A Vienna si è tenuta la decima edizione della “European Social Science History Conference”, il più importante congresso di scienze sociali in Europa. La nota positiva: gli italiani erano presenti in numero abbastanza consistente al convegno e continuano a produrre ottima ricerca in tutti i campi delle scienze sociali. La nota negativa: la ricerca degli italiani (specialmente dei più giovani) viene largamente prodotta all’estero – e non in italiano. Le capacità di ricerca scientifica acquisite nel percorso accademico si scontrano con la difficoltà di entrare in un sistema che, nella sempre più drammatica assenza di fondi, sta diventando discriminante sotto il profilo economico. Nonostante lo sforzo pluridecennale di democratizzare l’università, essa, soprattutto nell’ambito cruciale delle scienze umane e sociali, sembra ormai ben avviata a ritornare nell’alveo elitario, e a tratti dilettantistico, nel quale è stata per secoli.


Per un’ecologia della ricerca italiana nel campo delle scienze sociali

Che senso ha avuto lo sforzo pluridecennale di democratizzare l’università
quando oggi essa è avviata a tornare nella sua dimensione elitaria, se non dilettantistica?

EuropeanSocialScienceHistoryConference

Sono stato a Vienna in occasione della decima edizione della “European Social Science History Conference”, il più importante congresso di scienze sociali in Europa (nella foto), che si svolge ogni due anni in un paese comunitario (sebbene per ora mai in Italia; dopo l’Austria, prossimo appuntamento a Valencia).

L’evento è stato molto interessante per fotografare la situazione della ricerca in tale settore, anche in Italia. La nota positiva è, per così dire, di sostanza: gli italiani erano presenti in numero abbastanza consistente al convegno e continuano a produrre ottima ricerca in tutti i campi delle scienze sociali. In più, tra i popoli di madrelingua neolatina, siamo decisamente quelli che se la cavano meglio con l’inglese. La ragione di quest’ultimo fatto ha tuttavia a che vedere con una nota negativa, e risaputa: la ricerca degli italiani (specialmente dei più giovani) nel campo delle scienze sociali viene, infatti, largamente prodotta all’estero – e non in italiano.

Giusto alcuni esempi: tra gli organizzatori del convegno, coordinato dall’International Institute of Social History di Amsterdam, ci sono quattro italiani e di essi uno solo lavora in Italia; dei tre oratori italiani presenti nella sessione sull’economia antica in cui anch’io ho parlato, poi, nessuno lavora al momento in Italia. Scorrendo l’elenco dei partecipanti con nomi italiani si constata sovente, infine, la loro associazione a indirizzi internet di università straniere, oppure a indirizzi non-accademici. Come dire: o lavori all’estero, o ti arrangi da solo.

E qui emerge un altro punto interessante, e anch’esso dolente. I pochi Italiani che al momento lavorano in Italia che ho potuto incontrare appartengono sostanzialmente a due tipologie ben distinte di ricercatori: quella dei professori di ruolo e quella dei cosiddetti precari della ricerca.

La partecipazione al convegno, subordinata ad accettazione del proprio intervento da parte di una commissione, prevedeva il pagamento di una tassa di iscrizione di 200 euro. In più, bisognava mantenersi nella bella ma assai cara Vienna durante i giorni del convegno. Nel caso di un ricercatore italiano all’estero, la cosa non crea particolari problemi: o si hanno a disposizione dei fondi di ricerca propri a cui attingere, oppure se ne possono facilmente trovare richiedendoli al proprio dipartimento, vista l’importanza del convegno. Diversa è la cosa per chi sta in Italia: se si è professori si hanno a disposizione, seppur sempre meno, dei fondi di ricerca che consentono di rimborsarsi le spese ma, se si è precari – e tanto più in quelle discipline che, come le scienze sociali, non fanno girare molti soldi –, di norma non è possibile usufruire di simili risorse.

E dunque, come fa il ricercatore precario italiano-in-Italia a divulgare le sue ricerche e confrontarsi con i colleghi in un’occasione così importante, dovendo affrontare la funambolica spesa di circa 700/800 euro (tra iscrizione, viaggio, albergo, pasti)? Salvo nei casi, rarissimi in Italia, in cui riesca a trovare un finanziamento ad hoc, la risposta è “a sue spese”. Peccato che un assegnista di ricerca in Italia guadagni 1.230 euro al mese (per dodici mesi e senza ammortizzatori sociali; un po’ meglio va ai ricercatori a tempo determinato) e difficilmente riesca a mettere da parte denari da quella cifra (provare per credere).

È evidente che tutto si semplifica se il precario della ricerca ha altri introiti: se, cioè, può contare su altre rendite dovute al fatto che qualcuno lo mantiene, oppure se è, per così dire un ‘ricercatore occasionale’, che fa un altro lavoro e porta avanti i suoi studi nei ritagli di tempo.

Se ci si pensa bene, questo stato dell’arte è al contempo drammatico e paradossale. La sostanziale democraticità di accesso alla conoscenza che l’università italiana concede ancor oggi perde, infatti, molto della sua efficacia nel momento in cui le capacità di ricerca scientifica acquisite nel percorso accademico si scontrano con la difficoltà di entrare seriamente in un sistema che oggi non solo soffre degli antichi mali della scarsa meritocrazia e della baronia, ma che, nella sempre più drammatica assenza di fondi, sta diventando discriminante sotto il profilo economico.

Tale sistema, oltre a far fuggire all’estero adesso intere schiere di ricercatori – figli spesso, della medio-piccola borghesia del recente passato –, sta già evidentemente inducendo gli studenti del futuro prossimo a evitarsi la fatica di andare all’università, come ha evidenziato anche Francesco Sylos Labini su “Il Fatto Quotidiano”.

Viene da chiedersi, a questo punto, che senso abbia avuto lo sforzo pluridecennale di democratizzare l’università quando oggi – dopo anni di tagli orizzontali e drastici, fino all’ultimo annunciato lo scorso 24 aprile – essa, e soprattutto nell’ambito cruciale per il nostro paese delle scienze umane e sociali, sembra ormai ben avviata a ritornare nell’alveo elitario, e a tratti dilettantistico, nel quale è stata per secoli.

Fonte: www.greenreport.it

GreatEscape

42 Commenti

  1. come non ricordare, per l’ennesima volta, che la cancellazione del ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato, insieme all’eliminazione dell’organo deliberante della Facoltà è responsabile di tutto questo ?
    L’università è diventata molto più elitaria perché privata di ogni forma di democrazie e dialettica interna.
    I giovani la abbandonano o non la prendono in considerazione perché l’ingresso nel sistema è condizionato da un lunghissimo precariato il cui esito è affidato alla lotteria dei punti organico. D’altra parte fuori dell’università non c’è possibilità di fare ricerca, dato che l’industria italiana è morta da tempo.

  2. Precisazione: un assegnista guadagna generalmente 1.459,41 €/mese (importo minimo fissato per legge), sempre senza tredicesima, tfr e tutele sociali degne di questo nome.
    Il resto è tutto condivisibile (ed estensibile a molti altri settori), ma svarioni di questo genere una rivista che ama tanto il fact-checking, quale è Roars, non dovrebbe prenderne :)

    • Aggiungerei che l’assegno di ricerca non costituisce reddito, ma sono pagati i constributi INPS.
      Quindi per quanto riguarda le tutele sociali, ce ne sono varie a cui si ha diritto per via del reddito (pari a zero) e della contribuzione INPS.
      Esempio l’indennità di maternità erogata dall’INPS spetta alle assegniste di ricerca. Alcune università (es. Milano) la integrano.
      Oltretutto è vero che l’assegnista non ha tredicesima, ma non ha carico didattico. Se è fortunato e gli viene assegnato la docenza di un corso “ufficialmente”, con quello si fa la tredicesima.
      Il vero problema dell’assegno di ricerca è che di solito dura un anno e per il rinnovo i mille cavilli burocratici a volta portano anche ad un nuovo bando con mesi di tempo persi a lavorare gratis!

  3. Faccio veramente fatica a capire alcuni passaggi di questo post.

    Leggo:

    > I pochi Italiani che al momento lavorano in Italia che ho
    > potuto incontrare appartengono sostanzialmente a due
    > tipologie ben distinte di ricercatori: quella dei
    > professori di ruolo e quella dei cosiddetti precari
    > della ricerca.

    Vuol forse dire che mancano i ricercatori di ruolo degli enti di ricerca?

    Leggo:

    > Diversa è la cosa per chi sta in Italia: se si è
    > professori si hanno a disposizione, seppur sempre meno,
    > dei fondi di ricerca che consentono di rimborsarsi le
    > spese ma, se si è precari – e tanto più in quelle
    > discipline che, come le scienze sociali, non fanno girare > molti soldi –, di norma non è possibile usufruire di
    > simili risorse.

    Secondo me e’ un problema delle scienze sociali. Ad esempio, i “precari italiani” nelle scienze fisiche vanno sempre in giro (anche troppo, secondo me). Ma lo stesso accade nelle scienze bio-mediche e chimiche.

    Leggo:

    > Viene da chiedersi, a questo punto, che senso abbia avuto > lo sforzo pluridecennale di democratizzare l’università
    > quando oggi – dopo anni di tagli orizzontali e drastici, > fino all’ultimo annunciato lo scorso 24 aprile – essa, e > soprattutto nell’ambito cruciale per il nostro paese
    > delle scienze umane e sociali, sembra ormai ben avviata a > ritornare nell’alveo elitario, e a tratti
    > dilettantistico, nel quale è stata per secoli.

    E’ proprio l’opposto. Sono spesso i figli mediocri delle classi pseudo-elitarie che “piangono il morto” (con libri, blog, articoli su giornali, interviste televisive) per tornare in Italia (e fare carriera) a scapito dei figli bravi delle classi non elitarie.

    Il “todos caballeros” favorisce proprio questi furbacchioni.

    • “Secondo me e’ un problema delle scienze sociali.”
      =====================
      Esattamente. Non a caso, la categoria del posto è Humanities/meritocrazia. Mi sembra che il punto fondamentale sia stato colto: a differenza delle scienze dure dove qualche spicciolo magari si trova, buona parte delle “human and social sciences” è a secco, al punto da creare una disparità tra chi può pagarsi le spese di tasca propria e chi no. In queste condizioni, la carriera accademica tornerà ad essere riservata a chi ha le spalle coperte dal patrimonio famigliare.

    • De Nicolao: centro! E’ proprio cosi’.
      Per chi fa scienza sociale il taglio dei fondi pubblici, a partire dal (o a concludersi con) quello dei Prin, e’ stato forse piu’ deleterio che per altre discipline. Anche perche’ alle call europee come, per esempio, Horizon 2020, c’e’ veramente pochissimo spazio. Per non parlare dei fondi privati…
      Sono RTI, benche’in attesa di conferma, e fortunatamente posso beneficiare ancora di qualche spicciolo che proviene dalla mia Universita’, ma qualche volta ho dovuto rinunciare a missioni troppo onerose e non solo per Convegni e simili, ma anche per fare vera e propria ricerca d’archivio che, per uno storico, e’ tutto. A questo si aggiunge il problema degli Archivi, soprattutto quelli pubblici, che per mancanza di fondi sono praticamente inaccessibili o accessibili a singhiozzo, il che aumenta esponenzialmente i costi di una missione. In pratica, ogni volta che mi muovo devo metterci dei soldi di tasca mia. E voi sapete benissimo quale e’ lo stipendio di un RTI nc. E poi devo competere con medici e ingegneri per l’una tantum?

    • Leggo:

      > In queste condizioni, la carriera accademica > tornerà ad essere riservata a chi ha le
      > spalle coperte dal patrimonio famigliare.

      Masse enormi di figli di docenti universitari costretti ad andare all’estero e non tornare.
      :-(

  4. Ci sarebbe da lavorare per trovare interlocutori colà dove si puote, altrimenti continuiamo a raccontare tra noi le cose da fare. Il ministero si è riempito di idee sbagliate, l’ANVUR spadroneggia. Da qualche parte può iniziare un’inversione di tendenza?

    • Indrani: Se hai qualche proposta…
      Gli ultimi tre ministri sono professori universitari, al CUN ci stanno accademici, alla CRUI i rettori, in Parlamento qualche altro docente c’e’, all’ANVUR non ci sono i marziani (anche se a volte sembrano tali). A chi ci si dovrebbe rivolgere?

    • Dal reclutamento, vera emergenza: servono almeno 5000 RTDb/anno per quattro anni.
      Curioso che sulla stampa nazionale l’etichetta abusata di “cervello in fuga” non venga accompagnata da una descrizione delle condizioni del post-doc e del reclutamento in Italia, che della vera fuga dei cervelli sono la causa.

  5. Una storiella elitaria: il figlio della notaia.

    La notaia, che e’ anche professore universitario, ha un marito medico, che e’ anche lui professore universitario. Ed ha un figlio ingegnere.

    “Mio figlio fa ricerca all’estero, perche’ qui in Italia le cose non funzionano”, dice la notaia.

    La notaia dimentica pero’ di dire che il figlio ingegnere e’ ricercatore universitario di ruolo qui in Italia.

    La morale: la morale dei furbacchioni è sempre quella:

    lamentarsi sempre ed occupare tutti i posti!!

    • Le storielle del tipo “io conosco uno che ..,” sono gistose ma non verificabili se non si fanno nomi. Con questa tecnica si possono raccontare storielle per ogni categoria e per ogni questione.

  6. Pesa più un kilo di cervello fuggito o un kilo di cervello rimasto?
    … a giudicare dai media pesa più un kilo di cervello in fuga …
    quelli che fuggono all’estero fanno figuroni. ma saranno mica stati formati da quelli rimasti? eppure questi ultimi fanno sempre figuracce … sempre a giudizio dei media…
    di RTDb ne servirebbero alemno 10000 …. ma servirebbero anche almeno 10000 PO … ma questa è fantascienza.
    buona notte in tutti i sensi

    • Si però l’emergenza è quella del reclutamento. Di PA che se ne vanno all’estero perchè non vengono promossi a PO non ne ho conosciuti. Di post-doc italiani all’estero invece ne vedo a bizzeffe (quattro solo nel mio dipartimento).

    • non ci sono PA che hanno abbandonato?
      ci sono, ci sono.
      ci sono quelli che hanno preso anno sabatico,
      quelli che si sono comprato la gazzetta dello sport
      e ci sono i furbi che tengono posto in italia e vanno a lavorare all’estero.
      ci sono anche altre categorie. ci sono, ci sono.

  7. Le urgenze sono:
    riaprire il reclutamento
    ripristinare il posto a TI (magari dopo il 3+3 e la prova che la persona ha congruo numero di pubblicazioni)
    abolire il RAD, almeno se i Corsi di laurea rimangono entro le tabelle ministeriali.
    Quanto ai ministri, credo che contino meno di certe cricche interne al Ministero, ma ho anche l’impressione che dentro al Ministero alberghino anime diverse. Bisognerebbe, per così dire, iniziare a trovare le anime giuste …

  8. Quanto sopra sarebbe il rimedio ad alcune assurdità autolesionistiche e a palesi menzogne:
    – sei bravo, vai all’estero (Qui non servi perché siamo in un momento splendido, non c’è bisogno di gente che studia);
    – hai lavorato? Ora dopo sei anni ti buttiamo in mezzo alla strada, dove il mondo del lavoro è pronto ad accoglierti (specialmente se sei specializzato in filologia, storia antica, romanistica …);
    – non ci sono soldi, anche se abbiamo assunto centinaia di amministrativi negli ultimi anni.

    • A mio avviso i precari abilitati PA andrebbero assunti a tempo indeterminato, con la formula contrattuale che si preferisce (già esistente o creata ad hoc). Questo ridarebbe un minimo di speranza ai giovani (per la serie se ti impegni e pubblichi qualche speranza c’è) e consentirebbe ai giovani precari ormai quarantenni di ottenere il posto che si meritano. Effettivamente è assurdo che nella PA migliaia di lavoratori siano stati stabilizzati ma per i post-doc nada…

    • A Mario Bonato: infatti molti settori si sono guardati bene dall’abilitare i non strutturati ;)

  9. La scienza per definizione non ha confini. Quello dell’estero sarebbe un “non-problema” (e così dovrebbe essere) se ci fossero altrettanti studiosi stranieri che arrivano in Italia. Si tratterebbe di una virtuosa circolazione di persone della comunità scientifica. E non saremmo qui a parlarne. Purtroppo non è così.
    Non ho i dati ma credo che i professori e i ricercatori stranieri in Italia siano veramente pochi, contrariamente a quanto avviene in paesi come Germania, Regno Unito o Francia.

    • Beh, in Francia e UK credo che senza docenti stranieri sarebbero messi molto male. Nella fisica non conosco casi di inglesi o francesi che abbiano grandi problemi a trovare un posto nei loro paesi.

      Diverso il caso della Germania, che secondo me assomiglia abbastanza all’Italia nella produzione di talenti costretti ad emigrare. Nella fisica conosco diversi tedeschi molto bravi costretti ad emigrare (in UK, USA, Francia, Australia, Nuova Zelanda).

      Personalmente non avrei nessun problema ad assumere un tedesco: nella fisica sono proprio bravi. Il problema e’ che non viene in Italia perche’ il salario e’ troppo basso. Forse puo’ venire un postdoc se pagato con fondi europei.

  10. mah, da espatriato lasciatemi esprimere che la gratitudine verso chi mi ha “formato” in Italia è meno di zero. L’unica gratitudine va a chi mi ha pagato gli studi. La mia impressione è che nessuno abbia voglia di formare nessuno, a meno ovviamente di non avere uno specifico interesse personale. Chiedete ai chirurghi “formati” in Italia, a quelli figli di nessuno, quante occasioni gli sono state date di imparare.
    Semmai, molti italiani hanno successo all’estero perche’ essendo cresciuti in un casino terrificante, abituati ad operare senza risorse, hanno sviluppato delle capacita’ di analisi e problem solving che non hanno eguali in paesi in cui è tutto molto ma molto piu’ facile. Ma questo non è certo merito dei formatori.
    V.

    • Beh. Io cerco di insegnare al meglio che posso. E cerco di dare delle tesi, anche per la laurea triennale, che siano legate alla attivita’ di ricerca che svolgo. Nel mio dip. facciamo tutti cosi.

      Mi sembra che gli studenti siano contenti. E’ vero che poi molti (spesso i migliori) se ne vanno per il dottorato all’estero. Ma la loro preparazione e’ piu’ che adeguata, da quello che capisco.

    • Non sono d’accordo con Vladimir. Immagino questo sia il suo caso particolare, ma le generalizzazioni sono pericolose. Io ho incontrato da studente e dottorando tanti docenti meravigliosi che mi hanno trasmesso ottime basi, e ho diversi amici che hanno avuto esperienze simili, anche in ambito medico. Poi la fame aguzza l’ingegno, è ben noto. Ma da sola non basta.

  11. Abbiamo perso tempo a parlare per 2 anni esatti di ASN, sapendo che avrebbero avuto più chances le persone che stavano dentro (ric. t. ind. e associati), con i quali noi poveri precari (benché ricchi di pubblicazioni) non potevamo competere (e, infatti, il 90 % degli abilitati era ed è ancora strutturato), perché loro sarebbero costati di meno.

    Abbiamo perso tempo a parlare di ASN (ed i politici a perseverare su questo campo) invece di separare – come molti giustamente auspicano su questo sito – il reclutamento (ove occorrerebbero determinati titoli) e avanzamento di carriera (ove sarebbe necessario avere più titoli del reclutamento)…………..

    insomma, quella giusta proporzione che non c’è stata,

    siete d’accordo?

    • che il 90% degli abilitati sia strutturato, mi giunge nuova. I dati dicono veramente questo? Se guardo alle abilitazioni PA del mio settore non è certamente cosi’.
      Rispetto alla separazione tra avanzamento di carriera e reclutamento, mi sembra un po’ troppo vago. Separamento di che? Delle risorse? In che percentuale? Uguale per tutti? E se ci fossero esigenze diverse?
      La mia opinione è che se tutti quelli che lavorano gratis nell’Universita’ smettessero, compresi quelli che insegnano senza averne titolo, si creerebbe una grossa spinta all’inserimento di forze nuove, perche’ queste si renderebbero necessarie. Finche’ PA e PO avranno uno stuolo di persone che insegnano a titolo gratuito al posto loro, spingeranno per gli avanzamenti di carriera, e l’Universita’ italiana finira’ definitivamente.
      V.

    • Vladimir: “che il 90% degli abilitati sia strutturato, mi giunge nuova. I dati dicono veramente questo?”
      __________________________
      No, se ci si fida di Fantoni: “se si va a vedere tra questi candidati che hanno ricevuto l’abilitazione a professore ordinario, il 19,3% proviene dai non strutturati e tale percentuale sale al 43,3% nel caso dei professori associati.”
      https://www.roars.it/fantoni-alla-camera-lasn-e-meritocratica-e-contro-le-baronie-no-a-cambiamenti-sostanziali/
      ==========================
      Vladimir: “La mia opinione è che …”
      __________________________
      Il sistema universitario sta subendo un colossale downsizing strategico che non è giustificato né in termini di esigenze (siamo ultimi in Europa per percentuale di laureati) e neppure in termini di efficienza (costo per studente, costo per laureato, spesa per ricerca su numero di articoli o citazioni). Semplicemente, si è deciso che al paese l’università non serve o ne serve molta di meno. Senza invertire la rotta, le altre ricette distribuiscono sparute gallette tra i naufraghi della zattera e tra quelli che cercano di salirci. È vero che i precari sono messi peggio ed avrebbero una qualche ragione per rivendicare una priorità, ma è una rivendicazione vana se l’indirizzo strategico è una drastica potatura del sistema. Il modo più semplice per potare è bloccare gli ingressi indirizzando la magggior parte delle poche risorse alle progressioni (che sono anche utili per tenere a bada chi, come nel caso dei ricercatori, aveva alzato la testa). Se non si ragiona a livello di sistema, non c’è salvezza. Che paese vogliamo? L’Italia può salvarsi dal baratro senza cultura, istruzione e ricerca?

    • Questa di mandare altri a fare lezione e’ una vecchia abitudine, tipica dei medici ma non solo. Tra i fisici non succede piu’ (o quasi).

      La cosa diventa PENALMENTE RILEVANTE se il docente firma che la lezione l’ha fatta lui, e non e’ vero. La cosa e’ grave anche perche’ il RESPONSABILE D’AULA e’ il docente. E mandare un’altra persona NON e’ proprio possibile. Al massimo si puo’ invitare una persona a fare un intervento, ma il docente responsabile DEVE essere presente in aula.

      20 anni fa il carico didattico annuale a UNIPD per il PU era 60 ore. Poi e’ diventato 90 ore. Ora e’ 120 ore. Ed hanno anche bloccato gli scatti stipendiali. In questo modo non c’e’ bisogno di sostituire i tantissimi che vanno in pensione. Se serve porteranno il carico didattico a 160 ore e poi a 200 ore.

  12. Vladimir:

    nel mio settore ed in altri il 90% degli abilitati era già strutturato.

    D’altra parte è normale:

    se metti in competizione giocatori che giocano in serie A (ricercatori a t. ind., che hanno avuto tutto il tempo e la tranquillità di pubblicare) e giocatori di serie D (i precari, che pubblicano tantissimo, ma dovendosi arrangiare, con estrema ansia, tra mille lavori e lavoretti anche extra univ.), vincono al mani basse i giocatori di serie A.

    considera anche che i ric. a tempo ind. sono già dentro il sistema, tengono insegnamenti, partecipano al consiglio di facoltà, possono votare, insomma sono qualcuno (rispetto ai precari che non sono nulla) e questo conta in alcuni ragionamenti.

    considera che il titolo di ric. a tempo ind. comunque “fa curriculum” e ti fa avere anche quegli insegnamenti che il precario non può più avere perché dovrebbero essere retribuiti. Non avendo i soldi, le facoltà le fanno svolgere a titolo gratuito agli strutturati. Anche avere gli insegnamenti “fa curriculum”.

    questo per dirti che (e ciò purtroppo è innegabile), chi è ric. a tempo ind. parte avvantaggiato nell’ASN, rispetto a chi è precario e che non ha neppure i fazzoletti per piangere.

    Questo per dirti che i ric. a tempo ind. e gli associati hanno già avuto (sicuramente con merito)
    Di conseguenza, dovrebbero partecipare ad una competizione a loro riservata.

    Poi, bisognerebbe predisporre una competizione diversa per i precari (quelli con tanti titoli, non quelli al primo anno di dottorato).

    infatti, gli strutturati (ric. a tempo ind. e gli associati) appartengono ad una pianeta.

    i precari appartengono ad un altro pianeta.

    ho ancora torto? mi sono spiegato meglio?

    grazie,
    ciao,
    anto

  13. Vladimir:

    nel mio settore ed in altri il 90% degli abilitati era già strutturato.

    D’altra parte è normale:

    se metti in competizione giocatori che giocano in serie A (ricercatori a t. ind., che hanno avuto tutto il tempo e la tranquillità di pubblicare) e giocatori di serie D (i precari, che pubblicano tantissimo, ma dovendosi arrangiare, con estrema ansia, tra mille lavori e lavoretti anche extra univ.), vincono al mani basse i giocatori di serie A.

    considera anche che i ric. a tempo ind. sono già dentro il sistema, tengono insegnamenti, partecipano al consiglio di facoltà, possono votare, insomma sono qualcuno (rispetto ai precari che non sono nulla) e questo conta in alcuni ragionamenti.

    considera che il titolo di ric. a tempo ind. comunque “fa curriculum” e ti fa avere anche quegli insegnamenti che il precario non può più avere perché dovrebbero essere retribuiti. Non avendo i soldi, le facoltà le fanno svolgere a titolo gratuito agli strutturati. Anche avere gli insegnamenti “fa curriculum”.

    questo per dirti che (e ciò purtroppo è innegabile), chi è ric. a tempo ind. parte avvantaggiato nell’ASN, rispetto a chi è precario e che non ha neppure i fazzoletti per piangere.

    Questo per dirti che i ric. a tempo ind. e gli associati hanno già avuto (sicuramente con merito)
    Di conseguenza, dovrebbero partecipare ad una competizione a loro riservata.

    Poi, bisognerebbe predisporre una competizione diversa per i precari (quelli con tanti titoli, non quelli al primo anno di dottorato).

    infatti, gli strutturati (ric. a tempo ind. e gli associati) appartengono ad un pianeta.

    i precari appartengono ad un altro pianeta.

    ho ancora torto? mi sono spiegato meglio?

    grazie,
    ciao,
    anto

  14. @Giuseppe De Nicolao:

    Lei si fida dei dati di Fantoni?
    io ho dubbi….

    stando ai dati riportati, si sarebbe risolto il problema dei precari perché quasi la metà (il 43 % dovrebbe poter essere dentro se chiamato), ho qualche dubbio sul 43%

    ho più di un dubbio sul 19% che da precario avrebbe fatto il doppio salto, direttamente ad ordinario, senza mai aver preso uno stipendio da ricercatore, senza mai aver preso uno stipendio da ordinario, con cosa campava?

    Se il suo curriculum (parlo di chi fa parte del 19%) era tale da meritare l’abilitazione da ordinario, come ha fatto a costruirsi questo gran curriculum, chi lo manteneva? faceva 4 lavori? pubblicava solo di notte?

    o la cifra è sbagliata o non è stato valutato bene.

    dico bene?

    poi ovviamente condivido la sua perplessità sul sistema, anche oggi Renzi ha parlato dell’importanza della scuola, non ha mai parlato però dell’importanza della ricerca……

  15. @anto
    non è questione di torto o ragione. Avevo capito le motivazioni per una separazione. Quello che è poco chiaro è come effettuare una tale separazione e secondo quali principi. A mio parere le regole “universali” del tipo, dedicare X% delle risorse a nuovi ingressi, non funzionano bene perchè non prendono in considerazione le realtà locali che sono estremamente variegate. Si rischia di fare di tutta l’erba un fascio e di penalizzare aree dove le progressioni avrebbero un senso rispetto ad altre dove invece tutte le risorse andrebbero allocate al reclutamento. Secondo me servirebbero incentivi più che regole. MI domando esiste un parametro che misura il rapporto tra punti organico ed unità di personale?
    V.

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