«Cara Stefania, ti invito a fare un esercizio, da linguista. Immagina per un momento di dover sostenere una prova scritta in cui devi rispondere a TUTTE le seguenti domande … Aggiungi a queste domande due testi in lingua straniera, con 5 quesiti di comprensione del testo per ciascun testo. Immagina di dover fare tutto questo in 150 minuti (due ore e mezza). Impossibile, direbbe una persona seria. Ebbene: questa è la tipologia di prove alle quali si stanno sottoponendo migliaia di docenti di valore, già abilitati con esami severi e rigorosi, che insegnano da anni a scuola. Di sicuro, una prova come quella fittizia ipotizzata sopra, tu, per come ti conosco, da linguista, non la supereresti nemmeno facendo i salti mortali. Ma sono sicuro che nemmeno io, e nemmeno molti dei miei colleghi la supererebbero. Con questo concorso selezionerete dei bravi dattilografi imbevuti di vuota fuffa pedagogico-didattica».
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Cara Stefania (mi permetto, da collega che ti conosce personalmente, di darti del tu),
Ti invito a fare un esercizio, da linguista.
Immagina per un momento di dover sostenere una prova scritta in cui devi rispondere a TUTTE le seguenti domande:
1) Il candidato illustri il percorso didattico che metterebbe in atto per spiegare le nozioni fondamentali di pragmatica interculturale a una classe di scienze della comunicazione del primo anno; progetti inoltre una verifica sull’argomento e una griglia di valutazione della verifica;
2) il candidato, attraverso un opportuno confronto tra testi, progetti un’attività didattica della durata di due ore sull’ipotesi Sapir-Whorf, indicando i materiali che utilizzerebbe, contestualizzandoli e illustrando la metodologia didattica utilizzata (lezione frontale, lezione partecipata, ecc.);
3) il candidato indichi quali prerequisiti ritiene essenziali e quali materiali didattici utilizzerebbe per illustrare a una classe di Lingue straniere del primo anno il concetto di “move alpha” nell’ambito della Revised Extended Standard Theory;
4) il candidato individui connessioni interdisciplinari a partire dall’opera di Jakobson e Hjelmslev, sulla base delle quali costruire un seminario di 10 ore rivolto a dottorandi di discipline umanistiche;
5) il candidato progetti dei materiali didattici multimediali riguardanti le nozioni di fonema, allofono e arcifonema tenendo presente che nella classe è presente un alunno dislessico;
6) il candidato elabori un esercizio sulla nozione di lingue ergative e attivo-stative per un corso di “tipologia linguistica” rivolto a studenti della laurea magistrale.
Aggiungi a queste domande due testi in lingua straniera, con 5 quesiti di comprensione del testo per ciascun testo. Immagina di dover fare tutto questo in 150 minuti (due ore e mezza), al computer, senza poter utilizzare nemmeno una matita e un foglio per buttare giù delle idee.
Impossibile, direbbe una persona seria. Una prova concorsuale che non testa nulla, se non la velocità di digitazione sulla tastiera, penserebbe una persona di buon senso.
Ebbene: questa è la tipologia di prove alle quali si stanno sottoponendo migliaia di docenti di valore, già abilitati con esami severi e rigorosi, che insegnano da anni a scuola e sanno – almeno i più coscienziosi tra loro – che la didattica non si improvvisa in 15 minuti scarsi (il massimo che si può dedicare a ciascuna domanda, dati i tempi previsti).
Di sicuro, una prova come quella fittizia ipotizzata sopra, tu, per come ti conosco, da linguista, non la supereresti nemmeno facendo i salti mortali. Ma sono sicuro che nemmeno io, e nemmeno molti dei miei colleghi la supererebbero. Anche se più o meno a tutti noi è stato chiesto – con i tempi opportuni per prepararci – di insegnare anche cose distanti dai nostri interessi o dalla nostra formazione, e lo abbiamo fatto con risultati anche buoni, che sono il frutto di un’attività di preparazione che ha bisogno di tempi distesi.
Con questo concorso selezionerete dei bravi dattilografi imbevuti di vuota fuffa pedagogico-didattica.
Auguri,
Andrea Sansò
Professore Associato di Linguistica
Università dell’Insubria, Como”


Finalmente si affronta il problema della pervasivita pedagogica che grave a solida lobbying e infiltrazioni politiche ha spadronteggiato nelle abilitazioni per le scuole superiori: una vera pagliacciata nonché mafia atta a sostenere ed alimentare il potere di fuffologi.
Gentile collega,
che io sia d’accordo con le posizioni dell’articolo e sul fatto che in quel modo non si selezionano bravi docenti, è indubbio.
Ma che tu voglia dimostrare l’equazione “pedagogia uguale fuffa”, mi sembra veramente un’operazione da ignorante e soprattutto poco rispettoso verso colleghi (come me) che ricercano e pongono il massimo sforzo nello studio della pedagogia come scienza. Ti consiglierei di verificare come esistano autorevoli riviste internazionali di “education” e come nella maggior parte dei paesi in Europa e nel mondo, la pedagogia sia riconosciuta come area di competenza necessaria, anche se non sufficiente (naturalmente) per insegnare in qualsiasi ordine scolastico!
Io non voglio insinuare un bel niente. Dico solo che concepire delle domande su tematiche disciplinari con un corollario di applicazione didattica formulato in modo astratto e generico (ad es. “si consideri che in aula c’è uno studente con DSA” – senza specificare quale sia il disturbo in questione) è del tutto inutile. Chi concepisce la didattica in astratto e senza calarla in situazioni concrete? Davvero una persona che ritiene che il suo ambito sia una scienza (e non, più modestamente, come penso io della linguistica, una disciplina “molle”, basata sull’interpretazione del reale, con metodi più o meno robusti) pensa che far snocciolare ai malcapitati concorrenti nozioni generiche di “flipped classroom” o di “cooperative learning” sia sufficiente a selezionare i migliori? Per me non è così: suppongo che le risposte siano piene di vaneggiamenti su metodi e nozioni di didattica del tutto scollegati dall’argomento e dal contesto (il contesto, signora mia…), messi lì per compiacere chi ha concepito delle prove di tal fatta e del tutto “insinceri”.
Caro Andrea Sanso, il mio riferimento all’insinuazione si riferiva all’intervento di acicchel.
Come già scritto, è indubbio che condivido il tuo parere sulle criticità delle domande poste e condivido in pieno l’idea che non si possa ragionare in astratto al di fuori di riferimenti contestuali più precisi.
Ciò non toglie che porrei l’attenzione parallelamente sul fatto che ci sono docenti (anche, e forse soprattutto, all’università) che non sanno nemmeno cosa sia una flipped classroom o il cooperative learning (solo per riprendere i due approcci da te citati) e che non mi sembra nè utile, né costruttivo per il sistema formativo in generale che questa situazione permanga tale.
Siamo uno dei pochi paesi in Europa che non prevede nessuna preparazione pedagogico didattica per i docenti universitari, che però si sentono in grado di parlare di pedagogia e didattica…
Grazie per l’ospitalità.
Quando ho scritto la lettera, non erano ancora venuti fuori altri aspetti discutibili delle prove concorsuali. Una tra tutte: il software creato dal CINECA per la prova è un rudimentale programma di scrittura che impedisce perfino il copia-incolla di quanto il candidato ha scritto e lo spostamento di parti di testo all’interno della domanda. Allo scadere dei 150 minuti, poi, non è chiaro a nessuno (visto che il CINECA non si degna di rispondere) se quanto uno stava scrivendo nell’ultima domanda veniva salvato o meno: il programma, semplicemente, si chiudeva. Questa è la prova computer-based dell’era Giannini.
Infine: le commissioni, composte dagli Uffici Scolastici Regionali spesso d’ufficio, si sono insediate, spesso, il giorno stesso della prova, e non hanno fornito ai candidati nessuna griglia di valutazione degli elaborati. E alcune sono ai margini della legalità: il bando, infatti, prevede che le commissioni siano aumentate in proporzione al numero di candidati. In alcune regioni e per alcune classi di concorso i candidati sono circa duemila, e le commissioni raccogliticce che hanno nominato sono sempre composte da tre persone.
Ma i candidati del concorsone, con delle domande così facili e così tanto tempo a disposizione, persino il copia-e-incolla che funziona pretendono? Chi si credono di essere? Un candidato al direttivo Anvur?
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https://www.roars.it/le-iene-vogliamo-dire-scopiazzature-la-nomina-del-consigliere-anvur-finisce-in-prima-serata/
:-)
Aggiungo: il problema non sono i contenuti delle domande. Quelli potrebbero anche essere parte del patrimonio di conoscenze di un candidato medio o bravo. Il problema sono i tempi e le modalità: è come se all’esame da avvocato assegnassero 6 pareri (di diritto penale, civile, amministrativo) da abbozzare in 2 ore, senza poter consultare i codici.
Ma un candidato a diventare insegnante di scuola superiore deve sapere impostare un seminario per dottorandi? o un corso per studenti di laurea magistrale? E perché mai?
Davvero sono state poste queste domande?
In realtà sono domande fittizie relative a argomenti del settore disciplinare a cui appartiene la ministra (e a cui appartengo io). Le domande vere, però, non sono tanto differenti. Per la classe di concorso di italiano e storia, ad esempio, gli argomenti (esclusi i questi di comprensione del testo) erano:
1) la densità di popolazione;
2) un percorso didattico sul tema della memoria nella poesia del novecento che includesse Montale, Quasimodo, Ungaretti, Gozzano, con riferimenti anche a Leopardi;
3) una lezione sulla costituzione rivolta a studenti delle scuole medie;
4) una poesia di Petrarca (il tempo fugge ecc.), a partire dalla quale impostare una lezione sulla poetica di Petrarca stesso;
5) consigliare tre letture sul tema dell’importanza della letteratura nell’ambito di un progetto sull’educazione permanente.
Una sesta domanda non la ricordo. Per ciascuna domanda si chiedeva di esplicitare ora i tempi, ora i materiali didattici da utilizzare, ora i collegamenti interdisciplinari; talvolta si chiedeva di tenere conto della presenza di studenti con disturbi specifici dell’apprendimento.
Anche se si tratta ovviamente di uno scherzo, il generatore automatico di domande per il concorso di cui al link seguente dà un’idea della tipologia e della struttura delle domande a cui i candidati dovevano rispondere in sole due ore e mezza (tenendo presente anche i 10 quesiti di comprensione del testo in lingua inglese, francese, spagnola o tedesca).
http://quesiticoncorso2016.blogspot.it/?m=0
Le domande rivelano quel misto di pretenziosità e irrealtà che sta travolgendo la scuola italiana e chi ne dirige le sorti.
Chiacchieravo oggi con un’insegnante delle medie inferiori. Mi rivela che metà dei ragazzini ha problemi a scrivere in corsivo e alcuni, addirittura, a leggerlo sulla lavagna. Alle elementari, pare, calligrafia e dettato non sono più di moda. La pragmatica interculturale e l’ipotesi Sapir-Whorf sono bellissimi argomenti per studenti universitari, quanto al concetto ‘muovi alpha’ siamo addirittura fra gli scelti adepti della grammatica generativa e l’illustrazione dell’arcifonema a un dislessico suona una sfida che rasenta l’impossibile (e il grottesco). Dubito che queste conoscenze servano a dimostrare qualcosa, se non che chi ha composto i test sta tentando di sfogare la sua frustrazione linguistica sui candidati.
Quanto alla fretta del tutto in poco tempo è un modello selettivo dai risultati devastanti: vi fidereste di un ponte costruito in fretta? Di un intervento chirurgico fatto in fretta?
Perché dunque selezionare gli insegnanti attraverso la fretta?
Infatti in ITALIA crollano gli edifici e si muore di chirurgia.
Non mi stupisco che qualcuno scriva cose del genere. Mi stupisco però che Roars le pubblichi. Se c’è un modo sbagliato di criticare il concorso, questo è un ottimo esempio: buttarla in caciara.
G. Asquini (un collega che si occupa di questioni pedagogico-valutative?) ha la mia solidarietà: è del tutto comprensibile che quando si colpisce nel segno ci si difenda come si può, ovvero fingendo che ci sia caciara dove invece ci sono degli argomenti a cui non è facile replicare.
Alimentare leggende metropolitane con false domande, citando come fonte autorevole un generatore automatico di domande (e infatti nei commenti qualcuni ci è caduto con tutte le scarpe) è il sistema migliore per perdere credibilità nelle critiche.
Se poi si continua paragonando: “1) Il candidato illustri il percorso didattico che metterebbe in atto per spiegare le nozioni fondamentali di pragmatica interculturale a una classe di scienze della comunicazione del primo anno; progetti inoltre una verifica sull’argomento e una griglia di valutazione della verifica” con “1) la densità di popolazione” e dicendo che più o meno sono la stessa cosa…. ripeto, non capisco Roars. Non è che perchè una cosa è criticabile tutte le critiche sono giuste. E non c’è bisogno di un pedagogico-valutativo per capirlo.
A giudicare dai commenti mi sembra che altri lettori abbiano capito bene il senso dell’articolo e non lo ritengano una buttata in caciara. Anche se costa fatica, potrebbe essere più utile entrare nel merito invece che tentare (nemmeno con troppo successo) di appiccicare frettolose etichette denigratorie.
Gentile Asquini,
io forse ho una bassa soglia di valutazione della “serietà” e non so nulla dell’argomento specifico, ma non mi è parso che l’articolo possa considerarsi “una buttata in caciara”.
Descrive secondo me efficacemente il problema di un concorso gestito in modo discutibile. Inoltre mostra per l’ennesima volta la deriva nozionistica che la Scuola italiana rischia di assumere e che – anche nel processo di selezione dei docenti – l’allontana sempre più dell’obiettivo di formare teste pensanti e indipendenti, puntando al contrario sui “crocettatori folli”…
Ha valutato inappropriata la forma di quanto è stato scritto, o non è d’accordo con il principio? In questo secondo caso sarebbe senz’altro interessante discuterne.
Ha visto anche le domande (vere) del concorso di italiano e storia? A me pare che la realtà superi la fantasia…
Purtroppo la ricerca disperata di meccanismi automatici escludendo gli umani che vengono ritenuti a priori corrotti, è diventata la costante di tutte le azioni di governo. Nella scuola esistono precedenti terribili con i concorsoni in cui l’alta burocrazia, la politica, i sindacati e una serie di lobbies più o meno legate ai cosiddetti poteri forti hanno fatto carne di porco della giustizia e della correttezza. Il problema questa volta è stato fare in fretta e scremare brutalmente, purtroppo affidandosi ai soliti scimmiottamenti di metodologie anglosassoni affidate in mano a persone prive di esperienza. Mi viene da dire, ma se dobbiamo copiare almeno cerchiamo di copiare bene!
Copiare è un arte difficilissima.
Grazie per il sostegno. Non era mia intenzione buttarla in caciara, e speravo che fosse chiaro che si trattava di domande fittizie. Evidentemente così non era.
C’è chi ha scritto, anche sulla pagina FB, che il tempo non era un problema perché tutti partivano con le stesse possibilità e che in 15 minuti comunque si poteva scrivere qualcosa. Mi sembra un punto di vista curioso: il punto è che questo “qualcosa” sarà necessariamente banale, incompleto o superficiale. Vi rivolgereste a un avvocato o a un ingegnere selezionato/abilitato sulla base della sua capacità di abbozzare un parere o un progetto in 15 minuti? Davvero (assumendo che i lettori di ROARS siano al 99% docenti) siete capaci di sminuire così il vostro lavoro di docenti?
Chi ha paura della parodia?
Oltretutto mi sembra che i commissari percepiscano qualcosa come 1 euro all’ora…non vorrei sbagliarmi.
Mi scuso con Sansò se con le mie domande ho dato appigli per chi pensa che il suo articolo fosse un “buttarla in caciara” – il punto era il tempo a disposizione e non i contenuti, come l’autore ha precisato. Tuttavia il fatto che qualcuno, come me, ci sia “caduto con tutte le scarpe” temo non migliori la situazione: il problema non è solo la mia ingenuità, ma anche che ormai ci si aspetta di tutto e nessuna assurdità stupisce più di tanto o viene ritenuta impossibile. Un esempio recente. Grillo ha detto ieri: ““Faremo un algoritmo, se un parlamentare che hai votato non segue il programma è automaticamente espulso”. Pare fosse una battuta, qualcuno però l’ha preso sul serio. Bene, sarà perché Grillo è insieme un comico e un politico. Si potrebbe però osservare che i ministri al MIUR sognano da tempo algoritimi per valutare università e scuola, anzi li usano pure – e non fanno il doppio mestiere come Grillo. Però fanno ridere lo stesso, anche se la situazione è seria.
***
(PS. ho un sospetto: perché tante domande con pochi minuti? per avere un quadro ampio delle competenze del candidato? Ma no: perché così è più facile quantificare – magari con l’aiuto di un algoritmo…)
brava Marinella! hai colto nel segno più e meglio di altri!
pare che i colleghi M-PED siano del tutto refrattari al comico, alla parodia, all’ironia, ecc.
fra parentesi, nel mio ateneo i docenti dei settori M-PED, mi dice chi ha fatto i calcoli, sono quasi il doppio di tutti i docenti di tutti i settori di L-FIL-LET…
Nel nostro ateneo il rapporto numerico non è così, ANZI! Ed è Padova!
Comunque, denigrare tutti i colleghi M/PED come responsabili di prove scritte al MIUR, peraltro sotto la guida di una linguista, mi sembra un’azione scorretta.
Inoltre, tutti bravi a discutere di pedagogia…Da M/PED non mi sognerei di mettere in discussione temi di ingegneria solo perché vivo in un palazzo costruito da ingegneri, o di medicina, avendo sperimentato le cure in ospedale. Tutti invece si sentono in grado di parlare di pedagogia…forse per essere stati a scuola?
@valentina.grion: purtroppo il peso politico strategico all’interno del MIUR dei colleghi di M-PED è stato ed è incomparabilmente superiore a quello di tutti gli altri settori umanistici, perciò sono loro a portare la responsabilità oggettiva (e spesso soggettiva) di una ‘deriva’ sedicente riformistica che ha sostituito i metadiscorsi alle conoscenze: sono quindi loro i primi ad essersi arrogati il diritto di metter bocca e di indirizzare tutti gli altri saperi;
Wer nichts über die Sache versteht, schreibt über die Methode.
Gottfried Hermann (1772-1848)
Caro Aristotele,
a mio parere fai un errore di fondo confondendo i saperi con il modo di insegnarli. Non credo e non mi pare vi siano evidenze per le quali sia legittimo affermare che la pedagogia si sia arrogata il diritto di metter bocca sugli altri saperi, ma piuttosto si è “arrogata” il diritto (legittimo) di mettere bocca sul modo di insegnarll (i METODI d’insegnamento): è questo uno degli oggetti principali della pedagogia fin dai tempi antichi!
gent.ma valentina,
forse sei troppo giovane per renderti conto del danno inflitto dai capi-bastone del tuo settore all’istruzione pubblica di questo paese; in ogni caso, confermi che ti sembra legittimo ‘mettere bocca’ sui metodi di insegnamento di saperi di cui non si conosce nulla; a me pare sia un grossolano errore epistemologico pensare di separare i ‘metodi’ dai ‘contenuti’ e l’arroganza della pedagogia è inversamente proporzionale alla sua ‘scientificità’.
Il baronato e i capi-bastone esistono in tutti i settori e non credo che nel tuo possa dire che non ce ne sia una a capo di tutto il baraccone MIUR!
Quanto alla mie posizione: non sono giovane, ho lavorato per 20 anni nella scuola e sono attualmente una pedagogista SPERIMENTALE: faccio ricerca sul campo e quello che scrivo nelle mie produzioni editoriali/scientifiche è frutto di risultati sperimentali. Mi sono formata anche all’estero (UK soprattutto) dove il settore “education” ha una sua autonomia e alto rispetto da parte delle altre discipline!
Io mi permetto, in risposta alla tua, di ribaltare la questione: mi chiedo come si possa insegnare (anche all’università) senza avere mai studiato pedagogia (avviene solo in Italia!) e come si possa parlare e dare giudizi di pedagogia e di didattica senza conoscere niente di tale sapere disciplinare.
Ti chiedo una spiegazione, niente di più.
questo post
https://www.roars.it/sulluso-improprio-delle-prove-invalsi/
è piuttosto eloquente, soprattutto con gli esempi della signora Lilla, degli effetti perversi della ‘chiacchiera’ pedagogica combinati con la sudditanza ideologica a slogan antifrastici come ‘merito’, ‘valutazione’, ‘eccellenza’, e organismi di controllo globale come OCSE e affini; questo è il mainstream, bellezza! che ci siano anche pedagogisti onesti e preparati e consci di operare entro una scienza umana, cioè fallibile, flessibile, ermeneutica, non lo nego; peccato non averne ancora visti all’opera per sconfessare l’operato dei loro colleghi politicamente e ministerialmente ben organizzati.
Ti dice nulla il disegno di trasformare tutte le lauree magistrali per gli insegnanti in lauree prevalentemente pedagogico-didattiche, con grave indebolimento dei settori relativi alle conoscenze disciplinari?
Sai nulla della proliferazione di certificati DSA, BES ecc. per studenti della scuola media inferiore e superiore ai soli fini di una riduzione del carico di studio?
Quanto alla richiesta che per insegnare all’università occorra aver superato esami di pedagogia, che sarebbe normale ‘all’estero’, come tu pretendi, francamente mi giunge nuova, ma ho solo rapporti con colleghi tedeschi, austriaci, francesi, svizzeri e spagnoli, …
ET DE HOC SATIS
Caro Aristotele,
mi pare poco costruttivo continuare a confrontarsi se – mi pare di capire – secondo te possedere le conoscenze disciplinari equivale automaticamente a saperle insegnare; altrimenti detto: la pedagogia e la didattica come discipline non hanno senso.
Se questa è la tua posizione, come sembra di capire visto che non ritieni né utile, né tantomeno necessario, per un insegnante di qualsiasi grado scolastico/universitariio, avere conoscenze e confrontarsi col sapere pedagogico e didattico, mi permetto di chiudere questo confronto con te.
Magari da oggi, inizierò, nelle mie prossime lezioni con gli studenti, di disquisire d’ingegneria o di linguistica, pur non avendo mai studiato niente di tutto ciò, né avendo mai superato esami relativi a tali discipline…
Non vado oltre, se non a chiudere dicendo che ho tanti amici/colleghi di altre discipline – che del sapere pedagogico e didattico hanno stima e cercano di apprenderne le prospettive, confrontandosi con metodi e strumenti (studiati/sperimentati e proposti dalla pedagogia e dalla didattica) per migliorare l’insegnamento e l’apprendimento all’università…- con i quali continuerò volentieri a confrontarmi e a discutere di questi temi.
Vedo che Aristotele mi cita. Vedo anche che qui non si parla di test INVALSI, però, ma di concorsi.
In riferimento al discorso della “pedagogia”, mi preme comunque dire che non c’è bisogno di essere esperti di pedagogia per commentare alcuni dei test INVALSI come ho fatto io. Gli esempio che ho portato sono di quesiti così assurdi e così male impostati che non possono essere difesi in alcun modo.
In tutti i modi, a prescindere da chi sia l’autore di certi test, pedagogisti inclusi, mi pongo una serie di domande. Domande che, se può rincuorare qualcuno, mi sono posta con mia madre, insegnante elementare per 38 anni, discreta esperta di pedagogia (laurea al seguito e n corsi annessi).
Ossia quale valore hanno dei test pensati su scala nazionale quando, a livello nazionale, esistono soltanto delle linee guide sui programmi, nessuna direttiva che imponga né contenuti né metodi di insegnamento (ovviamente, almeno finché resteremo un paese libero…a volte già “libero”), nessuna indicazione sui contenuti più particolari dei corsi e la libertà, appunto, di insegnamento?
Quale valore, poi, se in certi casi sono anche palesemente scorretti o inadeguati all’età?
E quale scopo si prefiggono? Di uniformare i metodi di insegnamento, veicolandoli anche in maniera palesemente errata? E per quale motivo, di grazia?
Come ha già detto qualcuno, la pedagogia non è scienza esatta, ma flessibile, malleabile e necessita di grande esperienza, sensibilità e conoscenza particolareggiata di una classe di persone e dei suoi elementi.
Un test pensato anche solo da chi non conosce una classe e i suoi elementi è di per sé, solo per questo, fuffa.
Buon lavoro a tutti, pedagogisti compresi ;-)
M-ped area 11. Sono di un altro settore. Mi candidai al cun come ricercatore ma sono molto compatti. Ricevetti anche una visita di un m-ped ordinario che mi invito a ritirarmi. Ovviamente non l’ho fatto.
Mi sembrano molto organici al partito
Qualcuno ha scritto sopra che la realtà supera la fantasia. Queste sono le domande disciplinari di storia per la classe di concorso “Storia e filosofia” (unica classe di concorso in cui i candidati hanno dovuto sostenere due prove diverse, di otto domande ciascuna, in due giorni diversi):
1) organizzare una o più lezioni sul medioevo e la prima età moderna usando la categoria del warfare. Si consigli anche una lettura storiografica per uno studente che voglia approfondire
2) la civiltà islamica ha avuto un’espansione plurisecolare in diverse aree del mondo. Si strutturino una o più lezioni, in chiave anche multidisciplinare, con strumenti multimediali, sullo sviluppo dell’islam dal VII al XXI secolo. Si citino le fonti storiografiche utilizzate.
3) “Nation building” è una categoria storiografica usata nello studio dei processi di creazione delle nazioni. In base a essa, si scelga uno studio di caso su cui strutturare una o più lezioni a carattere interdisciplinare, con strumenti multimediali, ricostruendo il dibattito storiografico
4) organizzare una o più lezioni sul fenomeno delle migrazioni dal XII al XXI secolo, proponendo anche contenuti di cittadinanza e costituzione
5) Barack Obama è stato il primo presidente afroamericano degli USA. Si affronti in chiave multidisciplinare e multimediale la questione afroamericana, mettendo in luce il fenomeno del razzismo. Si proponga anche un’unità didattica di cittadinanza e costituzione.
6) Sì propongano criteri e strumenti idonei per l’orientamento in uscita in una classe di V liceo.
Sempre in 150 minuti (sempre con le dieci domande a risposta multipla di comprensione del testo in lingua straniera).
Quanto ai colleghi di M-PED, me la cavo con una battuta: “ho tanti amici inquadrati nel SSD M-PED”
A questo punto sarei molto interessato e molto grato se si potessero avere anche le domande di filosofia.
Premesso che una degli altri misteri di questo concorso è l’impossibilità di reperire una versione ufficiale delle domande proposte, queste le domande per filosofia e storia in una reportatio più vicina possibile all’originale:
Filosofia
1. Pierre Hadot ha scritto che la filosofia antica è da intendersi in primo luogo come arte di vivere e solo secondariamente come riflessione teorica. Stutturare un percorso didattico sull’argomento indicando quali brani filosofici si farebbero leggere per sostenere la tesi di Hadot.
2. Adorno ha scritto che la prova ontologica tocca uno dei nodi fondamentali della filosofia occidentale. Strutturare un percorso su questa tema.
3. Intervento didattico personalizzato su Kierkeggard: quali collegamenti interdisciplinari possono essere individuati e quali strumenti multimediali si possono impiegare per illustrarlo.
4. Citazione di Wittgenstein sul mistico e i limiti del linguaggio: strutturare un percorso tematico/unità didattica sul tema del rapporto scienze e vita nella filosofia contemporanea.
5. Interpretazioni in filosofia contemporanea del cogito cartesiano: strutturare una unità didattica.
6. La Costituzione parla di diritti etico-sociali, ricorrendo a una tipica categoria del pensiero filosofico; strutturare un percorso filosofico/unità di apprendimento per evidenziare la funzione educativa e civile dell’istruzione.
Storia:
1. La storiografia contemporanea ha ben illustrato l’importanza del warfare e delle sue conseguenze politico-militari e socio-economica nella storia dal medioevo all’età moderna. Si progettino una serie di lezioni sul tema, con approccio interdisciplinare. Si indichino gli strumenti audio-visivi/digitali che si utilizzerebbero; si indichi almeno un testo di bibliografia per un alunno interessato ad approfondire il tema.
2. La storiografia contemporanea ha ampiamente dibattuto sul tema del national bulding, demitizzando il concetto di nazione. Il candidato prenda in esame un caso di national bulding a sua scelta, con riferimento al dibattito contemporaneo, indicando anche un’uscita/viaggio di istruzione programmato per mostrare gli effetti (sic!) del national bulding.
3. è stato ormai scardinato il paradigma della sedentarietà; il candidato illustri il corso delle migrazioni dal secolo XII al XXI secolo, con collegamenti interdisciplinari e progetti un laboratorio di storia nel quale sia evidente il tema della migrazione, con riferimento agli articoli della Costituzione che possano meglio illustrare questo tema.
4. Nel 2009 Obama è stato eletto presidente degli stati uniti, sancendo idealmente la fine della persecuzione nei confronti degli afro-americani. Il candidato progetti una serie di lezioni sull’argomento, con indicazione del supporto audio-visivo utilizzato e approccio interdisciplinare e riferimento a Cittadinanza e Costituzione.
5. Scuola dell’inclusività: il candidato illustri il ruolo dell’espansione e della diffusione dell’Islam dal Medioevo al XXI secolo, indicando almeno un testo bibliografico di approfondimento, e almeno una fonte.
6. Didattica dell’orientamento: per l’università e il mondo del lavoro sono richieste sempre più competenze, quale attività di orientamento penseresti per un ultimo anno del liceo e perché?
Ognuna delle prove da svolgersi di fatto in massimo 15-20 minuti, essendoci anche 10 domande a risposta chiusa su due brani in lingua, per un tempo limite a disposizione di 150 minuti.
Non e’ un problema il concorso attuale, o meglio, è un problema ben inferiore a quello che ricorda questo sito (http://www.istruzione.it/urp/abilitazione.shtml): d’ora in poi per insegnare non è necessaria sapere la materia ma aver seguito 18 crediti tra M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale; M-PED/04 Pedagogia sperimentale. Almeno 6 CFU di didattica e pedagogia speciale rivolti ai bisogni educativi speciali. Atto finale della distruzione della scuola. Nel 1997 parlavo con colleghi USA in USA sui problemi della scuola in USA erano le lauree in “Education”. Ci siamo arrivati anche noi. Quanto ai colleghi di M-PED/03 penso che un attimo di riflessione su cosa stanno facendo alla “Pedagogia” vera dovrebbero farlo. Io ritengo che il primo requisito per insegnare è avere qualcosa da insegnare.
Io ho vinto un concorso ordinario per l’insegnamento, e nell’anno di provo ho dovuto seguire i corsi (obbligatori) su come insegnare organizzati dal provveditorato. Prima ti chiedevano di sapere la materia e poi ti formavano ad insegnare (dopo l’assunzione).
esatto! sottoscrivo e sottolineo quanto annota depietri: non a caso uno dei punti a cui la dott.ssa grion, qua sopra, evita accuratamente di rispondere! a che serve sapere la fisica o il latino, l’importante è ‘rapportarsi con i discenti in modo pedagogicamente corretto’, usare la LIM, ecc. ecc.
Chiamata in causa, rispondo con piacere. Ho piacere di apprendere che la laurea precedente (ottenuta nell’area disciplinare specifica) non rappresenta prova sufficiente che una persona conosca la disciplina.
sorvolo sul concetto di ‘area disciplinare’ (un costrutto tipico del lessico politico miuriano-didatto-pedagogistico); è proprio così: la devastazione introdotta dal famigerato 3+2 all’italiana ha trasformato un percorso unitario quadriennale (che veniva spesso completato in 5 anni) in uno spezzato, per poter dare il titolo di dottore anche a chi si ferma dopo tre anni (così i posteggiatori lo riconosceranno subito!), perlopiù ormai anche con prove finali risibili, senza imporre l’obbligo di terminare con il biennio seguente, indispensabile a conseguire una preparazione ‘disciplinare’ paragonabile a quella che si raggiungeva col quadriennio del vecchio ordinamento e, soprattutto, con l’obbligo di una tesi di laurea ‘vera’; ora, con il golpe dei pedagogisti, si svuota anche il biennio di gran parte dei contenuti disciplinari per sostituirli, cito il titolo del post a cui si accodano i nostri spiritosi commenti, con ‘vuota fuffa pedagico-didattica’.
Valentina Grion, proprio perché la Pedagogia, strumento di interpretazione di alcuni aspetti della realtà, merita il dovuto rispetto alla stregua di tutte le altre discipline, spero che lei sarà la prima a non volerla ridurre a quell’insieme di schemini precofenzionati da applicare in maniera indistinta a qualsiasi campo del sapere. Lei mi risponderà certamente di no. Ebbene, è in questo modo che viene concepita dall’attuale illuminata riforma scolastica; è in questo modo che viene inculcata sbrigativamente e acriticamente agli sventurati professori vincitori del Tfa et similia. La cosiddetta “didattica per competenze”, un dinamico e concreto territorio dove la complessità dei saperi viene livellata e costretta a forza in schemi, schemini, obiettivi, micro, macro, mecro… separazioni convenzionali e approssimative di ambiti strettamente connessi, in “step by step”, con il precipuo obiettivo (dichiarato) di guardare allo studente come unità lavorativa futura. Questo concorso criminale (così come ogni singolo punto dell’attuale riforma) è lo specchio di tale impostazione. Il problema non è la pedagogia, il problema è la riforma. E tutto ciò che siede comodamente alle sue spalle.
Rispondendo ad Aristotele, solo per dovere di cronaca e non per ritenere proficuo continuare a confrontarmi con un collega che sento, sempre più, ritenere “fuffa” tutta la pedagogia e dunque disprezzare in toto i pedagogisti (non credo che simile atteggiamento possa essere condiviso, né condivisibile, nei confronti di nessun collega che cerca di spendersi al meglio nel proprio campo di ricerca). Mi limito dunque a ricordare che, fino ad oggi, non si accede a TFA o PAS senza laurea magistrale. Altrimenti detto: i triennalisti NON possono accedervi, quindi non possono diventare docenti. Che la riforma 3+2 funzioni o non funzioni, dunque, non parrebbe costituire oggetto di questo specifico confronto.
Caro sconcertato,
innanzitutto grazie per aver riportato il discorso sul piano del rispetto verso la pedagogia e coloro che la ritengono un oggetto degno d’essere indagato e studiato.
Concordo sulle criticità della riforma e soprattutto sui limiti dei percorsi TFA e similia. Tuttavia ho due obiezioni:
1. non generalizzerei né il quanto, né il come venga proposto ai TFA: le esperienze sono state diverse, diversificate così come le opinioni/percezioni dei corsisti che sono state raccolte in vari contesti (il nostro gruppo lo ha fatto a fine di ogni ciclo, i dati sono disponibili e per quanto ci riguarda soddisfacenti );
2. fino alla costituzione delle scuole di formazione per insegnanti superiori (cosiddette SSIS) su impulso dell’allora ministro Berlinguer, i professori entravano in classe senza avere nemmeno la minima idea che ci fosse qualcosa da sapere oltre la propria disciplina…Un ingegnere civile (o un biologo ecc.) andava a INSEGNARE senza possedere nemmeno uno degli strumenti (concettuali e operativi) necessari a tale scopo. La chiusura delle SSIS, da parte della ministra Moratti (chiusura dovuta a ragioni chiaramente “politiche”!), ha portato alla creazione di quella “storpiatura” che sono TFA e PAS: un tentativo mal riuscito per mettere a tacere i fautori della necessità di una specifica preparazione all’insegnamento per i docenti secondari. Sicuramente, quest’ultima strada non rappresenta la migliore per FORMARE un docente; è però altrettanto vero che la frequenza di un contesto dove è stimolata la riflessione sul fatto che l’insegnamento, così come qualsiasi altra professione, abbisogna dell’acquisizione e della gestione competente di particolari strumenti, mi sembra una situazione senza dubbio migliorativa rispetto al “niente” precedente alle SSIS!!!
Concorda?
Gentile collega Grion,
adesso è lei che commette un errore di generalizzazione. Le assicuro che il TFA non è stato affatto una storpiatura delle SSIS. Forse lo sono stati i PAS, che comunque hanno risposto a un problema innanzitutto politico (che fare di gente che ha insegnato per anni?). Il TFA primo ciclo, ad esempio, è un percorso che, a fronte di 30000 posti banditi, ha visto entrare solo 11000 laureati, che hanno passato prove disciplinari (preselettive e scritte) durissime e acquisito 18 CFU di M-PED. Dove sarebbe la storpiatura?
Vorrei poi capire quale sia secondo lei la strada migliore per formare un docente: riempire di insegnamenti M-PED le lauree magistrali, che già faticano a formare sulle discipline?
Gentile Andrea,
ritengo il TFA una storpiatura poiché, dopo la chiusura delle SSIS si è fatta un’operazione che mantenesse “capra e cavoli”, cercando di compattare in pochi mesi un curricolo che nelle SSIS veniva svolto in 2 anni.
Quanto alla “soluzione” su cui mi chiede di esprimermi, pur non avendo una “soluzione pronta in tasca”, a mio parere le SSIS erano la strada giusta, ma guarderei anche alle diverse pratiche adottate altrove (perlomeno in molti paesi europei) dove la formazione specifica per chi voglia insegnare, oltre che obbligatoria, è da tempo prassi consolidata.