Didattica / Normativa

Corsi solo in inglese: la Consulta ribadisce la centralità della lingua italiana e definisce i limiti dell’insegnamento in lingua straniera

Segnaliamo ai lettori la sentenza 42/2017, depositata il 24 febbraio 2017, relatore Franco Modugno. Con una sentenza interpretativa di rigetto, la Corte Costituzionale si è espressa sui limiti che gli atenei statali italiani devono rispettare quando ponderano la decisione di attivare un corso universitario impartito in una lingua straniera, individuando, altresì, le condizioni che rendono possibile, nell’ambito di un corso di studi in lingua italiana, prevedere singoli insegnamenti integralmente in lingua straniera in modo conforme alla nostra Carta Costituzionale. La Consulta ribadisce la centralità della lingua italiana nell’offerta formativa delle università statali italiane, bocciando l’offerta formativa di corsi universitari dai quali sia completamente espunto l’impiego didattico della lingua di Dante. Al Consiglio di Stato adesso il compito di applicare la decisione al caso del Politecnico di Milano che ha finito per propiziare l’intervento dei giudici delle leggi.

 

 

LA QUESTIONE

La questione trae origine dalla decisione del Senato accademico del Politecnico di Milano, con la quale il 21 maggio 2012 è stata deliberata l’attivazione, a partire dall’anno 2014, di corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca esclusivamente in lingua inglese. 

Con tale determinazione il Politecnico meneghino aveva ritenuto di avvalersi della possibilità concessa dall’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario, c.d. Legge Gelmini), «nella parte in cui consente l’attivazione generalizzata ed esclusiva (cioè con esclusione dell’italiano) di corsi [di studio universitari] in lingua straniera.

La norma, nel disciplinare gli organi e l’articolazione interna degli atenei, recita testualmente:

(…) le università statali modificano, altresì, i propri statuti in tema di articolazione interna, con l’osservanza dei seguenti vincoli e criteri direttivi:

(omissis)

l) rafforzamento dell’internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera

LE CENSURE DI COSTITUZIONALITA’

I ricorrenti (alcuni docenti dell’ateneo in questione) avevano rilevato come l’uso alternativo o addirittura esclusivo di una lingua diversa da quella italiana si ponesse non solo in contrasto con il principio costituzionale dell’ufficialità della lingua italiana (peraltro ribadito nella legislazione ordinaria e in specifica previsione dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), ma anche con i principî di ragionevolezza, non discriminazione e proporzionalità ricavabili dall’art. 3 Cost.

La disposizione censurata avrebbe anche avuto carattere socialmente discriminatorio, in quanto, consentendo alle università di prevedere arbitrariamente barriere all’accesso, impedirebbe agli studenti, pure capaci e meritevoli, ma privi di mezzi, di scegliere la sede più adatta ai loro progetti di crescita professionale e personale. Con riferimento alla violazione dell’art. 33 Cost., i ricorrenti sottolineavano come la scelta di consentire l’attivazione di corsi in lingua diversa da quella ufficiale incida sia sulle modalità, sia sui contenuti dell’insegnamento, imponendo peraltro – nell’applicazione datane dal Politecnico di Milano – ai docenti che non conoscono la lingua inglese, o che non intendano utilizzarla nelle lezioni, di insegnare – quale che sia la loro specifica competenza – nei soli corsi di laurea triennale, in violazione del complesso di diritti e doveri assunti con l’immissione in ruolo.

Si contestava la «legittimità di escludere l’italiano dalle proprie Università». La possibilità, affidata ai singoli atenei, di bandire la nostra lingua da tutti gli insegnamenti, senza peraltro nemmeno dare seguito alla pur discutibile distinzione tra “scienze dure” e scienze sociali. Con l’ovvia eccezione delle discipline delle classi linguistiche, si osservava che la lingua dell’insegnamento non è il fine, bensì un mezzo e, come tale, non può essere ragione di discriminazione. Perché l’obbligo di insegnare in una lingua diversa dall’italiano non sarebbe un modo di esercitare la libertà di insegnamento, ma un vero e proprio ostacolo all’esercizio della libertà, alla diffusione dei contenuti del pensiero che si crea e si trasmette al meglio nella propria lingua materna. Né avrebbe potuto a ciò opporsi il principio costituzionale dell’autonomia universitaria, che fra i suoi limiti interni ha proprio la libertà di insegnamento, corollario imprescindibile della libertà di arte e scienza.

LA DIFESA DELL’AVVOCATURA DELLO STATO

L’avvocatura replicava sostenendo che la Costituzione non predica una sorta di «riserva assoluta» di ricorso alla lingua nazionale per gli insegnamenti universitari e che, lungi dal minacciare l’identità nazionale, l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera ha lo scopo di inserire le università italiane nella rete degli scambi culturali internazionali e, quindi, di arricchire e non di impoverire la cultura italiana.

La scelta legislativa contestata risponde, dunque, all’esigenza di favorire una formazione di taglio internazionale, incentivando la mobilità internazionale degli studenti e accrescendo le capacità competitive dei laureati, in un contesto globale caratterizzato da una prolungata crisi economica.

Quanto ai docenti, la disposizione censurata non contrasta con l’art. 33 Cost., sia perché questi non possono vantare una sorta di «diritto al corso», sia perché l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera rappresenta un «potente strumento» di attuazione della libertà di insegnamento sancita proprio dal parametro costituzionale evocato da chi solleva la censura.

L’ARGOMENTAZIONE DELLA CONSULTA

La Consulta disattende i rilievi dei remittenti, dichiarando infondata la questione. Lo fa, però, apponendo limiti precisi, cui le future scelte degli atenei italiani in tema di attivazione di corsi in lingua straniera dovranno attenersi. Vediamo quali sono.

Richiamando la propria giurisprudenza in materia di rilevanza costituzionale della lingua italiana, i giudici delle leggi osservano come – in relazione al «principio fondamentale» (sentenza n. 88 del 2011) della tutela delle minoranze linguistiche di cui all’art. 6 Cost. – la lingua sia «elemento fondamentale di identità culturale e […] mezzo primario di trasmissione dei relativi valori» (sentenza n. 62 del 1992), «elemento di identità individuale e collettiva di importanza basilare» (sentenza n. 15 del 1996). La lingua italiana è l’«unica lingua ufficiale» del sistema costituzionale (sentenza n. 28 del 1982). Tale qualità – ricavabile implicitamente dall’art. 6 Cost. ed espressamente ribadita nell’art. 1, comma 1, della legge 15 dicembre 1999, n. 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche e storiche), oltre che nell’art. 99 dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige – «non ha evidentemente solo una funzione formale, ma funge da criterio interpretativo generale», teso a evitare che altre lingue «possano essere intese come alternative alla lingua italiana» o comunque tali da porre quest’ultima «in posizione marginale» (sentenza n. 159 del 2009).

Per la Consulta la lingua italiana è – nella sua ufficialità e quindi nella sua primazia – vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost.

La Corte non omette di considerare che la progressiva integrazione sovranazionale degli ordinamenti e l’erosione dei confini nazionali determinati dalla globalizzazione possono insidiare senz’altro, sotto molteplici profili, tale funzione della lingua italiana: il plurilinguismo della società contemporanea, l’uso di una specifica lingua in determinati ambiti del sapere umano, la diffusione a livello globale di una o più lingue sono tutti fenomeni che, ormai penetrati nella vita dell’ordinamento costituzionale, affiancano la lingua nazionale nei più diversi campi.

Ma tali fenomeni non devono costringere quest’ultima in una posizione di marginalità: al contrario, e anzi proprio in virtù della loro emersione, il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, bensì – lungi dall’essere una formale difesa di un retaggio del passato, inidonea a cogliere i mutamenti della modernità – diventa ancor più decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé.

Ribadita ed attualizzata la centralità della lingua italiana nel nostro sistema costituzionale, la Consulta passa a declinarne il senso nella scuola e nelle università, le quali, nell’ambito dell’ordinamento «unitario» della pubblica istruzione (sentenza n. 383 del 1998), sono i luoghi istituzionalmente deputati alla trasmissione della conoscenza «nei vari rami del sapere» (sentenza n. 7 del 1967) e alla formazione della persona e del cittadino.

In tale contesto, il primato della lingua italiana entra in contatto con altri principî costituzionali, con essi combinandosi e, ove necessario, bilanciandosi:

  • il principio d’eguaglianza, anche sotto il profilo della parità nell’accesso all’istruzione, diritto questo che la Repubblica, ai sensi dell’art. 34, terzo comma, Cost., ha il dovere di garantire, sino ai gradi più alti degli studi, ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi;
  • la libertà d’insegnamento, garantita ai docenti dall’art. 33, primo comma, Cost., la quale, se è suscettibile di atteggiarsi secondo le più varie modalità, «rappresenta pur sempre […] una prosecuzione ed una espansione» (sentenza n. 240 del 1974) della libertà della scienza e dell’arte;
  • l’autonomia universitaria, riconosciuta e tutelata dall’art. 33, sesto comma, Cost., che non deve peraltro essere considerata solo sotto il profilo dell’organizzazione interna, ma anche nel «rapporto di necessaria reciproca implicazione» (sentenza n. 383 del 1998) con i diritti costituzionali di accesso alle prestazioni.

Svolte queste premesse, i giudici di piazza del Quirinale passano alla norma oggetto di censura.

Si osserva preliminarmente che, nell’indicare i vincoli e criteri direttivi che le università devono osservare in sede di modifica dei propri statuti, la norma prevede, in particolare, che il rafforzamento dell’internazionalizzazione degli atenei possa avvenire «anche» attraverso l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera.

L’obiettivo dell’internazionalizzazione che si intende perseguire, consentendo agli atenei di incrementare la propria vocazione internazionale, sia per proporre agli studenti un’offerta formativa alternativa, che per attirare studenti dall’estero, deve essere soddisfatto senza pregiudicare i tre principî costituzionali del primato della lingua italiana, della parità nell’accesso all’istruzione universitaria e della libertà d’insegnamento. L’autonomia universitaria riconosciuta dall’art. 33 Cost., infatti, deve pur sempre svilupparsi «nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato» e, prima ancora, dai diversi principî costituzionali che nell’ambito dell’istruzione vengono in rilievo.

Ed è a questo punto che la Consulta articola il punto nodale della sua operazione ermeneutica:

“Ove si interpretasse la disposizione oggetto del presente giudizio nel senso che agli atenei sia consentito predisporre una generale offerta formativa che contempli intieri corsi di studio impartiti esclusivamente in una lingua diversa dall’italiano, anche in settori nei quali l’oggetto stesso dell’insegnamento lo richieda, si determinerebbe, senz’altro, un illegittimo sacrificio di tali principî.

L’esclusività della lingua straniera, infatti, innanzitutto estrometterebbe integralmente e indiscriminatamente la lingua ufficiale della Repubblica dall’insegnamento universitario di intieri rami del sapere. Le legittime finalità dell’internazionalizzazione non possono ridurre la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare.

In secondo luogo, imporrebbe, quale presupposto per l’accesso ai corsi, la conoscenza di una lingua diversa dall’italiano, così impedendo, in assenza di adeguati supporti formativi, a coloro che, pur capaci e meritevoli, non la conoscano affatto, di raggiungere «i gradi più alti degli studi», se non al costo, tanto in termini di scelte per la propria formazione e il proprio futuro, quanto in termini economici, di optare per altri corsi universitari o, addirittura, per altri atenei.

In terzo luogo, potrebbe essere lesiva della libertà d’insegnamento, poiché, per un verso, verrebbe a incidere significativamente sulle modalità con cui il docente è tenuto a svolgere la propria attività, sottraendogli la scelta sul come comunicare con gli studenti, indipendentemente dalla dimestichezza ch’egli stesso abbia con la lingua straniera; per un altro, discriminerebbe il docente all’atto del conferimento degli insegnamenti, venendo questi necessariamente attribuiti in base a una competenza – la conoscenza della lingua straniera – che nulla ha a che vedere con quelle verificate in sede di reclutamento e con il sapere specifico che deve essere trasmesso ai discenti.”

Muovendo da questa convinta riaffermazione della centralità della lingua italiana nel sistema dell’istruzione universitaria del nostro Paese, i giudici delle leggi si sforzano di offrire una lettura costituzionalmente orientata della norma voluta dalla riforma del 2010, per contemperare le esigenze sottese alla internazionalizzazione – voluta dal legislatore e perseguibile, in attuazione della loro autonomia costituzionalmente garantita, dagli atenei – con i principî di cui agli artt. 3, 6, 33 e 34 Cost.

Questi principî costituzionali – osserva la Corte – “se sono incompatibili con la possibilità che intieri corsi di studio siano erogati esclusivamente in una lingua diversa dall’italiano, nei termini dianzi esposti, non precludono certo la facoltà, per gli atenei che lo ritengano opportuno, di affiancare all’erogazione di corsi universitari in lingua italiana corsi in lingua straniera, anche in considerazione della specificità di determinati settori scientifico-disciplinari. È, questa, una opzione ermeneutica che rientra certamente tra quelle consentite dal portato semantico dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge n. 240 del 2010 – nel cui testo non compare, del resto, alcun riferimento al carattere di esclusività dei corsi in lingua straniera – e che evita l’insorgere dell’antinomia normativa con i più volte evocati principî costituzionali: una offerta formativa che preveda che taluni corsi siano tenuti tanto in lingua italiana quanto in lingua straniera non li comprime affatto, né tantomeno li sacrifica, consentendo, allo stesso tempo, il perseguimento dell’obiettivo dell’internazionalizzazione”.

Tale conclusione – che implica affiancare sempre, nell’economia di un intero corso di studi, corsi in italiano a corsi in lingua straniera – deve trovare applicazione – precisa la sentenza –  soltanto quando sia riferita alla volontà di attivare “intieri corsi di studio universitari“.

Fuori dal contesto di un intero corso di studi, le università statali conservano la facoltà di prevedere che singoli insegnamenti siano integralmente impartiti in lingua straniera. La norma voluta dalla riforma del 2010 – a dimostrazione di come l’internazionalizzazione sia obiettivo in vario modo perseguibile e comunque sia da perseguire – consente di erogare singoli insegnamenti in lingua straniera. Solo un eccesso di formalismo e di severità indurrebbe ad affermare – soggiunge la Consulta – che, anche con riferimento a questi ultimi, i principî costituzionali di cui agli artt. 3, 6, 33 e 34 Cost. impongano agli atenei di erogarli a condizione che ve ne sia uno corrispondente in lingua italiana. Appare ragionevole per la Corte che, in considerazione delle peculiarità e delle specificità dei singoli insegnamenti, le università possano, nell’ambito della propria autonomia, scegliere di attivarli anche esclusivamente in lingua straniera.

La Consulta si preoccupa, però, di evitare che questa facoltà offerta dal legislatore non diventi elusiva dei principî costituzionali appena ribaditi, ammonendo gli atenei a esercitarla con ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire  una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.

E’ entro questi limiti, definiti da parametri tanto elastici quanto insuscettibili di essere elusi mercé scelte che concretamente si dimostrino dirette a svuotarli di effettività, che la Corte Costituzionale dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario).

Sono questi i  limiti che adesso attendono di essere concretamente applicati dal Consiglio di Stato nel giudizio promosso innanzi ai giudici dell’amministrazione per contestare la legittimità della delibera del Politecnico di Milano del 2012. E – pensando a questo scenario applicativo alla luce dell’inequivoco senso fatto proprio dalla sentenza qui illustrata – si potrebbe dire che i docenti ricorrenti, perdendo la battaglia, abbiano vinto la guerra.

 

TESTO INTEGRALE DELLA SENTENZA (come ripreso dal sito della Corte Costituzionale)

Sentenza 42/2017 (ECLI:IT:COST:2017:42)
Giudizio 
Presidente GROSSI – Redattore MODUGNO
Udienza Pubblica del 20/09/2016    Decisione  del 21/02/2017
Deposito del 24/02/2017   Pubblicazione in G. U.
Norme impugnate: Art. 2, c. 2°, lett. l), della legge 30/12/2010, n. 240.
Massime:
Atti decisi: ord. 88/2015

 

SENTENZA N. 42

ANNO 2017

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Paolo GROSSI; Giudici : Alessandro CRISCUOLO, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario), promosso dal Consiglio di Stato, sezione sesta giurisdizionale, nel procedimento vertente tra il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e A. A. ed altri, con ordinanza del 22 gennaio 2015, iscritta al n. 88 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 20, prima serie speciale, dell’anno 2015.

Visto l’atto di costituzione di A. A. ed altri, nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 20 settembre 2016 il Giudice relatore Franco Modugno;

uditi gli avvocati Federico Sorrentino e Maria Agostina Cabiddu per A. A. ed altri e l’avvocato dello Stato Federico Basilica per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.– Con ordinanza del 22 gennaio 2015, il Consiglio di Stato, sezione sesta giurisdizionale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 6 e 33 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario), «nella parte in cui consente l’attivazione generalizzata ed esclusiva (cioè con esclusione dell’italiano) di corsi [di studio universitari] in lingua straniera».

La disposizione censurata, nell’indicare i vincoli e criteri direttivi che le università devono osservare in sede di modifica dei propri statuti, prevede il «rafforzamento dell’internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera».

Alla luce della predetta previsione, il Senato accademico del Politecnico di Milano (delibera del 21 maggio 2012) ha ritenuto di poter determinare l’attivazione, a partire dall’anno 2014, dei corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca esclusivamente in lingua inglese, sia pur affiancata da un piano per la formazione dei docenti e per il sostegno agli studenti.

Alcuni docenti dell’ateneo milanese hanno proposto ricorso al Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, ottenendo l’annullamento del predetto provvedimento amministrativo (sentenza 23 maggio 2013, n. 1348).

Contro la decisione del TAR Lombardia hanno proposto appello il Politecnico di Milano e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. È in tale sede che il Consiglio di Stato dubita della legittimità costituzionale della disposizione censurata, ritenendo che essa legittimi l’applicazione che ne è stata data dal Politecnico di Milano, «giacché l’attivazione di corso in lingua inglese, nella lettera della norma, non è soggetta a limitazioni né a condizioni».

Il rimettente ritiene che tale conclusione sia avvalorata dalla previsione del paragrafo 31 dell’allegato B al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 23 dicembre 2010, n. 50 (Definizione delle linee generali d’indirizzo della programmazione delle Università per il triennio 2010-2012), il quale, in deroga al divieto per le università di istituire nuovi corsi di studio posto dal precedente paragrafo 30, consente, al fine di favorire l’internazionalizzazione delle attività didattiche, la possibilità di attivare corsi che ne prevedano l’erogazione «interamente in lingua straniera», sia pure, come ha osservato il TAR Lombardia, nelle sedi nelle quali sia già presente un omologo corso. Poiché, peraltro, la legge n. 240 del 2010, successiva al decreto appena ricordato, non contiene una simile condizione, l’applicazione datane dal Politecnico sarebbe, sotto quest’aspetto, legittima.

1.1.– Il Consiglio di Stato ritiene non condivisibili le considerazioni sulle quali si fonda la sentenza impugnata del TAR Lombardia, che ha negato, anzitutto, la produzione ad opera della disposizione censurata di un effetto di abrogazione tacita dell’art. 271 del regio decreto 31 agosto 1933, n. 1592 (Approvazione del testo unico delle leggi sull’istruzione superiore), il quale prevede che «la lingua italiana è la lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari». Sul punto, la previsione del regio decreto sarebbe superata dalla possibilità ora riconosciuta di istituire corsi in lingua diversa dall’italiano; così come la congiunzione «anche», contenuta nella disposizione censurata, non varrebbe a sminuirne la portata innovativa, nel senso postulato dal TAR, dato che essa legittima «anche» l’istituzione di corsi in lingua straniera, opzione che appartiene alla libera scelta dell’autonomia universitaria, esercitata dal Politecnico nel senso che si è detto.

1.2.– Dopo aver così ricostruito la disciplina censurata – la cui applicazione determinerebbe l’accoglimento dell’appello – il Consiglio di Stato manifesta dubbi sulla conformità a Costituzione della stessa, con riguardo a diversi parametri costituzionali. Essa sarebbe in contrasto con l’art. 3 Cost., perché non tiene conto delle diversità esistenti tra gli insegnamenti e in quanto non si può in ogni caso giustificare l’abolizione integrale della lingua italiana per i corsi considerati; con l’art. 6 Cost., dal quale si ricava il principio di ufficialità della lingua italiana, come affermato dalla Corte costituzionale (sono richiamate le sentenze n. 159 del 2009 e n. 28 del 1982) e ribadito dalla legislazione ordinaria (art. 1, comma 1, della legge 15 dicembre 1999, n. 482, recante «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche e storiche); infine, con l’art. 33 Cost., in quanto la possibilità riservata agli atenei di imporre l’uso esclusivo di una lingua diversa dall’italiano nell’attività didattica non sarebbe congruente con il principio della libertà di insegnamento, compromettendo la ivi compresa libera espressione della comunicazione con gli studenti attraverso l’eliminazione di qualsiasi diversa scelta eventualmente ritenuta più proficua da parte dei professori.

2.– Con memoria si sono costituiti i docenti universitari resistenti nel giudizio a quo, i quali hanno rilevato, anzitutto, che il Consiglio di Stato non avrebbe sperimentato la possibilità di dare al testo legislativo un significato compatibile con i parametri costituzionali: ciò dovrebbe implicare l’inammissibilità della questione. Tuttavia, il fatto che il Consiglio di Stato abbia considerato impossibile ricavare dalla disposizione censurata altra norma se non quella identificata dal Politecnico di Milano e fatta propria dal Ministero – norma che consente alle università di fornire tutti i propri corsi in lingua diversa da quella ufficiale della Repubblica – induce le parti private a ritenere l’intervento della Corte costituzionale non solo necessario, ma anche urgente, al fine di chiarire, in modo vincolante per tutti, quale sia il grado e il concetto stesso di «internazionalizzazione» compatibile con la Costituzione.

2.1.– Nel merito, i docenti rilevano che l’uso alternativo o addirittura esclusivo di una lingua diversa da quella italiana si porrebbe non solo in contrasto con il principio costituzionale dell’ufficialità della lingua italiana (peraltro ribadito nella legislazione ordinaria e in specifica previsione dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige), ma anche con i principî di ragionevolezza, non discriminazione e proporzionalità ricavabili dall’art. 3 Cost. Tra l’altro, la disposizione censurata avrebbe carattere anche socialmente discriminatorio, in quanto, consentendo alle università di prevedere arbitrariamente barriere all’accesso, impedirebbe agli studenti, pure capaci e meritevoli, ma privi di mezzi, di scegliere la sede più adatta ai loro progetti di crescita professionale e personale. Quanto alla violazione dell’art. 33 Cost., la difesa dei resistenti nel giudizio a quo sottolinea come la scelta di consentire l’attivazione di corsi in lingua diversa da quella ufficiale incida sia sulle modalità, sia sui contenuti dell’insegnamento, imponendo peraltro – nell’applicazione datane dal Politecnico di Milano – ai docenti che non conoscono la lingua inglese, o che non intendano utilizzarla nelle lezioni, di insegnare – quale che sia la loro specifica competenza – nei soli corsi di laurea triennale, in violazione del complesso di diritti e doveri assunti con l’immissione in ruolo.

Ciò che nella memoria di costituzione si contesta radicalmente è, dunque, la «legittimità di escludere l’italiano dalle proprie Università», la possibilità, affidata ai singoli atenei, di bandire la nostra lingua da tutti gli insegnamenti, senza peraltro nemmeno dare seguito alla pure discutibile distinzione tra “scienze dure” e scienze sociali. Con l’ovvia eccezione delle discipline delle classi linguistiche, la lingua dell’insegnamento non è il fine bensì un mezzo e, come tale, non può essere ragione di discriminazione. L’obbligo di insegnare in una lingua diversa dall’italiano non sarebbe una modalità di esecuzione della libertà di insegnamento, ma un vero e proprio ostacolo all’esercizio della libertà, alla diffusione dei contenuti del pensiero che si crea e si trasmette al meglio nella propria lingua materna. Né potrebbe a ciò opporsi il principio costituzionale dell’autonomia universitaria, che ha fra i suoi limiti interni proprio la libertà di insegnamento, corollario imprescindibile della libertà di arte e scienza.

3.– Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale ha prospettato specifiche ragioni di inammissibilità delle questioni. Il Consiglio di Stato si sarebbe limitato a riprodurre acriticamente le deduzioni delle parti interessate, non avrebbe assolto all’onere di fornire idonea motivazione sulla rilevanza delle questioni e, infine, non avrebbe vagliato possibilità alternative di interpretare la disposizione in modo conforme a Costituzione.

In particolare, la disposizione censurata sarebbe correttamente formulata in termini generali e astratti al fine di assicurare il rispetto delle prerogative, da un lato, del centro di governo del sistema universitario – Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (MIUR), Consiglio universitario nazionale (CUN) e Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) – sulle modalità di attuazione del processo di internazionalizzazione (della didattica e della ricerca) delle università italiane, e, dall’altro, dei singoli atenei, alla cui valutazione discrezionale l’ordinamento riconduce il potere di scegliere le modalità didattiche più opportune per assicurare il perseguimento della propria missione formativa come autonomamente prefigurata a livello statutario.

La scelta della lingua degli insegnamenti sarebbe pertanto riconducibile alla capacità di autodeterminazione dei singoli atenei, sottoposta al controllo degli organi centrali di governo in sede di accreditamento dei diversi corsi. La possibilità di erogare in lingua straniera gli insegnamenti universitari sarebbe soltanto una delle opzioni applicative contemplate dalla disposizione censurata che, se fosse congegnata in materia più stringente rispetto all’attuale, porrebbe sì un problema di legittimità costituzionale, comprimendo le prerogative dei diversi soggetti istituzionali competenti ad esprimersi sull’offerta didattica. Delle molteplici opzioni applicative astrattamente consentite dalla disposizione censurata il rimettente non fa menzione, così palesando, a giudizio della difesa dell’interveniente, il difetto di rilevanza delle questioni.

3.1.– Nel merito, la difesa dell’interveniente sottolinea, tra l’altro, che la Costituzione non predicherebbe una sorta di «riserva assoluta» di ricorso alla lingua nazionale per gli insegnamenti universitari e che, lungi dal minacciare l’identità nazionale, l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera avrebbe lo scopo di inserire le università italiane nella rete degli scambi culturali internazionali e, quindi, di arricchire e non di impoverire la cultura italiana.

La scelta legislativa contestata risponderebbe, dunque, all’esigenza di favorire una formazione di taglio internazionale, incentivando la mobilità internazionale degli studenti e accrescendo le capacità competitive dei laureati in un contesto globale caratterizzato da una prolungata crisi economica.

Quanto ai docenti, la disposizione censurata non contrasterebbe con l’art. 33 Cost., sia perché questi non possono vantare una sorta di «diritto al corso», sia perché l’attivazione di corsi di studio in lingua straniera rappresenterebbe un «potente strumento» di attuazione della libertà di insegnamento sancita proprio dal parametro costituzionale evocato dal rimettente.

Considerato in diritto

1.– Il Consiglio di Stato, sezione sesta giurisdizionale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 6 e 33 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario), «nella parte in cui consente l’attivazione generalizzata ed esclusiva (cioè con esclusione dell’italiano) di corsi [di studio universitari] in lingua straniera».

La disposizione censurata, nell’indicare i vincoli e i criteri direttivi che le università devono osservare in sede di modifica dei propri statuti, prevede il «rafforzamento dell’internazionalizzazione anche attraverso una maggiore mobilità dei docenti e degli studenti, programmi integrati di studio, iniziative di cooperazione interuniversitaria per attività di studio e di ricerca e l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera».

Dalla predetta disposizione il Politecnico di Milano ha ricavato la norma che consentirebbe alle università di fornire tutti i propri corsi in lingua diversa da quella ufficiale della Repubblica, così deliberando l’attivazione, a partire dall’anno 2014, dei corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca esclusivamente in lingua inglese, sia pur affiancata da un piano per la formazione dei docenti e per il sostegno agli studenti. La predetta delibera dell’ateneo milanese è all’origine del giudizio amministrativo che ha condotto alla rimessione delle presenti questioni di legittimità costituzionale.

1.1.– La disposizione censurata, per come sopra interpretata, violerebbe: a) l’art. 3 Cost., poiché permetterebbe una «ingiustificata abolizione integrale della lingua italiana per i corsi considerati», non tenendo peraltro conto delle loro diversità, «tali da postulare, invece, per alcuni di essi, una diversa trasmissione del sapere, maggiormente attinente alla tradizione e ai valori della cultura italiana, della quale il linguaggio è espressione»; b) l’art. 6 Cost., ponendosi in contrasto con il principio dell’ufficialità della lingua italiana da esso ricavabile a contrario; c) l’art. 33 Cost., compromettendo la libera espressione della comunicazione con gli studenti, da ritenersi senz’altro compresa nella libertà di insegnamento.

2.– L’Avvocatura generale dello Stato ha sollevato diverse eccezioni di inammissibilità, che occorre esaminare preliminarmente.

2.1.– Non possono essere accolte le eccezioni che si riferiscono al difetto di motivazione sulla rilevanza e alla presunta riproduzione acritica delle deduzioni delle parti del giudizio a quo.

Non può condividersi, infatti, il rilievo per cui il rimettente non avrebbe adeguatamente spiegato le ragioni per le quali ritiene di dover applicare la norma della cui legittimità costituzionale dubita, essendo sufficiente, come più volte ribadito nella giurisprudenza costituzionale, che egli proponga una motivazione plausibile con riguardo alla rilevanza della questione, riconoscendosi finanche forme implicite di motivazione al proposito «sempreché, dalla descrizione della fattispecie, il carattere pregiudiziale della stessa questione emerga con immediatezza ed evidenza» (sentenze n. 120 del 2015, n. 201 del 2014 e n. 369 del 1996). È ciò che nella specie accade, anche per effetto della ricostruzione della disciplina censurata operata dal giudice a quo, la quale, in ragione dell’interpretazione che questi ritiene di darne, imporrebbe l’accoglimento dell’appello.

Né può condividersi l’assunto per cui nella specie le questioni sarebbero motivate solo per relationem, presentando senz’altro l’ordinanza di rimessione quei caratteri di «autosufficienza» che per costante giurisprudenza sono richiesti ai fini dell’esame nel merito.

2.2.– Del pari da respingere è l’ulteriore eccezione di inammissibilità sollevata dall’Avvocatura generale dello Stato, secondo la quale il giudice a quo non avrebbe vagliato le possibilità alternative di interpretare la disposizione in modo conforme a Costituzione. Tale eccezione potrebbe ritenersi fatta propria persino dalla difesa dei resistenti nel giudizio a quo, dal momento che questi ritengono che il tentativo di interpretazione conforme a Costituzione avrebbe potuto essere fruttuoso, come dimostrerebbe proprio l’appellata sentenza del Tribunale amministrativo per la Lombardia che aveva annullato la delibera dell’ateneo milanese, consentendo dunque al Consiglio di Stato di decidere senza interpellare il giudice delle leggi. Tuttavia, sono proprio i resistenti docenti universitari a precisare nella memoria difensiva la necessità di un intervento nel merito della Corte costituzionale, avendo il Consiglio di Stato considerato impossibile ricavare dalla disposizione censurata altra norma se non quella identificata dal Politecnico di Milano e fatta propria dal Ministero dell’istruzione, ossia la norma che consente alle università di fornire tutti i propri corsi in lingua diversa da quella ufficiale della Repubblica.

Il punto merita di essere considerato con attenzione, dovendosi rilevare che il giudice a quo ha ritenuto, con adeguata motivazione, che la formulazione legislativa rendesse non implausibile l’applicazione datane dal Politecnico di Milano. Sarebbe, dunque, il modo stesso in cui l’enunciato è fraseggiato – in ragione, in particolare, della presenza della congiunzione «anche» – a consentire la predetta applicazione e a impedire una soluzione ermeneutica conforme a Costituzione.

A fronte di adeguata motivazione circa l’impedimento ad un’interpretazione costituzionalmente compatibile, dovuto specificamente al «tenore letterale della disposizione», questa Corte ha già avuto modo di affermare che «la possibilità di un’ulteriore interpretazione alternativa, che il giudice a quo non ha ritenuto di fare propria, non riveste alcun significativo rilievo ai fini del rispetto delle regole del processo costituzionale, in quanto la verifica dell’esistenza e della legittimità di tale ulteriore interpretazione è questione che attiene al merito della controversia, e non alla sua ammissibilità» (sentenza n. 221 del 2015). Si tratta di orientamento ormai consolidato, in virtù del quale può ben dirsi che «se l’interpretazione prescelta dal giudice rimettente sia da considerare la sola persuasiva, è profilo che esula dall’ammissibilità e attiene, per contro, al merito» (sentenze nn. 95 e 45 del 2016, n. 262 del 2015; nonché, nel medesimo senso, sentenza n. 204 del 2016).

Se, dunque, «le leggi non si dichiarano costituzionalmente illegittime perché è possibile darne interpretazioni incostituzionali (e qualche giudice ritenga di darne)» (sentenza n. 356 del 1996), ciò non significa che, ove sia improbabile o difficile prospettarne un’interpretazione costituzionalmente orientata, la questione non debba essere scrutinata nel merito. Anzi, tale scrutinio, ricorrendo le predette condizioni, si rivela, come nella specie, necessario, pure solo al fine di stabilire se la soluzione conforme a Costituzione rifiutata dal giudice rimettente sia invece possibile.

3.– Nel merito, le questioni di legittimità costituzionale non sono fondate, nei limiti e nei termini che seguono.

3.1.– La giurisprudenza di questa Corte ha già avuto modo di precisare – in relazione al «principio fondamentale» (sentenza n. 88 del 2011) della tutela delle minoranze linguistiche di cui all’art. 6 Cost. – come la lingua sia «elemento fondamentale di identità culturale e […] mezzo primario di trasmissione dei relativi valori» (sentenza n. 62 del 1992), «elemento di identità individuale e collettiva di importanza basilare» (sentenza n. 15 del 1996). Ciò che del pari vale per l’«unica lingua ufficiale» del sistema costituzionale (sentenza n. 28 del 1982) – la lingua italiana – la cui qualificazione, ricavabile per implicito dall’art. 6 Cost. ed espressamente ribadita nell’art. 1, comma 1, della legge 15 dicembre 1999, n. 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche e storiche), oltre che nell’art. 99 dello Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige, «non ha evidentemente solo una funzione formale, ma funge da criterio interpretativo generale», teso a evitare che altre lingue «possano essere intese come alternative alla lingua italiana» o comunque tali da porre quest’ultima «in posizione marginale» (sentenza n. 159 del 2009).

La lingua italiana è dunque, nella sua ufficialità, e quindi primazia, vettore della cultura e della tradizione immanenti nella comunità nazionale, tutelate anche dall’art. 9 Cost. La progressiva integrazione sovranazionale degli ordinamenti e l’erosione dei confini nazionali determinati dalla globalizzazione possono insidiare senz’altro, sotto molteplici profili, tale funzione della lingua italiana: il plurilinguismo della società contemporanea, l’uso d’una specifica lingua in determinati ambiti del sapere umano, la diffusione a livello globale d’una o più lingue sono tutti fenomeni che, ormai penetrati nella vita dell’ordinamento costituzionale, affiancano la lingua nazionale nei più diversi campi. Tali fenomeni, tuttavia, non debbono costringere quest’ultima in una posizione di marginalità: al contrario, e anzi proprio in virtù della loro emersione, il primato della lingua italiana non solo è costituzionalmente indefettibile, bensì – lungi dall’essere una formale difesa di un retaggio del passato, inidonea a cogliere i mutamenti della modernità – diventa ancor più decisivo per la perdurante trasmissione del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, oltre che garanzia di salvaguardia e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé.

3.2.– La centralità costituzionalmente necessaria della lingua italiana si coglie particolarmente nella scuola e nelle università, le quali, nell’ambito dell’ordinamento «unitario» della pubblica istruzione (sentenza n. 383 del 1998), sono i luoghi istituzionalmente deputati alla trasmissione della conoscenza «nei vari rami del sapere» (sentenza n. 7 del 1967) e alla formazione della persona e del cittadino. In tale contesto, il primato della lingua italiana si incontra con altri principî costituzionali, con essi combinandosi e, ove necessario, bilanciandosi: il principio d’eguaglianza, anche sotto il profilo della parità nell’accesso all’istruzione, diritto questo che la Repubblica, ai sensi dell’art. 34, terzo comma, Cost., ha il dovere di garantire, sino ai gradi più alti degli studi, ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi; la libertà d’insegnamento, garantita ai docenti dall’art. 33, primo comma, Cost., la quale, se è suscettibile di atteggiarsi secondo le più varie modalità, «rappresenta pur sempre […] una prosecuzione ed una espansione» (sentenza n. 240 del 1974) della libertà della scienza e dell’arte; l’autonomia universitaria, riconosciuta e tutelata dall’art. 33, sesto comma, Cost., che non deve peraltro essere considerata solo sotto il profilo dell’organizzazione interna, ma anche nel «rapporto di necessaria reciproca implicazione» (sentenza n. 383 del 1998) con i diritti costituzionali di accesso alle prestazioni.

4 .– La disposizione censurata, nell’indicare i vincoli e criteri direttivi che le università devono osservare in sede di modifica dei propri statuti, prevede, in particolare, che il rafforzamento dell’internazionalizzazione degli atenei possa avvenire «anche» attraverso l’attivazione, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, di insegnamenti, di corsi di studio e di forme di selezione svolti in lingua straniera.

L’obiettivo dell’internazionalizzazione – che la disposizione de qua legittimamente intende perseguire, consentendo agli atenei di incrementare la propria vocazione internazionale, tanto proponendo agli studenti una offerta formativa alternativa, quanto attirando discenti dall’estero – deve essere soddisfatto, tuttavia, senza pregiudicare i principî costituzionali del primato della lingua italiana, della parità nell’accesso all’istruzione universitaria e della libertà d’insegnamento. L’autonomia universitaria riconosciuta dall’art. 33 Cost., infatti, deve pur sempre svilupparsi «nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato» e, prima ancora, dai diversi principî costituzionali che nell’ambito dell’istruzione vengono in rilievo.

Ove si interpretasse la disposizione oggetto del presente giudizio nel senso che agli atenei sia consentito predisporre una generale offerta formativa che contempli intieri corsi di studio impartiti esclusivamente in una lingua diversa dall’italiano, anche in settori nei quali l’oggetto stesso dell’insegnamento lo richieda, si determinerebbe, senz’altro, un illegittimo sacrificio di tali principî.

L’esclusività della lingua straniera, infatti, innanzitutto estrometterebbe integralmente e indiscriminatamente la lingua ufficiale della Repubblica dall’insegnamento universitario di intieri rami del sapere. Le legittime finalità dell’internazionalizzazione non possono ridurre la lingua italiana, all’interno dell’università italiana, a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia e dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare.

In secondo luogo, imporrebbe, quale presupposto per l’accesso ai corsi, la conoscenza di una lingua diversa dall’italiano, così impedendo, in assenza di adeguati supporti formativi, a coloro che, pur capaci e meritevoli, non la conoscano affatto, di raggiungere «i gradi più alti degli studi», se non al costo, tanto in termini di scelte per la propria formazione e il proprio futuro, quanto in termini economici, di optare per altri corsi universitari o, addirittura, per altri atenei.

In terzo luogo, potrebbe essere lesiva della libertà d’insegnamento, poiché, per un verso, verrebbe a incidere significativamente sulle modalità con cui il docente è tenuto a svolgere la propria attività, sottraendogli la scelta sul come comunicare con gli studenti, indipendentemente dalla dimestichezza ch’egli stesso abbia con la lingua straniera; per un altro, discriminerebbe il docente all’atto del conferimento degli insegnamenti, venendo questi necessariamente attribuiti in base a una competenza – la conoscenza della lingua straniera – che nulla ha a che vedere con quelle verificate in sede di reclutamento e con il sapere specifico che deve essere trasmesso ai discenti.

4.1.– Tuttavia, della disposizione censurata nel presente giudizio è ben possibile dare una lettura costituzionalmente orientata, tale da contemperare le esigenze sottese alla internazionalizzazione – voluta dal legislatore e perseguibile, in attuazione della loro autonomia costituzionalmente garantita, dagli atenei – con i principî di cui agli artt. 3, 6, 33 e 34 Cost., parametro quest’ultimo il quale, ancorché non evocato dal rimettente, è pertinente allo scrutinio delle odierne questioni di legittimità costituzionale.

Questi principî costituzionali, se sono incompatibili con la possibilità che intieri corsi di studio siano erogati esclusivamente in una lingua diversa dall’italiano, nei termini dianzi esposti, non precludono certo la facoltà, per gli atenei che lo ritengano opportuno, di affiancare all’erogazione di corsi universitari in lingua italiana corsi in lingua straniera, anche in considerazione della specificità di determinati settori scientifico-disciplinari. È, questa, una opzione ermeneutica che rientra certamente tra quelle consentite dal portato semantico dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge n. 240 del 2010 – nel cui testo non compare, del resto, alcun riferimento al carattere di esclusività dei corsi in lingua straniera – e che evita l’insorgere dell’antinomia normativa con i più volte evocati principî costituzionali: una offerta formativa che preveda che taluni corsi siano tenuti tanto in lingua italiana quanto in lingua straniera non li comprime affatto, né tantomeno li sacrifica, consentendo, allo stesso tempo, il perseguimento dell’obiettivo dell’internazionalizzazione.

4.2.– È solo il caso di precisare che quanto sinora affermato è riferito soltanto all’ipotesi di intieri corsi di studio universitari.

La disposizione qui scrutinata, a dimostrazione di come l’internazionalizzazione sia obiettivo in vario modo perseguibile e, comunque sia, da perseguire, consente altresì l’erogazione di singoli insegnamenti in lingua straniera. Solo con un eccesso di formalismo e di severità potrebbe affermarsi che, anche con riferimento a questi ultimi, i principî costituzionali di cui agli artt. 3, 6, 33 e 34 Cost. impongano agli atenei di erogarli a condizione che ve ne sia uno corrispondente in lingua italiana. È ragionevole invece che, in considerazione delle peculiarità e delle specificità dei singoli insegnamenti, le università possano, nell’ambito della propria autonomia, scegliere di attivarli anche esclusivamente in lingua straniera. Va da sé che, perché questa facoltà offerta dal legislatore non diventi elusiva dei principî costituzionali, gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara non fondate, nei sensi e nei limiti di cui in motivazione, le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 6 e 33 della Costituzione, dal Consiglio di Stato, sezione sesta giurisdizionale, con l’ordinanza indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 febbraio 2017.

F.to:

Paolo GROSSI, Presidente

Franco MODUGNO, Redattore

Roberto MILANA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 24 febbraio 2017.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Roberto MILANA

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101 Comments

  1. “..I corsi in inglese perchè abbiamo molti sutdenti stranieri con Erasmus.” Certamente……
    Infatti se vado a seguire un corso universitario o farmi un PhD in Inghilterra o USA subito mi fanno le lezioni in italiano.
    Per favore non siamo ridicoli.

    • p.marcati says:

      Hai ragione devo evitare di digitare risposte dal telefonino, per evitare che qualche grande intellettuale prenda a pretesto errori di ortografia per evitare di entrare nel merito. Oppure devo interpretare la risposta come un trumpiano “Italy first….” scusa “Prima l’Italia…”. Poi mi metto anche a cantare il “Piave mormorava….” se devo fare ammenda.

  2. p.marcati says:

    In Italia abbiamo 246.786 avvocati, in Germania 163.690, in Francia 60.223

  3. sembra che alcuni di noi siano quasi estranei alla vicenda della lettera sottoscritta da migliaia di colleghi in difesa e sull’opportunità che i nostri ragazzi parlino, usino o scrivano un corretto italiano. Devo dire che senza far incazzare nessuno se posso, che l’inghilterra è pure uscita dalla UE. Il vantaggio sociale degli aglofoni nativi ha come esito una sudditanza nei loro confronti con un pedaggio grave per la nostra nazione sul piano economico. Sarò morso al polpaccio da alcuni tra voi (marcati in particolare suppongo) ma io a lezione (in italiano ovviamente) uso aforismi e volentieri in latino e mi guardo bene dall’usare (se non indispensabile) l’inglese. La libertà di insegnamento grazie al Cielo (finchè l’Erdogan di turno non ce lo impedirà) garantisce anche questo.
    Mi sono chiesto spesso se sono un oscurantista, ho costantemente dubbi su quello che studio scrivo e dico (è anche per questo che mi aggiorno in continuazione e imparo anche dai ragazzi), ma alla fine ho fatto questa scelta. Segnalo che i miei studenti sono molto soddisfatti della mia didattica.

    • Francesco1 says:

      Perché poi ‘oscurantista’? La ‘luce’ quale sarebbe? L’Inglese?
      Suvvia…

      Il vantaggio sociale degli anglofoni madrelingua è PALESE, è incredibile semmai che lo si debba spiegare. Ancora più incredibile è come si riesca a darsi la zappa sui piedi da soli..
      A quanto pare se non ci fosse la Costituzione questo avverrebbe ogni giorno.
      Fra l’altro è una Costituzione anti-fascista, e quindi non può certo essere accusata di retorica
      nazionalistica…

  4. p.marcati says:

    Riassumendo tra i quasi unanimi commenti di censura che mi sono beccato, gli argomenti sembrano essere:

    1- I docenti che vogliono la possibilità, non esclusa dalla Corte, di avere corsi in inglese lo fanno perchè provinciali, per cui si sentono “più foghi” (stavo per scrivere cool…) se parlano in classe la lingua di Theresa May. Io personalmente mi sento figo se parlo in romanesco (come sa chi mi conosce)

    2- In Inghilterra mica ti fanno lezione in Italiano. Orgogliosa difesa dell’ identità nazionale calpestata dalla perfida Albione

    3- Ma come? gli studenti non sanno più l’italiano e tu gli vuoi fare lezione in inglese? Infatti come tutti sanno, in Italia abbiamo perso un buon uso della nostra lingua perchè siamo tutti poliglotti, non perchè i ragazzi usano oramai linguaggi legate alle tecnologie, ma solo perchè ogni tanto parlano inglese.
    Se lo dite voi che vi debbo dire?

    4- I ragazzi più bravi nelle materie scientifiche sono quelli del classico, perchè hanno una superiore padronanza della lingua e non sono come quelle bestie incapaci di esprimersi del Liceo Scientifico, che sanno fare solo “manipolazioni algebriche” ma non pensano. Quindi benissimo difendiamo una scuola che ignora lo sviluppo della scienza degli ultimi 500 anni, ma si ! che roba è Galileo, Newton (acc.. pure un inglese )? Tanto come dice Einstein tutto è relativo….(#kettepossino), vagli a spiegare poi Popper. Ahi….Croce senza delizia…

    5- Poi altro argomento, gli studenti italiani sono penalizzati. La cosa è ovviamente falsa, perchè sui corsi di materie scientifichè, l’inglese è talmente elementare da essere comprensibile pure dal mio gatto, inoltre gli studenti hanno esami di inglese obbligatori. Si aggiunga che tutti gli studenti di materie scientifiche (e non solo) devono ad un certo punto entrare in contatto con libri e ora anche altro materiale didattico (es. video su YouTube) in lingua inglese.

    Trovo tutto ciò deprimente, perchè nessuno di questi argomenti si interessa del valore aggiunto, soprattutto per i nostri studenti, di avere un ambiente universitario internazionalizzato, con la presenza di docenti e studenti stranieri.

    Mi sembra invece prevalente il desiderio di chiudersi in se stessi, quello stesso atteggiamento che poi rifiuta i diversi, gli immigrati, esattamente lo stesso atteggiamento che ha portato le generazioni più anziane in Inghilterra a votare per Brexit (i giovano sono stati massicciamente contro).

    Poi mi fa sorridere il fatto che i più critici sono, in qualche caso, sono gli stessi che ( avendo perfettamente ragione) sghignazzano sull’ inglese di Renzi e Alfano e (sempre giustamente) apprezzano l’ inglese di buon livello di Virginia Raggi. Mica che sotto sotto adesso pure i corsi in inglese sono figli del PD renziano ?? (per chi non avesse sufficiente senso dello humor sto provocando).

    • Francesco1 says:

      Il riferimento alle manipolazioni algebriche è una caricatura di quello che ho detto. Lo ripeto senza ripetermi: le manipolazioni algebriche si possono anche imparare dopo all’università. Tutti quelli che hanno fatto il classico e poi hanno preso Ingegneria
      hanno imparato velocissimamente a farle. La matematica è una cosa difficile e specialistica, mentre sarebbe più proficuo che dei liceali facciano cose alla loro portata, cioè che studino e approfondiscano cose di cui possono percepire il senso, e quindi la letteratura, la filosofia, la storia. Magari si potrebbe insegnare la linguistica, quella computazionale ad esempio, e farli arrivare alla matematica tramite il linguaggio. Questo li aiuterebbe anche molto nell’apprendimento delle lingue straniere (l’inglese non è poi così ‘facile’ come normalmente si crede…).

    • p.marcati says:

      Francesco1 si rende conto che lei straparla? Secondo lei la matematica è una accozzaglia di manipolazioni algebriche che si apprende al primo anno di ingneria? Dopodichè propone di insegnarla attraverso la linguistica computazionale? Ma è sicuro di sentirsi bene? In generale per fare l’intellettuale non è necessario combinare in modo casuale dei paroloni. Sul misuso della matematica da parte di intellettuali cialtroni le consiglio di leggere un libro in francese: Impostures intellectuelles di Alan Sokal e Jean Bricmont Éditions Odile Jacob 1997

    • Francesco1 says:

      Vediamo se riesco a spiegarmi meglio (comunque, detto per inciso, avevo scritto che la matematica è una ‘cosa difficile e specialistica’ frase che da sola non autorizzerebbe ad attribuirmi l’idea che la matematica sia al contrario una ‘accozzaglia di manipolazioni algebriche che possono essere imparate al primo anno di ingegneria’).
      Dunque, non esiste, per mia esperienza, una lacuna scientifica che sia di reale e prolungato impedimento a proseguire in facoltà scientifiche in chi ha fatto il classico. Questo mi induce a credere che il di più di matematica che viene insegnato allo scientifico alla fin fine sia abbastanza ininfluente, e magari (per tornare all’argomento principale) sarebbe meglio liberare ore di lezione da dedicare allo studio delle lingue (e in particolare dell’inglese) se poi si intende addirittura fare i corsi universitari in inglese..

      Il suo atteggiamento io lo sintetizzerei così: ‘volete impedirci di fare delle cose belle e utili’, ma non è che ‘noi’ o la Consulta, o chiunque altro vuole impedire nulla, è che sono I FATTI a impedirlo… L’errore di fondo è considerare la competenza linguistica una banalità, una formalità.. Lei ad esempio, fa i corsi in inglese, ma chi ha mai misurato la sua competenza linguistica in Inglese? Nessuno, perché lo so: nessuno misura la competenza linguistica in Inglese quando affida un corso, ci si limita ad affidarlo ad una persona che si sa che è nell’ambiente (internazionale) di un certo settore, e quindi pubblica in inglese, va a congressi dove fa talk in inglese, magari ha vissuto all’estero per un certo periodo e in generale ha la solita competenza media dell’inglese che si riscontra in chi ha un minimo di contatti internazionali. Poi chi giudica è lui stesso un incompetente linguistico. Quindi: perché questo pressapochismo?

    • p.marcati says:

      Francesco 1. Vedo che non coglie il punto. Non me ne importa nulla della competenza linguistica in inglese, basta che sia un inglese decente per farsi capire. Quando l’altro millennio insegnavo negli Stati Uniti il mio inglese era decente niente di eccezionale, diversi colleghi cinesi parlavano un inglese minimale, eppure il problema non se lo poneva nessuno. Anzi una volta che il dipartimento assunse un vero inglese gli studenti americani cominciarono a prenderlo per i fondelli per il suo accento posh.
      Mia figlia aveva in classe (seconda elementare) 16 diverse nazionalità e tutti comunicavano come capitava. E’ assurdo parlare di anglofilia o altro, lo scopo di avere corsi di laurea internazionalizzati è quello di aprire seriamente agli studenti stranieri e poter assumere anche docenti stranieri, se poi spinge gli studenti italiani a migliorare il loro inglese meglio. Ma certo nessuno deve bloccarsi se non parla un inglese perfetto, anzi “chissenefrega”, quello che si usa è soltanto una sorta di esperanto oramai accettato da tutti per comunicare. Io faccio il matematico, mi interessa comunicare la matematica senza vincoli di nazionalità e possibilmente eliminando barriere linguistiche, del resto mi importa molto poco. Se la lingua universale fosse il francese userei il francese, se l’ Unione Sovietica avesse vinto la guerra fredda forse useremmo il russo (che ho studiato senza grande successo).

    • Francesco1 says:

      Bè.. supponiamo di aver vinto noi la guerra (la IIGM) e di avere poi sottomesso pure i tedeschi. Allora sarebbe stato lei ad invitare qualche americano a fare un corso in Italia, l’americano
      avrebbe tenuto il corso nell’Italiano di Stanlio e Ollio, ma lei avrebbe istruito gli studenti a non ridacchiare durante il corso, pena bocciatura all’esame. L’americano sarebbe tornato soddisfatto negli USA, ma NEGLI USA, avrebbe tenuto il suo corso in Inglese… non nell’Italiano di Stanlio e Ollio.
      E magari avrebbe dovuto combattere contro alcuni suoi colleghi che volevano imporre i corsi in Italiano negli USA…

      Mi pare di aver detto tutto.

      Anzi no: so per certo che in Georgia (il paese caucasico) quando cominciò a capirsi che l’URSS avrebbe perso la guerra fredda, la gente che parlava male il russo cominciò a VANTARSI di NON parlare un russo perfetto, di fronte a chi invece lo parlava benissimo…
      Gli anglofili stiano attenti: le cose possono cambiare..
      Ma a parte gli scherzi una domanda è d’obbligo: se i popoli ci tengono così tanto alla propria lingua un motivo ci sarà pure o no?

    • Non voglio che io mio intervento sembri a sfavore di PMarcati che leggo sempre con attenzione e approvazione, tuttavia ritengo che per un matematico ci sia il vantaggio della base comunicativa comune della scrittura matematica. Intendo dire che matematici posso esprimere con rigore ed esattezza un concetto attraverso una formulazione scritta universalmente codificata, anche se accompagnato da un commento meno efficace. Forse potrebbe essere altrettanto in campo musicale, vista l’universalità della lettura di uno spartito.
      In mancanza di ciò, temo che un linguaggio scarno, disadorno, e sciatto (evoco gli aggettivi che la mia insegnante di italiano usava per chiarire il concetto di un voto= 4 in un tema scritto) non possa riuscire nella comunicazione efficace. Come possono altre discipline , magari umanistiche, a rinunciare alla lingua che si padroneggia meglio?

    • Francesco1 says:

      mf: è ESATTAMENTE così.

      p.marcati: una domanda che non c’entra nulla con la discussione ma legata al seguente consiglio da lei datomi prima:

      ” Sul misuro della matematica da parte di intellettuali cialtroni le consiglio di leggere un libro in francese: Impostures intellectuelles di Alan Sokal e Jean Bricmont Éditions Odile Jacob 1997 ”

      Mi controlli solo se per caso non sia il solito libro di invettive contro Jacques Lacan, ne ho già letti molti del genere e non vorrei comprare un doppione. Grazie.

    • hikikomori says:

      @mf: Da matematico ti dico: la formula – benché apparentemente scritta in un linguaggio universale – di per sé, è muta. A farla parlare è la viva voce del docente, l’unica che, anche sulla base di una personale esperienza di studio e di ricerca, possa inserirla in un complesso quadro logico, storico, concettuale, esaltandone il valore culturale, svelandone il volto umano. E, per realizzare questo irrinunciabile scopo, il docente deve poter sfruttare appieno tutte le proprie capacità espressive. Quelle che la nostra meravigliosa lingua ci offre.

    • Francesco1 says:

      @Hikikomori: potrei citare tanti esempi e aneddoti che confermano quanto lei dice…
      In generale si può dire che il simbolo matematico non è affatto una ‘parola’ in un linguaggio diverso da quello naturale, ma semmai, al contrario, prende il posto di una parola e più spesso di una lunghissima frase esplicativa nel linguaggio naturale.
      Quando si è nella posizione di ‘colui che SPIEGA’, non ci si può sottrarre a dire questa lunga frase, almeno una volta. E bisogna padroneggiarla bene, saperla variare in tanti modi diversi.
      Questo compito, non c’è dubbio che se condotto nella propria lingua madre (che ipotizziamo sia quella che si padroneggia meglio, a meno che uno non sia un poliglotta che non padroneggia bene nessuna lingua……)
      conduce per lo meno ad una MIGLIORE comprensione della formula stessa.

  5. Considero essenziale la conoscenza dell’inglese, ancor oggi, nel mondo attuale, ma applaudo alla decisione della consulta.
    Studi linguistici testimoniano che il massimo dei risultati si ottengono nella propria lingua e perciò, consigliano che tesi e tesi di dottorato vengano scritte nelle lingua materna.
    Il provincialismo italiano è stranoto, patetico il tentativo di creare differenze non basate sul merito.

  6. braccesi says:

    Bene, vedo che c’è molta passione su questo argomento. Molti studiosi stranieri dell’arte e della storia Italiana, spesso più bravi dei corrispondenti italiani, parlano ITALIANO. Lo hanno imparato, evidentemente. Noi vogliamo i corsi in inglese per 2 o 3 studenti farlocchi dell’Erasmus, che peraltro non prepareranno mai l’esame in modo serio. Rincorrere le mode ci ha resi ridicoli. Ricordo che ho fatto lezione ‘IN ITALIANO’ a studenti greci, somali, etc. quando l’Italia aveva un senso ed i ministri facevano accordi con i governi emergenti. Era più internazionalizzata l’Italia di allora o questa italietta provinciale in cui i professori amano pavoneggiarsi in Inglese e non hanno mai lavorato, se non per fare pubblicazioni e prendersi anni sabbatici per motivi ‘sic’ di studio?

    • p.marcati says:

      Lei mi pare abbia scarso rispetto degli altri parla di “italietta provinciale in cui i professori amano pavoneggiarsi in Inglese ” dimostrando di non ascolare neanche gli argomenti altrui. Il suo post è il festival dell’ arroganza, congratulazioni.

    • braccesi says:

      Caro Marcati, la mia non è arroganza. L’arroganza è quella del conformismo che ci impone modelli ai quali chi tenta di sfuggire è immediatamente marginalizzato e criminalizzato. L’arroganza è quella che consente a chi ha decine di pubblicazioni l’anno fatte solo mediante rapporti ‘sociali’ accademici di reciproco scambio di favori, di essere considerato un modello e di prevaricare gli altri. L’arroganza è quella della disonestà intellettuale con la quale si conquistano posizioni di potere basate sul niente. L’arroganza è il modernismo fine a se stesso delle parrocchiette che si spartiscono i fondi Eurpei per fare ricerche che non hanno ‘mai’ avuto la benché minima ricaduta concreta. L’arroganza è fatta da quelli che hanno sostituito i BARONI e ambiscono a comportarsi come loro per non avendo nessuna qualità. L’arroganza è quella di chi si fa bravo a criticare la deriva confindustriale dell’Università, mentre tutti i difetti che osserviamo sono stati introdotti dalla sinistra bempensante e dominante. L’arroganza è fatta da quelli che credono di avere lo status di ‘ricercatori’ ed invece sono persone completamente avulse dalla realtà e che nel mondo reale non potrebbero neanche fare il bidello.
      Generalmente quelli che ho descritto, si pavoneggiano in inglese, o perlomeno a me risulta così. Quindi quella che lei ha scambiato per arroganza voleva essere solo una sintesi per descrivere molti di quelli che ci stanno intorno. Poi, per carità si può sempre sbagliare.

    • p.marcati says:

      La sua risposta è ancora più arrogante. Usa aggettivi come farlocco, parla di mode etc. Se lei pensa che scrivere pubblicazioni e fare raramente anni sabbatici sia non lavorare, io e lei apparteniamo a mondi così lontani da non potersi intendere. Se lavorassimo nello stesso dipartimento uno come lei lo combatterei tutti i giorni e compiango qualche giovane voglioso di studiare e aprirsi al mondo che se la dovesse ritrovare come collega.

    • braccesi says:

      Per quanto possa essere sgradevole la mia non è una polemica personale. Quanto ai giovani del mio Dipartimento le assicuro che sono sufficientemente ‘ricattati’ dai colleghi in ‘spolvero’ e non ricevono alcuna mia costrizione, se non subire la mia ricorrente ed antipatica contestazione solitaria dello statu quo.

    • RickyPat says:

      Caro Braccesi, le sue motivazioni sono le stesse dei miei colleghi inattivi: dove inattivo non vuol dire fare poco o essere “sotto media o mediana. Inattivo vuol dire non fare nulla adducendo come scusa il sistema che non funziona, o altri massimi sistemi, o il governo di turno (meglio ancora:tanto non ci può fare davvero nulla). L’inglese serve ai miei studenti per avere un accesso al mondo del lavoro. A lei non importa perchè tanto il lavoro ce l’ha, e ce lo avrebbe (avrà) anche facendo niente, ma per un neolaureato fa la differenza. Il problema non è la seconda lingua, ma la terza. Ha mai fatto un colloquio in un’azienda? No, vero? Gli studenti Erasmus non sono farlocchi, e da noi preparano l’esame in modo serio. Ricevo docenti Erasmus che fanno lezione in Inglese ai miei studenti, io vado a fare lezione in Inglese all’estero. Scrivo pubblicazioni, porto a casa finanziamenti che spendo con i miei collaboratori: insomma lavoro, cercando di fare il mio meglio con quello che ho, anzichè “contestare lo statu quo” che è molto più facile. Le dirò di più, sembrerà strano a lei, ed a tutti quelli che dicono che in un università non facciamo nulla. Lo sa che la maggior parte delle persone lavora come me? Io non faccio parte di una italietta provinciale, che non esiste se non nella sua mente. Faccio parte di una Dipartimento decente in una università decente che seppur fra mille difficoltà, incoerenze del sistema e tutto quello che leggiamo quotidianamente su ROARS, fa il possibile per formare nel modo migliore dei professionisti in grado di lavorare. E, la sorprenderò, ci riusciamo molto spesso. Comunque, concluderei con una nota positiva, per lei. Stia sereno, e continui a contestare il sistema. Nella sua italietta provinciale può fare anche solo questo.

    • braccesi says:

      Caro RickyPat, vedo che ha opportunamente tradotto in Inglese anche il suo pseudonimo. Io preferisco rimanere in chiaro col mio povero cognome ‘italiano’. Mi si da dell’arrogante. Forse è vero, ma l’arroganza Sua e del più famoso Marcati fa si che si possa etichettare uno come nullafacente e ritenere che lo statu quo sia costituito dai nullafacenti che limitano le vostre amplissime possibilità. Forse Lei non sa che io ho sempre lavorato e molto, quasi sempre con le aziende. Gli studenti in azienda ce li ho sempre portati fin dalla tesi di laurea e poi da borsisti. Si dà il caso che sappia come funziona una azienda. Non fosse che ultimamente tra l’Anvur, la burocrazia e quelli come Lei mi sono ritrovato a lavorare meno e a perdere tempo a scrivere qualche volta su Roars, comportandomi da frustrato. Me ne rendo conto. Quello che è più preoccupante invece è che quelli come Lei non si rendono conto di avere un punto di vista parziale (direi provinciale), ma avete di contro la convinzione di dover fare una missione di alto profilo e che tutti, ma proprio tutti, si accaniscano contro di Voi. L’Università è per definizione pluralità di vedute. Se le pluralità possono esprimersi non c’è problema. Quando invece la visione messianica ed arrogante di alcuni impedisce agli altri di essere sé stessi, ecco che nasce un problema. Lei non gradirebbe che qualcuno La costringesse ad essere come me ed evidentemente la cosa è reciproca. Solo che nel conformismo attuale Lei può essere sé stesso e rivendicarlo in modo arrogante, io no. In altri tempi si sarebbe detto che c’è un problema ‘di democrazia’. Molto più semplicemente c’è un problema di libertà e se l’Università non è libera non è Università.
      Avevo comunque fatto notare a Marcati che la mia non è di solito polemica personale, a meno che non mi ci si costringa.

    • RickyPat says:

      Caro Braccesi, abbiamo due visioni differenti. Io purtroppo, per il lavoro che faccio, ed in cui credo, non posso permettermi la sua. Gli studenti che gravitano nel mio settore, neanche. L’università in Italia è molto più libera che in tutti i paesi in cui io insegnato. Grazie per aver risposto.

    • RickyPat says:

      Comunque, se posso chiudere uno scambio di idee che non voleva entrare in una polemica personale, la Corte a me ha dato torto ed a lei ragione.

    • Francesco1 says:

      Intervengo anche affinché questa sotto-discussione non si riduca ad uno scambio di frecciatine fra braccesi e RickyPat.
      @RickyPat: continuate ad insistere sulla ‘necessità per gli studenti di conoscere l’inglese’, ma nessuno ha mai messo in discussione questo fatto. Poi lei ha allargato la discussione al mondo del lavoro, dove l’inglese è richiesto, insinuando che chi approva la sentenza della consulta non sappia queste cose etc etc. Ma chi approva la consulta dice semplicemente che, se l’inglese è indispensabile, allora l’interessato vada a fare un corso di inglese… Non possono essere i docenti di acustica, meccanica razionale, o economia politica etc. a sostituirsi all’insegnante di inglese. Dicono poi un’altra cosa: una cosa è il corso di una certa materia (diversa dall’inglese, o dalla letteratura inglese) altra cosa è l’inglese in quanto materia. Innanzitutto occorre insegnare la materia propria del corso (e l’apprendimento di questa è sicuramente facilitato dal fatto di avvenire in lingua-madre), poi sarà un passo successivo insegnare l’inglese (da parte di insegnanti di inglese). Infine, last but not least, chi approva la consulta afferma un terzo principio: ogni cittadino ha il diritto di ricevere l’istruzione nella propria madrelingua (ogni volta in cui ciò è materialmente possibile, e nel caso dell’Italia evidentemente lo è) ed è pazzesco pensare che pochi studenti Erasmus possano sovvertire questo principio danneggiando la maggioranza degli studenti italiani…

  7. Intervengo solo per chiarire un punto: i dati statistici cui mi riferivo sul livello di preparazione raggiunto dai miei studenti è reale, io ogni anno faccio numerose prove intercorso (praticamente una alla settimana) per tenere costantemente monitorati i progressi degli studenti, ed utilizzo un sistema di inserimento dati informatico (Google Forms), che crea per ogni prova un foglio di calcolo su cui viene operata la correzione automatica dei risultati dei test, ed alle fine effettua una approfondita analisi statistica dei risultati ottenuti.
    Confrontando il progresso degli studenti, a partire dal livello iniziale sino alla fine del corso, appare evidente come quando facevo lezione in Italiano imparavano più rapidamente e raggiungevano un livello di preparazione finale più elevato!
    Ammetto onestamente che almeno della metà della colpa di ciò è da parte mia, che non so esprimermi in Inglese con la stessa immediatezza a capacità comunicativa di cui dispongo in Italiano.
    Ma il risultato è li’, misurabile e misurato. Per chi ha voglia di ravanarci dentro, sul mio sito web (www.angelofarina.it) sono accessibili i risultati di TUTTI i test effettuati in classe, inclusi i fogli con le formule di correzione e di analisi statistica dei risultati, degli ultimi 5 anni…
    Peraltro potete verificare anche la mia “scarsa” capacità comuinicativa in Inglese ed in in Italiano, visto che sul mio sito web trovate le videoregistrazioni delle mie lezioni, e quindi potete ascoltare di persona quanto pessima sia la mia pronuncia inglese…
    .
    Quindi non parlo per “luoghi comuni” ma sulla base di dati oggettivi, per quanto ovviamente legati al mio caso personale.
    Idem in merito al fatto che gli studenti migliori provengano dal Liceo Classico: alla prima lezione faccio compilare una scheda informativa (ma di questa non metto gli esiti sul web, per la privacy) in cui valuto il curriculum studiorum e le conoscenze pregresse dei miei studenti. Il vantaggio di cui godono gli studenti provenienti dal Classico in un corso di laure magistrale in ingegneria è del tutto evidente su base statistica…
    Anche in questo caso, però, occorre fare qualche considerazione: sarà davvero il liceo Clasico che prepara meglio gli studenti, o sarà invece che vengono indirizzati verso il Classico, alla fine delle scuole medie, solo gli studenti più intelligenti e più interessati e motivati verso un percorso didattico lungo ed impegnativo?
    I meccanismi di orientamento scolastico hanno decisamente un effetto di “bias” (scusate il termine inglese, ma quando ce vo’, ce vo’, non so come si dica in Italiano)…
    Per cui poi troviamo esiti migliori per questi studenti non perchè han fatto il classico, ma semplicemente perchè erano quelli più dotati da madre natura…
    Convengo comunque col collega che citava la sua esperienza personale allo Scientifico, il problema di tale “falsa preparazione matematica” è noto da molto tempo. Fattosta’ che al Politecnico di Torino esiste da moltissimi anni un pre-corso specifico, chiamato “azzeramento di matematica”, durante il quale si dis-insegna tutto quanto imparato al liceo, che spesso fa solo del casino ai fini della successiva corretta didattica di analisi matematica, geometria, etc…
    Ultima nota, per tutti coloro che stanno difendendo a spada tratta i corsi tenuti solo in Inglese: ma voi attualmente state già facendo lezione in Inglese, o la vostra è solo una posizione preconcetta?
    E se state facendo lezione in Inglese, come sta andando la cosa? Gli studenti sono contenti? Imparano più facilmente o meno facilmente di quando insegnavate la stessa materia in Italiano?
    Avete dati statistici, come li ho io?
    Io parlo per la mia esperienza personale, che però è UNA. Sarebbe interessante se, assieme alle vostre opinioni, forniste anche la vostra personale esperienza con la didattica in lingua.
    Se no ho quasi la sensazione che tutti qui parlino parlino, ma non abbiano mai tenuto un solo corso integralmente in Inglese…

    • Francesco1 says:

      Non credo che vengano indirizzati verso il classico ”gli studenti più intelligenti e più interessati e motivati verso un percorso didattico lungo ed impegnativo”, anche se non posso parlare sulla base di uno studio statistico, la mia sensazione è che
      vadano verso i licei mediamente coloro che sono più
      motivati nello studio, e in genere proseguono all’università
      (anche se mi vengono in mente tantissimi casi di gente che si è fermata al liceo oppure è andata poi all’università ma non l’ha terminata: comunque quelli del classico non prevalgono su quelli dello scientifico).
      La scelta classico/scientifico è spesso motivata dal rapporto con la matematica. Il problema è che ciò che essi chiamano matematica ha poco a che vedere con ciò che essi eventualmente studieranno qualora prendano una facoltà di ‘scienze esatte’ (Mat Fis Ing). Questo ‘di più’ di matematica si rivela in realtà fittizio (come il Politecnico di Torino ben sa..).
      Chi fa il classico è avvantaggiato dal fatto che non perde tempo con questo ‘di più’ e fa invece più cose di cui capisce il senso.
      Studiare le strutture grammaticali del greco e del latino ha un impatto diretto sulla capacità di comprendere una lingua in generale
      E la cosa è confermata dal fatto che al classico (almeno dei miei tempi, non so se ora è cambiato) si studiava la lingua straniera obbligatoria meno che allo scientifico: erano tre ore settimanali al classico contro cinque allo scientifico…
      e ciononostante i risultati sono quelli da lei scientificamente riscontrati….

    • RickyPat says:

      Posso contribuire con la mia. Io insegno in Italiano (Bachelor) e solo in inglese al master, da molti anni ormai, in tre corsi. L’impostazione è talebana, con contatti solo in inglese, incluse le mails. I miei studenti sono contenti, e chiedono un aumento delle ore in inglese. Faticano, e li capisco, considerando quanto fatico io a prepararmi le lezioni. Come chi insegna in inglese sa bene, spiegare agli studenti per 100 ore non è come parlare ad un congresso per 15 minuti… Ma dopo le prime ore di vergogna a fare domande interagiscono molto e volentieri, sia in aula che in laboratorio. Una volta laureati entrano nel settore della ricerca nell’area di Milano. Sono laboratori dove gli stranieri sono la metà, e la lingua franca è l’inglese, o quello che noi chiamiamo inglese. Ovvero la lingua fatta per capirsi. Molti finiscono in Svizzera, sia nel settore industriale che in dottorato, dove la lingua è comunque l’inglese. Quelli che rsistono all’inglese sono ragazzi mediocri che faticano anche nelle materie insegnate in italiano. Antipatico da dire, ma la mia esperienza è questa. Chi si oppone all’inglese è il corpo docente.

    • Francesco1 says:

      @RickyPat :
      ”Quelli che rsistono all’inglese sono ragazzi mediocri che faticano anche nelle materie insegnate in italiano.”

      ..mentre i più intelligenti chiedono più ore in Inglese..
      Ma questo cosa dimostra? Dimostra questo:
      che lo studente intelligente ha già interiorizzato la propria INFERIORITA’ in quanto italiano, e quindi cerca il riscatto parlando inglese.. Essendo intelligente può farlo, il mediocre no..
      Tutto questo dimostra che i giovani stanno interiorizzando una mentalità da servi. L’intelligenza scientifico-tecnica è perfettamente compatibile con una mentalità da servo, nel senso che l’essere servo non è necessario, ovviamente, ma nemmeno gli fa da ostacolo. La cosa è preoccupante, forse proprio per questo il corpo docente si oppone?

  8. @Hikikomori Parole sante anzi santissime, complimenti! Grazie anche a Farina per la chiarezza e l’onestà intellettuale!

  9. Pingback: Una sentenza interessante sui limiti dell’insegnamento in lingue straniere – Stefano Chimichi

  10. Ho apprezzato molto un intervento di un collega ingegnere che dice ciò che ha sperimentato.
    Credo che andrebbero fatte scelte: i corsi in lingua straniera sono necessari per le Facoltà di Lingue; i CLA andrebbero potenziati; gli studenti Erasmus nello spirito del programma dovrebbero imparare anche la lingua (o meglio sapersi già esprimere) del paese che li ospita.
    Riguardo alla loro voglia di studiare la mia esperienza mi dice che può essere molto pronunciata o pochissima, che la lezione sia in inglese o meno.
    Credo che ci sia un messaggio culturale che dobbiamo evitare che passi: no alla omologazione di contenuti, sì alla varietà delle lingue, che è ricchezza. Per essere internazionali, si deve prima di tutto avere il senso della propria nazione e cultura: altrimenti cosa mettiamo in comune di nostro?
    Ricordo che la lingua italiana è di nuovo una delle lingue più studiate.

    • perciò penso: no alla omologazione di contenuti, sì alla varietà delle lingue, che è ricchezza. Per essere internazionali, si deve prima di tutto avere il senso della propria nazione e cultura: altrimenti cosa mettiamo in comune di nostro?
      Ricordo che la lingua italiana è di nuovo una delle lingue più studiate.

  11. Pingback: Una sentenza interessante sui limiti dell’insegnamento in lingue straniere – Stefano Chimichi

  12. Uso dell’inglese in università italiane.
    A.I. e traduzione. C’è in circolazione un fiorire di iniziative tecnologiche più o meno raffinate per giungere ad una traduzione simultanea o quasi delle lingue. Ho trovato due esempi (oltre a quello già noto di skype).
    Uno di una start up http://www.waverlylabs.com/#_overview
    e una di area militare: http://www.darpa.mil/program/broad-operational-language-translation.
    Non credete che il futuro sia questo? Soprattutto se ad esempio chi parla e chi ascolta operano in un contesto limitato di uno specifico argomento monodisciplinare (una lezione specialistica, una conversazione di lavoro etc.), o nella possibilità di addestrare per un periodo adeguato di tempo un “Siri” a due vie. Qualcuno ha idee o informazioni più ricche delle mie?

    • Francesco1 says:

      Premetto che, dopo scritto questo messaggio, andrò proprio a terminare di scrivere un articolo nell’ambito del vasto tema dell’automatic speech-processing (elaborazione automatica del parlato, si può benissimo dire anche in italiano) quindi non è che io sia proprio l’ultimo entrato nel bar che si infila nella discussione. Per quella che è la mia (vasta e lunga) esperienza mi sento di dire che, quando uno non sa più che pesci pigliare per risolvere un problema ricorre alle reti neurali…
      Le reti neurali hanno il grande vantaggio di liberare il ricercatore dal compito di capire il sistema, cioè di dover costruire un modello matematico del sistema. Per carità funzionano: secoli fa io stesso assegnai ad uno studente una tesi sul riconoscimento di immagini da fare con una rete neurale, e non c’è che dire funzionava benissimo. Nessuno sa dire come e quando, ma funzionano…
      Google deve portare risultati ai suoi azionisti, lo capisco, tuttavia credo che siamo ancora lontani dalla traduzione automatica in tempo reale, come nei libri e film di fantascienza. Il futuro è questo senz’altro. Speriamo solo di vederlo.

  13. Francesco1@ grazie della risposta. Un collega informatico mi raccontava di un congresso nemmeno rencente in cui un cinese parlava in madre lingua e si sentiva una traduzione comprensibile in inglese…non so boh

    • Francesco1 says:

      Non saprei dire, anch’io ho sentito simili cose, non so fino a che punto questi metodi funzionano, forse in contesti molto ristretti e noti in anticipo. Sicuramente comunque una qualunque traduzione è più comprensibile dell’inglese parlato da un cinese medio ad una qualsiasi conferenza…

  14. Beniamino Cenci Goga says:

    Solo una battuta: un collega che scrive “mails” in un forum italiano andrebbe subito bannato da questo blog…

  15. Mizio Schmid says:

    Raccolgo l’invito di Farina, per raccontare la mia esperienza: da due anni, il corso di laurea magistrale in cui insegno è stato trasformato in lingua inglese, anche sulla base delle prospettive culturali e lavorative e della destinazione professionale dei laureati delle coorti precedenti (una fetta consistente degli studenti è andata a lavorare fuori dall’Italia). Questa trasformazione ha impegnato le strutture didattiche in modo non indifferente, ed anche i docenti hanno avuto il loro carico aggiuntivo.
    Ho personalmente applicato un criterio abbastanza restrittivo sull’erogazione delle lezioni: materiale, lezioni, risposte alle domande, testi esercitazioni ed esami. Per le modalità di accertamento della preparazione, sono stato più flessibile, ipotizzando che la verifica non dovesse essere inquinata dalle differenti capacità di esposizione in lingua da parte degli studenti. Per quello che riporta Farina, la mia esperienza è stata leggermente differente: la trasformazione del mezzo linguistico, mi ha portato, anche per necessità, ad essere meno verboso durante le lezioni (eventualmente con un passo più lento sui singoli concetti, ma con meno divagazioni). Per le esercitazioni, non ho apprezzato differenze significative. Come hanno imparato gli studenti, rispetto a prima? Devo dire che le due classi che ho incrociato erano più appassionate del passato, ed hanno vissuto questa nuova modalità come un’opportunità. Anche per questo, probabilmente, i risultati che ho sperimentato sulla loro preparazione non mi sono sembrati differenti da quelli delle classi “italiane”.
    Aggiungo una postilla, sulla sentenza della corte: l’idea che mi sono fatto è che la sentenza confermi il principio da applicare, i.e. mezzo linguistico diverso dall’italiano solo se è presente, in offerta, anche il mezzo italiano (metto da parte i singoli insegnamenti). E’ chiaro che questo porta a permettere alle università più “ricche” in numero di docenti (non necessariamente in qualità dell’inglese) di replicare ed essere più attrattivi, mentre chi non può, per numero, replicare, sarà costretto a fermare le iniziative sulle quali tutte le componenti della comunità accademica hanno speso tempo e impegno. Spero che si riesca a individuare una soluzione, a valle della sentenza, che garantisca il principio generale espresso dalla corte, e allo stesso tempo sia rispettosa delle iniziative che molti atenei hanno preso in questa direzione.

    • Francesco1 says:

      Resta da capire che senso ha formare persone che vanno a lavorare all’estero. Lo stato italiano spende per la loro formazione, dopo loro vanno a produrre all’estero (e quindi lo stato italiano non rientra tramite le tasse dalle spese fatte per formarli) e le università sono contente? Sono contente di cosa? Che lo Stato (che le finanzia) vada in deficit finanziando l’Università?
      Una domanda non può non sorgere spontanea, se
      le ”prospettive culturali e lavorative e della destinazione professionale dei laureati” è di andare a lavorare all’estero,
      e se si da per scontato che ci si debba rassegnare a che ciò continui sempre di più (e quindi che in futuro TUTTI vadano a lavorare all’estero) semplicemente la razionalità economica
      IMPLICA QUESTO: che lo Stato Italiano non trova più conveniente tenere in piedi un sistema universitario. L’Università diventerà una cosa che si fa all’estero, laddove c’è lavoro per laureati.
      Semplice.

    • Mizio Schmid says:

      l’aspetto che Francesco1 segnala per me è, a livello generale, non marginale. E’ chiaro che può essere declinato anche in base agli specifici profili professionali che una laurea magistrale va a formare. Nel settore dell’ingegneria biomedica, in cui insegno (rispondendo così a Marinella), la propensione verso l’estero non è necessariamente un indice di rassegnazione per la debolezza produttiva del settore, ma è connaturato alle caratteristiche stesse del profilo, e a quelle del settore industriale di riferimento, che nel caso specifico è molto attivo sull’import-export, e sostanzialmente bilanciato tra Italia ed estero. Insomma, vista anche in chiave dei crudi numeri degli euro, non credo che salutiamo persone che mandano in deficit la bilancia commerciale.

  16. Sarebbe opportuno che quando si parla della lingua veicolare (cioe quella in cui si insegna) si dichiarasse a chiare lettere di che materia o insegnamento si tratta. Non ho letto contributi, in questa discussione, di nessun italianista, se non sbaglio, di nessun letterato, di quesi nessun umanista, piu in generale.

    Sanno l’inglese, gli studenti, e dunque trovano lavoro, … Ma non perche sanno l’inglese, non solo per quello, che e appunto il veicolo, ma perche sanno e perche c’e il lavoro. L’inglese facilita ma non garantisce.

    Bias = pregiudizio, scorciatoia, distorsione, a seconda. Guardare in un buon dizionario. In origine: diagonale, linea obliqua. La linqua dispone di onnipotenza semantica, tutto e esprimibile se si deve, se si vuole, se e necessario.

    • Francesco1 says:

      Se dovessimo seguire la logica secondo cui, visto che l’inglese è indispensabile, tanto vale fare le lezioni di qualunque corso in Inglese, così gli studenti prendono due piccioni con una fava, imparano la materia e contemporaneamente si abituano a usare l’inglese, cosa che faranno laddove andranno a lavorare, un posto con metà dei lavoratori stranieri,
      ebbene dicevo, se questa è la logica, allora perché
      non sostituire le scuole secondarie, e persino le elementari, con scuole inglesi, in cui tutte le lezioni vengono date in inglese?
      Sarebbe ancora meglio, no?
      Anzi, perché non abolire del tutto l’italiano a questo punto,
      cominciando ad educare i propri figli a parlare inglese in casa, redarguendoli quando gli scappa una parola in italiano?
      Sempre meglio no?

    • Mah…
      Nessuna delle traduzioni proposte per “bias” centra il reale significato assegnato a questo termine in discipline legate al processamento dei segnali (analogici o digitali). Nel nostro settore, un segnale si dice affetto da “bias” se ha, ad esempio, la forma d’onda non centrata sullo zero elettrico, ma su una componente di tensione continua (DC bias). La presenza del “bias”, dunque, sposta il punto di partenza, ma non porta ad alcuna distorsione del segnale. Semplicemente, la presenza di un “bias” trasla tutto il segnale, senza distorcerlo minimamente, in su o in giù…
      Questo è un esempio di come, per me, insegnare usando terminologia inglese sia in realtà assai PIU’ FACILE di quando tenevo il corso in Italiano. E lo stesso vale anche per tutti gli altri miei coleghi del CDLM in Communications Engineering…
      Per cui alla fine, dopo averne ampiamente discusso, si è deciso che per il momento noi continiamo a pianficare anche per l’AA 2017-2018 il nostro CDLM “tutto in inglese”, con l’unica “mitigazione” di accettare, ma solo in via eccezionale, che studenti che hanno particolari difficoltà possano sostenere la parte orale dell’esame in Italiano.
      In fin dei conti il nostro Corso di Laurea ha avuto l’avallo del Ministero e del CUN, se ora vien fuori che non va bene cosi’, spetta a loro dircelo..
      Per cui, almeno per il momento, la sentenza della Corte Costituzionale non produce alcun “cambio di rotta” qui a Parma.
      Ha però avuto perlomeno il pregio di suscitare un serio dibattito sull’argomento, e rendere opportuna la revisione di certi approcci “troppo talebani” in cui ammetto di avere ecceduto io stesso!

    • Francesco1 says:

      @Angelo Farina: provi a tradurre ‘bias’ con ‘polarizzazione’, e
      ‘biased’ con ‘polarizzato’. Il termine è progressivamente caduto in disuso ma esisteva un tempo. Nella statistica il termine ‘unbiased estimate’ si traduceva ‘stima non polarizzata’. Nell’elettronica, si usa(va) il termine ‘polarizzazione’ per descrivere il punto di funzionamento di un transistor/valvola.

  17. Paolo Atzeni says:

    L’obiettivo non è “formare persone che vanno a lavorare all’estero”, ma “formare persone preparate e mature, in una società e un mercato del lavoro che hanno sempre più una prospettiva internazionale”.

    A questo aggiungerei che il respiro internazionale include anche l’interazione con colleghi (studenti e docenti) di altri paesi e questo si realizza meglio, in diverse aree, con i corsi in inglese (o “anche in inglese”): se offriamo corsi solo (o quasi solo) in italiano, difficilmente riusciamo ad attrarre studenti Erasmus validi; visto l’ovvio requisito di bilanciamento sostanziale, vengono così limitate, per i nostri studenti le possibilità di andare in Erasmus, in sedi interessanti.
    Per le sedi piccole o medie, l’offerta di uno o più corsi di studio interamente in inglese è una delle poche soluzioni per arricchire l’offerta.

    Le sentenze vanno certamente rispettate, ma oso sperare che si individuino soluzioni che garantiscano i principi e siano al tempo stesso in grado di perseguire obiettivi che ritengo senz’altro significativi.

    PS: Il valore, la ricchezza e la bellezza della lingua italiana sono per me indiscutibili e ho sempre criticato colleghi e studenti che non riescono a parlare in italiano senza introdurre termini inglesi spesso fuori luogo, mal pronunciati, magari anche sbagliati.

    • Francesco1 says:

      Ma lo studente Erasmus è così importante da farci sovvertire l’ordinamento degli studi? Anche ammesso che sia utile (ma sono convinto che non lo è) per gli studenti italiani fare lezione in Inglese, e anche ammesso che essi possano trovare la cosa divertente all’inizio (è l’effetto novità citato prima da M. Schmidt. Ma io voglio vederli alla lunga…), il valore SIMBOLICO (devastante..) di una legge dello Stato che non esita a degradare la propria lingua ufficiale sostituendola a quella di un paese straniero, ebbene a questo non ci si pensa? Vogliamo diventare come gli Indiani? Nelle Università indiane è vietato parlare in Hindi, la lingua ufficiale è l’inglese. Dobbiamo prendere esempio dagli indiani? Francamente mi oppongo…
      Non esiste una finalità pratica che possa giustificare un simile
      vilipendio della propria lingua madre…

    • Anche a me non piace mescolare termini tecnici inglesi in Italiano…
      Esattamente come avere un computer col sistema operativo in una lingua, e metà dei programmi in una lingua diversa… (il mio computer e tutti i programmi, inclusi quelli scritti da me, sono sempre tutti in rigoroso “US English”).
      Il caso del termine “bias” discusso sopra è per me esemplare della difficoltà, per un docente, di fare lezione in Italiano su certi argomenti.
      E questo è uno dei motivi per cui al tempo fui entusiasta di passare ad una didattica interamente in inglese, il problema è risolto alla radice.
      Ma se far lezione in Inglese è un netto vantaggio per il docente, non è detto che venga percepito come tale dallo studente.
      In effetti qui ce la cantiamo fra di noi, chi a favore chi contro, ma bisognerebbe invece sentire la loro opinione!
      Penso proprio che quest’anno inserirò nel questionario iniziale del corso alcune domande per sondare le loro opinioni in materia.

    • A A.Farina. “Il caso del termine “bias” discusso sopra è per me esemplare della difficoltà, per un docente, di fare lezione in Italiano su certi argomenti.” Su quali argomenti, di grazia? Direi, allora, che in italiano non si può parlare appropriatamente, con un linguaggio scientifico limpido, usando perciò parole monosemantiche, nemmeno della montagna (v. orografia), poiché, orrore, le parti della montagna possono essere denominate “spalla: fianco di una montagna …..; cresta: approssimando una montagna ad una piramide la cresta corrisponde allo spigolo della figura geometrica; gendarme: pinnacolo di roccia sul fianco o sulla cresta della montagna; piede: punto più basso di una montagna.” Assomiglia piuttosto a una persona travestita da carnevale, da gendarme con una cresta in testa, cioè sulla cima… cioè sulla vetta – ma perché non si mettono d’accordo? Un gendarme poi che sta sul fianco o sulla cresta di qualcosa, questo è del tutto incomprensibile o assurdo o da circo. “Guarda, caro/a, quel gendarme che sta sulla cresta, non è emozionante?” Inoltre, da quando una spalla sta sul fianco?
      Conclusione: forse sarebbe del tutto opportuno far seguire a tutti un buono e apposito corso di avviamento alla linguistica generale e alla semantica. E far seguire a tutti gli studenti universitari un corso di italianistica letteraria o linguistica.
      Non è che i linguisti se la cavino meglio in certe occasioni. L’apprezzato articolo su http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-lingua-e-un-bene-comune-curiamola-tutti/, contiene, a mio parere, frasi del tutto condivisibili e allo stesso tempo confutabili, perché il discorso è monco. Tuttavia, ne cito una che sarebbe da tenere presente anche rispetto alla ipertrofia cancerosa della produzione scientifica scritta, generata anche dalle varie misurazioni quantitative che richiedono produttività: “Come parlanti, e soprattutto come scriventi, per esempio, abbiamo il dovere di usare e soprattutto di scrivere la lingua con parsimonia: usarla solo quando abbiamo davvero qualcosa da dire e non solo per far eco al rumore di sottofondo, usarla in maniera accurata, evitando la fretta nella produzione, prendendoci tutto il tempo che serve per scegliere parole perspicue ed eliminare parole inutili.” Quando abbiamo qualcosa da dire: il fatto è che tutti hanno cose da dire e hanno il diritto di dirle, anche se producono aria fritta (come si dice in inglese?); molta aria fritta diventa persino poesia, se la comunità l’accetta.

    • Francesco1 says:

      @Marinella : ‘Bias’ si può tradurre si in italiano, al limite la parola la coniamo. Se non piace ‘polarizzazione’ come avevo proposto
      (ma è proprio così che si traduce, perlomeno in Statistica) la possiamo chiamare ‘bietola’ o ‘biase’ o qualunque altro neologismo. O al limite stabiliamo che ‘bias’ è da oggi in poi una parola italiana. Punto e basta. Sull’insegnamento della linguistica al liceo sono d’accordo, l’avevo pure scritto prima (ma qualcuno aveva bollato la mia idea come folle). Mi fa piacere che qualcuno lo condivida (anche se la condivisione dei linguisti è piuttosto ovvia).

    • A Francesco1. Veramente, stavo pensando ai docenti universitari non umanisti, non agli studenti. E per loro, progettare un corso di linguistica di base ad alto profilo, non sarebbe per niente un gioco da ragazzi. La divulgazione, a quei livelli, penso sia difficilissima, anche se una sfida molto invitante.

  18. @Farina
    non si dice computer, si dice elaboratore elettronico.

    🙂

  19. Certo, i francesi chiamano il computer “ordinateur” ed il mouse lo chiamano “souris”, cioe’ sorcio…
    Bisogna ammettere che le lingue sono in continua evoluzione e che vocaboli dell’una migrano nelle altre…. In inglese usano tanti vocaboli italiani o latini e non se ne fanno cruccio alcuno. I francesi invece traducono tutto….
    Non vedo dunque perche’, nell’evolversi della nostra lingua, non possiamo accogliere termini tecnici stranieri, come peraltro accaduto infinite volte nel passato.
    Chi ha fatto studi di etimologia lo sa bene.
    Ed il caso del “bias” continua a rimanere per me insoluto, perche’ parlando di circuiti elettrici “polarisation” e “bias” esprimono concetti simili, ma distinti. Un prof. di elettronica redarguirebbe uno studente che all’esame li confonda….
    Bisogna ammettere che in alcune discipline, in particolare quelle dell’ingegneria delle telecomunicazioni, si usa un gergo tecnico molto specifico, la cui traduzione in italiano non e’ ne’ agevole ne’ univoca. Tutti i testi di riferimento sono in inglese, ed i pochi che sono stati tradotti in italiano sono alquanto ridicoli e spesso incomprensibili.
    E’ per questo che nelle nostre materie l’insegnamento in inglese e’ cosi’ allettante per il docente: fatto un piccolo sforzo iniziale, diventa tutto molto piu’ facile, e si evita di insegnare agli studenti traduzioni improbabili di termini tecnici comunemente usati nella loro lingua d’origine.
    Penso dunque che la sentenza della Corte sia giusta in generale, ma che per un corso di laurea magistrale in ingegneria delle telecomunicazioni i vantaggi dell’insegnamento in inglese superino gli svantaggi (che pure ci sono, e bisogna fare di tutto per affrontarli e minimizzarli).
    Per cui per il momento ho deciso che continuero’ a far lezione in inglese, almeno finche’ non me lo vietano….

  20. Paolo Atzeni says:

    Un interessante articolo di Alberto Mantovani su Repubblica di oggi

    PERCHE’ INSEGNARE IN INGLESE SIGNIFICA DIFENDERE L’ITALIANITA’

    si può leggere sulla rassegna stampa del CNR
    http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/17-03/170318/index.htm

    • Le ovvietà stantie di Mantovani sono quasi sconcertanti. L’autoreferenzialità di questi personaggio innamorati di loro stessi che si sentono nella posizione di parlare di tutto (il suo maestro Veronesi era uguale) possono essere accolti con piacere in particolare dai giornali di regime come repubblica e il gornalino meneghino. Mantovani si limiti a fare il suo mestiere di guru ne abbiamo avuti già troppi.

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