Può esistere l’inclusione in un sistema la cui qualità è regolata dalla standardizzazione dei test INVALSI? Si sta parlando di inclusione, in questi giorni, grazie a un editoriale del professor Ernesto Galli Della Loggia, intitolato “Il mito dell’inclusione  nella scuola italiana”: l’idea neanche troppo strisciante che separare i più abili dai meno abili possa in fondo essere una buona soluzione. Un tuffo del passato di oltre 50 anni che si chiama classe differenziale, con studenti divisi in base alle abilità e alle capacità: stranieri con stranieri, eccellenti con eccellenti. Una provocazione che ha suscitato una levata di scudi pronta e diffusa. Noi, però, non ci aggiungeremo all’elenco delle voci critiche. Quello che faremo è suggerire al professor Galli della Loggia di scrivere un editoriale elogiativo sul potenziale uso dei test INVALSI e soprattutto della nuova schedatura dei fragili. In cui potrebbe osservare che, fino a oggi, “nelle aule italiane convive regolarmente, accanto ad allievi certificati normali, una quota non trascurabile di studenti certificati fragili dall’INVALSI”. Centinaia di migliaia di ragazzi che, se anche conseguono il diploma, non raggiungeranno nemmeno lontanamente i livelli di competenza che ci si dovrebbe aspettare dopo tredici anni di scuola. Chiudendo anche questo secondo editoriale con un lapidario: “il risultato lo conosciamo”. Chissà che allora non si cominci a discutere seriamente di valutazione standardizzata e di schedatura algoritmica di massa.

Si sta parlando di inclusione, in questi giorni. Grazie al professor Ernesto Galli Della Loggia. La caparbietà con cui periodicamente il professore si scaglia contro il fallimento della scuola è encomiabile. L’immaginario che ci propone nei suoi scritti è ormai così fuori tempo massimo da rendere difficile un’interpretazione seria e non satirica delle sue proposte: resta memorabile  il decalogo inviato al neoministro Bussetti nel 2018, che iniziava con la reintroduzione della pedana sotto la cattedra. Diciamo che gli editoriali di Della Loggia sulla scuola vista da destra sono un po’ come quelli di Andrea Gavosto della Fondazione Agnelli, che pensa di guardarla da sinistra (!): appuntamenti periodici, temi fissi, ricette stantie. Ci siamo tutti un po’ abituati.

Stavolta, però, Della Loggia tocca un tema a cui non si può restare indifferenti: la messa in discussione del principio di uguaglianza nella scuola, l’idea neanche troppo strisciante che separare i più abili dai meno abili possa in fondo essere una buona soluzione. Un tuffo del passato di oltre 50 anni che si chiama classe differenziale con studenti separati in base alle abilità e alle capacità: stranieri con stranieri, eccellenti con eccellenti. Non è a ben vedere questo il principio di fondo dell’ideale liberale meritocratico, a cui oggi intitoliamo addirittura il nostro ministero? Negare il principio di uguaglianza nelle classi significa affermare il principio di segregazione: in base al censo, alla lingua, alla razza.  Un’idea per noi inaccettabile, che per fortuna è stata prontamente e diffusamente rigettata da tanti interventi sulla stampa e sui social. Non ci aggiungeremo quindi all’elenco delle voci critiche. Il dibattito pubblico sulla scuola è sempre vigile e reattivo quando parla Della Loggia. Ma diciamolo, “sparare a zero” sugli editoriali del professor Ernesto Galli Della Loggia non è poi così difficile. Quello che ci sembra possa essere interessante fare per ampliare il dibattito pubblico, è rilanciare. E parlare di cosa significa inclusione nella scuola dei test INVALSI.

Un ossimoro tutto italiano: includere e standardizzare

Il modello italiano della programmazione comune e dell’inclusione  oggi fa a pugni con il mito dell’accountability, della rendicontazione e valutazione standardizzate.

Includere e standardizzare contemporaneamente: due verbi che percorrono la normativa scolastica italiana in maniera surreale, tanto che la recente riforma introdotta dalla Buona Scuola prevede che:  “sarà l’Invalsi, nell’ambito della predisposizione dei protocolli di valutazione e dei quadri di riferimento dei rapporti di autovalutazione (RAV), sentito l’Osservatorio permanente per l’inclusione scolastica, a definire gli indicatori per la valutazione della qualità dell’inclusione scolastica“.

Vale la pena farsi qualche domanda:

  1. E’ possibile parlare di inclusione in un sistema ormai centrato su una logica di rendicontazione e controllo basata sui dati INVALSI?

E’ solo di qualche anno fa l’episodio, stigmatizzato dall’allora Ministra Valeria Fedeli, di quei “licei classisti” che dichiaravano nei loro Rapporti di Autovalutazione, redatti sulla base delle domande guida dell’INVALSI, di lavorare in un contesto favorevole perché omogeneo, privo di stranieri e di ragazzi con bisogni educativi speciali. Quei rapporti diventano, anno dopo anno, la base per innescare i cosiddetti processi di miglioramento scolastico, che prevedono, ad esempio, di quantificare in termini percentuali il “miglioramento esiti prove standardizzate”  (in foto un esempio tra i tanti pubblicati in rete).

La documentazione scolastica, pubblicata sulla piattaforma Scuola in Chiaro, diventa quindi una leva organizzativa e didattica e contemporaneamente uno strumento di marketing scolastico che orienta le famiglie nella scelta delle scuole. Vale la pena rileggere quello che scrivevamo allora qui.

2. E’  inclusivo il percorso di uno studente che dopo anni di valutazioni “locali” da parte degli insegnanti, centrate sui suoi bisogni specifici, sia sottoposto a valutazioni standardizzate sotto forma di test (INVALSI) che ne misurino “le competenze” ?

Se a prima vista l’ossimoro standardizzazione-inclusione può sembrare un fatto di second’ordine, che tocca tangenzialmente la quotidianità dello studente, è bene ricordare quanto l’esito dei test INVALSI sia progressivamente diventato centrale nella vita di ogni allievo. Tutti gli studenti italiani oggi, ricchi, poveri, migranti, autoctoni, svantaggiati e non, svolgono lo stesso identico test il cui esito li classifica con un livello da 1 a 5.  Questo avviene, nell’arco dell’intero percorso scolastico, in 5 tappe: quelli che INVALSI chiama gradi oggetto dei test: il grado 2 (seconda primaria), grado 5 (quinta primaria); grado 8 (terza media) e infine grado 10 e 13 (secondo e quinto anno della scuola secondaria di II grado).

Quanto è inclusivo misurare tutti con uno stesso metro? Cosa ci aspettiamo che misurerà il termometro INVALSI per uno studente svantaggiato o migrante, con un piano educativo individualizzato?

3. E’ inclusivo certificare le competenze a fine ciclo in modo standardizzato mediante i test INVALSI? 

I risultati dei test si traducono in maniera automatizzata e non controllabile, a fine ciclo, in certificazioni di competenza individuali. Per tutti gli studenti. Tutti possono acquisirle e conoscere il proprio “livello di competenza” nelle discipline testate. Le certificazioni INVALSI sono parte del curriculum dello studente.

Certificare tutti gli studenti in maniera standardizzata non è fare parti uguali tra disuguali?

4. Infine: la schedatura dei “fragili”

Ci sono tanti modi di  differenziare, separare, segregare.  Uno è quello tecnocratico che recentemente ha sperimentato l’INVALSI: assegnare l’etichetta di studente fragile, o disperso implicito, allo studente che non raggiunge livelli ritenuti “sufficienti” o “adeguati” nei test.

Ne avevamo parlato qui e qui tempo fa. Non ripeteremo le considerazioni già fatte.

Succede infatti che gli esiti dei test vadano assumendo un valore pericolosamente predittivo: la percentuale di studenti fragili diventa un indicatore utile per assegnare finanziamenti alle scuole in difficoltà e prevedere interventi mirati, volti a superare lo stato di “inadeguatezza” E’ quello che sta accadendo, nel silenzio più generale, per la missione riduzione divari del PNRR e per la cosiddetta Agenda Sud.

Se si ritiene pacifico che le valutazioni dei test INVALSi  definiscano la qualità dell’apprendimento degli studenti, tanto da poterne addirittura certificare le competenze, è chiaro che chi non possiede livelli di competenze adeguati possa essere ritenuto uno studente a rischio in termini di apprendimento. Sarà dunque oggetto di interventi di tipo didattico differenziato, potenziato, mirato. Sarà quindi uno studente diverso dagli altri, in base agli esiti dello “screening di massa” INVALSI.

Chi si batte per l’inclusione è d’accordo su questo?

I risultati INVALSI seguono il codice identificativo di ciascun allievo dai 7 ai 19 anni , ne sorvegliano progressi e regressi. Sono  fantomatiche “fotografie” del loro apprendimento, che restano custodite nel database nazionale e della singola scuola.

Non importa che l’etichetta sia assegnata per uno scopo nobile (il presunto miglioramento) o per uno scopo abbietto (schedare in funzione delle diverse capacità). Ciò che rileva, è che l’etichetta INVALSI attualmente esiste, anche se nessuno ne parla. Come verrà utilizzata quest’etichetta, che strada prenderà in futuro, quali conseguenze comporterà sono questioni niente affatto chiare.

Sarà il caso di suggerire al professor Galli della Loggia di scrivere un editoriale elogiativo sul potenziale uso dei test INVALSI e soprattutto della nuova schedatura dei fragili. In cui potrebbe osservare che, fino a oggi, nelle aule italiane convivono regolarmente, accanto ad allievi certificati normali, una quota non trascurabile di studenti certificati fragili dall’INVALSI. Centinaia di migliaia di ragazzi che, se anche conseguono il diploma, non raggiungeranno nemmeno lontanamente i livelli di competenza che ci si dovrebbe aspettare dopo tredici anni di scuola. Chiudendo anche questo secondo editoriale con un lapidario: “il risultato lo conosciamo”. Chissà che allora non si cominci a discutere seriamente di valutazione standardizzata e di schedatura algoritmica di massa.

 

 

 

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