Questo articolo è dedicato alla lista di riviste di classe A di Area 13 (Economia). Il Gruppo di Lavoro (GDL) di Area13 ha licenziato quattro liste di riviste, una per ciascun settore concorsuale dell’area. Queste liste hanno una larghissima base comune rappresentata dalle riviste di “classe A” adottate per la VQR. In questo articolo dimostro che sono stati operati aggiustamenti che non sempre appaiono coerenti con le spiegazioni contenute nella relazione finale del GDL e con i criteri bibliometrici adottati per la classificazione VQR di partenza. Mostro anche che nella lista di riviste comune ai quattro settori concorsuali sono comprese un grande numero di riviste (60) su cui, allo stato della documentazione resa pubblica, a differenza di quanto esplicitamente previsto dalla Delibera ANVUR 50/2012 (art.11; si veda anche Chiarimenti sulla lista delle riviste di classe A e così pure le FAQ), non dovrebbero aver pubblicato strutturati italiani.

PREMESSA. Valutare una classificazione delle riviste non è semplice. Spesso si cade nell’errore di giudicare una lista sulla base delle proprie convinzioni: la lista è buona/non lo è perché rispecchia/non rispecchia la lista che l’osservatore ha in mente. Il ragionamento soffre così di circolarità: la lista è buona se giudica buone le riviste che l’osservatore ritiene buone, e viceversa. Per impostare correttamente il problema si deve guardare distintamente a due aspetti: 1. la fondatezza dei criteri su cui è basata la classificazione; 2. La correttezza e la coerenza nella loro applicazione.

Le classificazioni di riviste sono essenzialmente di due tipi: 1. Liste di riviste costruite sulla base di indicatori bibliometrici puri, come ad esempio quelle contenute in Scimago o nel Journal of Citation Reports; 2. Liste di riviste basate sull’opinione rilevata con opportune tecniche e procedure presso le comunità scientifiche di riferimento (CNRS francese; lista australiana e norvegese; ERIH nella sua ultima versione).

ANVUR ha adottato un approccio olistico per disegnare le liste di riviste di classe A per le abilitazioni. Ha designato un gruppo ristretto di individui, i Gruppi di Lavoro (GDL), ed ha detto loro di parlare con le società scientifiche di riferimento, di tenere conto di alcuni criteri stabiliti nel DM abilitazioni, di acquisire il parere del GEV della VQR e di non disdegnare i dati bibliometrici. E’ quindi molto difficile ragionare sulla fondatezza dei criteri e sulla correttezza e coerenza nella loro applicazione.

In quanto segue tento di ricostruire i criteri adottati dal GDL di Area 13 sulla base dei seguenti documenti pubblici: 1. Lista di riviste in classe A; 2. Lista di riviste predisposta dal GEV di Area 13; 3. Lista di riviste su cui hanno pubblicato gli strutturati di Area 13 (inviata dall’ANVUR alle società scientifiche di area 13 in data 22 giugno 2012, protocollo 746); 4. Lista di riviste scientifiche di area; 5. Relazione finale del Gruppo di Lavoro (RFGDL) del 20/9/2012.

E’ utile ricordare che secondo quanto previsto dalla Delibera ANVUR 50/2012 le liste di classe A devono contenere riviste su cui hanno pubblicato studiosi italiani e che sono state giudicate di classe A dai GDL (secondo criteri che variano non solo tra aree, ma forse anche all’interno di una stessa area). La Delibera ANVUR 50/2012 (art.11; si veda anche Chiarimenti sulla lista delle riviste di classe A e così pure le FAQ) interpreta la norma nel senso che in classe A possono entrare solo riviste su cui hanno scritto docenti strutturati nelle università italiane.

Per completezza devo ricordare anche che alla pubblicazione delle liste di riviste di Area13 sono seguite due prese di posizione critiche della Società Italiana degli Economisti e della Associazione Italiana per la Storia dell’Economia Politica (Storep), che sollevano problemi solo in parte toccati dal mio ragionamento..

Le liste di riviste di AREA 13[1]

Il Gruppo di lavoro (GDL) ha presentato, come da DM, liste suddivise per settore concorsuale. Nella tabella successiva è riportato il numero di riviste classificate in A per settore concorsuale.

13 A1-A5 Economia 13 B1-B5Economia aziendale 13 CStoria economica 13 D1-D4 Statistica e metodi matematici per le decisioni
Riviste in classe A 453 468 461 491

 

Le riviste classificate in A per tutti i settori concorso sono 437. Economia, Economia aziendale e Storia economica hanno in comune 453 riviste; 15 riviste sono classificate in A specificamente per l’Economia aziendale; ed altre 8 per la sola storia economica. Per la Statistica il GDL ne ha inserite 54 specifiche (eliminandone 16 dalla lista comune agli altri tre settori). Ecco il dettaglio.

AGGIUSTAMENTI RISPETTO ALLA CLASSIFICA VQR

Il GDL ha adottato la classifica delle riviste del GEV per la VQR. La riviste in A della abilitazione sono quelle che il GEV ha classificato in A per la VQR.[2] Complessivamente delle 449 riviste classificate in A per la VQR, 447 sono classificate in A anche per le abilitazioni. Le due riviste espunte dalla lista VQR sono Historical Social Research e International Review of Social History perché “non afferenti ai settori scientifici compresi nell’Area13”, come illustrato nel punto 3.a.1 della RFGDL. Ecco un primo aggiustamento ad hoc rispetto al lavoro del GEV13 che aveva invece ritenuto che quelle riviste dovessero essere comprese nell’area.

In particolare delle 437 riviste comuni per i quattro settori di concorso 432 sono classificate A nella lista VQR. Delle 453 riviste in A comuni ai primi tre settori (ma non alla statistica), e che costituiscono l’intero insieme delle riviste di Economia, 447 sono classificate in A nella VQR. Le 6 restanti sono una rivista “eterogenea”, Lancet; le 4 nuove riviste dell’American Economic Association, non classificate per la VQR; ed infine Theoretical Economics che nella VQR era stata classifica in C.

La RFGDL afferma che sono inserite nella lista finale anche Quantitative Economics – Econometric Society e Nature Reviews che però non sono state inserite nelle liste pubblicate.  La prima è una recente rivista della Econometric Society. Nature Reviews invece non esiste, o meglio Nature Reviews è la prima parte del titolo di ben 15 riviste  di elevatissimo impatto  pubblicate da Nature Publishing Group. Il GDL sapeva che le riviste sono 15 e non una sola? Voleva inserirle tutte? Oppure intendeva limitarsi a Nature Reviews Drug Discovery che è la sola che compare nell’elenco delle riviste dove hanno pubblicato (pochissimi)  italiani, tra cui Fabio Pammolli che è uno dei membri del GDL?  Ed in questo secondo caso, davvero la rivista può essere definita interdisciplinare? Scopus la classifica come rivista settoriale di molecular medicine e drug discovery.

Una nota anche sull’introduzione delle riviste economiche dell’American Economic Association e della Econometric Society. Questa proposta di inserimento viene giustificata sulla base di un indicatore bibliometrico recente sul database REPEC.  Quindi una rivista (Theoretical Economics) classificata in C sulla base della bibliometria VQR viene spostata in A sulla base di una bibliometria diversa. Chiamerei questo intervento: aggiustamento bibliometrico ad hoc. E’ il primo di una serie adottati dal GDL.

La LISTA del settore concorsuale Economia.

Come abbiamo detto la lista di economia rappresenta la lista base. I lettori di Roars si sono sbizzariti nel commentare alcune anomalie. Che però anomalie non sono. Non entro nel merito della bibliometria del GEV13 che ritengo assai discutibile, in particolare come ho già avuto modo di sostenere in altri post, per l’uso di Google Scholar, oltreché per l’adozione di mai-sperimentate-prima procedure di imputazione degli indicatori bibliometrici. Ma non è questo il punto. I criteri sono discutibili, ma almeno sono adottati con una certa coerenza.

Mi limito a due riviste che hanno attratto l’attenzione dei commentatori di Roars. La Rivista lituana Inzinerine Economics-Engineering Economics (1392-2785) è in classe A; è presente sia nel database WoS, sia in Scopus. L’IF della rivista nel 2010 è 2,168; al netto delle autocitazioni scende a 0,814. Provate a dare un’occhiata qua al tasso di autocitazioni (ad occhio il 60% nel 2010 e l’80% nel 2011). Oppure provate a contare le citazioni provenienti dalla stessa rivista ad uno degli articoli più citati della rivista (secondo PoP). Se si è deciso (legittimamente) di non depurare per le autocitazioni, questo può essere il risultato.  Perché nella lista non c’è il Journal of Mathematical Economics? Perché le sue performance citazionali non lo fanno entrare; essendo al confine con una disciplina con pratiche citazionali assai diverse, questo non è affatto sorprendente. I francesi del CNRS lo inseriscono in classe A, ma la loro classifica non è bibliometrica.

LISTA di STORIA ECONOMICA

L’organizzazione corporativa dell’accademia italiana prevede che nel settore concorsuale 13C convivono storici dell’economia e storici del pensiero economico, che fanno però mestieri diversi tra loro e scrivono su riviste molto diverse.

Per la storia economica sono state fatte cose semplici e lineari. Sono state eliminate dalla classe A del GEV le due riviste non specializzate in storia economica ricordate sopra (il che probabilmente ha permesso di rispondere di no alla richiesta della Società Italiana degli Storici dell’Economia (SISE) che proponeva di inserire altre riviste storiche generaliste nell’elenco, come risulta dall’Allegato 1 della RFGDL). Sono state aggiunte 5 riviste classificate in B per la VQR. E’ stata inoltre aggiunta Technology and Culture, “stranamente omessa”, come scrive il GDL, dalla lista VQR.[3] Si tratta di scelte che derivano da una opzione culturale molto precisa che privilegia una storia economica guidata nelle sue ipotesi e nei meccanismi esplicativi dalla teoria economica, non necessariamente neoclassica [4].

Si è operato in modo analogo per la storia del pensiero economico: sono stati aggiunte alla lista due riviste internazionali (EJHET e JHET) classificate in B per la VQR.[5] Il criterio anche in questo caso mi sembra in linea con l’impostazione generale.

Vorrei sottolineare però quanto segue. E’ particolarmente significativo che le riviste di storia del pensiero economico non siano entrate nella lista del settore concorsuale Economia. Come ho avuto già modo di scrivere, la storia del pensiero economico, ha regole comunicative e citazionali che la rendono incommensurabile rispetto all’economia. Sì dà il caso che –ripeto volutamente l’aggettivo- nel corporativo mondo accademico italiano, ci siano storici del pensiero economico sia nel settore Economia (dove la storia del pensiero è parte integrante della declaratoria settoriale) sia nel settore Storia Economica. Il trattamento differenziato degli storici nei due settori è probabilmente sintomatico di un “clima culturale” favorevole alle ricerche storiche, solo se condotte all’interno di una riserva indiana ben isolata dalle ampie praterie della vera ricerca economica.[6]

LISTA DI ECONOMIA AZIENDALE

Per economia aziendale il GDL ha inserito in classe A riviste di altre aree scientifiche.  Il GDL dichiara di riconoscere in fascia A tutte le riviste classificate in A nelle aree bibliometriche.[7]

A giustificazione della scelta nell’allegato 3 punti a e b del RFGDL si legge che le discipline aziendali hanno “significative interazioni con discipline di orientamento ingegneristico” e che il nuovo filone internazionale “analytics” beneficia della collaborazione con “studiosi di settori della fisica e della matematica”.

Si resta perciò piuttosto perplessi leggendo l’elenco delle 15 riviste aggiunte per economia aziendale;  sono tutte presenti su WoS; 11 sono classificate Chemistry, 3 Pharmacology ed una Environmental science. Si tratta verosimilmente di riviste su cui hanno scritto studiosi di merceologia (SECS-P/13). Che relazione esiste con la giustificazione addotta per il loro inserimento nel RFGDL?

LISTA DI STATISTICA

La lista di statistica è quella che si discosta di più dalle altre. Nell’allegato 2 si spiega che la procedura del GEV per la VQR  ha risultati “non completamente soddisfacenti” a fini abilitativi. In particolare si dice che la lista GEV è squilibrata, se non capisco male, a sfavore della statistica. Questo perché il “GEV ha trattato come omogenei” settori che “si confrontano con diverse consuetudini citazionali e con diverse numerosità (con conseguenti diversità degli indici bibliometrici medi di settore)”. Il GDL ha quindi introdotto riviste “con l’obiettivo di riequilibrare (non del tutto, ma almeno parzialmente)” i diversi settori.

Vediamo le modifiche intervenute:

PRIMA MODIFICA. Vengono eliminate 16 riviste dalla lista GEV poiché  “si considerano di fascia A solo le riviste delle sub-aree A,E e H il cui Impact Factor sia compreso nel quintile superiore della rispettiva Subject Category WoS”.  Con i dati resi disponibile non è possibile verificare se questo sia davvero avvenuto. Possiamo però lavorare induttivamente. Sono 16 le riviste che non entrano nelle liste di statistica. Sono tutte riviste che non sono presenti nel database WoS. Questo significa che queste riviste sono tutte entrate in fascia A a causa della procedura di imputazione dei valori di IF da parte del GEV. La mia impressione è che gli statistici del GDL abbiano ritenuto poco credibile o poco fondato l’esercizio econometrico di imputazione condotto dal GEV.

SECONDA MODIFICA. Vengono aggiunte 17 riviste elencate nel DFGDL sub 3.a.iii; le riviste sono state recuperate con una procedura descritta nel terzultimo e nel penultimo paragrafo dell’Allegato 2 del DFGDL.[8] Tale procedura non è controllabile/replicabile con i dati pubblici resi disponibili. Devo rilevare che il secondo criterio è però piuttosto curioso, e probabilmente in contrasto con quanto prevede il DM. Per entrare nella fascia A di riequilibrio statistico, si considerano le sole riviste su cui hanno pubblicato almeno due studiosi italiani. Quindi se fosse restata fuori una rivista “da fascia A”, ma vi fosse stato pubblicato un solo articolo da un italiano, non verrebbe presa in considerazione.

TERZA MODIFICA. Vengono infine aggiunte 37 riviste delle aree bibliometriche “il cui IF ricada all’interno del quintile superiore della rispettiva Subject Category di ISI WoS” . Anche in questo caso il lavoro per il controllo minuto è improbo, e quindi sostanzialmente non verificabile. [Ma perché questo improbo lavoro fatto dal GDL non è reso pubblico?]

Alla fine dunque delle 491 in classe A di statistica ben 54 sono specifiche, giustificate con aggiustamenti bibliometrici ad hoc.[9]

FINALE 

Ma allora è stato fatto bene l’elenco delle riviste di classe A dell’area 13? A mio parere, dal punto di vista metodologico la risposta è no. Da questa lunga discussione si capisce che in Area 13 il GDL ha lavorato con aggiustamenti ad hoc sulla lista GEV. Gli aggiustamenti bibliometrici adottati nei quattro settori concorsuali non sono coerenti tra loro e soprattutto con la procedura adottata per la classifica GEV; i criteri usati non sempre sono chiaramente definiti nel RFGDL e comunque tutti i calcoli bibliometrici sono di fatto irriproducibili.

La domanda successiva è: ma se è stato fatto male, perché molte delle  riviste che un economista o uno storico economico o uno storico del pensiero economico si aspetta di trovare in A sono classificate in A?  Come ho tentato di spiegare in premessa, è la domanda a non essere corretta. Una lista di riviste ben fatta è una lista di riviste costruita coerentemente, sulla base dell’applicazione rigorosa di criteri che si ritengono in grado di selezionare le riviste “migliori”. Le classificazioni del Journal of Citation Report sono di questo tipo: si sceglie un indicatore di impatto (IF, IF5 o altri), e si ordinano le riviste secondo quell’indicatore. Il risultato finale è la lista delle “migliori” riviste. Se il risultato finale è diverso dalle aspettative del lettore, non resta che cambiare criterio, aggiustamenti ad hoc non sono possibili.

Non vorrei però caricare di troppe responsabilità il GDL. E’ la procedura olistica inventata da ANVUR per la classificazione che non sta in piedi, ed è fuori da qualsiasi standard internazionale. Il GDL di Area13 ha lavorato con una base di partenza poco solida -la lista VQR; ha dovuto inventarsi metodi per turare alcune falle che sembravano evidenti (statistica); ha poi dovuto fare i conti con l’urgenza di non penalizzare alcuni filoni di ricerca interdisplinare (nell’economia aziendale ad esempio); ed ha dovuto far fronte alle pressioni delle società disciplinari. Difficile fare un buon lavoro in queste condizioni. Certo, rispetto a quanto accaduto in altre Aree, il GDL di Area13 non ha introdotto in  A riviste “imparagonabili” alle altre, ma di cui intendeva promuovere la diffusione. E questo credo sia un merito del GDL.

UN ULTIMO PUNTO

Resta un ultimo punto assai delicato.

Come sappiamo l’Allegato B del DM 76 dice che vanno classificate le riviste “su cui hanno pubblicato gli studiosi italiani”. In concreto e secondo la delibera ANVUR 50/2012 ciò significa che vanno classificate le sole riviste presenti nel database CINECA. ANVUR ha inviato in data 22 giugno 2012 (prot. 759) alle società scientifiche di Area13 un invito a formulare un parere sull’elenco delle riviste “sulle quali hanno pubblicato gli studiosi italiani”. L’elenco delle riviste allegato alla lettera è estratto dal sito docente CINECA.

In un altro documento, il Consiglio direttivo di ANVUR ha ritenuto di dover

“ribadire che la classificazione delle  riviste ai fini della abilitazione scientifica nazionale costituisce una procedura indipendente rispetto a quella operata ai fini della VQR. Infatti nella abilitazione: – È diverso l’insieme di partenza, che è costituito dalla lista di tutte e sole le riviste su cui hanno pubblicato gli studiosi italiani e non dall’insieme di tutte le riviste di un certo settore. -È diverso l’orizzonte temporale, che nella VQR è definito dal settennio 2004-2010, mentre per la abilitazione si estende al decennio precedente il bando”

Ancora nei Chiarimenti pubblicati il 18 settembre ha sottolineato che tutto ciò ha due conseguenze :

1. non tutte le riviste di alto livello sono incluse nella lista pubblicata dall’ANVUR “perché su alcuni riviste gli strutturati italiani potrebbero non aver scritto, o non aver registrato su CINECA i loro dati; 2. le liste possono apparire eterogenee, perché contengono riviste non settoriali, ma che l’ANVUR è obbligata a classificare. E quindi alcune possono finire in fascia A.”

Queste conseguenze sono considerate così evidenti che l’ANVUR ha annunciato la predisposizione di una terza lista di riviste integrata che potrà essere utilizzata dalle commissioni e che potrà “offrire indicazioni di riviste di alto valore ai giovani studiosi”.

Da tutto ciò segue che tutte le riviste classificate in A e tutte le riviste classificate come scientifiche dovrebbero contenere articoli scritti da studiosi italiani strutturati (che hanno inserito dati sul database CINECA).

Ora se si considerano i dati che ANVUR ha distribuito alle società scientifiche di Area il 22 giugno 2012 (database Cineca), nella lista risulterebbero 60 riviste classificate in A su cui non ci sono articoli di strutturati italiani. Questo significa che circa il 14% delle 437 riviste  in fascia A per tutti i settori concorsuali di Area 13  non dovrebbero figurare nella lista. Queste 60 riviste sono comprese anche nella lista delle riviste scientifiche di Area 13.

Ci sono tre possibilità:

1. le 60 riviste sono state inserite nel database CINECA da studiosi italiani che hanno aggiornato le loro pubblicazioni tra il 22 giugno e il 15 luglio;  la mia opinione è che questo sia improbabile, tanto più che tutte le riviste aggiunte in A dal GDL erano già presenti nella lista del 22 giugno 2012;

2. le 60 riviste sono state segnalate ad ANVUR da studiosi italiani che vi hanno pubblicato, come sembra sia stato possibile fare (FAQ sul popolamento del sito docente); la mia opinione è che anche questo sia molto improbabile;

3. le liste di riviste di classe A e le liste di riviste scientifiche di Area 13 contengono 60 riviste che non dovrebbero contenere.

A scanso di equivoci: io credo che una lista di classe A dovrebbe essere costruita riviste “buone”, indipendentemente da ciò su cui hanno scritto gli strutturati italiani. Il problema è che la Delibera ANVUR 50/2012 dice una cosa diversa, e che l’ANVUR ha dichiarato a più riprese che si deve fare e si è fatto come previsto dalla delibera stessa.

L’ANVUR dovrebbe a mio avviso chiarire cosa è successo in Area 13. Se le 60 riviste sono attualmente nel database CINECA, tutto come non detto. Le regole sono state rispettate.

Se invece le riviste nel database CINECA non ci sono, sorge qualche problema. L’inserimento di riviste su cui nessuno ha pubblicato non ha nessuna conseguenze per gli aspiranti commissari e neppure per ricercatori e associati già in ruolo nell’università italiana. Nessuno ci ha scritto su quelle riviste, e quindi non servono per passare le mediane.

Molto diversa la cosa per i non strutturati. Se un non strutturato ha scritto su qualcuna di quelle 60 riviste, gli articoli sono conteggiati nel calcolo della “terza mediana”. Di fatto le 60 riviste permettono a candidati  non strutturati di superare la terza mediana più facilmente in Area13 rispetto a quanto avviene negli altri settori non bibliometrici, ma soprattutto conteggiando articoli pubblicati su riviste che non dovrebbero essere valide.

Nel caso in cui nelle 60 riviste davvero non abbia pubblicato nessun italiano strutturato, l’ANVUR ha il dovere di chiarire se era al corrente della scelta del GDL di area 13 e se l’ha avallata. Se l’ha avallata, perché non ha scritto chiaramente nei documenti illustrativi che l’Area13 non rispettava le regole stabilite per tutti gli altri settori non bibliometrici? Se non l’ha avallata, ANVUR dovrebbe intervenire prontamente eliminando dalle liste di Area 13 le riviste su cui non hanno pubblicato italiani. Un intervento necessario, ma fuori da ogni logica:  aver scritto su una ottima riviste non serve a passare la terza mediana, se nessuno strutturato italiano ci ha già scritto. Una delle molte regole assurde di cui è tappezzata la strada delle abilitazioni.

 


[1] Fare controlli su liste di riviste senza identificativo ISSN è un lavoraccio; e che non escludo di aver commesso qualche errore puntuale, che sarei grato se i lettori potranno segnalarmi.

[2] Le titolazioni interne del documento possono trarre in inganno. Il titolo “4. Riconoscimento di riviste fuori settore” dovrebbe essere spostato verso il basso di 3 capoversi, prima di “Per quanto riguarda le riviste …]. Infatti al punto 3.a del RFGDL si legge che: “Ciascun macro settore concorsuale … riconosce in fascia A le riviste classificate come fascia 4 per la propria sub-area (rispettivamente E,A,H e S) nel documento del GEV 13”, seguono poi alcune qualifiche. Solo nel capitoletto successivo, e quindi incongruamente, si legge che la lista di riviste di fascia A è comune a tutti i settori concorsuali, ma non del tutto per la statistica.

[3] La frase dell’ultimo capoverso dell’allegato 1 non è corretta. Vi si legge che per la Storia economica “La lista comprende, quindi, tutte le riviste riconosciute in fascia A da tutti i settori concorsuali appartenenti all’Area 13”.  Se le liste pubblicate sono vere la lista di storia economica dovrebbe comprendere 437 riviste comuni ai 4 settori concorsuali, più le 8 riviste specifiche di storia economica, per un totale di 445 riviste. La lista pubblicata per storia economica contiene invece 461 riviste. Che sono le 453 riviste comuni a Economia e Economia aziendale (453) più le 8 specifiche di settore.

[4] Inserisco una nota personale. Giovanni Federico, che conosco da venti anni, è l’esperto di Storia economica del GDL. E’ stato al centro di una spiacevole vicenda originata da un suo commento sopra le righe apparso su un blog, notizia ripresa da Roars e al centro di infuocate polemiche successive. Mi sento di dovere dare atto esplicitamente che ritengo che abbia svolto il suo lavoro in modo corretto ed equilibrato.

[5] Qui si pone un problema procedurale, significativo del modo in cui ANVUR ha gestito le interazioni con le società scientifiche: secondo il RFGDL “la SPE (Società del Pensiero economico) ha trasmesso informalmente una lista di sole sei riviste di serie A […] quattro internazionali e due italiane”; “le quattro riviste internazionali suggerite dalla SPE” sono incluse nella lista finale. Il primo problema è che la SPE non esiste; esiste l’AISPE (Associazione Italiana per la Storia del Pensiero Economico). E’ quindi l’AISPE ad aver contattato informalmente il GDL? Il secondo riguarda l’opportunità che un GDL abbia contatti informali con una società scientifica a fronte di contatti formali con le altre società come riportato  a p. 1 del DFGDL.

[6] Su questo punto segnalo la presa di posizione di STOREP.

[7] Ora, come è ormai ben noto, per l’abilitazione non esiste fascia A nelle aree non bibliometriche. È quindi plausibile pensare che il GDL volesse fare riferimento al VQR.

[8] Il secondo criterio è piuttosto curioso. Per entrare nella fascia A di riequilibrio statistico, si considerano le sole riviste su cui hanno pubblicato almeno due studiosi italiani. Se fosse restata fuori una rivista top, ma vi avesse scritto un solo italiano, non verrebbe presa in considerazione.

[9] Scrive il GDL nella frase finale dell’Allegato 2: “Per rappresentare adeguatamente la produzione scientifica dei ricercatori della sub-area [statistica ndr], quindi, la lista delle riviste di fascia A dovrà, in un secondo momento, essere necessariamente integrata con riviste di equivalente livello delle aree affini”. Verrà prodotta una ulteriore lista di riviste di fascia A per le riviste di statistica? Il GDL nella sua componente statistica non ritiene che il tema della interdisciplinarietà sia stato affrontato in modo soddisfacente?

 

 

 

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25 Commenti

    • Caro Alberto,

      per quanto riguarda l’area della Statistica, al link che segue puoi leggere un messaggio che il Presidente della Società Italiana di Statistica (SIS) Nicola Torelli ci ha inviato una decina di giorni fa proprio sulla vicenda della classificazione delle riviste di fascia A:

      http://it.groups.yahoo.com/group/docenti-preoccupati/message/8112

      Ti confermo inoltre che la tua sensazione sul fatto che “gli statistici del GDL abbiano ritenuto poco credibile o poco fondato l’esercizio econometrico di imputazione condotto dal GEV” è perfettamente corrispondente alla verità dei fatti. Esistono in proposito specifiche analisi statistiche effettuate dalla SIS che danno (così mi è stato riferito) risultati incontrovertibili.

      Ciao

      Sergio

  1. Caro Alberto
    Non è facile seguire il ragionamento che proponi e ancora più difficile è, in questo caso specifico, capire bene la parte che stai giocando, se mi passi l’espressione e la franchezza (che del resto mi contraddistingue in ogni dove, come ben sai), in questa complessa partita a scacchi tra Università e Riforma Gelmini. Nel tuo testo, infatti, fai esplicito riferimento all’azione della STOREP, che ti vede suo presidente (tra l’altro sono un iscritto e ti ho votato; per trasparenza informo che sono nel direttivo AISPE) e che, come testimonia la relazione del Gruppo di Lavoro, è stata consultata nei lavori del GEV13 per le riviste e che perciò stesso è parte attiva di quel gioco corporativo che tu pure denunci, e con particolare rilevanza per il caso di Storia economica. Essere parte attiva di un gioco è, nel caso dell’ANVUR, molto delicato, come ben hanno rilevato alcuni articoli di Roars a proposito del rapporto dialettico tra AVUR e CUN. Ribadisco un concetto che ho avuto modo di esprimerti già una volta, pubblicamente, ad un convegno STOREP, in cui mi hai invitato come relatore: se si ritiene che i criteri della valutazione sono infondati allora la battaglia è segnata, cioè ci si deve battere perché il sistema salti (come ben sai, io condivido la tua opinione che il vino va sempre bevuto e che le etichette non possono essere un criterio per la sua valutazione); non ci si può, invece, inserire nel gioco degli aggiustamenti dei criteri e fare, al contempo, la lotta contro le lobby e le corporazioni; ammesso e non concesso che sia possibile creare una istituzione preposta alla conservazione, trasmissione e creazione della conoscenza che NON sia fondata, in ultima istanza, sulla cooptazione. A quel punto è, invece, opportuno mostrare chiaramente i propri interessi, sia per trasparenza, sia per tentare di arrivare alla definizione di un interesse generale, che non sia soltanto la somma degli interessi particolari.
    Vengo al merito delle tue osservazioni proprio su Storia economica, perché francamente non ho ben capito alcuni passaggi.
    Prima denunci il fatto che “E’ (…) molto difficile ragionare sulla fondatezza dei criteri e sulla correttezza e coerenza nella loro applicazione” e dimostri come vi siano stati “aggiustamenti ad hoc” nell’inserimento delle riviste, cioè, mi par di capire, aggiustamenti che poco avevano a che fare con i criteri generali che i valutatori di riviste si erano imposti o che gli erano stati imposti: una rivista, infatti, non rientra in area economica ma è stata (pare) comunque inserita, al contrario di altre; per un’altra rivista il database è differente dagli altri.
    Poi, però, parlando di Storia economica, affermi: “Si è operato in modo analogo per la storia del pensiero economico: sono stati aggiunte alla lista due riviste internazionali (EJHET e JHET) classificate in B per la VQR. Il criterio anche in questo caso mi sembra in linea con l’impostazione generale”. A quale “impostazione generale” ti riferisci? Alla “opzione culturale molto precisa che privilegia una storia economica guidata nelle sue ipotesi e nei meccanismi esplicativi dalla teoria economica, non necessariamente neoclassica”, come scrivi nel capoverso precedente al primo che ho citato? In ogni caso, non credo che tu ti riferisca ai criteri della VQR, che appunto escludevano dalla fascia A quelle due riviste. Se ho seguito bene il filo del tuo ragionamento, “i criteri generali” che muovono i valutatori sono, in questo caso, di carattere culturale.
    E poi proponi un salto logico che davvero non capisco. Scrivi: “Vorrei sottolineare però quanto segue. E’ particolarmente significativo che le riviste di storia del pensiero economico non siano entrate nella lista del settore concorsuale Economia. Come ho avuto già modo di scrivere, la storia del pensiero economico, ha regole comunicative e citazionali che la rendono incommensurabile rispetto all’economia. Si dà il caso che –ripeto volutamente l’aggettivo- nel corporativo mondo accademico italiano, ci siano storici del pensiero economico sia nel settore Economia (dove la storia del pensiero è parte integrante della declaratoria settoriale) sia nel settore Storia Economica. Il trattamento differenziato degli storici nei due settori è probabilmente sintomatico di un “clima culturale” favorevole alle ricerche storiche, solo se condotte all’interno di una riserva indiana ben isolata dalle ampie praterie della vera ricerca economica”.
    Il salto dell’argomentazione è secco e mi spinge a intendere che questo sia il messaggio fondamentale che intende proporre il tuo articolo. Provo ad analizzare la tua riflessione. A. prima affermi che il mestiere dello storico dell’economia e del pensiero è diverso da quello dell’economista e che quindi si tratta di prodotti incommensurabili; B. ma poi affermi che di storici ne esistono anche in settori che non sono quelli propriamente di storia, ma anche di economia; C. poi affermi, con evidente dispetto, che agli storici è stato assicurato un differente trattamento nei due settori; D. poi concludi con un giudizio sibillino e molto drastico e ruvido in merito alla sostanziale non scientificità del settore di storia economica. Ti confesso che non mi raccapezzo. Provo a capire: stai lavorando attivamente per modificare la lista delle riviste di fascia A; vorresti che le riviste di Storia economica/del pensiero classificate in A, e solo quelle, lista di cui dunque accetti la fondatezza (cioè condividi i criteri culturali e gli aggiustamenti ad hoc adottati dai valutatori, fatti di quel mix che non solo hai descritto, ma che ahi anche denunciato come inaccettabile), fossero presenti anche per Economia politica; condivi anche l’idea, propria dei valutatori, che sia necessario escludere le riviste italiane proposte dalla SISE, perché già appartenenti alla fascia A di Area11 e che le due riviste italiane di storia del pensiero non rientrino in A perché la bibliometria (dell’AVUR, che tu contesti) lo impedisce.
    Mi pare evidente, in conclusione, che sei entrato in pieno nel gioco corporativo, che pure denunci. Personalmente non ci trovo nulla di male. Ti propongo, tuttavia, questa riflessione: che il dibattito degli interessi diventi chiaro e trasparente e che, in ultima analisi, conduca ad un dibattito scientifico e culturale – cultura è una parola che usi spesso – che miri a salvaguardare uno dei principi fondamentali della ricerca: la sua libertà e il pluralismo.
    Ciao
    Luca Michelini

    • la discussione area 13 sottosettore storia del pensiero economico è già da iniziati al primo commento, quindi difficilmente è di interesse generale, ma provo comunque a fare un’osservazione: anche a me non è ben chiaro cosa voglia dire Alberto Baccini, ma su un punto Luca Michelini è almeno tanto parziale (corporativo?) quanto lui ritiene sia Baccini.
      l’appartenenza di storia del pensiero economico a storia economica piuttosto che economia politica è strumentale ad una classificazione che è stata modificata negli ultimi tempi, con la ridefinizione delle aree concorsuali. storia del pensiero economico, affine sia a storia economica che a economia politica (secondo me, lo dico chiaramente, se proprio bisogna scegliere, più a economia politica che a storia economica) finisce alla fine del processo di ridefinizione in storia economica. in ragione di quale libertà e pluralismo della ricerca allora Michelini dice che non si capisce perchè Baccini si lamenti del fatto che la fascia A sia stata rimpolpata con riviste di storia del pensiero economico dal GDL solo in storia economica e non in economia politica? perchè Michelini non è d’accordo su questo con Baccini?

    • Rispondo a Carlo, che però pregherei di firmarsi per intero perché non credo, altrimenti, che ci siano gli estremi per una libera e franca discussione. Detto questo, mi pare che Carlo non abbia colto il senso del mio ragionamento, che forse è ricorso ad argomentazioni sbagliate (vista anche la fretta). Il senso del mio ragionamento è questo. Baccini di fatto, e nello scrivere, sta svolgendo due ruoli ben diversi, che invece ritengo sia opportuno mantenere ben distinti. Il ruolo lobbystico-corporativo, e quello di critico impietoso e durissimo dell’Anvur. Io, quindi, in primo luogo NON entro nel merito dell’azione lobbystica, semplicemente la segnalo. E nel segnalarlo non mi tiro al di fuori della mischia, sia chiaro: ho appunto detto che il problema della corporazione è, in ultima analisi, riconducibile al problema della cooptazione. E poiché, mi pare, che di cooptazione alla fine si tratti (che sia attraverso il comitato scientifico di una rivista o di una casa editrice o di una commissione, non cambia molto per il principio applicato: anche se cambia molto per le procedure, in effetti, e per le parti in causa), siamo tutti, ma proprio tutti inseriti nello stesso meccanismo: io, come Baccini, come Carlo. Poi c’è la seconda questione: quella di merito: nella quale, però, io non sono entrato affatto, se non per dire che io ritengo che “il vino vada sempre assaggiato”, mentre Baccini, ma anche tu Carlo, a quanto leggo, sostituite alla “bevuta del vino” il vostro legittimo, ma del tutto personale convincimento su che cosa sia e che cosa debba essere la storia del pensiero economico (o altra disciplina). Ed ho la netta sensazione che abbiate forte la tentazione, dal quel che leggo e da come scrivete, di far diventare il vostro giudizio, il criterio oggettivo. Con il che, appunto, viene meno e la libertà e il pluralismo, che poi sono la stessa cosa. Nel merito del testo di Baccini: un conto è dire: inserite in Economia anche le riviste di Storia, e poi giustificare questo criterio e gli eventuali (e ovvi motivi) per renderlo reciproco e assai più interdisciplinare di quanto si propone (ché che si occupa di SPE spesso si occupa anche di politica, con relative riviste e via discorrendo); ben altro conto è dire: io sono la scienza vera e il resto è corporazione, come ha scritto esplicitamente Baccini e come sottende anche il tuo ragionamento, Carlo.

    • Caro Luca, ho osservato su un punto specifico (perchè se una rivista di storia del pensiero economico è in fascia A in storia economica non lo è in economia politica?) che non capivo perchè non eri d’accordo con Baccini. Ancora non lo capisco.
      Poi personalmente ho una mia idea dei contorni della disciplina, e fra la cooptazione attuata attraverso la peer review più o meno falsa orientata dai comitati delle riviste internazionali e quella della casa editrice sotto casa preferisco la prima. Ma non vedo perchè da questo si debba dedurre che penso di sapere quale è la “scienza vera” e quale la “corporazione”. Non è proprio del mio modo di pensare ritenere di avere un dono del genere.
      Cordialmente, Carlo Zappia

    • Caro Luca,
      Mi costringi ad una lunga risposta.

      Sembra anche a me come a Carlo (Zappia, lo aveva già dichiarato il cognome) che la discussione sia un po’ troppo per iniziati. Ma non posso non continuarla. Parto proprio dalla mia personale posizione.

      Luca mi dice che sto svolgendo un doppio ruolo: 1. critico di Anvur e 2. un ruolo lobbystico corporativo per conto di STOREP (avevo già scritto su Roars che sono socio dalla fondazione, e non ho ritenuto di ripeterlo; da poco sono stato eletto presidente e sono il primo firmatario della lettera inviata da storep ad ANVUR citata nel post).

      Ho accettato la carica di presidente STOREP, dopo lunga indecisione e discussioni anche con la redazione di Roars, per due motivi: 1. Storep non coincide con un settore disciplinare. Non controlla direttamente spartizione di posti e cattedre. 2. Ho detto pubblicamente ed a più riprese che il senso della mia presidenza è difendere la storia del pensiero economico che come altre discipline di frontiera/interdisciplinari va in sofferenza durante gli esercizi di valutazione (si veda cosa sta succedendo alla storia della matematica).

      STOREP ed il suo presidente, cioè io, non abbiamo svolto alcun ruolo lobbystico corporativo. Ho avuto una sola occasione di parlare di questi temi con un rappresentante ANVUR (Bonaccorsi) nel convegno cui hai partecipato anche tu come relatore. STOREP non è stata consultata direttamente né dal GDL né da ANVUR. STOREP fa parte del gruppo di società che da anni indica la SIE come società scientifica di riferimento. Sulle modalità di coinvolgimento della SIE e quindi di STOREP puoi vedere ciò che ha scritto la SIE stessa nel documento del suo direttivo linkato nel post. Tutto ciò che ha fatto Il direttivo STOREP è stato inviare ad ANVUR la seguente lettera (5 luglio 2012):

      “Il Direttivo della Storep condivide le profonde perplessità espresse dalla Commissione Scientifica dell’Unione Matematica Italiana sull’uso automatico di parametri bibliometrici per la selezione di commissari e candidati per l’abilitazione nazionale.
       
      Condivide altresì l’indirizzo secondo cui la partecipazione alle commissioni di valutazione debba essere limitata ai soli studiosi che si siano mantenuti attivi nella ricerca. Il consiglio direttivo di STOREP, nella precedente composizione, in un documento del 1 luglio 2011 http://www.storep.org/risposta%20STOREP%20%20sui%20requisiti%20minimi%20CUN.pdf ha proposto uno strumento rigoroso e facile da implementare di selezione dei commissari, che appare più efficace rispetto a quanto previsto dalla recente normativa. In particolare il primo criterio in essa previsto (mediana delle pubblicazioni nel database cineca) appare favorire in modo poco comprensibile parti della comunità scientifica più tendenzialmente autoreferenziali (che scrivono saggi e volumi fuori dal circuito internazionale). Il secondo criterio di selezione (mediana delle pubblicazioni su riviste di classe A) rimanda ad una difficile classificazione delle riviste.
      In relazione a quest’ultimo punto, nello spirito di collaborazione tra le società di Area 13,  STOREP ritiene di poter appoggiare la proposta del Consiglio direttivo della SIE. ”

      In precedenza (3 luglio 2012) avevo scritto al Direttivo STOREP proponendo una linea più radicale che però non è passata:

      “Confesso che avallare una pessima norma suggerendo una lista di riviste per minimizzare i danni, non mi sembra una linea politica vincente. Una presa di posizione vicina a quella della UMI [Unione Matematica Italiana] è l’opzione a cui mi sento più vicino intellettualmente.”

      Il documento recente inviato da STOREP ad ANVUR non chiede alcunché. Ma dice alcune cose importanti.

      Vengo ora al contenuto del mio articolo. Ho tentato di mostrare per quali ragioni la lista di riviste di classe A di Area13 non funziona. Si tratta di una classifica piena di aggiustamenti ad hoc in contrasto tra loro e con i criteri che hanno ispirato la pessima classifica di riviste messa a punto dal GEV.

      Penso che il risultato sia responsabilità non tanto del GDL che ha lavorato con vincoli molto stringenti, ma di una procedura mal progettata e mal realizzata da ANVUR.

      Credo si capisca dal testo che complessivamente la lista di riviste con minor grado di incoerenza sia a mio parere quella di Storia economica. Nel senso che usa la lista VQR, e la amplia sulla base della stessa lista inserendo in A per le abilitazioni 7 riviste in B per la VQR. Due di queste sono riviste di storia del pensiero economico.

      Scrivo poi che non capisco perché questo allargamento della fascia A per la storia del pensiero economico non sia stato adottato anche per il settore concorsuale economia (dove in classe A c’è una sola rivista propriamente di storia del pensiero economico), visto che nella declaratoria settoriale è esplicitamente prevista la storia del pensiero economico.

      Credo che la definizione di ciò che è scientifico e di quali sono le riviste in classe A dovrebbe essere il risultato delle decisioni della comunità scientifica. Raggiunto attraverso procedure di consultazione ragionevoli e trasparenti. Non del divide et impera adottato da anvur. Credo che le società scientifiche avrebbero dovuto sottrarsi alla tentazione di catturare il regolatore (come è sicuramente avvenuto in molte aree) e rispondere che non intendevano discutere con ANVUR senza regole chiare e trasparenti di discussione.

      Ti garantisco che non sto lavorando per modificare la lista di riviste di classe A. Sto lavorando perché in questo paese si adottino procedure di valutazione serie.

    • Caro Alberto,

      la discussione non è per iniziati e tocca un punto fondamentale, come tu stesso ammetti, visto che ti sei posto il problema del tuo duplice ruolo, di anti-Anvur e di presidente Storep. Nel tuo articolo addirittura fai nomi e cognomi per quelli che, a prima vista, ti sembrano veri e propri conflitti d’interesse nella scelta di riviste da posizionare in “a”. Gran parte della discussione sulle classifiche di riviste (e chissà cosa succederà per le case editrici!!) verte sul conflitto d’interesse: lo dimostrano moltissimi articoli di Roars.

      A me pare che tutto il tuo articolo, e tutta la tua azione, direi, sia proprio incentrata sulla storia del pensiero economico (scrivi: “il senso della mia presidenza è difendere la storia del pensiero economico che come altre discipline di frontiera/interdisciplinari va in sofferenza durante gli esercizi di valutazione (si veda cosa sta succedendo alla storia della matematica)”).

      A me pare che il brano del tuo articolo in cui prendi di petto la storia economica, e non ti limiti a porre il problema delle riviste da inserire in classe a per il settore di Economia politica, contraddica proprio il tuo assunto, perché volto a incrinare seriamente e l’interdisciplinarietà di SPE e, aggiungo io, la sua libertà e il suo pluralismo. Riporto nuovamente il tuo brano:

      “E’ particolarmente significativo che le riviste di storia del pensiero economico non siano entrate nella lista del settore concorsuale Economia. Come ho avuto già modo di scrivere, la storia del pensiero economico, ha regole comunicative e citazionali che la rendono incommensurabile rispetto all’economia. Sì dà il caso che –ripeto volutamente l’aggettivo- nel corporativo mondo accademico italiano, ci siano storici del pensiero economico sia nel settore Economia (dove la storia del pensiero è parte integrante della declaratoria settoriale) sia nel settore Storia Economica. Il trattamento differenziato degli storici nei due settori è probabilmente sintomatico di un “clima culturale” favorevole alle ricerche storiche, solo se condotte all’interno di una riserva indiana ben isolata dalle ampie praterie della vera ricerca economica.”

      “Riserva indiana” (forse alludi a quella degli economisti italiani, che non hanno alcuna loro rivista, mi pare, in classe a?), “ampie praterie” (quali, quelle di ingegneri-economisti che mentre ti cade il tetto addosso ti dicono che domani è un altro giorno?), “vera ricerca scientifica” (quale, quella che sgorga da un pontefice che indica cosa studiare, con quali metodi, secondo quali scopi?): a me non pare che queste siano espressioni che sottendono la segnalazione di un mero problema tecnico in un angolo remoto del sapere; mi pare che sottendono giudizi di valore, per altro molto pesanti e in ogni caso, mi permetto di aggiungere, opinabili da mille punti di vista (come ho provato a segnalarti provocatoriamente).

      Quando poi sostieni di non avere conflitti d’interesse in quanto “Storep non coincide con un settore disciplinare. Non controlla direttamente spartizione di posti e cattedre.”, vorrei capire che cosa intendi: a. alcuni settori, infatti, hanno più associazioni; b. non mi risulta che tra i compiti di qualsivoglia altra associazione ci sia quello di controllare concorsi. In altre parole, non mi pare che la tua argomentazione ti tiri fuori dai giochi; tutt’altro, perché appunto i giochi da ora in poi tendenzialmente si faranno in base ai criteri che stiamo tutti discutendo, te compreso.

      A me pare che tu stia svolgendo un lavoro corporativo non tanto perché hai promosso direttamente o indirettamente aggiustamenti delle riviste (non entro minimamente nel merito, anche se poi l’azione della Storep è chiara, come dimostri: fare inserire riviste SPE in Economia, e… recintare bene bene la riserva indiana della non-scienza, magari per sterminarla? ;)), ma perché distorci la tua campagna per la libertà della scienza nella direzione di una tua definizione di scienza; e il fatto che questa definizione di scienza tu la consideri, e sia, maggioritaria (forse è per questo che ti riferisci alla SIE? O ti riferivi alla SIE per altri motivi, cioè perché controllano le cattedre? Mi auguro di no ;)), mi permetto di aggiungere, non inficia affatto il mio ragionamento, ma anzi lo rafforza terribilmente, perché compito della ricerca scientifica, da che mondo è mondo, è stato, di fatto, quello di scalzare, scardinare modi di ragionare consolidati e maggioritari.

      A me pare che distorci la tua battaglia per la libertà della scienza quando scrivi

      “Credo che la definizione di ciò che è scientifico e di quali sono le riviste in classe A dovrebbe essere il risultato delle decisioni della comunità scientifica. Raggiunto attraverso procedure di consultazione ragionevoli e trasparenti. Non del divide et impera adottato da anvur. Credo che le società scientifiche avrebbero dovuto sottrarsi alla tentazione di catturare il regolatore (come è sicuramente avvenuto in molte aree) e rispondere che non intendevano discutere con ANVUR senza regole chiare e trasparenti di discussione”

      Perché distorci la tua battaglia? Perché ritengo, e penso che tu sia d’accordo con me, che qualsivoglia classifica sia un passo verso la mortificazione della scienza, oltre che del buon senso (ma davvero si vuole dare il MONOPOLIO della scienza a qualcuno??!! A una casa editrice PRIVATA???!!!). Perché “la comunità scientifica” si contraddistingue per metodi e oggetti di studio e non perché elabora classifiche di riviste o di case editrici.
      Ciao
      Luca Michelini

    • Luca,
      sarò il più diretto possibile.
      1. Da molto tempo scrivo che sono tendenzialmente favorevole ad una valutazione della ricerca condotta sulla base della classificazione delle riviste. Un primo step ragionevole in un paese ritardatario come l’Italia. Poi ci sarà tempo di migliorare (il vino lo berremo al prossimo esercizio). Il problema è che ANVUR ha fatto classifiche di riviste inguardabili, con procedure fuori da ogni ragionevole standard adottato altrove.
      2. L’uso delle classifiche di riviste (anche se ben fatte) rischia di uccidere il pluralismo. Se si sa, si possono prendere opportuni accorgimenti. In Italia nessuno si è posto minimamente il problema.
      3. Sono contrario all’uso automatico di classifiche di riviste (anche se sono ben fatte) per il reclutamento;
      4. Non avrei nulla in contrario all’uso di classifiche di riviste (ben fatte) per la selezione dei commissari; ma temo che abbiano ragione i costituzionalisti, e che quindi al momento sarebbe stato saggio non usarle per evitare i ricorsi.
      5. non voglio recintare nulla. Ho scritto che le liste non devono essere su base settoriale. Le riviste scientifiche sono scientifiche e basta. Le riviste eccellenti sono eccellenti per tutti.

      Non cadiamo dalle nuvole: ci sono settori disciplinari e concorsi governati completamente dai direttivi di società scientifiche. Non credo in economia. Non so in storia economica e storia del pensiero economico.

      Ho già linkato il documento STOREP. Non mi sembra ci sia scritto che STOREP vuole 2 riviste in più in economia.
      ab

    • Questa frase:
      “Per scrupolo, l’ANVUR ha ricalcolato la mediana del secondo indicatore per tutti i gruppi concorsuali interessati dalle riviste citate, e ha verificato che i valori delle mediane rimanevano invariati, come era prevedibile vista la scarissima rilevanza statistica dell’errore”

      è rivelatrice. Non solo per l’effettivo aspetto grottesco (cosa vuol dire “per scrupolo”‘? è un preciso compito dell’ANVUR calcolare le mediane, correttamente se possibile). A me personalmente rivela definitivamente una cosa: l’ANVUR, evidentemente in accordo col MIUR, non ha alcuna intenzione di rivelare né ora, né mai i dati su cui ha basato il proprio calcolo.

    • ANVUR: “In ogni caso, anche assumendo che tutte le riviste di cui si è occupata la stampa in questi giorni (20 casi) siano frutto di vero e proprio errore, esse pesano per lo 0,12% in termini di numero di riviste e per meno dello 0,15% in termini di numero di articoli: stiamo parlando di un caso su mille.”

      Erano così poche le stranezze?

  2. il documento (5 ottobre), al quale fa riferimento Mariella di Maio (http://www.anvur.org/sites/anvur-miur/files/chiarimenti_riviste_scientifiche.pdf) non è solo pazzesco ma è sintomatico del modo di agire dell’Anvur. Cambiare le regole mano a mano che qualuno denuncia le falle (per usare un eufemismo) del sistema…
    Tra le altre cose osservo che:
    mentre nel documento del 24 settembre si diceva che i Gev non erano entrati per nulla nella classificazione (rettificando senza alcuna giustificazione per la rettifica l’altro documento del 18 settembre) ora si affferma che i Gev hanno fornito il loro parere per la confezione della lista.
    Perché questa marcia indietro? Forse perché l’interrogazione presentata al Senato, il 26 settembre, da un deputato dell’IDV stigmatizzava l’inconguenza tra il documento del 24 e quello del 18?
    Altre “amenità” del documento del 5 ottobre è relativo alla lista delle riviste scientifiche, la qual secondo l’Anvur conterrebbe un margine di errore pari a “un caso su mille”.
    Qualcuno nell’Agenzia si sta ispirando al modello della disinformatia dell’Urss.
    ma in questo caso si tratta di disonformatia alla matriciana o alla pizzaiola.
    Come è possibile che il Miur e l’intero governo tolleri tutto questo?
    come è possibi che da alcuni settori della Comunità scinetifica si parli ancora di “fiduciosa collaborazione” con l’Anvur?

  3. Caro Carlo Zappia (grazie per la firma),
    insisto: non entro nel merito, segnalo, invece, il metodo: il lavoro lobbystico. A mia volta lobbysticamente, ma in ogni caso seguendo il concreto articolarsi di molte ricerche (lobbisticamente, perché sono anche le MIE ricerche), ti segnalo che molti storici del pensiero si occupano anche di storia politica e intersecano mille altri ambiti disciplinari: con il che è reso evidente, come mi pare evidente per Baccini, che ogni e qualsivoglia classificazione IPSO facto segna la morte della interdisciplinarietà, che poi, in ultima analisi, è la frontiera della ricerca. Ti segnalo che è tipico dell’arroccamento corporativo e della conservazione, cioè è tipico dell’agire di chi si oppone al progresso del pensiero, tentare di imbrigliarlo in griglie date una volta per tutte.
    Mi pare quindi molto opinabile il tentativo (tuo e di Baccini) di circoscrivere questa interdisciplinarietà secondo… un vostro criterio!
    Quanto poi al tuo utilizzo dei termini di “internazionale” e “sotto casa” segnalo semplicemente che stai, a tua volta, entrando nel campo della lobby, della corporazione. Mi limito semplicemente a rimandare alle riflessioni di Paolo Rossi, che vengono ospitate su Roars, per quanto riguarda il concetto di “internazionale”; in ogni caso, è evidentissimo, direi banale, affermare che ogni e qualsivoglia indagine scientifica che, p.es., si occupa di una realtà NAZIONALE, quale che sia il significato di nazione (non necessariamente sovrapponibile allo Stato), ipso facto è e non è, al tempo stesso, internazionale, in ogni caso NON rientra nel concetto di internazionale che hai in mente tu. E confondere l’utilizzo di una lingua franca, poniamo l’inglese, con il concetto di internazionale è un altro evidentissimo errore. Su questo tema mi pare che Baccini sia d’accordo con me, almeno dal carteggio che abbiamo avuto su Roars, e quindi pubblico, al quale ti rimando. E poi ho davvero molti dubbi sul fatto che si possa considerare “internazionale”, come sinonimo di migliore, un sapere, quale gran parte di quello economico (meglio: economicistico), che non è riuscito sostanzialmente a dire un BEL NULLA sulla crisi in corso PRIMA che questa scoppiasse, salvo poi discettare di essa a destra e manca, a cose fatte, e spesso continuando a capirci poco o a svolgere l’antico mestiere del “pugilatore a pagamento” o del “consigliere” – del governo, della banca, dell’impresa e via e via discorrendo, secondo altrettanti conflitti d’interesse e comunque attività che non mi pare abbiano molto a che fare con la ricerca scientifica in senso stretto.
    Quanto poi al concetto di “case editrici sotto casa” o di “comitati editoriali” in linea di massima potrei anche convenire. Ma mi pare che ti liberi con una battuta di un problema che, invece, merita ben altre considerazioni. Mi limito alle case editrici: sono imprese private, vorrei ricordarti, mentre alcune, poche (pochissime in Italia), sono universitarie. E la logica che guida le prime, come insegna la storia, è una logica che sottende ben precise parti in causa, molto complesse, per altro. Francamente, demandare ad un comitato scientifico di una impresa privata, o anche pubblica, il ruolo di selettori degli scienziati mi pare molto imprudente e, ai miei occhi, e sarò molto franco (perché ci conosciamo di persona), denuncia la totale mancanza di consapevolezza di come le cose sono andate e di come tutt’ora vanno: a cominciare dal fatto che i veri consumatori dei libri non sono i lettori, ma gli autori, spesso e volentieri, e NON solo di “case editrici sotto casa”. Ti invito a considerare molto seriamente la problematica. Personalmente mi ci sono dovuto confrontare anche nelle mie ricerche, che hanno intersecato case editrici oggi considerate al top: ho avuto la triste ventura di seguire le politiche editoriali di case editrici di classici del pensiero economico, al tempo stesso pienamente coinvolte-i in campagne antisemite, filonaziste e filofasciste, fino al momento in cui è stato il potere stesso (in virtù dei salvataggi fatti con la crisi del ’29: – e se si ripetesse oggi?) a indirizzare attivamente quelle stesse politiche. Per una battaglia che vuole tendere all’indipendenza della scienza dal potere politico, vorrei invitarti a considerare che tanto il potere politico, quanto quello economico sono ben addentro ai meccanismi editoriali. Vogliamo ricordarci il periodo fascista? E quello successivo, fino ai giorni nostri, davvero non insegna nulla? Forse temo insegni poco, visto che viviamo in un paese dove si contano sulle dita di una mano gli economisti che si sono occupati di un problema che pure aveva posto già A. Smith e che nel nostro Paese è divenuto centrale per venti anni (gli ultimi): quello della quasi totale sovrapposizione tra Governo Politico e Potere economico (ed anche editoriale, come è noto). Non mi pare di parlare d’altro, visto che il Ministro Gelmini, che Roars accusa di dirigismo, era (è) parte integrante di questa stagione economico-politica.
    E’ proprio per rendere il sapere indipendente da quello politico ed economico che esiste l’Università, a cui spetta il compito di garantire dei meccanismi di selezione che NON dipendano da quei criteri.
    La “casa editrice sotto casa” ti inorridisce? Non vedo quale problema avrai nello stroncare la ricerca che ospita, nel bocciare chi l’ha utilizzata; mi aspetto, tuttavia, che se invece la ricerca è meritevole, allora venga giudicata secondo giustizia. Certo: tutto ciò implica bere il vino, senza limitarsi all’etichetta, cioè implica svolgere una parte importante del proprio mestiere.
    Perché tanto calore nel mio scrivere? Perché so benissimo che questi ragionamenti t’appartengono, caro Carlo, e quindi quando ti vedo liquidar le cose con una battuta, capisco (e se mi sbaglio ti prego di scusarmi) che le parti in causa sono ben altre che quelle del dibattito “scientifico e culturale”.
    Ciao Luca Michelini

  4. Luca, probabilmente hai ragione tu, bisognerebbe discutere di massimi sistemi piuttosto che di liste di riviste, perchè la lista dipende da una visione del mondo. Ma io non penso che sia questo il luogo. Il mio commento si limitava alla lista.
    Non mi inorridisce, ma la casa editrice sottocasa tendenzialmente non credo pubblichi ricerca di buon livello. Quasi mi inorridisce che una monografia pubblicata sotto casa faccia superare la mediana per un concorso ad ordinario nella nostra area.
    Le “agenzie di rating” della ricerca sono una perversone del mondo moderno? Certo, ma secondo me il GEV13 partendo dai dati generati da quelle agenzie e spiegando la metodologia che ha seguito ha generato un ranking che sono disposto ad accettare (Alberto ha spiegato che il caso della rivista lettone è un esempio della perversione del sistema (autocitazioni): qui c’è evidentemente una falla nel lavoro del GEV, ma non penso che questo possa far dire che la lista del GEV è pessima, come dice Alberto in un commento che non trovo conseguente a quello che dice nel post)
    Nella nostra area non vi sono riviste in lingua italiana in fascia A, nè per il GEV13 nè per il GDL. Se mi attengo alla definizione che di fascia A è data nei documenti ministeriali, sono d’accordo con loro.
    Passo e chiudo, cordialmente Carlo

    • Trovo pessima la lista di riviste del GEV di area 13 per almeno due motivi:
      1. usa google scholar. Allo stato a mio avviso non utilizzabile in esercizi di valutazione dove sono in gioco soldi (vqr) e destini personali (abilitazioni): https://www.roars.it/online/classifiche-incredibili/
      2. inventa una procedura complicatissima e mai-sperimentata-prima di “imputazione” di IF a riviste che non ce l’hanno sulla base dell’h-index su GS. Che agli statistici non deve essere piaciuta molto. E’ lecito sperimentare, anziché utilizzare pratiche già adottate da altri, in procedura istituzionali di valutazione?

      Avevo a suo tempo scritto che apprezzavo la scelta per la vqr quella di separare le riviste di storia del pensiero e storia economica dalle altre https://www.roars.it/online/il-gev13-e-la-storia/. Avevo fatto una scommessa sul risultato finale della imputazione del gev per l’area (nasometria vs. le 20 pagine in inglese scritte dal gev!). Tutto qua.

  5. Caro Carlo,
    vedo che la fretta ti contraddistingue! Mi pare che ci stiamo prendendo i giro, anche se forse è vero, visto che la Montagna ha partorito, dicono in molti (su Roars), un topolino. Pare che stiamo discutendo del FUTURO dell’Università e tu commenti così “Luca, probabilmente hai ragione tu, bisognerebbe discutere di massimi sistemi piuttosto che di liste di riviste, perchè la lista dipende da una visione del mondo.” Forse ho ragione io, ma poi… dai ragione al Ministero! Questa si chiama macelleria sociale e irresponsabilità scientifica e culturale, se mi consenti di calcar la mano: non vedo come altro definire la tua posizione. “tendenzialmente” le case editrici sotto casa fanno schifo: scusami, ma la valutazione INDIVIDUALE delle tendenze di cui parli tu se ne fa un bel baffo, se siamo seri, naturalmente. Sostieni, con Baccini, che le liste Anvur di area 13 presentano molte anomalie, ma poi, poiché tutto sommato quella lista ti sta bene, ti allinei sull’attenti, rammaricandoti che siamo in balia di agenzie di valutazione e spingendo perché in Economia siano icluse anche altre riviste, le tue. Partecipi alle discussioni su Roars, ma poi scrivi che è in separata sede, o comunque in altra sede, che si devono discutere queste cose? Fai battute, e poi passi e chiudi. Non mi raccapezzo; o meglio, ho la sensazione di raccapezzarmi benissimo: una delle tante scorribande corporative; una delle tante scorribande che, direi in termini paretiani, utilizzano miti (“il merito”, “il fannullonismo”, “i baroni”, “le corporazioni”) per promuovere interessi particolari. Poiché sono paretiano, in parte, cioè per la parte machiavellica del suo pensiero, non mi scandalizzo, ma mi limito a puntualizzare e a ribadire un concetto che mi pare del tutto evidente: LAVORO DI LOBBYNG. Ti saluto e lascio il canale aperto

  6. Caro Alberto
    la tua riflessione ora si fa interessante, proprio perché tiene tutt’altro registro del tuo articolo; nel metodo e nel merito sostieni ben altra posizione; anche se non mi pare ancora del tutto coerente. Quindi, ti incalzo ancora, se permetti.

    “Da molto tempo scrivo che sono tendenzialmente favorevole ad una valutazione della ricerca condotta sulla base della classificazione delle riviste. Un primo step ragionevole in un paese ritardatario come l’Italia. Poi ci sarà tempo di migliorare (il vino lo berremo al prossimo esercizio). Il problema è che ANVUR ha fatto classifiche di riviste inguardabili, con procedure fuori da ogni ragionevole standard adottato altrove”. E’ una riflessione complessa, ti confesso, perché:
    a. definisci il nostro Paese “in ritardo”: in che senso, scusa? In ritardo rispetto a chi e a che cosa? Per quali materie, in quali ambiti scientifici, sotto quale punto di vista?
    b. sei favorevole ai ranking, ma, mi par di capire, come fase intermedia, per “migliorare”: ma scrivi che si tratta di un procedimento “ragionevole”. Cosa significa “ragionevole”? Se vogliamo essere seri, cioè se ci muoviamo in ambito scientifico e sociale, la ragionevolezza mi pare un criterio assurdo. Quante ingiustizie si devono compiere per non superare la soglia della ragionevolezza? Non mi raccapezzo.
    c. L’Anvur dunque ha fatto liste schifose; ma nel tuo articolo di fotto le accetti per la tua area e ti batti perché venga migliorata a tuo vantaggio, cioè a vantaggio del criterio da te individuato (non voglio intendere che ci sia un conflitto d’interessi palese e personale: non vado e non andrò a vedere dove pubblichi).

    Sulla interdisciplinarietà affermi un concetto interessante: “Ho scritto che le liste non devono essere su base settoriale. Le riviste scientifiche sono scientifiche e basta. Le riviste eccellenti sono eccellenti per tutti”. Dunque se io scrivo in una rivista di fascia A di sociologia o di storia o di filosofia politica sono in fascia A, cioè supero la terza mediana? Sono d’accordo, ma vorrei che tu fossi esplicito. Sollevi un problema enorme che, ti segnalo, presumo non ti metta “in linea” con i tuoi riferimenti associazionistici, poniamo la SIE. Ciò che proponi pone in luce il problema del rapporto tra raggruppamenti e classifiche e quindi, a seguire, quello delle soglie di eleggibilità, diciamo. Condivido, ripeto: e sia riva al punto che il vino va bevuto SUBITO.
    Per il resto, non cado dalle nuvole, come… nemmeno tu. 😉
    Finisco ringraziandoti di questo carteggio: spero che sia l’occasione per affrontare, prima o poi, in modo organico – e quindi mettendo in gioco i massimi sistemi, e quindi le competenze per cui siamo chiamati a rispondere – il tema del pluralismo, della libertà della scienza e dei meccanismi di selezione capaci di salvaguardarli.
    Ciao

    • Caro Luca, vabbè che comincio ad avere una certa età, ma dire che sostengo nei commenti all’articolo cose diverse da quelle contenuta nell’artcolo mi sembra un po’ troppo…

      Nel post ho tentato una analisi “tecnica” delle liste di area 13. Ho detto che il GDL è partito da una cattiva lista, ed ha inserito aggiustamenti ad hoc. Ho scritto: “Ma allora è stato fatto bene l’elenco delle riviste di classe A dell’area 13? A mio parere, dal punto di vista metodologico la risposta è no.” Siccome ho detto in apertura del post che l’unico giudizio che si può dare sulle riviste è metodologico: ne segue che pesno che la lista di rivista non è ben fatta. Non so come spiegarmi altrimenti.

      Vengo alle tue domande:

      1. “in ritardo” è riferito alla valutazione. Siamo un paese che è arrivato in ritardo a valutare la ricerca (espressioni che ho usato in tutti i miei interventi pubblici negli ultimi mesi). E che anziché copiare le buone pratiche, ne ha inventate di nuove fai-da-te, spesso, se non sempre inconsistenti.

      2. ragionevole vuol dire: prendere in considerazione strumenti semplici, trasparenti e già sperimentati. Liste di riviste WoS o Scopus. O quelle australiane (sì quelle australiane!!!) o quelle norvegesi o finlandesi. Anvur ha qualche problema con le riviste… Ho già scritto che non le avrei usate per filtrare i candidati, ma nn sono il ministro e nenanche l’anvur.

      3. Io credo, e sono in ottima compagnia (valutatori australiani, finlandesi, norvegesi, estensori del database ulrich …), che se una rivista è scientifica (scholarly) è scientifica (scholarly). La classificazione settoriale è utile per definire il contesto nel quale la rivista va valutata (per esempio in termini di impatto). E la classificazione settoriale è una scelta “culturale” che non è compito di GDL ristretto nominato da una agenzia di valutazione nominata da un ministro. Tantomeno ha senso classificare riviste per SSD (autoreferenzialità tutta italiana). Se si vuole un ranking per “qualità”, reputazione, grado di utilizzo si deve riferimento a strumenti professionali che permettano di cogliere le opinioni prevalenti nella comunità scientifica. Se si vuole un ranking per impatto della rivista, allo stato non c’è niente di meglio che WoS o Scopus con tutti i problemi del caso.
      Dopo di ché se una rivista ha rating A in medicina, farmacologia, chimica, economia, storia, sociologia [segue l’elenco di tutte le categorie WoS o Scopus) ed uno ci scrive sopra ha scritto su una rivista in A.

  7. Caro Alberto,
    premetto che se ti incalzo è sia per spiegare le mie posizioni, sia, soprattutto, per capire e le tue e ciò che sta accadendo: senza le tue analisi qui si affogherebbe ed è proprio per questo, cioè per salvarti da te stesso (guarda che scherzo!) e per farti continuare la battaglia fino in fondo, che continuo a molestarti.
    Dunque. Mi pare che una fase della tua battaglia, quella che richiami quando scrivi – “apprezzavo la scelta per la vqr quella di separare le riviste di storia del pensiero e storia economica dalle altre” – sia nettamente superata e scalzata dalla tua ultima affermazione. Cioè il punto 3 del tuo ultimo commento, che riporto per glossarlo (come un testo sacro!):

    “La classificazione settoriale è utile per definire il contesto nel quale la rivista va valutata (per esempio in termini di impatto). E la classificazione settoriale è una scelta “culturale” che non è compito di GDL ristretto nominato da una agenzia di valutazione nominata da un ministro. Tantomeno ha senso classificare riviste per SSD (autoreferenzialità tutta italiana). Se si vuole un ranking per “qualità”, reputazione, grado di utilizzo si deve riferimento a strumenti professionali che permettano di cogliere le opinioni prevalenti nella comunità scientifica. Se si vuole un ranking per impatto della rivista, allo stato non c’è niente di meglio che WoS o Scopus con tutti i problemi del caso”

    E’ un ragionamento molto complesso, infatti:
    a. se riuscissimo a fare come indichi tu, sarebbe COMUNQUE una notevole approssimazione, cioè la valutazione OGGETTIVA sarebbe molto approssimativa (chioso: inutilizzabile a fini di valutazione INDIVIDUALE);
    b. poiché non stiamo operando come indichi che, allo stato dell’arte (incerto e controverso assai), sarebbe il caso di fare, l’approssimazione e il grado di soggettività della valutazione sono, criteri ANVUR alla mano, terribilmente esasperati.

    Data questa conclusione, io non vedo come sia possibile tentare mediazioni con l’ANVUR se non al prezzo, appunto, di fare delle mediazioni, cioè di invischiarsi fino al midollo con l’approssimazione di cui parliamo.

    Questo “invischiamento”, se mi passi l’espressione, deve essere attentamente valutato.
    a. significa comportarsi in termini corporativi, non c’è alcun dubbio;
    b. proprio per questo, il gioco deve essere scoperto;
    c. se il gioco è scoperto allora, e solo allora, può portare ad un dibattito scientifico-culturale nel merito delle scelte.

    d. il merito delle scelte, tuttavia, NON può fare a meno di porsi anche il problema di ciò che sancisce la nostra Costituzione, in termini di regole, di diritti individuali, di libertà di pensiero e via, via discorrendo. Ritengo, in altri termini, che, soprattutto per quanto concerne le scienze sociali, tentare in tutti i modi di astrarre dalle parti in causa (che sono molte: egemonie culturali e nazionali e linguistiche, intrecci tra poteri ecc.) sia… un errore TECNICO. Come dimostra il grave pasticcio dell’abilitazione nazionale.
    Io sono dell’opinione, e ambierei e non ho alcuna difficoltà a metterci, per così dire, la faccia, che tutta questa mobilitazione pro/contro Anvur consenta di impostare questi ragionamenti. Qualsiasi altra scorciatoia (e non mi riferisco a te, ovviamente) a me appare semplicemente macelleria sociale, mera battaglia “ideologica” (in senso paretiano), irresponsabilità civile, pressapochismo, inconsapevolezza e via, via discorrendo. Visti i tempi che viviamo, una battaglia corporativa, di fatto, assume semplicemente l’aspetto di uno dei mille rivoli che sta portando il nostro Paese alla sua totale perdita di identità, facile preda di qualsivoglia appetito.

    E quindi a presto
    Luca Michelini

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