Davide Borrelli (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli): La valutazione come teologia
Quarto Convegno Roars, Trento 24-24 febbraio 2023
III Sessione: UNIVERSITÀ: LE POLITICHE MERITOCRATICHE PER L’ISTRUZIONE IN ITALIA E I LORO EFFETTI

Nel mio intervento mi propongo di far luce su una dimensione della valutazione che definirei “quasi-religiosa”. Per descrivere le trasformazioni avvenute nell’università nel corso degli ultimi venti anni si adotta in genere l’espressione “quasi mercato”. Basti pensare all’ampia saggistica sul capitalismo accademico che sottolinea quanto l’università e il mondo della formazione nel suo complesso siano stati progressivamente sottoposti a forme di regolazione di mercato. Dal canto mio, oggi vorrei provare a esaminare la valutazione dell’università come se fosse una forma di religione, non per mettere in discussione il paradigma interpretativo del “quasi-mercato”, ma per contribuire ad approfondirne meglio le implicazioni sul piano delle soggettività. Del resto, “quasi-mercato” e “quasi-religione” non sono prospettive separabili. Come si sa, Margaret Thatcher sosteneva che l’economia di mercato fosse solo uno strumento dal momento che il vero obiettivo era, in realtà, cambiare l’anima. Dunque, l’agire di mercato viene visto come una pedagogia morale destinata a intaccare profondamente e a ridefinire l’identità, l’ethos e la sfera dei valori dei ricercatori. La valutazione, come la religione, ha a che fare con l’anima. Per questo, proporrò di leggere l’acronimo ANVUR come “Agenzia Nazionale Valutazione Uffici Religiosi”.

La mia relazione si articola in tre parti. Innanzitutto, se la valutazione dell’università è una quasi-religione, provo ad analizzare alcuni dei suoi miti fondativi, i dogmi su cui si fonda, le liturgie e gli articoli di fede che siamo chiamati a osservare in quanto ricercatori. In secondo luogo, sempre per mantenermi nella metafora teologica, sostengo che la valutazione è un meccanismo infernale, ci condanna tutti (vincenti e perdenti della valutazione) all’inferno, non soltanto perché tende a togliere ai ricercatori l’autonomia di cui essi hanno bisogno per praticare la ricerca, ma per tutta un’altra serie di ragioni che investono proprio la soggettività del ricercatore. E infine, provo a individuare qualche via d’uscita, e lo faccio a partire dall’appello “Disintossichiamoci” promosso tre anni fa su ROARS da Federico Bertoni, Mariachiara Pievatolo, Valeria Pinto e dal sottoscritto. Era una specie di grido di dolore, un moto di ripulsa istintivo per reagire al maltrattamento dell’università e della ricerca perpetrato sistematicamente attraverso il dispositivo della valutazione. Evidentemente, quell’appello doveva toccare corde molto profonde se in pochi giorni ha raccolto l’adesione di un paio di migliaia di colleghi prima di esaurirsi di fronte allo scoppio della pandemia.

In un pamphlet del 2015, prendendo posizione “contro l’ideologia della valutazione”, rievocavo la situazione del problema del traffico nel film Johnny Stecchino. Ricorderete il personaggio interpretato da Roberto Benigni, ospite a Palermo dallo zio tossicodipendente che gli racconta il “grande problema” che a suo dire affliggerebbe la città. Ecco, noi abbiamo vissuto anni in cui il grande problema dell’università era il fatto che mancasse un sistema di valutazione della qualità della ricerca. Al tempo denunciavo questa narrazione come una grande operazione di depistaggio cognitivo organizzata sul conto dell’università italiana. Infatti, se  guardiamo ai dati OCSE dei rapporti Education at a Glance relativi alla quota di PIL investita nel comparto istruzione, ci rendiamo immediatamente conto che il grande problema dell’università italiana non è mai stato quello del traffico, cioè della valutazione, semmai è sempre stato quello di un finanziamento limitato e tra i più bassi fra i Paesi OCSE.

Tuttavia, mi rendo conto che la denuncia, pur doverosa, che facevo in quel saggio ora non basta più e deve essere integrata con un altro tipo di interpretazione. L’ideologia è una tecnica di nascondimento, di mistificazione della realtà. Ma qui c’è dell’altro, siamo di fronte propriamente alla costruzione di un nuovo regime di verità. Come ha osservato Michel Foucault, non è possibile dirigere gli uomini senza fare delle operazioni nell’ordine del vero. Quello che si fa quando si costruisce un nuovo regime di verità, in grado anche di plasmare nuove soggettività, è precisamente intervenire “attraverso strumenti effettivi di formazione e di accumulazioni del sapere, […] metodi di osservazione, tecniche di registrazione, procedure di indagini di ricerca, apparati di verifica”. E saremmo ingenui se ci limitassimo a ritenere che si tratta soltanto di misure di tipo gestionale-organizzativo. In realtà, siamo di fronte a una vera e propria nuova filosofia governamentale, una nuova tecnica del sé che serve a dirigere le condotte degli uomini. Attraverso le procedure di valutazione introdotte nell’università si può dire che stiamo sperimentando delle tecnologie governamentali destinate ad essere estese al governo dell’intera popolazione. Noi sociologi spesso cerchiamo il mutamento fuori dall’accademia, nella società intorno a noi, e invece il mutamento più clamoroso si produce a volte a partire dal nostro ambiente, proprio sotto i nostri piedi. E dunque quale migliore modo per osservarlo e studiarlo che non guardare noi stessi in quanto accademici? “Ogni comunità ha bisogno di giustificare le proprie disuguaglianze […] Il discorso meritocratico punta a glorificare i vincitori e a stigmatizzare i perdenti per la loro presunta mancanza di merito, virtù e diligenza”. Questa osservazione di Thomas Picketty ci fa comprendere a che cosa mira l’ambizione quasi teologica del discorso della meritocrazia, appunto a legittimare la linea di separazione tra i sommersi e i salvati.

Se la valutazione dell’università è una quasi-religione, allora ovviamente ci deve essere un clero chiamato ad amministrarla, e formule da applicare così come azioni rituali da mettere in opera. Tutti abbiamo familiarità con cose come i cicli della performance, le Schede Uniche Annuali dei Corsi di Studio e con tutti gli altri macchinosi ammennicoli dell’assicurazione della qualità. Con essi facciamo l’inquietante esperienza di come l’azione reale venga appannata da quella scritta, di come l’adempimento burocratico arrivi a fagocitare la vita reale, e di come tutto questo tenda a creare una forza d’inerzia che è il Rapporto (per citare il Balzac de Gli impiegati).

Ricavo la mia ipotesi della valutazione come quasi religione dalle teorie di uno studioso neoistituzionalista, John Meyer, il quale già in un celebre articolo scritto con Brian Rowan nel 1977 concettualizzava la valutazione come un mito razionalizzato, ovvero una pratica organizzativa che basa la sua legittimità sulla supposizione, nient’affatto dimostrata, che sia razionalmente efficace. In altri termini, un mito razionalizzato è una credenza immaginaria che viene resa possibile da un discorso logico. Poiché si crede che la valutazione sia razionale la si applica a quelle istituzioni (come ad esempio la scuola e l’università) che, non producendo output materiali, hanno l’esigenza di legittimare la propria esistenza rispetto a un pubblico esterno. Per questo tipo di organizzazioni l’isomorfismo istituzionale, ovvero la legittimazione derivante dal conformarsi a criteri di regolazione desunti dall’esterno, è più importante paradossalmente della loro stessa efficienza interna. Lo stesso Meyer, insieme con David Frank, ha pubblicato nel 2020 un volume sull’università nella società della conoscenza globale, in cui esplicita la tesi dell’università come quasi-religione. In sostanza, l’università assolverebbe oggi alle stesse funzioni che era chiamata svolgere una volta la Chiesa. Sono istituzioni che operano in competizione tra loro poiché “entrambe fanno la medesima promessa: spiegare la natura fondamentale dell’essere interpretando fatti locali alla luce di verità trascendenti”. In un mondo sempre più caratterizzato da processi di differenziazione funzionale l’università è l’unico ente che, invece, è praticamente uguale ovunque e funziona in tutti i Paesi in modo simile, di fatto rappresentando una specie di istanza di riferimento universale in mancanza di altri organi di regolazione sovranazionale. Ad esempio, è preposta all’accreditamento sociale dei saperi esperti, alla certificazione delle competenze, alla validazione credenzialistica dei titoli e delle professioni. Insomma, l’università, con la sua “sacred canopy”, assicura che tutte le verità locali, in qualche modo, siano commensurabili in un unico orizzonte globale. “Universitizzazione della società” (per cui l’università sarebbe una specie di regolatore di ultima istanza della società) e “socializzazione dell’università” (da cui deriva l’effetto che noi riscontriamo continuamente di un’istanza esterna che invade, se non colonizza, l’università stessa) non sarebbero che due facce della stessa medaglia.

Secondo Meyer e Frank il valore aggiunto dell’università nella società della conoscenza globale sta proprio nel consegnarci un campo di gioco unico, così come delle regole del gioco condivise e universali che vigono  dovunque. Questo non vuol dire che scompaiano le differenze sociali. Anzi, le differenze sono presentate e legittimate in quanto risultato di una competizione che si gioca sulla base di un criterio di misurazione universale che è il merito, e che fa sì che tutti quanti si possano finalmente confrontare disponendo in linea di principio di uguali opportunità all’interno di un unico campo di gioco globale.

Si tratta di una vera e propria sociodicea, per citare Bourdieu. Esattamente come la teodicea cercava la spiegazione del male nel mondo malgrado Dio, allo stesso modo la sociodicea cerca la spiegazione della disuguaglianza nella società e la trova nel merito. Se anziché definirla diseguale, definiamo una società come meritocratica, ecco che le differenze, anche enormi, che possono esistere al suo interno cessano di essere un problema, in quanto esito naturale di una competizione che si gioca ad armi pari in un unico terreno di gioco assicurato dalla sacra volta celeste universitaria e dal suo braccio armato che è la valutazione. Com’è possibile, infatti, che l’Università abbia assunto questo valore di sacra volta che assicurerebbe ovunque uguaglianza di condizioni, standard e opportunità? Con ogni evidenza esso è stato attivamente costruito attraverso una serie di strumenti e infrastrutture che rendono commensurabili e confrontabili tutte le performance nei vari angoli del mondo, e che hanno il preciso scopo di istituire un ordine fondato espressamente sulle classifiche, sulla gerarchia e sulla disuguaglianza.

Se tutto questo è vero, allora l’ANVUR si può a buon diritto ridenominare Agenzia Nazionale Valutazione Uffici Religiosi. In fondo svolge una funzione religiosa. Del resto, non è un caso che nel suo celebre volume del 1997 Michael Power parlasse di “rituali di verifica”. Dobbiamo a Roland Barthes il concetto di miti d’oggi. Ecco, la valutazione è uno dei più potenti miti d’oggi. Per Roland Barthes un mito è un’opzione culturale che viene presentata come naturale, un potere che si spaccia per sapere. Ogni scelta culturale di per sé è sempre contingente, è sempre relativa, e quindi discutibile e in ultima analisi arbitraria. Naturalizzarla significa eliminare proprio questo carattere di contingenza fino a farne una verità di fatto. Il mito serve esattamente a questo: a solidificare e cristallizzare un’opzione di senso con il risultato di appannare il suo carattere contingente e di farla apparire come se fosse una cosa ovvia. Va detto che resta ancora una differenza tra valutazione e religione: nella Chiesa, che io sappia, non si sono mai visti criteri di valutazione delle performance delle singole funzioni sacre, indicatori sui fedeli che frequentano una messa, oppure giudizi sulla qualità delle omelie. Forse perché a chi crede non c’è bisogno di offrire ulteriori miti razionalizzati per rafforzarne la fede.

In un’intervista degli anni Settanta Gilles Deleuze, parlando fra l’altro di religione, sosteneva che tutto nella teologia si presenta come razionale a patto di dare per assunti il peccato, l’Immacolata Concezione, l’incarnazione, e certo tutto poi ne viene di conseguenza. “La ragione – diceva – è sempre una zona ritagliata nell’irrazionale”. E d’altra parte, parafrasando Deleuze, anche nel sistema ANVUR tutto si presenta come razionale a patto, però, di dare per assunte cose come i ranking internazionale delle riviste, le classificazioni delle riviste, le soglie nelle abilitazioni. Per non parlare poi dell’indicatore standardizzato di performance dipartimentale. È chiaro che poi tutto ne viene di conseguenza. Sono tutti fondamenti infondati. Come ha scritto Wittgenstein, “se il vero è ciò che è fondato, allora il fondamento non è né vero né falso”. Non si tratta di denunciare la falsità di questi dogmi per il semplice fatto che non siamo di fronte a un giudizio in termini di vero/falso, ma alla fondazione di un nuovo regime di senso, e al tentativo di istituire un nuovo linguaggio, una nuova verità. Che è poi esattamente quello che fa una religione.

Va da sé che l’istituzione della neolingua valutativa implica un intervento sistematico di risemantizzazione del mondo che cambia il senso delle parole. A partire dal senso stesso della parola “valutazione”. Valutare per una comunità scientifica è un po’ come respirare per un sistema vitale. Così come non si può vivere senza respirare, allo stesso modo non si può fare ricerca né produrre conoscenza senza valutare ed essere valutati, se per valutazione si intende l’esercizio di riflessività liberamente praticato da parte della stessa comunità scientifica che ne è artefice. Si tratta di una riflessività che è intrinseca, ad esempio, nel pubblicare i propri lavori, nel presentare le proprie ipotesi ai convegni, insomma in ogni pratica di chi fa ricerca. Ma se valutare è un po’ come respirare, allora le agenzie di valutazione centralizzate di nomina governativa sono dei polmoni artificiali che respirano al posto dei ricercatori, privando le comunità scientifiche della loro autonomia. Dettano regole e parametri che possono essere più o meno condivisi, ma comunque sono amministrati e non costituiscono il frutto di una riflessività autogestita dalle comunità scientifiche. Faccio osservare che se un’agenzia di valutazione ha come obiettivo programmatico quello di diffondere la cultura della valutazione, allora siamo di fronte a un clamoroso insuccesso. Una valutazione che espropria le comunità scientifiche della facoltà di valutarsi disabilita ogni cultura della valutazione perché ci prepara ad essere obbedienti e passivi rispetto a criteri che vengono decisi dall’alto e dall’esterno della comunità scientifica. Per dare la misura di quanto il polmone artificiale della valutazione, come viene intesa oggi, si discosti da quello che era il senso originario in cui veniva intesa la valutazione, ho voluto chiamare in causa uno dei grandi studiosi della valutazione, Aldo Visalberghi: la valutazione – scriveva in un testo del 1955 – non deve servire a “istituire una sorta di classismo o castalismo aggiornato”. Del resto, si tratta di una “disciplina talmente complessa e consapevole della selva di interrogativi in cui si muove, che difficilmente verrebbe in mente a qualcuno che ne sia minimamente informato, di farne un uso così sciocco come quello di dividere per suo mezzo le persone in intelligenti e stupide e di determinare così la loro destinazione sociale”. Beata ingenuità! Visalberghi non avrebbe mai immaginato che quell’“uso sciocco” di dividere le persone in intelligenti e stupide sarebbe diventato oggi il solo uso che si fa oggi istituzionalmente della valutazione.

Tutte le religioni si reggono su dogmi, e la religione della valutazione non fa eccezione. In primo luogo, si fonda sul dogma bibliometrico. Oscar Wilde è stato a suo modo un profeta di questa religione quando affermava: “Non leggo mai i libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato”. L’altro dogma fondamentale è quello meritocratico, per il quale – come ha detto la Presidente del Consiglio delle Studentesse e degli Studenti dell’Università di Padova Emma Ruzzon – formarsi è diventato ormai secondario rispetto al performare, e una vita bella e dignitosa non ci spetta più di diritto ma è qualcosa che ci dobbiamo meritare.

Un’altra operazione di clamorosa manomissione delle parole riguarda proprio il concetto di merito e di meritocrazia. È nota l’accezione distopica e nient’affatto positiva della parola “meritocrazia” in Michael Young, colui che l’ha resa celebre nel suo famoso romanzo del 1958. Ma vorrei richiamare l’attenzione, in particolare, sul concetto di “beni di merito” coniato nel 1957 dall’economista Richard Musgrave. Beni di merito sono quei beni la cui fruizione genera un utile individuale ma insieme anche un utile collettivo. Questo significa che dentro l’idea di bene di merito c’è esattamente il contrario della retorica e della narrazione contemporanea sul merito come competizione e come affermazione del sé nell’ambito di un gioco a somma zero. Ad esempio, un bene di merito classico sono le vaccinazioni: chi si vaccina si procura  un’utilità individuale, ma nello stesso tempo beneficia anche la società, ammesso poi che tutte le vaccinazioni funzionino davvero in questo modo. Il principio è che proteggendo se stessi si proteggono anche gli altri. Anche la formazione è un bene di merito, nella misura in cui uno che si laurea, per esempio, ottiene un titolo e dunque un vantaggio personale, ma in qualche modo contribuisce a edificare una società più informata e più consapevole, e quindi verosimilmente anche una deliberazione pubblica maggiormente informata, o un minore tasso di devianza e così via. Mi sembrava interessante richiamare questa accezione di merito e farla giocare contro l’accezione elitaria oggi dominante. Del resto, a sgombrare il campo da ogni equivoco sul senso della meritocrazia oggi ci ha pensato Roger Abravanel, che ha intitolato il suo ultimo libro Aristocrazia 2.0. Titolo che mi pare abbastanza eloquente sul cambiamento di senso del merito, che ormai si è spogliato di ogni residuo riferimento all’uguaglianza per rilanciare decisamente la sua vocazione inegualitaria.

La mia sensazione è che la religione della valutazione stia trascinando l’università all’inferno. C’è una vasta saggistica che sottolinea quanto patologico e infernale sia diventato l’ambiente universitario negli ultimi anni. Basta scorrere alcuni titoli: dall’ormai classico University in Ruins (1996) di Bill Readings a La recherche malade de managerialisme (2012) di Vincent de Gaulejac, e ancora i più recenti The Toxic University (2017) di John Smyth, Dark Academy. How Universities Die (2021). Un altro riferimento teologico interessante per comprendere gli effetti della valutazione mi sembra il celebre frammento di Walter Benjamin “Il capitalismo come religione”. Per Benjamin il capitalismo non costituisce come in Max Weber una religione secolarizzata ma un fenomeno religioso in se stesso. La peculiarità della religione capitalista è che si tratta dell’unica forma di religione che non redime, ma produce colpa. Ebbene, questo è esattamente lo stesso meccanismo della valutazione. Apparentemente la valutazione è fatta per certificare un merito e darne il relativo riconoscimento. Sennonché, una volta valutati, lo status acquisito viene messo nuovamente in discussione, e si è costantemente tenuti al miglioramento continuo. Non basta a un ricercatore essere consacrato come uno studioso serio ed apprezzato, perché le sue pubblicazioni scadono dopo qualche anno e non contano più ai fini della sua valutazione. Nella valutazione come nel capitalismo, si è sempre in debito, qualunque traguardo scivola via per dare luogo a un nuovo obiettivo, e non dà mai luogo a uno ktema es aiei, a qualcosa di duraturo che costruisce un’identità salda e sicura di sé. Si ricomincia sempre daccapo, sembra un po’ come in quel film sul giorno della marmotta. In questo senso il ricercatore è un po’ come il criceto che si muove continuamente sulla ruota ma resta sempre allo stesso posto. Non giunge a dimostrare la sua qualità. Per quanto eccellenti siano i suoi risultati, è sempre obbligato a dimostrare ancora qualcosa, a doversi liberare dalla colpa e dal debito, come suggerisce la parola tedesca Schuld. Questa forma di religione, che non redime mai ma produce sempre colpa, si presenta sotto forma di “motore dell’ansia”, per citare il titolo di un celebre libro di Espeland e Sauder dedicato ai ranking universitari. Un motore dell’ansia non solo per i perdenti della competizione, ma anche per i vincenti, sempre allarmati dalla possibilità di essere superati. È come se tutti, perdenti e vincenti, fossero messi in uno stato d’accusa preventivo e permanente. Ricordo che la parola greca kategoréuo vuol dire in primo luogo “accusare”. Categorizzare, fare il ranking, classificare è una messa in stato di accusa.

Come sostiene Michael Sandel, l’enfasi sul merito tende a far dimenticare quanto tutti in qualsiasi ambito dobbiamo qualcosa a qualcun altro o semplicemente alle circostanze. Nessuno è un’isola. Cicerone ha scritto che la fortuna non solo è cieca ma rende ciechi coloro a cui ha arriso. Se questo dà un’idea delle implicazioni della valutazione sulla soggettività dei vincenti nella competizione, non meno preoccupanti appaiono le condizioni dei perdenti, vittime di quella che lo stesso Sandel definisce “politica dell’umiliazione”: se una volta il perdente nella competizione poteva sentirsi vittima di sfortuna, nell’epoca della meritocrazia realizzata non ha neanche più questa attenuante; non è vittima di un complesso d’inferiorità, è proprio inferiore, come finalmente certifica in modo ufficiale la valutazione. Un’altra conseguenza “infernale” sulla soggettività è quella che i Tedeschi chiamano Schadenfreude, ovvero il piacere della disgrazia altrui. La valutazione innesca spirali di rivalità mimetica che erodono la cooperazione collettiva e funzionano come mezzi di distrazione di massa. “Non è l’azionista o il capo che ci sfrutta, ma l’altro che ci è così vicino, un collega, un vicino di ufficio o di dipartimento” – ha osservato la psicanalista Bénédicte Vidaillet. Ma v’è un altro aspetto indesiderabile connesso alla meritocrazia, a cui non si presta mai abbastanza attenzione: in tedesco il verbo “meritare” (verdienen) è un intensivo di “servire” (dienen). Meritare è un servire molto, e la meritocrazia serve a impostare una strategia di comando. In questo senso, la valutazione non serve tanto a misurare il valore di una performance, quanto piuttosto ad affermare e imporre certi valori, rispetto ai quali chi li interpreta meglio, cioè chi li serve meglio, risulta il più meritevole. È evidente che tutto questo ha delle forti e profonde implicazioni in termini di ingiustizia sociale cognitiva globale. Si pensi alle riflessioni di Boaventura de Sousa Santos sulle epistemologie del sud e sulla “linea abissale” che le esclude sistematicamente dalla scienza occidentale dominante. Si tratta di una esclusione prodotta evidentemente anche attraverso i dispositivi di valutazione che premiano l’oligopolio dell’editoria scientifica. Un recente articolo ha messo in evidenza che delle 25,671 riviste indicizzate dalla piattaforma open-source Open Journal Systems (OJS), solo il 5,7% sono indicizzate anche da Scopus, che è il repertorio utilizzato dall’ANVUR per l’Abilitazione Scientifica Nazionale. Ciò significa che esiste un universo di saperi, prodotti in tutto il mondo e in decine di lingue diverse dall’inglese, che sfugge completamente al monitor della valutazione di Stato.

In un libro di Mats Alvesson, significativamente intitolato Ritorno al senso, c’è una frase che sintetizza efficacemente la fiera della vanità dovuta al trionfo del vuoto che si è andato affermando nell’università contemporanea: “mai prima nella storia dell’umanità così tante persone hanno scritto così tanto pur avendo così poco da dire a così poche persone”. È l’esperienza che facciamo quotidianamente a causa del doping valutativo delle prestazione bibliometriche. Lo stesso Alvesson illustra la “stupidità funzionale”, un tratto sempre più diffuso tra gli accademici, che ci trasforma in altrettanti professionisti dell’impression management.

Prima di concludere il mio discorso, mi corre l’obbligo di accennare ai contributi di Edward Decy e Pietro Pomponazzi. Il primo è l’ispiratore della Self-Determination Theory. Il secondo è il filosofo che ha affermato che premio della virtù è la virtù stessa. Entrambi sottolineano che gli uomini – udite, udite – fanno le loro attività anche per motivazioni intrinseche, cioè perché ne traggono piacere o perché ritengono che sia giusto farle, e non solo perché sottoposte al regime del bastone e della carota. Trattare le persone come se fossero mosse esclusivamente da motivazioni estrinseche vuol dire spesso corrompere le loro prestazioni e motivazioni. Soprattutto vuol dire introdurre una forma di servitù condizionata dalla speranza di avere un premio e dal timore di essere castigati. Le motivazioni estrinseche possono funzionare per compiti elementari, ma sono spesso controproducenti quando si ha a che fare con funzioni complesse come quelle legate alla produzione di conoscenza. Studere significa etimologicamente desiderare, e non c’è modo migliore per spegnere il desiderio disinteressato di conoscenza che condizionarlo mediante incentivi estrinseci. La ricerca ha bisogno di studium, cioè di motivazioni intrinseche. La valutazione corrompe il senso stesso del ricercare: lo trasforma da un “chiedere per sapere” (quaerere) a un “chiedere per ottenere” (petere).

Che cosa si può fare per salvare l’università e scongiurare la sua fatale discesa all’inferno provocata dai dispositivi di valutazione? Ricordavo prima il nostro appello “Sapere per il futuro. Disintossichiamoci”. Era un po’ come il grido del bambino “il re è nudo” nella favola I vestiti nuovi dell’imperatore. Non dobbiamo aver paura di apparire immeritevoli se ci scagliamo contro la meritocrazia. Come studiosi dobbiamo deautomatizzare valori e narrazioni che sembrano scontati, ma che invece sono il frutto di precise opzioni politiche e ideologiche. Occorre, ad esempio, disintossicarsi dalla cultura del ranking, in particolare dalle metafore sportive. Non si può confrontare un’università con un’altra come si fa con le squadre di calcio. Ce lo ricorda Raewyn Connell in un libro, The Good University, che ha il solo torto di recare un titolo che ci rievoca esperienze spiacevoli in Italia: “Tutti i sistemi di classificazione partono dal presupposto che si stiano confrontando i risultati di un’università con quelli di un’altra, che tutte le università stiano facendo lo stesso tipo di lavoro nello stesso tipo di ambiente. Questo può essere vero per una squadra di calcio, ma non per l’istruzione. Tuttavia, le classifiche hanno un potente effetto ideologico. Costruiscono la fantasia di un mondo omogeneo e corporativo in cui ogni università è un’azienda separata, in competizione con tutte le altre. Nelle classifiche non conta nulla rispondere a esigenze locali particolari”.

Sono convinto che per l’università, più che di una teologia, abbiamo bisogno di un’ecologia. Un dispositivo  ecologico è per antonomasia il termostato, che quando fuori c’è caldo immette aria fredda e quando fuori fa freddo rilascia aria calda. In un certo senso, l’università dovrebbe essere il termostato della società, dovrebbe servire ad ampliare le possibilità. Se invece la sincronizziamo e sintonizziamo troppo sulla società per come essa è, ne facciamo un dispositivo teologico che rende sacra la realtà, impedendo di osservarla  dall’esterno. È questo per me è il massimo dell’empietà. Come ha scritto Paul Feyerabend, “l’uniformità può essere adatta per una chiesa […] e per i seguaci deboli e pronti di qualche tiranno. Per una conoscenza obiettiva è necessaria la varietà di opinione. E un metodo [di gestione della ricerca] che incoraggi la varietà è anche l’unico metodo che sia compatibile con una visione umanitaria”.

In definitiva, per tutte le ragioni di cui ho parlato, mi pare di poter concludere la mia relazione parafrasando una vecchia pubblicità sociale contro il fumo: chi pratica la meritocrazia avvelena anche te, digli di smettere.

 

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