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Profumo: “Italia unico paese con i fuoricorso”. Ma è vero?

Aiutiamo il ministro a documentarsi meglio

 

 

Questo e’ un Paese incapace di mantenere i tempi, e’ un Paese sempre in ritardo. Il baco e’ la scuola: e’ l’unico Paese al mondo dove esistono i fuoricorso

lo ha detto il ministro dell’istruzione Universita’ e ricerca, Francesco Profumo, sottolineando il fenomeno dell’allungamento dei tempi nel percorso universitario degli studenti.

(AGI) Bologna

Quantunque molti in Italia ritengano che il fenomeno dei fuoricorso sia esclusivamente italiano, basta documentarsi per rendersi conto che le cose stanno in modo diverso. A tale proposito, citiamo un articolo che ha tra i suoi autori Francesco Giavazzi, certamente immune dal sospetto di voler ingigantire i problemi stranieri per minimizzare i mali dell’università italiana:

Throughout the world, a large fraction of students remain in educational programs beyond their normal completion times and this tendency appears to have increased in recent years. At the undergraduate level, according to Bound et al. (2006), time to completion of a degree has increased markedly over the last two decades. Various papers and policy reports confirm these findings.(1)

(1) See, for example, OSEP (1990), Ehrenberg and Mavros (1995), Groen et al. (2006) and Siegfried and Stock (2001), U.S. Department of Education (2003), the State of Illinois Board of Higher Education (1999), UCDavis (2004) and Gao (2002). The situation is similar in Canada where a 2003 report of the Association of Graduate Studies indicates that “ … in many universities times to completion were longer than desired.”

Garibaldi, P., F. Giavazzi, A. Ichino, and E. Rettore (2012), “College Cost and Time to Complete a Degree: Evidence from Tuition Discontinuities”, The Review of Economics and Statistics, Accepted for publication, Posted Online April 5, 2011.

Pertanto, l’affermazione del ministro Profumo sembra quanto meno superficiale. Va ricordato che il ministro Profumo è un professore universitario, ex-rettore del Politecnico di Torino ed ex-presidente del CNR. Evidentemente, la cortina fumogena che da anni avvolge la discussione pubblica è talmente spessa da essere stata respirata ed assimilata persino da chi sta ai vertici.

Nessuno nega che il problema degli abbandoni e dei fuoricorso sia grave e richieda interventi tempestivi ed efficaci. Ma questo non giustifica la diffusione di notizie inesatte e fuorvianti. Affermare che l’Italia “e’ l’unico Paese al mondo dove esistono i fuoricorso” allontana il discorso dal piano della razionalità, fondato sui numeri e sui confronti internazionali, per spostarlo su un livello emotivo, basato sull’eccezionalità. È un copione già visto e che non vorremmo più rivedere.

Bibliografia (da Garibaldi et al. 2011)

Bound, John, Michael Lovenheim and Sarah Turner, “Understanding the Increased Time to the Baccalaureate Degree”, University of Michigan (2006), mimeo.

Canadian Association for Graduate Studies, “The Completion of Graduate Studies in Canadian Universities: Report and Reccomendations”, (2003).

Ehrenberg, Ronald G. and Panagiotis G. Mavros, “Do Doctoral Students’ Financial Support Pat- terns Affect Their Times-To-Degree and Completion Probabilities?”, Journal of Human Resources 30:3 (Summer, 1995), 581–609.

Gao, Hong, “Examining the Length of Time to Completion at a Community College”, Paper presented at the Annual Meeting of the Southern Association for Institutional Research, Baton Rouge, L.A., October 12-15 (2002).

Groen, Jeffrey, George Jakubson, Ronald G. Ehrenberg, Scott Condie and Albert Yung-Hsu Liu, “Program Design and Student Outcomes in Graduate Education”, NBER Working Paper No. 12064 (March, 2006).

Office of Scientific and Engineering Personnel (OSEP) and Policy and Global Affairs at the National Academies, “On Time to the Doctorate: A Study of the Lengthening Time to Completion for Doctorates in Science and Engineering”, (1990).

Siegfried, John J. and Wendy Stock, “So You Want to Earn a Ph.D. in Economics? How Long Do You Think it Will Take?”, The Journal of Human Resources 36:2 (Spring, 2001), 364–378.

State of Illinois – Illinois Board of Higher Education, “Persistence, Completion, and Time to Degree”, (June, 1999), mimeo.

U.C. Davis – Office of Resource Management & Planning, “Undergraduate Time to Degree Completion Rates by College and Division”, Issue Report (March, 2004).

U.S. Department of Education – National Center for Education Statistics, “The Condition of Education 2003”, NCES 2003-067 (June, 2003), Washington, DC

 

 

 

 

 

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7 Comments

  1. Vorrei aggiungere alla bibliografia su questo argomento il rapporto della commissione per l’istruzione postecondaria della California che si trova all’indirizzo http://www.cpec.ca.gov Purtroppo però in Italia i ritardi negli studi sono considerati “normali”. Le “riforme” promosse dai professori si occupano solo di promozioni e (in misura minore) reclutamento dei docenti, mentre i problemi veri sono appunto quelli dei ritardi e degli abbandoni (in parte fisiologici).

  2. per trovare il rapporto citato nel precedente commento nel sito http://www.cpec.ca.gov bisogna cercare il Working paper WP/06-02.

  3. Carmen DellAversano says:

    Definire i ritardi e gli abbandoni “i problemi veri” dell’università mi sembra un tantino monodimensionale (ad esempio, se il reclutamento non viene effettuato in maniera seria e responsabile – oltre che numericamente adeguata – ci saranno probabilmente molti meno ritardi e abbandoni, in quanto meno numeroso e meno qualificato è il personale docente, meno scrupolose e valide sono le verifiche che è in condizione di effettuare sulla preparazione degli studenti; in questo senso il problema dei fuori corso rischia di avere presto una soluzione definitiva…). Se vogliamo considerare seriamente la questione, sicuramente seria, dei ritardi e degli abbandoni, potrebbe essere sensato partire considerando la preparazione iniziale degli studenti che entrano all’università dopo tredici anni di scuola: sono veramente pochi i paesi che permettono a *chiunque* sia in possesso di un diploma di scuola superiore, di qualunque genere, di iscriversi a *qualunque* facoltà universitaria; in una situazione del genere numerosissimi studenti si trovano in effetti nella necessità di recuperare lacune formative che in alcuni casi si estendono a tutto il periodo della scuola superiore; che le poche persone sufficientemente motivate a farlo finiscano per laurearsi con un ritardo di anni mentre tutte le altre abbandonano l’università perché letteralmente non capiscono i libri e le lezioni non mi sembra particolarmente stupefacente.

  4. svelto vito says:

    Sono totalmente d’accordo nel non ritenere il fenomeno del fuoricorso un fenomeno esclusivamente italiano!
    Esiste , anche se in forme diverse, in quasi tutte le università straniere, anche se quantitavamente può essere differente.
    Ritengo che esso caratterizzi specialmente i sistemi in cui la valutazione è per esami su singole partizioni del sapere, invece che su tutto quanto si è insegnato in un periodo (semestre). Il fuoricorso non esiste nell’insegnamento secondario, dove o si è promossi o si ripete l’anno.
    In Italia il fenomeno è esaltato dalla scarsa omogeneità degli studenti ammessi ad un determinato corso di laurea. Si riduce fortemente allorquando si accede con un esame di ammissione difficile; vedi Medicina!
    Ritengo che uno studio approfondito dei risultati che si ottengono nei corsi con test o esame di ammissione, in particolare proprio se il test è non vincolante, potrebbe far riflettere, specialmente correlando voti nel test e risultati universitari (tempi ed anche voti).

  5. Carmen dellAversano scrive, in particolare:

    Se vogliamo considerare seriamente la questione, sicuramente seria, dei ritardi e degli abbandoni, potrebbe essere sensato partire considerando la preparazione iniziale degli studenti che entrano all’università dopo tredici anni di scuola: sono veramente pochi i paesi che permettono a *chiunque* sia in possesso di un diploma di scuola superiore, di qualunque genere, di iscriversi a *qualunque* facoltà universitaria; in una situazione del genere numerosissimi studenti si trovano in effetti nella necessità di recuperare lacune formative che in alcuni casi si estendono a tutto il periodo della scuola superiore; che le poche persone sufficientemente motivate a farlo finiscano per laurearsi con un ritardo di anni mentre tutte le altre abbandonano l’università perché letteralmente non capiscono i libri e le lezioni non mi sembra particolarmente stupefacente.

    Osservo che l’articolo 6 del D.M. 270/2004 [nel seguito, indicato semplicemente come ``art. 6''] dice, in particolare, che

    […] I regolamenti didattici di ateneo, ferme restando le attività di orientamento, coordinate e svolte ai sensi dell’articolo 11, comma 7, lettera g), richiedono altresì il possesso o l’acquisizione di un’adeguata preparazione iniziale.

    A tal fine gli stessi regolamenti didattici definiscono le conoscenze richieste per l’accesso e ne determinano le modalità di verifica, anche a conclusione di attività formative propedeutiche, svolte eventualmente in collaborazione con istituti di istruzione secondaria superiore.

    Se la verifica non é positiva vengono indicati specifici obblighi formativi aggiuntivi da soddisfare nel primo anno di corso.

    Tali obblighi formativi aggiuntivi sono assegnati anche agli studenti dei corsi di laurea ad accesso programmato che siano stati ammessi ai corsi con una votazione inferiore ad una prefissata votazione minima.

    L’articolo 6 del D.M. 270/2004 non viene applicato volentieri dagli atenei, per via del timore che potrebbe indurre gli studenti a scegliere corsi di laurea dove non viene applicato. In effetti, l’art. 6 dovrebbe essere implementato da tutti i corsi di laurea di ciascun ateneo, sia perché si tratta di un obbligo di legge, sia perché altrimenti si creerebbero differenze di potenziale tra i diversi corsi di laurea, e il suddetto timore potrebbe rivelarsi giustificato.

    In alcuni atenei, il Regolamento Didattico di Ateneo recepisce l’art. 6 stabilendo che saranno gli Ordinamenti Didattici dei singoli corsi di studio a stabilire norme per la sua implementazione. A loro volta, in alcuni casi, gli Ordinamenti Didattici dei singoli corsi di studio si limitano a rimandare l’implementazione dell’art. 6 ai Regolamenti Didattici dei singoli corsi di studio, i quali, infine, a loro volta, si dimenticano di implementare l’art. 6.

    Ma a che serve l’art. 6 ? Secondo alcuni sarebbe un surrogato di un numero chiuso, una specie di sbarramento iniziale. Secondo altri, si tratta di un fastidioso obbligo di legge, di cui sbarazzarsi nella maniera più indolore possibile.

    A mio avviso, un modo intelligente di implementare l’art. 6 deve evitare questi estremi.

    a. Un modo intelligente di implementare l’art. 6 deve in primo luogo prevedere, com’e` del resto ovvio, che la verifica delle conoscenze richieste per l’accesso [nel seguito: P.I.A., acronimo di ``prova iniziale di accesso''] sia adattata, nel suo contenuto, ai singolo corso di laurea. Non sarebbe saggio prevedere che la stessa P.I.A. venga assegnata a chi si iscrive a lingue e a chi si iscrive a ingegneria.

    b. Un modo intelligente di implementare l’art. 6 deve evitare che l’esito della P.I.A. venga interpretato come un marchio indelebile, come una distinzione irreversibile tra chi e` bravo e chi non lo e` e farebbe anzi meglio a cambiare corso di laurea.

    c. Un modo intelligente di implementare l’art. 6 deve lanciare questo messaggio agli studenti di un particolare corso di laurea: “vuoi completare con successo questo corso di laurea? allora e` bene che tu arrivi pronto e attrezzato con la preparazione iniziale qui appresso indicata”. In questo modo, una implementazione intelligente dell’art. 6 avra un “effetto virtuoso retroattivo”.

    d. Un modo intelligente di implementare l’art. 6 deve prevedere che le domande poste nella P.I.A. siano flessibili. Mi spiego con un esempio. Per alcuni corsi di laurea, una domanda ragionevole e` la seguente: “quante sono le province in Italia?” Un modo a mio avviso sbagliato di impostare la risposta multipla sarebbe ad esempio quella di elencare sia la risposta giusta che alcune risposte sbagliate, che differiscano da quella giusta di poche unita`. Invece, un modo intelligente di impostare le risposte multiple offerte nella P.I.A. potrebbe essere questo: vengono elencate quattro possibilità: (1) circa 50; (2) circa 100; (3) circa 500; (4) circa 20. Uno studente che ha i piedi per terra sapra` individuare la risposta giusta se avrà i piedi abbastanza per terra da poter stimare che in Italia ci sono circa venti regioni e che ogni regione ha in media 5 province. Questo tipo di articolazione del quesito offre a mio avviso il vantaggio che permette di individuare non solo e non tanto gli studenti che conoscono precisamente il numero delle province italiane, ma piuttosto permette di individuare anche gli studenti che riescono ad articolare il ragionamento sopra descritto. Noi riteniamo che sia proprio la capacita` di articolare questo ragionamento ad essere una delle “conoscenze richieste per l’accesso” a certi corsi di laurea.

    E` chiaro che questo schema può essere usato in altri modi. Ad esempio, piuttosto che chiedere la data di nascita di Newtow, e` più utile chiedere di elencare in ordine cronologico Tolomeo, Keplero, e Laplace. Eccetera, mutatis mutandis.

    Avrei altre cose da dire sull’art. 6, ma questo margine e` diventato, come si vede, troppo angusto.

  6. Anacronista says:

    Io mi chiedo perché ogni opinione sui fuori corso – dal personaggio istituzionale all’uomo di strada – dimentichi sistematicamente di collegare il fenomeno a quello del barcollantissimo, astratto e di fatto pressoché inesistente diritto allo studio in Italia.
    Mi risulta che il 40% degli studenti lavora, spesso proprio per pagarsi le tasse universitarie. Poi, senza pretese statistiche, conosco molte persone, me compresa, che studiano pur lavorando e/o avendo dei figli. Per l’università queste tipologie di studenti, tutt’altro che rare, semplicemente non esistono. A parte qualche appello d’esame straordinario, neanche scontato, le misure per incentivare gli studenti lavoratori/genitori a studiare sono zero – il che, ovviamente, si può estendere a tutti gli studenti.
    Molto banalmente, se non ho una famiglia con un buon reddito alle spalle, come faccio a lavorare e al contempo laurearmi in tempo? Questo non me l’ha ancora spiegato nessuno. Si parla, all’opposto, di sfaticati e buontemponi: non ne escludo l’esistenza, ma ridurre tutto il discorso alla pigrizia della gioventù di oggi, senza una ricerca seria sui motivi che inducono gli studenti ad andare fuori corso, è un’operazione ideologica bell’e buona.
    Va da sé che non pretendo di esaurire le cause del fuoricorsismo nella sola questione degli studenti lavoratori (spesso precari, spesso in nero, ecc), ma ritengo che tale aspetto, che indubbiamente c’è, sia troppo trascurato.
    Grazie,
    Denise

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