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Il mercato delle riviste scientifiche


Il mercato dell’editoria scientifica, in particolare quello delle riviste scientifiche, è caratterizzato da una serie di meccanismi e dinamiche di funzionamento che nel corso dei decenni sono riusciti a renderlo molto lontano dall’ideale di mercato perfettamente concorrenziale, celebrato sin dai tempi di Adam Smith (1776).

All’interno di questo mercato, storicamente si sono sempre contrapposti due gruppi di protagonisti. Da un lato le case editrici for profit o commerciali che adottano strategie imprenditoriali e commerciali dirette a ottenere i massimi profitti (es. Elsevier). Dall’altro, le case editrici not for profit o non commerciali, come ad esempio le società scientifiche o le case editrici universitarie, che, per semplificare, hanno l’obiettivo di coprire con i ricavi degli abbonamenti i costi di produzione (es. Blackwell).

Il mercato delle riviste scientifiche ha registrato una notevole crescita ed espansione nel corso della prima metà del XX secolo, per poi subire un grave rallentamento e crisi  nel periodo compreso approssimativamente tra il 1975  al  1990. Questo periodo, chiamato della “Serial Crisis”, è caratterizzato dall’adozione di pratiche da parte degli editori che portarono ad un aumento rilevantissimo dei prezzi di abbonamento delle riviste e dal conseguente drastico calo nel numero degli abbonamenti sottoscritti (EU DG-Research, 2006) Per entrambe le due tipologie di case editrici, infatti, la maggiore, se non unica, fonte di ricavi è sempre stata rappresentata dai proventi delle sottoscrizioni degli abbonamenti alle riviste, da parte delle biblioteche e in misura nettamente inferiore dei singoli sottoscrittori (Bergstrom Carl T. and Bergstrom Theodore C., 2004).

Il modello economico su cui si è retto l’intero business dell’editoria scientifica è di tipo “readers-pay”: in questo schema è il lettore della rivista che paga per poter accedere alla conoscenza scientifica, e tutto si basa sulla pratica della sottoscrizione degli abbonamenti.

Non solo: altra particolarità di questo mercato sta nel fatto che poche case editrici commerciali sono riuscite ad acquisire quote di mercato rilevantissime (es. Elsevier, Springer, Taylor & Francis).

Secondo Theodore Bergstrom (2001) le ragioni di tale assetto sono molteplici.Verso la metà del secolo scorso erano tante le nuove riviste che vennero lanciate sul  mercato,  ma le case editrici commerciali offrivano  prezzi molto competitivi ed un alto livello di qualità dei contenuti. Le case editrici non commerciali non riuscirono invece ad espandersi così velocemente ed a reggere la concorrenza. Non solo: secondo molti studiosi del settore, il successo registrato fino ai giorni nostri, da alcune riviste di proprietà di case editrici commerciali, è più che altro dovuto ad una serie di prassi, comportamenti e istituzioni sociali che hanno portato le biblioteche, e i ricercatori, a ritenere preferibile abbonarsi o pubblicare sulle riviste commerciali, piuttosto che abbonarsi o pubblicare su altre, magari di qualità migliore, ma, per così dire, di minore successo.

Ma c’è anche una ragione economica che giustifica l’assetto complessivo di tale mercato: sempre secondo Bergstrom 2004, le riviste scientifiche differiscono da altre tipologie di beni (quali ad esempio automobili, computer ecc..) in quanto non sono sostituibili tra di loro, come invece accade per beni quali automobili o computer. Lo scienziato ha infatti la necessità in  linea di principio di poter accedere a tutta la ricerca scientifica pubblicata e non solo ad una parte di essa. Quindi un articolo pubblicato su una determinata rivista, non potrà mai essere sostituito con un altro articolo pubblicato su un’altra rivista. Si parla perciò di beni complementari.

È proprio la mancanza di sostituibilità delle riviste scientifiche, che ha permesso agli editori commerciali di esercitare, nel tempo, un potere di monopolio all’interno del mercato.

Ma il panorama sta modificandosi rapidamente: il mercato delle pubblicazioni scientifiche sta andando incontro alla rivoluzione rappresentata dall’Open Access.

Con l’espressione Open Access (OA), nel contesto dell’editoria scientifica, si indica l’accesso online, libero e  illimitato, agli articoli pubblicati su riviste scientifiche. L’Open Access nasce in risposta alla Serial Crisis, come una “pratica“ adottata da piccoli gruppi di scienziati o singoli scienziati che liberamente decidono di rendere accessibili al pubblico i propri elaborati, che cessano così di essere “ segretati “ dagli editori. La diffusione dell’Open Access ha spinto molte case editrici a fornire riviste interamente in modalità Open Access; altre hanno preferito operare attraverso il tradizionale sistema di abbonamenti, ma offrendo al contempo anche un libero accesso alle versioni elettroniche dei loro articoli (si veda per esempio Laakso et al).

Si distinguono due forme principali di distribuzione dei contenuti in modalità Open Access: la Green OA e la Gold OA.

Quando parliamo di Green OA ci si riferisce alla pratica dell’auto-archiviazione di un lavoro da parte del suo autore: si può trattare di un manoscritto, di un manoscritto già accettato in attesa di essere pubblicato, o addirittura di un articolo che è già stato pubblicato. arXiv è forse l’esempio più noto di una piattaforma di diffusione di paper scientifici.

Per GOLD OA si intende la pratica adottata dalle case editrici che, dopo aver ricevuto un articolo scritto da uno studioso, lo rendono direttamente e immediatamente a libera disposizione on-line del pubblico (e si distingue in questo caso tra OA diretta e OA ritardata a seconda che gli editori rendano i contenuti accessibili al pubblico immediatamente o dopo un determinato lasso di tempo, detto periodo di “embargo”. Queste pubblicazioni vengono generalmente chiamate riviste ad accesso aperto.

Lo sviluppo dell’open access inverte il modello di business su cui si è sempre retta l’editoria scientifica, dove gli editori operavano come venditori di contenuti e i sottoscrittori degli abbonamenti erano i compratori di quei contenuti. Attraverso all’accesso illimitato e libero al sapere scientifico, adesso gli editori diventano fornitori di servizi di diffusione. Sono gli autori che acquistano i servizi di diffusione offerti dagli editori: gli autori pagano per essere passati al vaglio delle consuete procedure di revisione dei pari e perché i loro prodotti della ricerca siano messi a libera disposizione della comunità scientifica.

Cambia, quindi, così modello economico su cui si è retto fino ad oggi il mercato: si abbandona, o quasi, il modello readers-pay e si approda al cosiddetto modello author-paysLa novità è che così gli editori traggono i loro ricavi non solo dalle somme fornite da parte dei tradizionali consumatori (lettori), ma anche da parte degli stessi autori.

 

 

L’effetto innovativo di tutto questo sta nel fatto che proprio grazie all’applicazione dell’ OA il mercato delle pubblicazioni scientifiche diviene più competitivo rispetto al passato. Per l’autore le molte riviste a disposizione sono infatti beni sostituibili tra loro. Con l’OA le regole della concorrenza si affacciano in questo mercato. La diffusione del modello “autore paga” potrà in prospettiva erodere il potere di mercato delle grandi case editrici commerciali.

 

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6 Comments

  1. carlocetteo cipriani says:

    Bene. Questo nuovo sistema sembra la soluzione del problema.
    Ma:
    – un giovane ricercatore che non ha fondi, come paga la pubblicazione ?
    – alcune riviste, più prestigiose , o che “più se la tirano” alzeranno i prezzi in maniera eccessiva.

  2. informatico says:

    Bellissimo l’Open Access. Ma allora perché il Governo valuta la produzione scientifica usando banche dati private (ISI) che a loro volta indicizzano per lo più riviste che NON sono Open Access?

  3. Il peggio deve ancora venire…le grosse case editrici (Taylor & Francis ma anche in parte Elsevier) cominciano a “suggerire caldamente” l’utilizzo dei loro sistemi di editing/correzione inglese/preparazione figure. Alcuni Editors di riviste (a me e’ successo personalmente) chiedono con insistenza l’utilizzo di questi sistemi con la presunta scusa “che la forma e il flusso dell’articolo ne beneficerebbero”. Inutile dire che tali servizi sono costosissimi.

  4. Piccolo problema: almeno in alcuni settori (es. il mio, matematica) le riviste che si fanno pagare dall’autore seguono la logica del “ti pubblico qualsiasi cosa scrivi, basta che mi paghi” (almeno non ho mai sentito diversamente). Quindi invalidano completamente tutto il senso di questo post. Lo scopo di tali riviste è fare soldi alle spalle dei tanti che non sono capaci di realizzare un articolo capace di superare una valutazione di un referee di una rivista.

  5. Io sono un po’ preoccupato dell’evoluzione in atto nel “mercato delle pubblicazioni”

    i) da un lato abbiamo un peso sempre più ridotto delle riviste gestite dalle società scientifiche che, in verità dovrebbero essere a garanzia super partes della qualità e dei conflitti

    ii) dall’altro, negli ultimi anni abbiamo visto aumentare il peso delle riviste scientifiche che fanno business (ad esempio Nature gruppo editoriale)- Quelle che io chiamo le S&B (Science&Business). Le S&B possono rivitalizzare in pochi anni gli Impact factors di riviste che acquistano (con strategie editoriali aggressive). Le S&B possono dettare le strategie di sviluppo della ricerca futura (anche in accordo con poteri industriali) ed hanno certamente un interesse scientifico ma anche quello di fare soldi.
    La preoccupazione delle S&B è pubblicare qualcosa di cui si parlerà, poi altre cose a seguire.

    iii) gli open access. Potevano rappresentare la svolta “democratica” ma purtoppo il loro numero sta aumentando a dismisura e per sopravvivere (ma forse alcune di queste sono nate solo per fare qualche soldo) pubblicano quasi qualsiasi cosa aumentando l’entropia già molto elevata in questo mondo.

  6. Paola Galimberti says:

    Sgombrerei il campo da questioni relative alla qualità. Open access è un modello di business diverso che non ha nulla a che fare con la qualità di ciò che viene pubblicato. Ed è diverso dall’autopubblicazione.
    Si parte dal presupposto che le ricerca finanziata con fondi pubblici debba essere pubblicamente accessibile a tutti senza altri vincoli se non il riconoscimento della paternità dell’autore.
    I meccanismi di validazione dei lavori di ricerca sono gli stessi se non più accurati come ha mostrato Silvana Gaetani che durante la OA week a Roma l’ottobre scorso http://www.aib.it/aib/sezioni/lazio/s111024.htm ci ha raccontato in cosa consiste il lavoro di un reviewer di Plos. Quello che varia da una rivista all’altra sono i costi di pubblicazione (in gran parte legati al processo di peer review e di editing) che per alcune riviste sono molto elevati. Plos chiede intorno ai 2500 euro.
    In Italia Telethon ha scelto una policy di Open Access per cui tutti i lavori finanziati vengono per contratto depositati ad accesso aperto in UKpubmed e sono disponibili per tutti.
    20% dei lavori finanziati da FP7 hanno la clausola 39 che prevede la pubblicazione ad accesso aperto dei risultati dei progetti finanziati. Si parla per Horizon 2020 della totalità dei lavori.
    Quanto al fatto di utilizzare ISI o Scopus, per ora non ci sono alternative sufficientemente robuste, ma gli studi sulle metriche alternative sono in corso http://altmetrics.org/manifesto/

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