Opinioni

L’Anvur ha ucciso la valutazione. Viva la valutazione!

Pubblichiamo la relazione con la quale il prof. Sabino Cassese, Giudice della Corte Costituzionale, ha aperto i lavori del convegno organizzato da ROARS lo scorso 15 novembre.

Relazione all’incontro promosso da Roars su “Il sistema dell’Università e della Ricerca. Fatti leggende futuro”, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Treccani, 15 novembre 2012.

 

1. Introduzione

In questa relazione, il cui titolo è una variante di un motto noto agli storici del diritto (“il re è morto. Viva il re!”) sostengo che l’agenzia per la valutazione della ricerca, per un errore di concezione, sta uccidendo la valutazione e imponendo sull’università italiana un peso eccessivo per le sue scarse forze.

Nella relazione, dopo una breve rassegna delle condizioni miserevoli dell’università, esamino l’errore compiuto dall’Anvur e alcuni suoi sbagli ancillari.

 

2. Lo stato presente dell’Università

Non si può parlare della valutazione della ricerca astraendo dalle condizioni presenti dell’università italiana. Il modo nel quale, infatti, si è impostata e si sta svolgendo la complessiva attività di valutazione è influenzato da tali condizioni e, a sua volta, le influenza.

Le condizioni dell’Università, il luogo nel quale principalmente si fa ricerca in Italia, sono miserevoli:

  • i rettori, scelti spesso in base a criteri di selezione inversa e prigionieri di una concezione bonapartista (quando non satrapesca o bossistica) della loro funzione, si sono erti a rappresentanti delle università e hanno persino costituito un loro piccolo Parlamento i cui poteri sono cresciuti, e che opera come un organo corporativo;
  • le strutture fondamentali, le facoltà, sono in corso di cambiamento in dipartimenti (la dipartimentalizzazione, già criticata a suo tempo da Massimo Severo Giannini, sta avendo esiti diversi talora cambiando solo il nome, talaltra producendo riaggregazioni per disciplina, talaltra conducendo ad altri risultati, spesso dannosi, senza che alcuno si preoccupi di valutare i risultati del processo in corso) ;
  • le risorse scarseggiano, dopo anni di relativa abbondanza che hanno moltiplicato le sedi universitarie, molte delle quali sono solo “teaching universities”, o grandi licei (basti dare uno sguardo alle loro biblioteche);
  • sono quasi sei anni che non si reclutano nuovi docenti, con conseguenti vuoti e invecchiamento del corpo professionale;
  • fuggono altrove i giovani ricercatori senza grandi prospettive davanti, e fuggono i giovani e vecchi professori, alla ricerca periodica di buone e funzionanti biblioteche estere, dove trascorrere anni sabbatici o mesi di clausura;
  • la ricerca si sta spostando fuori dell’università, un fenomeno non ignoto agli storici, che si è verificato, ad esempio, in Europa, nel Sei-Settecento;
  • le strutture amministrative centrali si sono auto-annullate, proprio nel momento nel quale, con l’autonomia universitaria, vi era bisogno di un centro forte quale strumento di raccordo, di scambio, di trasmissione delle conoscenze, di verifica;
  • non è in Italia nessuna delle poco meno di cinquanta università che  nel mondo corrispondano al modello humboldtiano (quello che ha fatto scrivere a un noto studioso americano nella prefazione a un libro appena uscito “I have often described life as a Yale Law School faculty member as the modern equivalent of living at the Court of Medici, but without the obligations of a courtier”: J. L. Mashaw, Creating the Administrative Constitution. The Lost One Hundred Years of American Administrative Law, Yale Univ. Press, 2012, p. IX: nessun professore universitario italiano potrebbe scrivere una frase analoga).

 

3. La misurazione della ricerca

Su tutto questo si è inserito, dopo essere giunto in ritardo,  il processo di misurazione e valutazione della qualità della ricerca, un’attività preziosa, ma condotta male. Questa è svolta con tecniche ingegneristiche e prevedo che farà fallire il progetto della misurazione e valutazione.

Quali sono i difetti principali? Ne vedo cinque: burocratizzazione; sproporzione tra promozione e guida, e controllo della ricerca; mancata distinzione tra misurazione e valutazione; confusione tra misurazione per fare paragoni e misurazione per calcolare proporzioni; sproporzione tra mezzi e fine.

Ma prima di parlare di ciascuno di essi, voglio spiegare che derivano da insufficienti riflessioni sul modo in cui inserire un processo centrale di misurazione sulle procedure necessariamente decentrate di valutazione, sulla scientometria e bibliometria come tecniche di misurazione della scienza, e sulla docimologia come teoria e tecnica degli esami e delle valutazioni di attività.

In particolare, derivano da:

  • scarsa attenzione sulla distinzione tardo ottocentesca tra “valutazioni di istato” e “valutazioni di isviluppo”;
  • dall’aver dimenticato che “le misurazioni sono preziose, ma non sono valutazioni. Una valutazione richiede almeno il confronto con misurazioni anteriori e con misurazioni medie in relazione alle caratteristiche degli ambienti extrascolastici e con l’assetto organizzativo degli insegnamenti” (T. De Mauro, A proposito di misurazione e valutazione, in E. Lugarini (a cura di), Valutare le competenze linguistiche, Milano, FrancoAngeli, 2010, p. 17 – 22); l’assenza di elementi di comparazione avrebbe dovuto consigliare, in qualche caso, almeno maggiore prudenza nell’avventurarsi in classificazioni di buoni, meno buoni e cattivi;
  • dalla insufficiente riflessione sulla regola generale che “non si misura senza definire e dunque elaborare e concepire in modo esplicito che cosa si misura e perché” (T. De Mauro, op. loc. cit.): ad esempio, atti ufficiali, ministeriali e dell’Anvur, fanno riferimento a “libri” e “articoli” senza tentare di definirli, e quindi sollevano problemi che non possono essere definiti “a posteriori”;
  • da ignoranza del contesto nel quale la valutazione si andava a calare, aggiungendo una fase a procedimenti amministrativi di varia natura (scelta dei commissari di abilitazione, scelta delle persone da abilitare, distribuzione di mezzi finanziari, ecc.) e, quindi, innestandosi in un mondo iperregolato, nel quale decisore ultimo non è l’Anvur, ma il giudice amministrativo.

 

4. I difetti della “valutazione della ricerca”

a. Burocratizzazione

Il processo centrale di misurazione, avviato dal Civr, è ora stato collegato alle procedure selettive, sia degli esaminatori, sia degli esaminandi. E’ stato istituito un ente apposito, l’Anvur. Questo  rappresenta il vertice della rete dei nuclei di valutazione delle singole università, un ulteriore fattore di complicazione che si aggiunge ad una poco chiara ripartizione dei compiti tra Anvur stessa e Civit. Le procedure amministrative di attuazione della recente legge universitaria, finora avviate, sono o fondate su esiti di attività dell’Anvur o piene di riferimenti ad atti dell’Anvur o di suoi organismi sussidiari. Quindi, la cosiddetta valutazione della ricerca è entrata appieno nell’attività amministrativa (selezione, finanziamento, ecc.), e finirà per seguirne le regole. Si pensava alla “scientometria al potere”, invece l’ultima parola sarà quella dei giudici amministrativi.

Si sarebbe potuta evitare la tentazione di “dare la pagella ai professori”, utilizzando, nella prima fase, la valutazione solo per lo scopo originario, quello della distribuzione dei fondi.

Si sarebbe potuto provvedere in modo progressivo, per gradi, e più limitato, per aree, per abituare alle specifiche procedure di valutazione un mondo che non ha saputo finora distinguere l’una dall’altra e per tener conto della circostanza che alcune aree dispongono di criteri e indicatori internazionalmente accettati, altre non ne dispongono.

Si sarebbe potuto evitare di “amministrativizzare” tutta la procedura, con gradi e misure che di necessità evocano futuri interventi giudiziari e fanno prevedere che i futuri concorsi si vinceranno al Consiglio di Stato, non nelle università.

Si sarebbe potuto prevedere che il complesso meccanismo misurativo avesse finalità conoscitive, per fornire alle commissioni di valutazione un insieme di ulteriori elementi su cui fondare i propri giudizi.

Si sarebbe potuto procedere attivando discussioni nelle diverse “comunità epistemiche”, alcune più abituate, altre meno alla misurazione della ricerca, anche per evitare di centralizzare, e senza confondere le comunità scientifiche di settore con le relative società e associazioni, spesso giovanissime.

Si sarebbe potuto procedere in modo più trasparente, fissando prima i criteri, discutendoli apertamente, poi applicandoli.

Nulla di tutto questo: si sono stabilite scale di merito e si è dato ad esse un valore giuridico scriminante. Le base dati su cui si è proceduto e i criteri selettivi non sono stati resi noti e in molti casi sono stati tenuti nascosti (si veda quanto più avanti si osserva sulle prime cause in materia).

Il miglior esempio della burocratizzazione è quello del documento sull’“Autovalutazione, valutazione e accreditamento del sistema universitario italiano”, paradigma di bizantinismo burocratico e di accanimento classificatorio-valutatorio che potrebbe far soccombere anche un organismo giovane e sano (e l’università italiana non lo è).

C’è chi dice che tutto ciò va imputato al Ministero, invece che all’Anvur. Ma, se disegno ministeriale c’è stato, l’Anvur si è prestata al gioco. Scelta tanto più sbagliata se si ritiene che corrisponda ad un disegno burocratico di soffocamento dell’Anvur stessa.

b. Sproporzione tra promozione e controllo

L’intera macchina della misurazione e valutazione opera come un filtro. Ma per filtrare un liquido, bisogna che il liquido da filtrare ci sia. Voglio dire che in  molti settori scientifici la ricerca langue. Che alcuni si sono rapidamente organizzati in vista dei “punteggi” della misurazione. Che, nell’insieme, l’attenzione posta sul filtro è sproporzionata all’impegno diretto a “bonificare” settori dove la ricerca è carente e a evitare che gli esaminandi si preparino in funzione dei criteri di misurazione adottati, invece che secondo principi che debbano  saggiare una buona ricerca.

Per quanto breve sia l’esperienza dell’Anvur, i ricercatori hanno già cominciato ad apprestare e a presentare le proprie ricerche in funzione delle misurazioni e presto saranno pronti anche a ricercare in funzione delle misurazioni (come lo studente che si prepara in vista delle domande del professore, e non in funzione di uno studio approfondito ed intelligente della materia).

Ciò conferma che la misurazione nasce dalla valutazione. E che quindi sarebbe stato utile una maggiore discussione sui criteri valutativi che sfociano nell’adozione di misure.

Perché non ci si preoccupa di insegnare a ricercare, visto che tanti professori hanno rinunciato a spiegare come si deve svolgere l’attività di ricerca?

Perché tanta attenzione per la misurazione della ricerca e nessuna – per ora – per lo stato delle biblioteche universitarie, che sono ancora, in molti settori, i principali mezzi di ricerca (nonostante che i nuclei di valutazione debbano verificare lo stato delle biblioteche, la loro adeguatezza dal punto di vista logistico, i fondi che sono impegnati)?  Si consideri solo che in poche università si continuano a comprare libri e che le università istituite negli ultimi decenni hanno patrimoni librari così modesti da ridurle in mere “teaching universities”.

Perché lasciarsi prendere dall’illusione di esaustività e di onnicomprensività della valutazione, quando chi ha studiato questa materia ha osservato, in tempi non sospetti, che “ogni valutazione della ricerca di base è una valida occasione di auto – apprendimento per gli scienziati. Ma deve sapersi arrestare per lasciare spazio alle innovazioni meno comprese dai “peer” e alla libera creatività del ricercatore” (A. Cerroni, Valutare la scienza: criteri generali, in R. Viale e A. Cerroni (a cura di), Valutare la scienza, Soveria Mannelli, Rubettino, 2003, p. 66 – 67).

c. Mancata distinzione tra misurazione e valutazione

La misurazione, come conteggio e confronto, non può sostituirsi alla valutazione. Essa “nasce nella valutazione e nella valutazione confluisce” (A. Visalberghi, Misurazione e valutazione nel processo educativo, Milano, Comunità, 1955, p. 18). L’atto decisivo dell’esame o di un concorso è un giudizio, in cui i risultati della misurazione entrano “come dati di fatto molto importanti, ma non esclusivi” (A. Visalberghi, op. cit., p. 17). Tutti gli studiosi della valutazione della ricerca insistono, dagli anni ’60 dello scorso secolo in poi, sulla conclusione che gli indicatori non possono sostituire mai il giudizio, servono a corroborare il giudizio della “peer review”, possono “aiutare a mantenerla onesta” (D. E. Chubin e E. J. Hacken, Incrementare la “peer review”. Il posto della valutazione della ricerca, e A. Rip, Prefazione, ambedue in R. Viale e A. Cerroni, op. cit., p. 16 e p. 94).

L’intero processo messo in moto, invece, ha posto insieme misurazione e valutazione ed ha spostato al centro e rimesso a criteri meccanici (peraltro non chiari) molte decisioni e persino la scelta dei futuri valutatori.

d. Confusione tra misurazione per fare paragoni e misurazione per calcolare proporzioni

L’ardore classificatorio e misurativo ha fatto dimenticare che altro sono i “rough scores”, altro gli “standard scores”. I primi servono a ottenere una “scala ordinale”, i secondi una “scala d’intervallo” o di proporzione. I primi a dire che A è meglio di B; i secondi che A vale il doppio di B.

e. Sproporzione tra mezzi e fine

Mentre si riducono i posti disponibili e mentre molti idonei di precedenti selezioni attendono una nomina, sono partite le procedure per l’abilitazione. Queste sfoceranno necessariamente nella creazione di un numero piuttosto alto di nuovi liberi docenti, di cui solo pochi possono sperare di essere selezionati per ottenere un posto. Valeva la pena di applicare a pieno regime la macchina valutativa in questa fase o lo strumento misurazione della ricerca è sproporzionato al fine di individuare gli appartenenti a questo nuovo limbo, i “professori abilitati”?

Inoltre, l’attività di recensione non è stata considerata, mentre le recensioni sono una forma di valutazione, specialmente dove vi è un “book review editor”, e dovrebbero premiarsi sia le riviste che le pubblicano, sia gli studiosi che vi si dedicano. L’organo di valutazione ha, quindi, mancato di valorizzare proprio le sedi e le persone già impegnate nell’attività di valutazione nelle diverse comunità scientifiche.

 

5. Conclusioni

Dalle sintetiche osservazioni svolte emerge che l’esperimento in corso presenta due difetti che oscurano la bontà dei suoi fini:

a.      ignoranza degli apporti della cultura pedagogistica e scientometrica italiana relativi a misurazione e valutazione dell’apprendimento e della ricerca;

b.     disattenzione per i costi dell’operazione avviata, a fronte dei suoi benefici, e per le alternative che erano aperte.

L’Anvur, burocratizzando misurazione e valutazione, si sta trasformando in una sorta di Minosse all’entrata dell’Inferno o di Corte dei conti con straordinari poteri regolamentari, ma ignorando le conseguenze della amministrativizzazione della misurazione e della valutazione: la scelta degli esaminatori, la selezione dei docenti, lo stesso progresso della ricerca saranno decisi non nelle università, ma nei tribunali. Ne è prova la sentenza del Tar Lazio, Sez. III, n. 08408/2012 dell’11 ottobre 2012, che ordina all’Anvur l’esibizione dei documenti preparatori della classificazione delle riviste e ne è un segno premonitore il Documento di lavoro CUN del 24 ottobre 2012 che elenca le questioni aperte circa i criteri di valutazione per le procedure di abilitazione. E questo è solo l’inizio: altri interventi dei giudici amministrativi seguono (si vedano le ordinanze dello stesso giudice del 9 novembre 2012 04028 e 0424) e inesorabilmente seguiranno.

Per concludere, mi limito a fare una proposta: sottoporre l’Anvur e i processi di misurazione e valutazione ad un esame di proporzionalità, diretto ad accertare i benefici che essi possono produrre a fronte dei costi che impongono oggi e prefigurano per domani.

Ho detto inizialmente che l’Anvur ha ucciso la valutazione con la sua disattenzione dei limiti della valutazione e del contesto nel quale essa andava ad inserirla. Non sono stato completo nel dir ciò. Bisogna anche aggiungere che l’Anvur ha ucciso se stessa, consegnando il compito di dire l’ultima parola sulla valutazione ai giudici amministrativi.

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25 Comments

  1. michela morello says:

    Basterebbe quest’ultima ben autorevole chiusa, che difficilmente può essere confutata. L’università fatta dal Tar. Basterebbe per non sapere dove mettere la faccia.

  2. eugenio di rienzo says:

    Cara Michela, bisognerebbe avere una faccia per peederla…

  3. Paolo Allegrini says:

    Beh si’ l’ANVUR ha i suoi difetti, ma almeno controbilancia il difetto opposto che la ricerca italiana ha sempre avuto, ovvero essere come un “club esclusivo” in cui se non conosci non entri. Almeno adesso un nerd semiautistico senza padrini/padroni, quindi senza soldi per farsi vedere negli happening (congressi), puo’ vincere qualcosa, magari inutile, solo per il suo sudato curriculum.
    L’alternativa qual era? Dare tempo per fare un’abilitazione a numero chiuso con valutazioni “fini” per sbatacchiare la porta in faccia ai figli di nessuno? Ma tanto c’e’ il momento del concorso vero e proprio per tenere nel limbo gli illusi. E d’altra parte come si fa a fare la meritocrazia a costo zero? E a chi sta in fila gli facciamo passare avanti i ragazzini? Mi sembra che senza una rivalutazione delle risorse la questione sulle regole sia una guerra tra poveri, solo un po’ piu’ raffinata.

    • Rimango allibito da una simile argomentazione. Perché, si pensa ora che il club sia meno esclusivo? Ci si illude che la porta non venga comunque sbatacchiata in faccia ai figli di nessuno, quando si tratta di fare le valutazioni a livello locale? E poi, con le mediane solo indicative, come non pensare che le singole commissioni decidano se renderle costrittive o facoltative solo in base a chi viene escluso o no? E come evitare che le commissioni – che in ultima istanza decidono – non facciano sempre e comunque gli interessi dei “figli di qualcuno” (i quali, tra l’altro, sono di solito ben forniti di titoli, perchè i paparini sono furbi e sanno come preparare i propri rampolli per non farli sfigurare – specie nelle discipline scientifiche e mediche).

    • Andrea Bellelli says:

      Le vicende della breve ma intensa vita dell’ANVUR ormai sono viste con favore soltanto da una schiera residua di teorici della valutazione ad ogni costo, quelli che “in Italia non s’era mai fatto”, “meglio male che niente”, etc. Questa posizione ha due gravi difetti. In primo luogo in Italia la ricerca e’ valutata ormai da molti anni dagli enti finanziatori la cui severita’ (motivata dalla scarsezza di fondi) e’ proverbiale: su 100 PRIN presentati, 80 vengono dichiarati ammissibili e solo 20 vengono finanziati; 60 ammissibili, cioè buoni, vengono buttati via. Ovviamente questo implica che la scuola di provenienza, la qualita’ del gruppo di ricerca etc. contano: quando si valuta un progetto si valutano le pubblicazioni precedenti dei proponenti. Piu’ la valutazione del finanziamento e’ severa, meno il nerd semiautistico ha possibilita’. In secondo luogo la valutazione ad ogni costo, come ben illustrato dal prof. Cassese, stimola cambiamenti di comportamento dei valutati. Se l’ANVUR non valuta la didattica, i ricercatori la faranno meno volentieri o affatto e i docenti ne faranno il minimo, riducendo ulteriormente una offerta formativa gia’ minimale rispetto agli altri paesi europei.

    • Il “concorso vero e proprio” e’ stato abrogato! I c.d. Concorsi locali saranno indegne farse, con commissioni di 3/5 amici nominati dai Dipartimenti, per incoronare l’abilitato indigeno. Se no, perche’ non sorteggiare anche le Commissioni per i concorsi locali?

    • Paolo Allegrini says:

      Volevo solo sottolineare come in realtà io sia in totale accordo con tutti quelli che mi hanno commentato. Purtroppo il tono scritto non rende conto dell’ironia con cui scrivevo. E’ chiaro che senza soldi non si va da nessuna parte, ed e’ chiaro che per togliere il pilota automatico dai concorsi ci vorrebbe a) una rivoluzione culturale b) regole tipo cambio università/ente (magari città) tra dottorato, post doc, ricercatore TD, eccetera, oppure c) tutti i figli di papà sistemati e soldi in abbondanza per gli altri.
      In ogni caso, beviamo questo calice, speriamo che non ci siano troppi ricorsi, e vediamo di riavviare questa macchina ferma delle carriere. Poi (notate l’ironia) sicuramente il prossimo governo farà una riforma migliore.

  4. La grave deficienza di politica dell’istruzione e della ricerca che caratterizza il nostro Paese sta producendo i suoi, annunciati, danni.

  5. @ricerc70:
    d’accordissimo, pensa che io ho recentemente perso contro un candidato locale in un concorso rtd, dove io avevo 2 monografie ( sul tema, in quanto era tematico) e lui 1 (e neanche sul tema, lui sul tema aveva un paio di articoli),

    li mortacci sua!

  6. Ho avuto la fortuna di partecipare al Convegno organizzato a Roma da Roars il 15 novembre e di ascoltare dal vivo la relazione del Prof. Cassese. Credo che chiunque viva nell’università e ami il proprio lavoro non possa non riconoscere che quella relazione illustra con magistrale analisi e sintesi gli eventi che sono accaduti, stanno accadendo e, con ogni probabilità, presto accadranno.
    Dall’ascolto del Convegno e delle diverse relazioni, tutte estremamente puntuali, documentate e appassionate, ho tratto molti spunti di riflessione.
    Roars è luogo prezioso. Lo si dipinge, da alcune parti, come pura critica distruttiva senza proposta, pregiudiziale, magari politicamente orientata. Anvuriani vs. roarsiani: cronache marziane in cui i secondi (sfascisti!) attaccherebbero i primi, rei solo di aver tentato di moralizzare uno stagno in putrefazione. Ai roarsiani si attaglierebbe il motto: chi sa (cioè ANVUR) fa, chi non sa (cioè ROARS) insegna. Nulla di più falso. Roars è plurale. Roars documenta, analizza, commenta: propone, ha proposto e proporrà. La vera linea di confine, in questa vicenda, è tra coloro che decidono dalla torre d’avorio senza consultare chi opera sul campo, che distribuiscono con superficialità patenti classificatorie a opere (recensioni e note a sentenza no, traduzioni di libro sì), a riviste (Paradiso A, Purgatorio B, Inferno C), a saperi (bibliometrico e non bibliometrico come essere e non essere), a persone (super-mediani e sub-mediani), che si ergono a censori o regolatori quando si tratta di imporre regole per gli altri ma non rispettano le regole quando si tratta di doverle applicare a se stessi (ed, anzi, con la nobilissima “fretta” o con la calura estiva ne giustificano la violazione); e, dall’altro lato, tra chi vorrebbe discutere di contenuti (non di etichette), di obiettivi di sistema della ricerca sul piano dei metodi e dei temi, di modalità del giudizio e dell’assunzione di responsabilità conseguenti, di trasparenza in luogo di opacità, di interdisciplinarità, della distinzione tra requisiti di partecipazione e criteri di valutazione, di res e non di nomina nuda. In questi mesi (mancava appunto solo il Times che, ora, ha rilevato la catastrofe culturale in atto a causa di questo tipo di ASN) è diventata evidente a tutti la summa di errori metodologici, paradossi scientifici, illegittimità procedurali e sostanziali, conflitti di interesse, negazione del diritto di accesso, contraddizioni, omessa vigilanza di chi dovrebbe vigilare, disprezzo del sindacato ispettivo parlamentare, etc. Si profila una ASN che lascerà macerie, comunque vada. Tutti abilitati o pochi abilitati? Detto in altre parole: pioggia di “advocati” (in toga di laurea) tra loro in guerra intestina per divenire “electi” in sede locale, con risorse infinitesimali, o pioggia di ricorrenti e quindi di avvocati (in toga da tribunale), in sede giurisdizionale, con ricorsi infiniti? Sulle macerie occorrerà in ogni caso ricostruire orgoglio, dignità, severità, attenzione, dialogo, recuperare l’accademia come comunità di scienziati appassionati e indipendenti che leggono scrivono e discutono, non di pigiatori di pulsanti o di allegatori di pdf.
    Roars è uno dei luoghi in cui questo può accadere. Non l’unico ma, come dicevo, un luogo prezioso. Da qui il grazie a chi ha edificato questa esperienza e a chi ne ha vivificato lo spirito partecipando ogni giorno.
    Ormai il treno della ASN non sarà fermato se non (al limite) dai giudici. Questo è chiaro. Meno chiaro è, però, che cosa potrà accadere da qui a poco. Sarebbe bello aprire su Roars una discussione su alcuni temi che presto diverranno molto attuali.
    Uno è sicuramente quello delle Commissioni e del loro ruolo nella ASN.
    Non si tratta di un discorso astratto. Le “fonti” della ASN (data la qualità redazionale di questi atti normativi, avverto una qualche ritrosia nell’usare il termine “fonti”, che dovrebbe evocare acque limpide, non esoterici ammassi gelatinosi di disposizioni scritte con lo spirito furbesco dell’azzeccagarbugli di manzoniana memoria), con particolare riferimento al D.M. 76/2012, attribuiscono alle Commissioni una sovranità troppo ampia, da esercitare, però, in tempi troppo ristretti (una sorta di legge del contrappasso). Infatti:
    – le Commissioni predetermineranno “l’individuazione del TIPO DI PUBBLICAZIONI, la PONDERAZIONE DI CIASCUN CRITERIO E PARAMETRO, di cui agli articoli 4 e 5, da prendere in considerazione e l’EVENTUALE UTILIZZO DI ULTERIORI CRITERI E PARAMETRI PIÙ SELETTIVI ai fini della valutazione delle pubblicazioni e dei titoli” (art. 3, comma 3, del D.M.);
    – a fronte degli “ULTERIORI CRITERI DI VALUTAZIONE” rappresentati da “la capacità di dirigere un gruppo di ricerca anche caratterizzato da collaborazioni a livello internazionale, l’esperienza maturata come supervisore di dottorandi di ricerca, la capacità di attrarre finanziamenti competitivi in qualità di responsabile di progetto, soprattutto in ambito internazionale e la capacità di promuovere attività di trasferimento tecnologico”, le Commissioni potranno stabilire “DI NON UTILIZZARE UNO O PIÙ DI TALI ULTERIORI CRITERI IN RELAZIONE ALLA SPECIFICITÀ DEL SETTORE CONCORSUALE” (art. 4, comma 1 ma, anche, art. 5, comma 1, del D.M.);
    – quanto ai vari “TITOLI” presentati dai candidati, saranno “PREDETERMINATI DALLA COMMISSIONE, con le modalità di cui all’articolo 3, comma 3”, i titoli “che contribuiscano a una migliore definizione del profilo scientifico del candidato” (art. 4, comma 3, lett. l e 5, comma 4, lett. h del D.M.);
    – infine, le Commissioni potranno decidere di “DISCOSTARSI” motivatamente dai “PRINCIPI” (non meglio identificati) di cui all’art. 6 del D.M. (così stabilisce lo stesso art. 6, comma 5), ciò che pone il non risolto problema della derogabilità delle mediane (sul quale, in assenza di interpretazione autentica in senso giuridico, continuo a nutrire alcune perplessità, perché non ritengo affatto scontato – anche se la tesi è sostenibile – che sia legittimo, per le Commissioni, derogare alle mediane; rinvio sul punto a due precedenti post
    http://www.roars.it/online/sul-calcolo-delle-mediane-per-labilitazione-nazionale/comment-page-2/#comment-4444
    http://www.roars.it/online/sul-calcolo-delle-mediane-per-labilitazione-nazionale/comment-page-2/#comment-4464 ).
    È evidente che le Commissioni, quando eserciteranno questi poteri, potranno farlo in molti modi e in direzioni diverse.
    Mi auguro, tuttavia, solo una cosa: che non si giunga al paradosso di Commissioni che imitino ANVUR, replicando e amplificando gli errori conclamati che quest’ultima ha compiuto nell’impostare il sistema.
    Faccio alcuni esempi di fantasia (sperando che quest’ultima non si trasformi in realtà).
    ANVUR ha fissato le mediane quantitative? Bene: ogni Commissione rilancia e, potendo fissare requisiti più restrittivi, ritiene di poter confezionare per il proprio settore “mediane aggiuntive”, che alzino numericamente l’asticella (soluzione comoda, che consentirebbe di scartare a priori una serie di candidati senza neppure sobbarcarsi la fatica di leggere i prodotti, di valutarli, tanto c’è così poco tempo!).
    ANVUR (faccio l’esempio dell’Area 12) non computa le recensioni e le note a sentenza, sul piano quantitativo, ai fini delle mediane? (N.B: questo razzismo è un obbrobrio giuridico e scientifico, che grida vendetta alla storia). Bene: ogni Commissione rilancia e, quando tra i prodotti allegati c’è una recensione o una nota a sentenza, prestabilisce di valutarle, anche sul piano qualitativo, come zero. Magari quelle pubblicazioni, se ci si prendesse la cura di sfogliarle, si mostrerebbero milioni di volte migliori e più complesse di un “articolo su rivista” di due pagine, ma non conta il vino, bensì il colore della bottiglia. Questa sarebbe Università? Questo sarebbe un Professore?
    ANVUR ha creato le liste di riviste di fascia A, ai fini della terza mediana, sempre sul piano quantitativo? Bene: ogni Commissione stabilisce che, a priori, qualsiasi cosa sia in fascia A deve per ciò solo valere, anche sul piano qualitativo, più di qualsiasi cosa che sia in fascia non-A. E viceversa. Senza leggere, senza mettere le mani e la testa nei pesanti pdf, abdicando al compito di valutare e sceverare (tanto c’è così poco tempo!).
    ANVUR ha ignorato la rilevanza dell’attività didattica svolta nell’Università, quando ha impostato la ASN? Le Commissioni potrebbero correggere questa stortura, soprattutto nel predeterminare il tipo di titoli che “contribuiscano a una migliore definizione del profilo scientifico del candidato”. No: per imitare ANVUR, ogni Commissione decide di non considerare in alcun modo, tra i titoli valutabili, le attività di insegnamento universitario che i candidati abbiano indicato nella domanda.
    E così via. Da Commissioni a “piccole anvur”. Ecco, io spero che le Commissioni usino la loro sovranità per riaffermare la dignità scientifica delle discipline e degli studiosi che le compongono, non per piegare anche il giudizio qualitativo alle follie che finora si sono viste. Su questo varrebbe forse la pena di avviare, all’interno delle comunità dei saperi, dal basso, una battaglia culturale.

    • Bellissimo post, e dovremo ricordarcene quando sarà attuale la realtà delle commissioni insediate.
      Vorrei aggiungere alle riflessioni di Jus sulle note a sentenza e sulle recensioni, che le recensioni di libri (almeno per quanto riguarda l’area 11) all’estero sono parte integrante dei cv: scrivere una recensione (che spesso appunto è un vero e proprio articolo) significa avere peso e reputazione nella disciplina, avere le qualità per riflettere e far riflettere in maniera influente sul lavoro altrui. Da ora in poi in Italia le recensioni su rivista non le farà più nessuno, magari verranno date da scrivere a giovani dottorandi inesperti, perché per noi non valgono nulla. Un discorso analogo va fatto a proposito delle curatele, che sono un lavoro molto impegnativo a livello scientifico ed editoriale, e che non vengono certo portate avanti da novellini o nullafacenti ma da studiosi immersi nel cuore dei dibattiti disciplinari; e anche queste non valgono nulla, per l’Anvur.

    • eugenio di rienzo says:

      grazie Jus ancora una volta….
      mi ritaglio il tuo post e lo metto da parte…utilissomo se avrò la disgrazia di essere sorteggiato…

  7. Concordo con Andrea Bellelli! Vista la carenza di finanziamenti con il nuovo sistema di valutazione dei PRIN sarà sempre peggio. Già adesso, come negli anni precedenti ma con qualche possibilità in più, vengono finanziati i soliti noti, alcuni effettivamente bravi altri solo fluffa (vedere pubblicazioni x entità di finanziamento). Faccio notare per l’ennesima volta che per i PRIN 2010-2011 non è dato neanche conoscere i titoli dei progetti finanziati, si sanno solo i nomi dei coordinatori.

  8. alessandro bellavista says:

    Straordinario post di Jus. Hai ragione. Ci sono questi rischi. Pero’, nel caso delle note a sentenza solo dei giuristi ignoranti ometterebbero di distinguere tra note a sentenza che hanno la struttura di un articolo e mere note riepilogative dei riferimenti dottrinali e giurisprudenziali. Per la vqr, anvur e’ stata costretta a dirlo espressamente. Poi esistono i documenti del tavolo dell’area 12 che fanno questa distinzione. E dagli stessi documenti cun si tra spunto nella direzione da me indicata. Altrimenti la distinzione sarebbe solo formale. Se Tizio ha scritto un pezzo nella parte seconda di una rivista giuridica (la parte tradizionalmente dedicata alla giurisprudenza), sviluppando un complesso discorso analitico, partendo da una sentenza recente, allora si tratta di una nota a sentenza non considerabile, solo perche’ all’inizio del pezzo c’e’ la sentenza o il richiamo al dictum del giudice? Invece, e’ articolo il pezzo che in due paginette descrive lo stato di una normativa parafrasando le parole del legislatore? Lo stesso dovrebbe valere per le recensioni. Alcune di queste hanno rappresentato un momento importante per alcuni settori di area 12. Comunque, hai ragione, i rischi ci sono tutti, enfatizzati dal sorteggio che puo’ stimolare gli spiriti animali di alcuni commissari.

  9. michela morello says:

    Grazie Ius, come sempre. Ridare dignità a noi stessi? lo spero vivamente. Intanto siamo diventati tutti, come dici bene, tristi allegatori di pdf.

  10. marielladimaio says:

    “L’Anvur ha ucciso la valutazione”, ci dice Sabino Cassese, del quale sono sempre stata una nascosta ammiratrice. Nel suo bellissimo post, Jus invita tutta la classe accademica (giudici e candidati) ad uno scatto d’orgoglio. Non posso non essere d’accordo. Dissento (forse) su un solo punto: io continuo a sperare nei giudici, e mi sento d’invitare chi ne ha fondato motivo a ricorrere contro la macchina di distruzione del sapere e del talento individuale che sarà questa abilitazione nazionale. Continuo a ricevere telefonate di candidati delusi e disperati. La beffa dei commissari stranieri non è solo spunto di grasse risate per i nomi o i cognomi invertiti o perché viene proposto, in molti settori, il fior fiore della mediocrità internazionale. Più insidiosa e subdola (come notato dai roarsiani) è la manovra d’inserimento di oriundi, con un anno o due di permanenza all’estero, che fanno riferimento a potentati accademici italiani. Questo va denunciato ad alta voce, ancor prima che si sorteggi.

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  14. L’Anvur si è’ sicuramente impelagato in un ginepraio di regole che rischiano di essere fatte a pezzi dalla giustizia amministrativa ma vedo tra i critici anche molti personaggi cui l’andazzo mafioso precedente andava benissimo. Certo abbiamo il ridicolo che i settori in cui operano i vari Giavazzi & Co. dopo avere chiesto la valutazione ( per gli altri) si sono dichiarati nonbliometrici (!), basti pensare che pure la Statistica e ‘ (paradosso tra i paradossi) fuori dalla bibliometria!
    Gli indicatori andavano usati come primitivo filtro taglia in basso, quelli partoriti dall’Anvur legheranno le mani alle commissioni in modo totale. Mi domando chi vorrà’ mai dichiarare non idoneo un candidato che supera le mediane, rischiando ricorsi alla magistratura ?
    In questo senso certo l’Anvur si sta suicidando.
    Credo che ciò’ sia dovuto alla totale sfiducia che il nostro
    sistema possa esprimere delle commissioni indipendenti e capaci di giudizi seri, per cui ( solito vizio italico) si fanno nuove regole come se le regole risolvessero i problemi.
    Se realmente questa fosse la situazione, allora il nostro governo avrebbe dovuto chiedere l’aiuto degli altri governi dei paesi OCSE per commissariare l’Universita’ italiana.
    La domanda che sorge spontanea: perché’ è stato messo in piedi un meccanismo tanto complicato, per produrre alla fine uno “tsunami” di idonei senza posto?
    Forse in un momento in cui il problema vero e’ il taglio spropositato di risorse pubbliche alla ricerca e l’Universita’, il vero scopo e’ farci discutere del vuoto, insomma UN ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA.
    Se poi guardiamo il sistema reale dal punto di vista delle persone allora dobbiamo dire che, a quadro attuale, la prima fascia e’ di fatto un ruolo ad esaurimento e la massa di ricercatori che aspetta un passaggio in seconda fascia e’ LA VERA BOMBA che può’ distruggere l’università’ italiana. Senza queste persone le università chiudono.
    Allora fatemi dire una bestemmia: OPE LEGIS tutti associati. Tanto quel tipo di lavoro già lo fanno e nel grande numero trovate tanto persone eccezionali che qualche somaro (esattamente come tra i miei colleghi ordinari, ma almeno questi costano meno), con l’abolizione delle ricostruzioni di carriera il costo per il bilancio dello stato e’ ZERO, anzi ci si guadagna perché aumentano le ore di insegnamento.
    Altrimenti se devo scegliere tra le vecchie consorterie e l’Anvur, mi tengo l’Anvur con tutti i suoi difetti, almeno ha introdotto qualche piccola destabilizzazione nel sistema. In fin dei conti, anche se i parametri delle tre mediane erano risibili, devo confessare che ho provato un piccolo ghigno di piacere nel vedere qualche vecchio trombone non poter andare in commissione perché’ non le supera.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      “se devo scegliere tra le vecchie consorterie e l’Anvur, mi tengo l’Anvur con tutti i suoi difetti, almeno ha introdotto qualche piccola destabilizzazione nel sistema. In fin dei conti, anche se i parametri delle tre mediane erano risibili, devo confessare che ho provato un piccolo ghigno di piacere nel vedere qualche vecchio trombone non poter andare in commissione perché’ non le supera”
      __________________________________
      Non ci cura un male con un altro male. L’alternativa non è tra il degrado accademico ed un uso irresponsabile di pozioni bibliometriche e valutative. L’alternativa è tra l’opacità e la trasparenza, tra l’incompetenza e la competenza. Tentare di difendere scelte tecnicamente ed eticamente indifendibii evocando alternative peggiori è un argomento che non regge. Cosa impediva all’ANVUR di usare la bibliometria in modo responsabile oppure di garantire la dovuta trasparenza alle procedure di classificazione delle riviste e di calcolo degli indicatori? Essere competenti e garantire trasparenza avrebbe avuto il potere di evocare gli spettri dei vecchi baroni? Vedo una sinistra analogia con le derive autoritarie che si innescano nelle società che attraversano momento di crisi. Invece di lottare perché ci sia un investimento collettico in formazione e ricerca (siamo 31-esimi su 36 nazioni per quanto riguarda la spesa per educazione terziaria rapportata al PIL) preferiamo credere che la soluzione venga dalla “legislazione di emergenza” che sospende le normali regole scientifiche ed etiche in tema di valutazione. Un po’ come usare il manganello invece di agire per risolvere i problemi. È indubbio che ci sia inefficienza anche nel mondo universitario, esattamente come se ne trova in ogni altro settore. Ma le statistiche bibliometriche mostrano che il settore scientifico è uno dei pochi che ha retto la competizione internazionale (guadagnando perfino terreno rispetto a Germania, Francia e UK, vedi grafico più sotto). Invece il dato enorme che sfugge a chi si lascia incantare dalla retorica del manganello purificatore è che siamo agli ultimi posti per spesa, per percentuale di laureati e per percentuale di ricercatori.


  15. SITO ASN 9 dicembre 2012 :
    “Si informa che il Ministero sta predisponendo i necessari provvedimenti al fine di avviare a gennaio 2013 le procedure per la seconda tornata dell’abilitazione scientifica nazionale. Relativamente alla tornata dell’anno 2012, si stanno attivando le procedure per consentire la proroga del termine dei lavori delle commissioni al fine di assicurare un adeguato lasso temporale per le valutazioni dei candidati.”
    E te pareva, eccola la proroga! Ma il riferimento alla seconda tornata 2013, che significa ? Che si farà appena in tempo a sfornare migliaia di abilitati senza posto che si bandirà un’altra tornata ? Mi sembra una cosa allucinante.

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