Nelle procedure dell’Asn e delle valutazioni comparative i commissari firmano molti giudizi individuali, assumendosene pienamente la responsabilità, e portandone le conseguenze sul terreno, articolato e complesso, delle relazioni scientifiche e accademiche. I valutatori nei processi di assegnazione dei finanziamenti e della Vqr sono invece anonimi (in realtà, penso, ben noti, ma in modo totalmente opaco, attraverso canali riservati e non propriamente limpidi). A me sembra innegabile che all’ombra dell’anonimato si siano radicate pratiche oblique e distorte, ed agiscano reti informali asimmetriche, ben gerarchizzate e miranti ad obiettivi che non sono quelli di garantire, nei limiti di ciò che è ragionevolmente possibile, un equilibrato sostegno a ricerche diversamente orientate, e di buona qualità.
Una versione breve di questo post è stata pubblicata su Ricerche di storia politica 1/2024.
Bisogna muovere dal fondo, da una questione di base che per certa reticenza, forse comprensibile nei più giovani – ma è invece un lusso che i vecchi dovrebbero potersi permettere – si tende a non affrontare. Nell’universo della valutazione nostrana, che comprende sia progetti e strutture (Prin e simili, Vqr), sia il profilo e il destino di singoli studiosi (Asn, valutazioni comparative su sede) si è determinata una divaricazione a mio avviso sempre più inaccettabile; divaricazione che incide pesantemente su modalità, indirizzi, possibilità stesse della ricerca, che distorce la dinamica della comunicazione e delle relazioni scientifiche, e che giunge a minare le basi stesse della libertà accademica. La diversificazione è legata all’identificazione dei valutatori. Le procedure dell’Asn e delle valutazioni comparative sono, almeno da questo punto di vista, del tutto trasparenti: i commissari firmano molti giudizi individuali (nel caso dell’Asn, per settori disciplinari particolarmente affollati, centinaia di giudizi), assumendosene pienamente la responsabilità, e portandone le conseguenze sul terreno, articolato e complesso, delle relazioni scientifiche e accademiche. I valutatori nei processi di assegnazione dei finanziamenti e della Vqr – inutile sottolinearne il grande impatto materiale, sulla concessione delle quote premiali dei finanziamenti ministeriali, o per i dipartimenti di eccellenza – sono invece anonimi (in realtà, penso, ben noti, ma in modo totalmente opaco, attraverso canali riservati e non propriamente limpidi). Si dirà che in questo caso si tratta di una cautela volta a consentire una piena libertà di giudizio. Tuttavia, a parte l’ovvia obiezione che simile libertà andrebbe allora garantita anche a chi valuta, e incide sulla vita di altri studiosi – commissioni di concorso anonime: qualcuno riesce a immaginarle? E dunque… -, a me sembra innegabile che all’ombra dell’anonimato si siano radicate pratiche oblique e distorte, ed agiscano reti informali asimmetriche, ben gerarchizzate e miranti ad obiettivi che non sono quelli di garantire, nei limiti di ciò che è ragionevolmente possibile, un equilibrato sostegno a ricerche diversamente orientate, e di buona qualità. Incontrollata discrezionalità, insomma, partigianeria e logiche di appartenenza: si tratta di un circolo vizioso da interrompere. Su certe incrostazioni occorre almeno tentare di agire rapidamente, nel solo modo che a me sembra possibile: piena e immediata trasparenza, firma di ogni singola valutazione, anche per il finanziamento di progetti di ricerca e per le pubblicazioni presentate per la Vqr, rifiutando compromessi di basso profilo, come la notorietà ritardata – vi faremo conoscere i nomi dei giudici fra 5 o 10 anni… -. Sono ben consapevole delle controindicazioni, delle critiche che potrebbero essere rivolte a questa soluzione; ma almeno in via provvisoria questa mi sembra la sola scelta efficace in tempi brevi. Di fronte a certe pozze di acqua stagnante la luce del sole è il miglior disinfettante. Una sola forma di anonimato avrebbe ragione di sussistere, quella dell’autore di un saggio sottoposto alla revisione fra pari. Non si tratta di un passaggio irrilevante, considerato il peso assunto dalla pubblicazione in riviste di cosiddetta fascia A – peso abnorme e patologico, aggiungo: la fisiologia e l’igiene mentale e sociale della ricerca sarebbero garantite molto meglio da una drastica limitazione del numero di pubblicazioni presentabili all’Asn e alle valutazioni comparative. Ma è comunque una cautela minima, data la frequente riconoscibilità dell’autore di un saggio reso anonimo da parte di lettori competenti in quell’ambito di ricerca, e che continuino a leggere. Mentre, forse, i nomi dei revisori del pezzo potrebbero essere noti all’autore.
Sui processi di valutazione si è ormai accumulata una letteratura critica di mole considerevole, spesso critica, a volte ripetitiva, discorsi sui discorsi, verrebbe da dire, che però meriterebbe una messa a punto[1]; a proposito delle questioni qui suggerite, mi limiterei a segnalare, per semplici enunciati, alcuni punti. È vero che il tema del finanziamento della ricerca non è nuovo: rientra in effetti in un tratto strutturale e di lungo periodo della storia universitaria italiana, che è quello della contesa fra soggetti – prevalentemente pubblici – attorno a risorse – prevalentemente pubbliche – molto limitate, con l’aggiunta relativamente recente di un modesto apporto privato, almeno per i nostri settori, e della nuova fonte dei finanziamenti internazionali, in specie europei[2]. Novità sostanziale è però l’innesto di procedure di valutazione molto formalizzate, tendenzialmente cogenti anche sul piano dell’impostazione, dello svolgimento e della presentazione della ricerca, e che non mirano a produrre un inventario critico, un documentato stato dell’arte magari utile a un orientamento soft di scelte e priorità. L’obiettivo, mi pare, è quello di giungere a un indirizzo hard della ricerca, che esaspera la verticalità del riconoscimento qualitativo: della cosiddetta eccellenza, a volte persino fissata, per la Vqr, in non negoziabili fasce percentuali. Quello di ‘eccellenza’, applicato agli studi e alla ricerca, è un termine che ogni persona ben educata dovrebbe ormai evitare con scrupolo: estendiamo il campo di applicazione, in origine troppo circoscritto, del decreto luogotenenziale 28. 6. 1945, n. 406, Abolizione dell’appellativo di eccellenza. Il suddetto riconoscimento avviene di fatto sulla base di criteri di conformità formale, di griglie originariamente elaborate in altri contesti e con altri scopi, ed applicate senza scrupoli di comprensione e differenziazione all’intero ambito della produzione scientifica, con effetti di almeno tendenziale normalizzazione dall’alto. Al di là di qualche raffinamento promesso in vari documenti europei sul research assessment system, lo strumento bibliometrico, del quale i fautori hanno persino cercato di sostenere la presunta natura democratica (la maggioranza vince…), non appare messo davvero in discussione, con tutte le implicazioni legate alle sue matrici privatistiche, e soprattutto alla composizione, discutibile, e in qualche caso ai limiti del grottesco, dei vari corpora testuali di riferimento. Non so quanti, di fronte alla gran macchina valutativa, sarebbero disposti a riconoscersi in quel che scriveva Luigi Einaudi nel 1910: «l’unica guarentigia del progresso scientifico sta nella assoluta libertà, anche nella libertà, nel campo del pensiero, della ribellione a tutti i principi universalmente accolti ed a tutte le istituzioni esistenti»[3]. La redazione e l’applicazione dei codici della ricerca è stata in buona parte sottratta agli attori della ricerca, ma non completamente. In realtà, e torniamo alle nostrane acque stagnanti, la messa in atto di simili processi sarebbe impossibile senza l’attiva partecipazione degli studiosi: per convinzione, per conformismo, per prossimità personali o politiche, per la ricerca di qualche più o meno redditizia rendita di posizione all’interno di gerarchie opache e informali stabilitesi fra formalmente eguali, e così via. Forse però, per tornare alla proposta iniziale, la piena e visibile assunzione di responsabilità quando scriviamo una scheda per la Vqr o quando valutiamo un progetto Prin potrebbe indurre a comportamenti, diciamo così, virtuosi, e in ogni caso si dovrebbero esplicitare presupposti e criteri del giudizio.
Le prediche inutili, e qualche proposta di rattoppo, non intaccano certo il primato della big science e dei big data, di una lingua veicolare e delle costellazioni editoriali e scientifiche di sistema; che questo poi si traduca sempre in assoluta qualità scientifica è altro discorso. La competizione scientifica internazionale si gioca comunque su questo piano e con queste regole, per chi voglia affrontarla; qualche correttivo, qualche principio di cautela si può però adottare almeno per il modesto sottoinsieme nazionale, capace di produrre decoroso sapere storico, e di alimentare una comunità accademica di livello non disprezzabile. Riprendiamo dunque a muoverci su un piano molto empirico, accennando a un paradosso: quello della scienza open access. Chiunque si sia trovato a gestire non solo grandi finanziamenti internazionali, ma anche un Prin, sa bene che questo è un vincolo per i ‘prodotti’ della ricerca; e in ogni caso pubblicare in open access può essere molto importante per agevolare la circolazione di uno studio, consolidare – o magari, perché no, rovinare – la reputazione di un autore. E, per farla breve, per garantirsi l’open access molto spesso si paga, compensando preventivamente, grazie ai fondi di ricerca, il mancato guadagno dell’editore. Inutile dire quanto questo rafforzi il ruolo del finanziatore, e quindi esiga la maggior trasparenza possibile nella formazione delle decisioni. Ma si delinea anche l’emergere di un nuovo ordine: il punto di partenza non è più, o non è più solo, la realizzazione di una buona ricerca che viene poi valutata e accolta nei circuiti della comunicazione scientifica; si tende a partire, spesso, da una pluralità di progetti, si gettano varie esche, poi si mangia il pesce eventualmente pescato. E a me sembra che questa negoziazione asimmetrica, che induce la torsione degli interessi e delle vocazioni in direzione dei flussi più consistenti di risorse – la questione riguarda in misura tutto sommato limitata le discipline storiche: ma che dire degli effetti della massiccia committenza legata ai fondi Pnrr? – sia uno degli aspetti più visibili del disciplinamento normato, della riduzione degli spazi di libertà accademica e di ricerca già in atto da un paio di decenni. Research projects first: la stesura di progetti di ricerca mirati al conseguimento di fondi è divenuta quasi un mestiere che richiede abilità specifiche, e al quale si dedicano uffici universitari e agenzie private. La Fragestellung è segnata in modo crescente non da interessi, interrogativi, matrici culturali e spirituali dello studioso, fosse pure un autorevolissimo P. I., ma dalla sensibilità degli stakeholders e dalle aspettative degli enti finanziatori. Non coltivo inconsistenti miti di purezza: queste sono dinamiche di lungo periodo, e ben note, ma il peso specifico dei vari fattori si è notevolmente alterato. Peggio ancora: il format della modulistica è stato interiorizzato a tal punto che si sta trasferendo nella scrittura scientifica, anche se forse con minor visibilità, al momento, nelle discipline storiche. Dal saggio al teorema; dal non lineare, a volte tortuoso, andamento ermeneutico, principalmente preoccupato della comprensione, all’esposizione scandita, assertiva e dimostrativa. Bisognerebbe fermarsi con calma ad esaminare questa progrediente trasformazione della prosa scientifica, tenendo conto delle sue articolazioni interne. Lo stato dell’arte nei progetti di ricerca, ad esempio, è qualcosa di diverso dal confronto con la tradizione storiografica, e innerva la forma saggistica: rinvii bibliografici referenziali e semplificati, discussioni molto rarefatte, a volte lunghi elenchi di credits e bibliografie ormai semplici da compilare, mentre resta tutta da dimostrare l’effettiva padronanza, e la reale messa in opera degli studi citati. In più, la competizione spinta attorno a risorse scarse determina una certa enfasi sull’originalità del progetto, e poi del suo svolgimento. Ora, riconoscere un debito intellettuale potrebbe persino essere controproducente, e questo non è irrilevante rispetto alle regole basilari del gioco, e alla deontologia professionale. Sicché lo sfilacciamento del rapporto con la tradizione è frutto non solo di più generali tendenze culturali, ma di esigenze e condizionamenti empirici, e di motivazioni utilitaristiche. Croce notava, di fronte alle distorsioni propagandistiche della Grande guerra, che «L’originalità consiste nel ben conoscere e stimare il lavoro altrui, e valersene per procedere oltre e far di meglio e di proprio»[4]. Aveva, ed ha, ragione, ma temo che possa suonare inattuale.
Su un punto, fra quelli proposti, per esperienza personale, sarei invece davvero meno pessimista: la qualità e la consistenza di alcune reti internazionali – connesse solo in parte ai meccanismi di finanziamento, frutto di dinamiche associative più o meno formalizzate, che effettivamente hanno modificato in meglio comunicazione e condivisione all’interno dell’ecumene degli storici.
[1] Ben documentati, in questo senso, i saggi raccolti in AA.VV, Perché la valutazione ha fallito. Per una nuova Università pubblica, Pertugia, Morlacchi, 2023.
[2] Quando di questi temi – finanziamenti della ricerca, istituzioni, insegnamenti – non si discuteva ancora molto in Italia, fu messo insieme un volume che a quasi quarant’anni di distanza si maneggia ancora non senza profitto: F. Anania (a c. di), La storiografia italiana recente. Alcune indagini sulle sue strutture e tendenze, Ancona, Università degli Studi, 1986.
[3] Cfr. L. Einaudi, Per la libertà di scienza e di coscienza, https://www.luigieinaudi.it/doc/per-la-liberta-di-scienza-e-di-coscienza/.
[4] Cfr. B. Croce, Germanofilia. Intervista, in Id., L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra, Bari, Laterza, 1950³, pp. 68-74, p. 69.


si assiste in questi giorni alla realizzazione di pseudo-cordate con suggerimenti dei settori ERC da indicare affinché i lavori, anzi i prodotti, vadano in determinate direzioni…
So che è esperienza comune, ma vorrei far presente che impunemente si articolano giudizi discriminatori ad ogni livello: mentre vengono citati molti della ricca bibliografia, si sanziona il fatto che non ne viene nominato uno solo, si ipotizza che la ricerca sarà di una delle frange della critica, ma non di un’altra (pregiudizio del valutatore e, questo, nonostante indicazioni chiare nel piano di ricerca); si presume che i giudizi delle peer reviews sulle pubblicazioni non siano accurate perché contenute in collettanee. Non va questo verso un pensiero unico che danneggia la ricerca? Potremo accusare di negligenza, superficialità se non vi fosse sotto l’intento di sabotare persone, linee di ricerca.
E’ ormai invalsa l’abitudine a far precedere i più giovani nelle graduatorie, negli incarichi, operando una discriminazione ampia di chi ha più competenze, servizio, in un’emarginazione cattiva e assurda. Insomma, la valutazione appare informata dal “fai che accada”, in modo che sia possibile dominare l’algoritmo.