« … se facciamo il concorso di ammissione a fare il docente esperto, lo diventano tutti quelli dei licei e negli istituti tecnici chi ci va? Cioè, se io ho la prerogativa aziendale di essere il datore di lavoro, voglio anche giocarmela. Allora perché non far carriera andando a insegnare nelle scuole difficili? Il livello di inquadramento? Chiamiamolo il docente per gli sfigati, no? Lo introduciamo e a quel punto, lo pago esattamente uguale a un altro che è esperto.» Trento, 27 maggio 2023, Festival dell’Economia. Nel corso dell’evento “La scuola italiana oggi e domani”, l’economista Daniele Checchi, risponde a Eugenio Bruno (Sole 24 Ore) che gli ha chiesto come reclutare i migliori insegnanti e convincerli a restare in cattedra, auspicando un approccio aziendale, senza però nascondersi il problema delle “scuole difficili”. Secondo Checchi, che definisce “sfigati” gli studenti degli Istituti Tecnici, il rimedio è dare un inquadramento, accanto al “docente esperto”, anche alla figura del “docente per gli sfigati”, incentivandolo economicamente. Di seguito, la registrazione video del passaggio in cui Checchi introduce questa interessante figura e la trascrizione integrale del suo intervento. Le ricette? Visione aziendale, più carriera e meno clima cooperativo tra gli insegnanti, aumento degli stipendi attraverso la riduzione del numero del loro numero, lodi al premio al merito della Buona Scuola di Renzi,  “azzerato dalla ministra dell’Istruzione ex sindacalista” (che orrore). “Ci ha provato la Aprea, ci ha provato Berlinguer ci ha provato Bianchi“, ma grazie a Renzi abbiamo capito che “sono maturi i tempi per un riconoscimento della differenziazione“.


Eugenio Bruno (Sole 24 Ore): Daniele Checchi, in genere, quando sul Sole andiamo a parlare di valutazione di merito, di carriera -anche per non prenderci gli insulti, perché quando i punti di vista sono diversi non arrivano gli applausi, ma a volte arrivano gli insulti- chiediamo a te se ci aiuti con un’analisi, un commento. Facciamo un passo indietro: stiamo parlando di carriera. Il punto nodale forse è reclutarli bene gli insegnanti nel sistema attuale. Che margine abbiamo per reclutare i migliori e poi magari per convincerli a restare in cattedra? Aiutaci tu da questo punto di vista, per i fischi che arriveranno.

Daniele Checchi: Con i dieci minuti che mi dai, io posso solo dire delle “frasi flash”. Primo punto: la scuola è un’azienda o  una cooperativa? Rispondere a questa domanda vuol dire adottare dei criteri di un tipo piuttosto che di un altro tipo. Comunque sia, che sia una cooperativa o che sia un’azienda, un problema di struttura organizzativa esiste, esiste anche negli organismi più semplici. Io ho letto, diciamo, con attenzione, il disegno di legge e mi permetto di fare i complimenti all’amministrazione, perché è la prima volta che in Italia si è quasi arrivati vicini a riconoscere un dato di fatto.

Il dato di fatto è che, se tu vuoi attrarre degli insegnanti dai migliori laureati, non puoi che offrirgli una prospettiva di carriera, perché se no la stragrande maggioranza dei migliori vanno a fare un altro mestiere. E d’accordo che i laureati in lettere hanno minori prospettive dei laureati in ingegneria o in economia, ma il fatto che tu possa immaginare che oggi entri, ti fai la tua gavetta, impari il mestiere, eccetera, eccetera, e un domani hai la possibilità … Poi, possiamo discutere i numeri, il 40 per cento è troppo poco, le modalità non va bene il concorso, facciamolo per elezione, facciamolo per sorteggio, non mi interessa. Il punto vero è che uno deve avere una prospettiva. Facciamo l’esempio con l’università: immaginate che l’Università fosse piatta. Cioè, tu entri ricercatore e resti ricercatore tutta la vita. Tutti i nostri migliori docenti se ne vanno via tutti, e non è un problema -è stato detto prima- non è un problema retributivo, è un problema di riconoscimento simbolico.

Io, alla fine, se mi impegno più degli altri, voglio essere riconosciuto di essere meglio di un altro, e questo impegno oggi non viene riconosciuto nella scuola. La legge, però, ha subito un neo. Perché ha l’Articolo 1, che dice “vogliamo valorizzare la professionalità” alla lettera A. Alla lettera B dice “vogliamo rafforzare il clima cooperativo”. Ecco, le due cose non stanno bene insieme, perché, nel momento in cui tu dici che ci sono tre fasce, c’è l’insegnante, poi c’è l’insegnante esperto, poi c’è quello ricercatore, poi c’è l’aiuto del preside … Ecco, possiamo discutere di quanti livelli gerarchici  – il ministro se l’è cavata, è andato via- ma voglio dire: lui ha introdotto questa cosa del docente valutatore, 70.000 persone dall’oggi al domani. Però, diciamo, se uso dei principi un po’ aziendalistici, mi renderei subito conto, e qui mi permetto di suggerirlo all’assessore: se facciamo il concorso di ammissione a fare il docente esperto, lo diventano tutti quelli dei licei e negli istituti tecnici chi ci va? Cioè, se io ho la prerogativa aziendale di essere il datore di lavoro, voglio anche giocarmela. Allora perché non far carriera andando a insegnare nelle scuole difficili? Il livello di inquadramento? Chiamiamolo il docente per gli sfigati, no? Lo introduciamo e a quel punto, lo pago esattamente uguale a un altro che è esperto. Secondo me bisogna lavorare e, in questo senso, si può mantenere un po’ di clima cooperativo nel disegnare … Il problema è che i sindacati vogliono quella posizione generalizzata a tutti. Voglio dire, qui avete avuto il premio al merito, ma Renzi l’aveva introdotto nella ‘Buona Scuola’. In due anni, azzerato, azzerato dalla ministra dell’Istruzione ex sindacalista, riassorbito in contrattazione. E quello lì è stato un esperimento interessante, perché per la prima volta è venuto fuori che  non è successa la rivoluzione e nella media delle scuole italiane, un terzo degli insegnanti è stato premiato. Potete dirmi: benissimo, 200 euro non fanno male a nessuno. Qui nel Trentino, addirittura, il dirigente scolastico, unilateralmente, ha deciso quelli che erano premiati -media uguale al 30%. Il che vuol dire quindi che nella scuola, a mio parere -però posso sbagliare, Maria adesso mi bastona- sono maturi i tempi per un riconoscimento della differenziazione. Allora, usiamo questa leva e diciamo, nel momento in cui è possibile, Berlinguer non ci riuscì, utilizziamo questa leva. In quale direzione? E allora, da questo punto di vista, ripeto, io non metterei solo la valorizzazione del docente, perché mi sembra che, al di là di un problema di attrazione, c’è un problema di gestione nell’arco della vita. E, sui manuali di gestione delle risorse umane, si dice che ci sono tre funzioni che l’ufficio delle risorse umane deve fare: attrarre, trattenere e motivare.

Allora, attrarre lo risolviamo, diciamo. A parte che nel Trentino non avete un problema di attrazione, perché già li pagate di più, quindi nei fatti potreste attrarre tutti quelli che volete. Pagare meglio gli insegnanti. E peraltro, se gli dai una prospettiva di crescita di carriera, sei più attrattivo. Trattenerli: non dimentichiamoci che gli insegnanti hanno un mercato laterale, quello delle ripetizioni. Quindi, il problema, di nuovo, non è solo il problema di pagare, ma, fondamentalmente, offrire una professione che sia una professione a tutto tondo. Mentre, invece, qui, ovviamente -nella scuola Trentina non so tanto- ma diciamo, nel resto del paese, gli insegnanti, in molti casi, è una seconda professione.

Quindi, nel momento in cui tu vuoi che, in particolare, i più efficaci spendano il loro tempo lì dentro, questo devi fare. Ma poi hai il problema che, nell’arco di una vita, le persone si demotivano. In università è una cosa interessantissima. Nel momento in cui le persone fanno l’ultimo passaggio di carriera, che diventano da associati ordinari, la loro produttività scientifica diminuisce, perché non hanno più … Cioè, tranne quelli che hanno la motivazione intrinseca, per usare il termine tecnico, quindi, diciamo, sono endogeneamente motivati dalla competizione, dalla fama, dal narcisismo. Ma gli altri, a un certo punto, avendo davanti 20 anni in cui non hanno nient’altro a cui ambire, si fermano.

Allora, dentro la scuola, anche questo è uno strumento. Ho apprezzato molto nel disegno di legge che dite, che una carica decade dopo tre anni e te la devi, tra virgolette, riguadagnare.

Quindi, il middle management -ci ha provato la Aprea, è una questione trasversale tra destra e sinistra, perché ci ha provato la Aprea, ci ha provato Berlinguer ci ha provato Bianchi- secondo me questa è un’operazione di cui vorrei vedere una volta l’attuazione, vederla a regime per un certo periodo. C’è un secondo problema, che non è stato menzionato -il ministro sempre se n’è andato- è un problema del fatto che la distribuzione degli insegnanti per fascia di età non è uniforme. Se adesso voi introducete il 40%, e questi stanno lì per i prossimi vent’anni, non c’è più prospettiva di carriera per tutti quelli che entrano per i 20 anni successivi. E questo è un problema grosso.

Il fatto è che tra adesso e i prossimi 10 anni, metà degli insegnanti italiani vanno in pensione. È una risorsa incredibile come opportunità perché tu te la puoi giocare. Non assumo più insegnanti e pago il doppio quelli che restano? Oppure, li tengo esattamente lo stesso numero e continuo a pagarli come li sto pagando adesso? Queste opzioni, che sono opzioni politiche, non vengono discusse, quantomeno non vengono discusse in consessi di questo tipo.

Eugenio Bruno:  Finale aperto. Quindi, la risposta poi la daremo in un’altra sede. Veniamo qui l’anno prossimo, se ci invitano, e vediamo com’è andata a finire.

 

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2 Commenti

  1. La Scuola è “un’azienda o una cooperativa”?
    Interessante. Credevo che la scuola fosse un Servizio Pubblico.

    Mi vengono in mente altre domande: “La Polizia di Stato è un’azienda o una cooperativa”? O ancora: “La Marina Militare Italiana è un’azienda o una cooperativa?”. Ed il CNR? Azienda o cooperativa? E l’Università?

  2. ….la stragrande maggioranza dei migliori vanno a fare un altro mestiere : a trovarlo!
    E chi sarebbero i migliori ? Soprattutto da quali Università italiane escono ?
    Per me la priorità è “costruire” un profilo docente all’altezza della situazione e poi pensare al resto.
    Buon lavoro.

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