Un’analisi snervante ma necessaria… Spaventosamente ben documentata… Una lettura tempestiva e sconvolgente“: così è stato giudicato il libro Science Fictions scritto dallo psicologo Stuart Ritchie. La prima parte parla di temi come la peer-review, la struttura di un articolo scientifico, la desk rejection, la crisi metodologica della riproducibilità, per la quale molti (davvero parecchi) studi scientifici sono difficili o impossibili da replicare o riprodurre. Ritchie passa quindi a illustrare le quattro norme mertoniane (disinteresse, comunismo epistemico,  scetticismo organizzato, e universalismo), illustrando come le strutture istituzionali e le tendenze culturali contemporanee spesso spingano i ricercatori ad allontanarsi da questi ideali. La seconda parte sviscera proprio questi problemi nell’arco di quattro capitoli: frode, bias, negligenza e hype. La terza parte del libro prova a descrivere le cause, tra cui la costante pressione del publish or perish, la produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi (si pensi all’h-index, al Journal Impact Factor), la precarizzazione sistemica, la rincorsa di un’eccellenza nociva e divisoria, a scapito di un’attenta e robusta costruzione della conoscenza. Il finale, dal titolo “Fixing Science”, propone una serie di soluzioni per risollevare le sorti della scienza moderna. Tuttavia, c’è il rischio di affrontare i sintomi piuttosto che curare le cause, se non riformiamo innanzitutto la struttura di incentivi perversa che ancora esiste nel mondo della ricerca.

“An unnerving yet much-needed analysis… Frighteningly well-documented… A timely, hair-raising must-read.” — Kirkus Reviews (Starred Review)

Ho scelto la prima delle tante recensioni lasciate sulla homepage del libro “Science Fictions”, scritto dallo psicologo Stuart Ritchie e pubblicato nel 2020, perché è quella che meglio descrive cosa è stata per me questa lettura.

Il libro si articola in tre parti.

La prima parte è meramente introduttiva: Ritchie ci invita a prender posto al tavolo della ricerca scientifica, introducendo il sistema di pubblicazione in atto sin dalla prima rivista fondata nel 1665, la “Philosophical Transactions of the Royal Society”. Ci parla di temi come la peer-review, la struttura di un articolo scientifico, la desk rejection. La critica al sistema della ricerca non si fa attendere: il lettore è immediatamente confrontato con la crisi metodologica della riproducibilità, per la quale molti (davvero parecchi) studi scientifici sono difficili o impossibili da replicare o riprodurre. Questa parte del libro è utile in particolar modo per studenti, studentesse, o un pubblico in generale non avvezzo alle terminologie dell’impresa scientifica.

Naturalmente, la critica all’attuale status quo che permea tutto il libro non può che essere accompagnata da un giudizio normativo su come le cose andrebbero invece fatte. Ritchie passa quindi a illustrare le norme mertoniane, quattro principi fondamentali delineati dal sociologo Robert K. Merton nel 1942 e che regolano (o dovrebbero regolamentare) il comportamento di chi fa scienza: il disinteresse, il comunismo epistemico, lo scetticismo organizzato, e l’universalismo. Da qui in poi, il libro analizza come le strutture istituzionali e le tendenze culturali contemporanee spesso spingano i ricercatori ad allontanarsi da questi ideali.

La seconda parte, quella più corposa, ricca, (una parte a tratti deprimente), sviscera proprio questi problemi nell’arco di quattro capitoli: frode, pregiudizi (meglio noti con il termine inglese bias), negligenza e clamore (meglio noto con il termine inglese hype).

La sezione sulle frodi, ad esempio, descrive la fabbricazione di dati fatti passare come ricerca legittima e pubblicati su riviste accademiche (Ritchie parla molto di ritrattazioni e del famoso database Retraction Watch) Il capitolo sui bias, invece, fornisce una sintesi incisiva del modo in cui i bias di pubblicazione influiscono sui risultati delle meta-analisi (avete mai sentito parlare di p-hacking?). La sezione sulla negligenza riporta dettagli sulla presenza di errori statistici nella ricerca pubblicata; e la sezione dell’hype discute come i libri scientifici divulgativi, scritti da esperti in un campo, possono distorcere ed esagerare la natura di una scoperta scientifica, riducendo la complessità di un’area ad un messaggio semplificato e accattivante.

Quello che colpisce particolarmente nelle quattro sezioni che costituiscono il cuore del libro, è la molteplicità delle discipline scientifiche tirate in causa: ci sono esempi tratti dal campo della scienza della nutrizione (il caso di Brian Wansink forse quello più noto) e da quello della psicologia sociale (ovviamente), ma anche della chimica inorganica, della biologia evolutiva, genetica, biologia del cancro, economia, sanità pubblica e istruzione, a dimostrare proprio la diffusione disciplinare dei problemi che affliggono la scienza moderna.

In tutto il libro, l’autore tiene spesso a sottolineare un principio fondamentale: il problema non è tanto il metodo scientifico, quanto coloro che lo praticano.

A pagina 9 si legge:

I come to praise science, not to bury it; this book is anything but an attack on science itself, or on its methods. Rather it is a defense of those methods, and of scientific principles more generally, against the way science is currently practiced

Mi è piaciuto molto ritrovare questo messaggio, perché il timore che una persona che legge, una persona che non fa ricerca, ma vuole saperne di più, possa concludere che tutta la scienza si fondi su castelli di sabbia, è un timore reale.

Ma allora è tutta colpa delle persone che fanno scienza?

Sì, ma anche no. Data la molteplicità dei problemi affrontati, e le loro profonde conseguenze negative, sarebbe facile per ricercatori e ricercatrici emergere quasi come dei villains nella storia scritta da Ritchie. L’autore, invece, invita chi legge a mostrare comprensione: la terza parte del libro, con un cambio di tono notevole, prova a descrivere le cause e le possibili soluzioni.

Tra le cause, la costante pressione del publish or perish, dei ritmi sfrenati delle carriere universitarie, di istituzioni universitarie sempre più neoliberali, in cui la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi (si pensi all’h-index, al Journal Impact Factor), la precarizzazione sistemica, la rincorsa di un’eccellenza nociva e divisoria, a scapito di un’attenta e robusta costruzione della conoscenza.

Abbiate fede, e proseguite la lettura fino alla fine: l’ultimo paragrafo, dal titolo “Fixing Science” dona alle pagine conclusive un’aura ottimista che vi farà tirare un sospiro di sollievo. Ritchie propone una serie di soluzioni per ripristinare le sorti della scienza moderna, tra cui la pubblicazione di risultati nulli, e di studi di replicazione, assieme a una maggiore formazione in statistica, a prescindere dal percorso formativo e dalla disciplina di ricerca.

L’autore dedica una sezione anche al movimento dell’Open Science, che potrebbe costituire, attraverso lo sforzo di aprire il processo scientifico, e renderlo più trasparente, inclusivo, collaborativo, una possibile soluzione a tanti dei problemi evidenziati (si pensi ad esempio alla pratica della preregistrazione). Questi suggerimenti sono certamente tutti degni di seria considerazione e stanno già avendo un impatto, ma rimarranno solo soluzioni mirate ad affrontare i sintomi piuttosto che curare le cause delle malattie di cui la scienza moderna soffre, se non riformiamo innanzitutto la struttura di incentivi perversa che ancora esiste nel mondo della ricerca.

Insomma, Science Fictions è assolutamente un must-read se vi interessa saperne di più su come la scienza moderna (mal)funzioni, e soprattutto se vi battete per migliorare le cose.

Quello che forse manca, nel libro, sono esempi virtuosi di ricerca fatta bene, che, certamente, esistono.

Forse nella prossima pubblicazione? Chissà!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.