quella garanzia di libertà alle proprie componenti e di quell’autonomia di governo che ne sono tratto costitutivo; una riaffermazione che deve essere tanto più orgogliosa quanto più il mondo circostante sembra essersene dimenticato.

(Pubblicato su Jacobin Italia)

Print Friendly, PDF & Email

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.